
Insieme al vice ministro della Giustizia e dei Diritti Fondamentali
Érika Chávez, hanno preso parte all'evento anche due esperti italiani,
già ospiti il mercoledì precedente al Seminario sulla Giustizia
Riparativa a Santa Cruz.
Si tratta del mediatore penale Carlo Riccardi e del criminologo e docente di criminologia Adolfo Ceretti, autore di vari testi sul concetto di giustizia riparativa, entrambi sostenitori di questo modo innovativo di intendere la giustizia penale.
Mirko Olivati
Si tratta del mediatore penale Carlo Riccardi e del criminologo e docente di criminologia Adolfo Ceretti, autore di vari testi sul concetto di giustizia riparativa, entrambi sostenitori di questo modo innovativo di intendere la giustizia penale.
L’obiettivo di questo incontro, come sottolineato nell’introduzione del viceministro Chávez, era quello di
proporre la condivisione dell’esperienza di un modello alternativo di
giustizia minorile che preveda mezzi alternativi alla semplice
proporzionalità della pena consistente il più delle volte nella
privazione della libertà. L’importanza del tema trattato si fa particolarmente potente in un Paese come la Bolivia, la cui pena massima per i giovani che hanno superato i 16 anni può arrivare ai 30 anni di carcere
e in cui, secondo i dati a disposizione e presentati nel “Plan de
acción inmediata para adolescentes y jóvenes en situación de privación
de libertad”, i giovani privati di libertà nel 2012 erano 2.034 per la
maggior parte ancora in attesa di giudizio definitivo, e, ancora,
perlopiù per reati derivati da un malessere socio-economico, come il
furto e la rapina.
All’inizio del suo intervento Adolfo Ceretti ha proposto una breve
ricostruzione storica sul problema della giustizia minorile in Italia,
evidenziando come la nuova legge per la giustizia penale italiana del
1988 sia all’avanguardia in quanto “non accantona le istanze di
sicurezza e giustizia senza perciò mortificare la dignità del giovane
che compie delitto”. È una legge, questa, che pone l’accento sulla
dimensione socio-valoriale della pena, tentando il più possibile di
accantonare l’approccio punitivo nei confronti del giovane che ha
commesso reato: una visione progettuale con interventi di ampio respiro
educativo viene proposta già dalla fase processuale, con l’obiettivo di
stimolare la responsabilizzazione del giovane evitando così meccanismi
di repressione, deterrenza, neutralizzazione, frequenti in un sistema di
giustizia fondato sulla pena intesa come punizione e castigo.
"Gli articoli 28 e 29", commenta Ceretti, "si definiscono come il cuore della norma penale per i giovani in Italia, e prevedono la possibilità della sospensione del processo anche per reati particolarmente gravi e l’affidamento del giovane a un'equipe specializzata". Con il sostegno di quest'ultima, il giovane aderisce a un progetto rieducativo della durata massima di 3 anni, con la relativa possibilità dell’estinzione del reato. In gran parte grazie a questo sistema, nonostante le più di 3.0000 denunce penali nei confronti di giovani tra i 14 e i 18 anni in Italia, sono meno di 500 i ragazzi attualmente privati della libertà.
Una giustizia mite, “capace di riporre la spada e la bilancia e di mettere al centro la persona”,
è questa la strada individuata da Ceretti nel concetto di giustizia
riparativa. E “la persona” non è solamente colui che ha commesso il
reato, infatti la questione che l’esperto criminologo ha voluto porre al
centro del suo intervento è quella dell’importanza che dovrebbe arrivare ad assumere la vittima all’interno del percorso di giustizia.
La giustizia tradizionale, infatti, tende all’emarginazione della
persona offesa dal processo, quando invece dovrebbe essere fondamentale
la presenza attiva di quest’ultima. Quello a cui si vuole puntare è un
processo di mediazione tra vittima e offensore, nel quale i due soggetti
possano partecipare attivamente, coadiuvati da una figura preparata e
formata al mestiere di mediatore di conflitti, alla ricerca e
all’individuazione della possibile soluzione delle difficoltà derivanti
dal reato commesso.
Gli obiettivi che si pone questo tipo di giustizia sono molteplici e notevoli: la riparazione dell’infrazione nella sua dimensione “globale”, e quindi non soltanto materiale ma anche psicologica e sociale; la presa di coscienza da parte dell’autore del delitto della sua responsabilità, con un conseguente rinforzo dei valori morali del reo; la possibilità della partecipazione attiva da parte della società civile all’interno del percorso di giustizia; il contenimento dell’allarme sociale instaurato dal crimine commesso. Tutto questo passa principalmente attraverso il riconoscimento della vittima come persona attiva nel processo penale e la conseguente possibilità di una riconciliazione e di quella che viene chiamata “riparazione simbolica”.
Se il processo riparativo giunge a buon fine, infatti, chi compie il delitto può avere la possibilità di compiere un gesto positivo accordato con la vittima, gesto che, per quanto simbolico, possa dimostrare un cambiamento nella relazione critica tra vittima e oppressore.
"Gli articoli 28 e 29", commenta Ceretti, "si definiscono come il cuore della norma penale per i giovani in Italia, e prevedono la possibilità della sospensione del processo anche per reati particolarmente gravi e l’affidamento del giovane a un'equipe specializzata". Con il sostegno di quest'ultima, il giovane aderisce a un progetto rieducativo della durata massima di 3 anni, con la relativa possibilità dell’estinzione del reato. In gran parte grazie a questo sistema, nonostante le più di 3.0000 denunce penali nei confronti di giovani tra i 14 e i 18 anni in Italia, sono meno di 500 i ragazzi attualmente privati della libertà.

Gli obiettivi che si pone questo tipo di giustizia sono molteplici e notevoli: la riparazione dell’infrazione nella sua dimensione “globale”, e quindi non soltanto materiale ma anche psicologica e sociale; la presa di coscienza da parte dell’autore del delitto della sua responsabilità, con un conseguente rinforzo dei valori morali del reo; la possibilità della partecipazione attiva da parte della società civile all’interno del percorso di giustizia; il contenimento dell’allarme sociale instaurato dal crimine commesso. Tutto questo passa principalmente attraverso il riconoscimento della vittima come persona attiva nel processo penale e la conseguente possibilità di una riconciliazione e di quella che viene chiamata “riparazione simbolica”.
Se il processo riparativo giunge a buon fine, infatti, chi compie il delitto può avere la possibilità di compiere un gesto positivo accordato con la vittima, gesto che, per quanto simbolico, possa dimostrare un cambiamento nella relazione critica tra vittima e oppressore.
Sia alcuni esempi concreti portati da Adolfo Ceretti che, poi,
tutto l’intervento di Carlo Riccardi, hanno mostrato bene come
l’applicazione di una giustizia riparativa abbia la possibilità di agire
anzitutto sul benessere delle parti in causa, riducendo e arrivando ad
annullare lo shock psichico-sociale causato dal perpetrarsi di un’azione
delittuosa: l’obiettivo non dovrebbe essere più, insomma, una eventuale
vendetta o una mera azione punitiva nei confronti del reo, bensì un
incontro riparativo che agisca positivamente sui singoli soggetti
chiamati in causa e, non ultimo, sulla stabilità delle società civile.
Questo stimolante incontro avvenuto a La Paz, durante il quale c’è
stata la possibilità di condividere, tra addetti del settore, esperienze
concrete riguardanti la giustizia giovanile, testimonia la volontà di seguire un percorso differente rispetto a un modo meramente punitivo di concepire la giustizia penale. Si pone inoltre un altro tassello in questa direzione in Bolivia, dove, grazie a ProgettoMondo Mlal dal 2011 esiste una struttura, il Centro diRiabilitazione Qalauma, in cui, oltre a proporre percorsi progettualiartistico-culturali-lavorativi ai giovani privati di libertà, si sta tentando di sperimentare l’efficacia di una giustizia dall’approccio riparativo. Se la strada può sembrare, ed essere, ancora lunga, ad oggi i passi in questa direzione non stanno mancando.
Mirko Olivati
Volontario Sve
ProgettoMondo Mlal
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