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giovedì 16 gennaio 2014

Haiti 4 anni dopo

Port–au-Prince. Il nostro immaginario occidentale, abituato alle commerazioni di tragedie epocali riprese, trasmesse e immortalate da tutti i mezzi multimediali, ci si sarebbe aspettato che alle 16.53 di domenica 12 gennaio lo scorrere del tempo ad Haiti si concedesse una tregua. Ci si sarebbe aspettati di trattenere nella memoria un’immagine statica e muta di una città dinamica e chiassosa come Port-au-Prince. Ci si sarebbe aspettati che riecheggiasse nell’aria il tempo scandito dal suono di una coralità di campane o che si levasse l’urlo delle sirene delle navi del porto, che il cimitero si riempisse di visitatori e che nelle strade si riversasse una marea umana che potesse mettere in evidenza una grande, triste assenza.
Alle 16.53 un lungo suono di sirene a Champs de Mars, boulevard centrale dove aveva luogo la cerimonia ufficiale presieduta dal presidente Michel Martelly, risuonava in lontananza alla radio. Una celebrazione sotto tono per ricordare le 300.000 vittime del terremoto che ha fortemente scosso il cuore di Haiti quel fatidico giorno di gennaio nel 2010. Articoli sui giornali, messe celebrative, obbligo di trasmissioni sobrie alla radio, una breve offerta floreale al memoriale costruito a nord della capitale e una commemorazione ufficiale in pieno centro, hanno solo attutito e ridimensionato la vitalità del popolo haitiano in una soleggiata e ventilata domenica di metà gennaio. Il vestito buono è uscito dall’armadio, come ogni domenica, per il tradizionale appuntamento mattutino della messa e non per la eccezionalità di un evento da presenziare.
Alle 16:53, nelle strade, le donne del mercato continuavano a trattare con le clienti ritardatarie del pomeriggio; gli autisti dei mototaxi, ragazzotti appena ventenni preoccupati per la scarsità di benzina che paralizza i trasporti in questi giorni, continuavano a discutere animatamente, a intrattenere clienti o a lanciare apprezzamenti alle fanciulle; un uomo di età indefinita, con la fronte madida di sudore, avanzava con il suo carretto, piegato sotto il peso della mole spropositata di legna accatastata sul trabiccolo a due ruote.
Pochi, in proporzione alla significatività della giornata, i visitatori del cimitero cittadino che si raccoglievano in segno di lutto davanti al piccolo mausoleo. All’entrata di un hotel della capitale, un concierge annoiato spezzava la monotonia del lavoro, domandandoci se potesse fare qualcosa per noi..
Non si può certo dire che in quest’occasione il dolore sia stato massificato e spettacolarizzato. È rimasto qualcosa di personale, condiviso in un ricordo a pranzo con la famiglia, in un saluto al cimitero, o esorcizzato in un energetico canto nella messa mattutina.
In occasione della ricorrenza, dalla società civile sono state espresse molte critiche al governo di Martelly, accusato di non aver improntato una ricostruzione nel segno dei diritti umani, di aver avuto una mancanza di visione per il futuro del Paese, di non aver saputo sfruttare a beneficio di tutti l’opportunità dell’ingente somma di denaro arrivata dall’aiuto internazionale, e di avere infine favorito ditte straniere nelle grandi opere.
Le critiche non sono state risparmiate nemmeno alle organizzazioni di aiuto umanitario, che progressivamente stanno lasciando il Paese, nonostante più voci indichino che i lavori di ricostruzione siano solo “appena cominciati”. Secondo i quotidiani locali che riportano fonti della Rete Nazionale di Difesa dei Diritti Umani (RNDHH), dopo 4 anni più di 170.000 persone vivrebbero ancora in alloggi provvisori e di fortuna.

Valentina Policarpi
ProgettoMondo Mlal Haiti

lunedì 11 novembre 2013

Filippine: vicinanza alle popolazioni, preghiera per le vittime e aiuti concreti

Il Presidente della FOCSIV Gianfranco Cattai esprime la vicinanza della Federazione e dei suoi 65 soci alle popolazioni delle Filippine colpite dal tremendo tifone che si stima potrebbe aver fatto oltre 10mila morti.
“Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime e ci stiamo impegnando affinché possano arrivare a quanti hanno subito danni e perdite anche nostri aiuti concreti - dice Cattai -. Seguiamo costantemente e con una certa apprensione gli aggiornamenti dal Paese. In particolare notizie ci giungono dal nostro Socio Vides che ci conferma come la situazione sia drammatica da Cebu a Negros Occidental a Cebu Minglanilla”.
A Cebu l'aeroporto è stato chiuso; a Negros Occidental, nella scuola del Vides a Santa Maria Mazzarello il tetto della biblioteca è volato via. A Cebu - Minglanilla le due palestre e tutte le aule del primo piano della scuola sono state preparate per accogliere le famiglie che hanno cercato rifugio. Le Figlie di Maria Ausiliatrice si sono subito messe al lavoro per distribuire cibo, coperte, stuoie e ogni genere di necessità, ma anche a consolare la gente che ha perduto ogni bene materiale.
“Non c'è elettricità e si ha paura che venga a mancare l'acqua – riferisce Suor Sarah Garcia, l'ispettrice delle Filippine costantemente in contatto con tutte le comunità nel Paese. Intanto, il vento è arrivato anche a Manila e a Palawan”.
“Di fronte a questa situazione di grande difficoltà, da parte nostra ci stiamo preparando per garantire la massima solidarietà, anche con l’organizzazione di una raccolta fondi” conclude Cattai.

giovedì 31 gennaio 2013

Mozambico: una tragedia che si ripete

Una quarantina di morti e oltre 150mila sfollati. Sono questi i numeri, spietati, determinati dalle ultime inondazioni in Mozambico. La provincia più colpita è quella di Gaza, a pochi chilometri dalla capitale Maputo.
L'emergenza delle alluvioni nel Paese si ripete bene o male ogni anno. E ancora siamo solo nel periodo delle piogge, mentre  tra febbraio e marzo comincia anche la stagione dei cicloni.
Il problema non sono solo le piogge torrenziali in Mozambico  ma anche quelle in Sud Africa e Zimbabwe.
Il  livello dei fiumi Limpopo e Zambesi infatti si innalzano, e solo quando arrivano a livelli ormai ingestibili i nostri vicini aprono le dighe e tutta l'acqua si riversa con forza in Mozambico allagando tutte le aree intorno a questi fiumi.
È incredibile ma ogni anno si ripete la stessa storia, in maniera più o meno grave. Non c’è comunicazione tra i Paesi, non c’è un coordinamento, ognuno apre e chiude le dighe senza avvisare il Paese limitrofo o facendolo solo all’ultimo momento.
Al problema della mancanza di comunicazione si aggiunge un problema tecnico, ossia la mancanza di manutenzione dei letti dei fiumi e il fatto che molte case sono costruite proprio dove sono più  probabili le esondazioni.
Ad oggi siamo sull'ordine dei 150 mila sfollati nella provincia di Gaza. La città di Choqwe (Gaza)  è completamente allagata, una città fantasma, idem le zone rurali del parco del Limpopo.
Anche nella provincia di Manica 12.729 persone sono state colpite da inondazioni durante le ultime due settimane  e 22 luoghi di culto sono crollati.
Da domenica scorsa ha ricominciato a piovere anche in Zambesia e Nampula (altre provincia del Moz) con forti disagi per la popolazione. In alcune città, come Quelimane, le precipitazioni sono arrivate a 176 mm in un solo giorno. Aumenta il numero delle vittime e con esso anche quello della gente rimasta senza casa, senza niente.
Per sostenere le famiglie colpite dalle inondazioni, l'Istituto Nazionale di gestione dei disastri ha creato due centri di accoglienza, uno nella città di Quelimane e un altro nella città di Licuare, Nicoadala, quartiere in cui sono già alloggiate oltre 120 famiglie.
Sono state inoltre predisposte due navi  per l’evacuazione evacuazione di persone che sono ancora in zone a rischio.
Sempre in conseguenza delle inondazioni, sono state distrutte 14.500 ettari di diverse colture tra cui piantagioni di miglio, mandioca e riso, prodotti alla base dell’alimentazione mozambicana.
Solo in Zambezia sono più di 11000 gli alunni rimasti senza scuola e quindi senza possibilità di studiare.
Unicef, il wfp, altre ong internazionali e nazionali stanno coordinando i campi assicurando cibo, medicine, mosquito net, disinfettanti per l'acqua e condom ma, nonostante questo, sarà molto difficile evitare l’epidemie di colera, tifo e altre infezioni.
Il MISAU (Ministero della Salute) ha inviato 3 epidemiologi e gli attivisti de saude girano i campi facendo sensibilizzazione.
A Maputo città la situazione è decisamente più tranquilla. Si sono aperti dei veri e propri crateri nelle strade ma nulla di più, stessa cosa non si può dire per la periferia che ha sofferto perdita di vite umane e gravi danni in molti bairros.

Giada  Gelli,
ProgettoMondo Mlal Mozambico

lunedì 26 novembre 2012

Guatemala: dopo il sisma, prevale la desolazione



Il prolungato sisma del 7 novembre ha lasciato alle spalle la desolazione: tristezza, lacrime, lutto, fame, sete e freddo. Bambini orfani, donne vedove, madri senza figlie e uomini senza famiglia.
30 secondi sono stati sufficienti perché le pareti di case, negozi e uffici si convertissero in un cimitero e con esso il Guatemala si ritrovasse a vivere un secondo terremoto dopo 32 anni dalla tragedia del 1976.
7.2 gradi della scala Richter annunciavano le notizie dell’ultima ora e localizzavano l’epicentro a San Marco, Quetzaltenango, Retalheuleu, Sololà, Totonicapàn e Huehuetenango: dipartimenti situati nella parte sud-occidentale del Guatemala.
Il presidente Otto Pérez Molina, dopo aver dichiarato immediatamente lo stato di allarme rosso, ha ordinato di evacuare edifici e luoghi di lavoro. Ha decretato 3 giorni di lutto e ha chiesto la sospensione di tutte le attività che prevedessero una massiva concentrazione di persone.
Una prima valutazione dei danni conta 48 morti e 150 feriti, 1.321.564 persone colpite, 26mila persone evacuate e 39mila abitazioni distrutte o con gravi danni. San Marcos e Quetzaltenango sono stati le località più colpite, dove sono morte 42 persone. Fortunatamente, il numero delle vittime non è stato maggiore perché all’ora del terremoto, le 10.37 del mattino, molte persone già si trovavano sul luogo del lavoro: mentre le loro case stavano crollando, si salvavano così da una morte certa.
Il bilancio di danni e vittime non è così tragico come quello del lontano 1976. All’epoca, il sisma durò 46 secondi e le vittime furono circa 23mila. Mentre nel 1976 la profondità del movimento sismico fu di soli 5 km, il 7 di novembre si è originata a 33 km di profondità. Differenza che, secondo gli esperti dell’Instituto de Sismología, Vulcanología, Meteorología e Hidrología (INSIVUMEH), è stata fondamentale per evitare una tragedia di tali dimensioni.
Anche se il danno del movimento tellurico è minore rispetto al 1976, la vita non tornerà ad essere la stessa per gli abitanti di San Marco. Continuano le scosse di assestamento e quando trema la terra tornano la paura, il ricordo e la tristezza impregnati nella mente e nel corpo degli abitanti di San Marco quel fatidico 7 di novembre.

tratto da Adital

lunedì 29 ottobre 2012

Haiti: Primo bilancio del post uragano Sandy, 50 i morti

Fonds-Verrettes, 28 ottobre 2012 - Le conseguenze dell'uragano Sandy che si è appena abbattuto su Haiti sono molto peggiori di quelle dell'uragano Isaac che l'ha di poco preceduto. In tutta l'isola si contano già 50 morti e il bilancio continuerà nei prossimi giorni.
Fonds-Verrettes, dove è in corso il nostro progetto "Viva Haiti", è ancora isolato per le cattive condizioni della strada, fratturata e impraticabile dopo che l’acqua si è ritirata. 
Il trattore che doveva aggiustare la strada, a causa di manifestazioni dei locali, è fermo all'inizio del lungo tratto sterrato che lascia la via principale proveniente da Port-au-Prince. Ciò significa che non si sa quando la strada principale sarà rimessa in condizioni di viabilità.
Un primo bilancio dei danni è stato fatto a livello locale.
Famiglie evacuate e alloggiate nel rifugio comunitario di Fonds-Verrettes: circa 200; Orti distrutti: 900; Morti accertati: 3; Dispersi: 1; Case danneggiate: 550; Case distrutte: 233; Scuole danneggiate: 2; Scuole distrutte: 3; Chiese distrutte: 3; Strade de centro: impraticabili; Strade all’interno della Municipalità: impraticabili in vari punti; Strada tra Fonds-Verrettes e Port-au-Prince: impraticabile per tutto il tratto del fiume; inoltre, un ponte crollato sulla via asfaltata a metà strada con la capitale (all’ltezza di Ganthier) rende difficile il passaggio delle auto.
Si prevede un aumento dei danni rilevati nei prossimi giorni. Nel frattempo, la popolazione si riprende e conta i danni. Ma l’isolamento dal resto del paese inizia a far scarseggiare i beni di prima necessità.

Petra Bonometti
responsabile "Viva Haiti" ProgettoMondo Mlal

domenica 28 ottobre 2012

Haiti: Le macerie del giorno dopo

27 ottobre 2012, Fonds-Verrettes, Haiti - Una visita di ricognizione ci dà una misura dei danni già visibili: numerose case danneggiate, intere superfici del centro urbano completamente sommerse d’acqua, fino a due metri.
Sotto il sole di questa mattina, la catastrofe splende maestosa e parla da sé, senza retorica.
Abbiamo dovuto intraprendere diverse vie secondarie, tra le colline, per arrivare a piedi al cantiere del nostro centro comunitario. L’auto non può muoversi a causa di tratti di strada o ancora inondati, o crollati al passaggio dell’acqua, o invasi dalla vegetazione trasportata dal vento.
Arrivati al cantiere, 18 operai (tra loro 13 del luogo) sono al lavoro: appena visto il bel tempo hanno cominciato a versare il cemento ed elevare muri: nessun danno all’opera, ma il capo cantiere dice che il camion con i materiali per la fase successiva è fermo a Ganthier (cittadina tra Port-au-Prince e Fonds-Verrettes) in attesa che le condizioni della strada ne permettano il passaggio.
Quando il camion potrà arrivare, noi di conseguenza potremo rientrare a Port-au-Prince: speriamo che ciò sia possibile nel corso del weekend. Inoltre sembra che un ponte sia crollato in prossimità di Ganthier. Chi ci darà conferma è una animatore comunitario del nostro progetto che si è diretto a piedi verso il luogo (30 km circa di cammino): d’altra parte non c’è altro modo per i locali per verificare lo stado delle vie di comunicazioni.
Un operatore di Fonkoze, associazione di microfinanza che lavora in tutta la municipalità, ci informa che sta partendo per Foret Des Pins, nella regione più elevata, a fine di stimare i danni sofferti dai suoi clienti, soprattutto commercianti. 20 km a piedi, teme che la moto non possa passare in certi punti: la strada è tutta sterrata, frequentemente si creano delle larghe fratture e in più certi punti sono impraticabili, a causa degli alberi caduti.
A ritorno dal cantiere, dobbiamo inerpicarci sulle colline, per tagliare il tratto di Fonds-Meril che porta alla centrale di polizia e al centro urbano: impossibile passare, l’acqua ha creato una laguna profonda fino a 2 metri. I bambini ci sguazzano come fosse una piscina di fortuna.
A Cazeau trovo una beneficiaria, Mireille, studente del corso di posa di ceramica, una delle più intraprendenti, e un’animatrice nata: culla il nipotino, accanto alla casa inondata dei suoi fratelli e genitori.
“Io vivo a Soulancé, non lontano dal vostro ufficio: quella zona è più elevata e al sicuro. Non ho sofferto danni, ma questa casa, dove vive la mia famiglia, è stata travolta dall’acqua. L’entità dell’inondazione ha raggiunto i livelli del 2004, ma con una differenza importante. I Fonds-verrettiani stavolta hanno avuto il tempo di correre ai ripari: in 5 giorni di pioggia abbiamo avuto il tempo di abbandonare le case a rischio, che sono state inondate nel corso di venerdi pomeriggio e di questa notte. Grazie a Dio, stavolta eravamo all’erta: non come il 23 maggio 2004, quando un solo lungo giorno di pioggia bastò per gonfiare i torrenti tra i monti e a riversarli d’improvviso nel centro, durante la notte, quando tutti dormivano e nessuno se l’aspettava. L'uragano Sandy è stato più clemente: ha abbaiato, prima di mordere”. Mireille sorride e mi accompagna al rio.  
Il mercato che riposa sul greto del fiume, è stato portato completamente via dal passaggio dell’acqua: non molte infrastrutture, giacché è un mercato povero e precario, in attesa di una costruzione solida, in una zona più sicura. Ma il torrente di fango si è portato via tutte le bancarelle, i frigoriferi (per così dire...non hanno corrente): i mercanti si sono ritrovati bloccati dall’acqua che passava ai lati del letto del fiume e non hanno potuto attraversarlo con i loro attrezzi. Fa impressione vedere ora la distesa del fiume, la sua fisionomia si è volta in una distesa bianca, lucente nel sole del mezzogiorno, un deserto di pietra, desolato.
Un mercato di fortuna si è creato nelle vie centrali, a pochi metri dal Comune: le donne, i commercianti si arrangiano alla meglio per vendere ciò che possono; gli abitanti si accalcano per trovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Oggi è una giornata di ripresa, di prime osservazioni e stime dei danni, nei prossimi giorni ci saranno delle valutazioni ufficiali, da parte delle istituzioni pubbliche e della protezione civile.
A Fonds-Verrettes la gente è sotto shock ed è preoccupata di riparare i danni. Probabilmente dovremo riprogrammare certe attività: la cerimonia prevista per il 18 novembre in occasione della battaglia di Vertieres del 1803 (che determinò la fine de lla schiavitù e l’indipendenza di Haiti) e per la consegna ufficiale dei certificati ai beneficiari, dovrà probabilmente essere rinviata: non è il momento di festeggiamenti, e molti non saranno in condizione di partecipare.

Petra Bonometti
responsabile "Viva Haiti" ProgettoMondo Mlal

sabato 27 ottobre 2012

Il lungo strascico di Sandy

 Fonds-Verrettes, 26 ottobre 2012 - Dopo 5 giorni di pioggia ininterrotta, il fiume venerdì era in piena e la popolazione ricordava l’inondazione del maggio 2004. La strada, che corrisponde al letto del fiume, è completamente sommersa. Pur senza allarmismo, tutti sono preparati al peggio. 
Non c’è modo di arrestare la salita del livello dell’acqua che sta invadendo la strada principale, quella che connette la regione con Port-au-Prince (e che coincide con il letto del fiume normalmente in secca) con le vie interne dei quartieri più bassi dove, tra l’altro, si trovano l’edificio del Comune e la Scuola Elementare Nazionale. Quest'ultima aloggiata in un edificio di fortuna, in via provvisoria dal 2004.
La popolazione locale dice che non si era mai visto prima un perdurare tanto lungo e intenso delle piogge nella zona, e che, sebbene per ora non si contino morti tra la popolazione, non si ha idea dei danni che ciò possa provocare. Non preparati al fenomeno, fatalisti, ma soprattutto molto dediti alla lettura della Bibbia, e con il sorriso sempre sulle labbra, gli haitiani pensano al diluvio universale. D’altra parte, è sorprendente constatare che 5 giorni di pioggia, in un contesto vulnerabile e non preparato come questo, possono rappresentare una catastrofe.
Finalmente, durante la notte le piogge si sono arrestate e sabato mattina il sole è tornato a splendere. La strada è ancora impraticabile, ma un po' alla volta il livello dell’acqua scende.

Petra Bonometti, 
cooperante ProgettoMondo Mlal Viva Haiti

giovedì 25 ottobre 2012

Haiti: Con Sandy alle porte

Fonds-Verrettes, 25 ottobre 2012. L’uragano Sandy doveva passare al largo della costa occidentale, e dirigersi direttamente verso Cuba e le Bahamas, dove si prevede l’impatto maggiore.
Haiti doveva essere toccata solo di striscio, trovandosi nel cono periferico di Sandy. Qualche danno maggiore era previsto per l’estremità a Sud-Ovest dell’isola, nella zona di Jeremy e Cayes. Ma Sandy si è dimostrata ben all’altezza di suo cugino Isaac e sta picchiando più duro del previsto su tutta l’isola, dove la maggior parte dei dipartimenti sono in Allerta Rossa.
Le piogge e il vento sono aumentati progressivamente nel corso di mercoledì 24 ottobre e dalle 15 in poi la capitale era paralizzata per il fuggi fuggi simultaneo della gente che correva a rifugiarsi a casa. Oggi tutto fermo nella capitale e nel Sud del paese.
L’equipe del progetto Viva Haiti si trova a Fonds-Verrettes, ben al sicuro nella nostra casa-ufficio. Il vento picchia forte con raffiche miste a pioggia che arrivano a 120 km/h. Nessun pericolo qui, ma l’importante è restare al sicuro lontano dal fiume gonfio, che costituisce da sempre la maggiore minaccia. Sembra che una propagine di Sandy stia investendo la costa meridionale e orientale: è da lì infatti che stanno arrivando i venti più forti.
Il rientro in capitale è in stand-by sino al ritorno in secca e a condizioni di sicurezza del rio, sul cui giaciglio passa l’unica strada.

Petra Bonometti
cooperante ProgettoMondo Mlal "Viva Haiti"

lunedì 10 settembre 2012

Isaac e la vulnerabilità endemica di Fond-Verrettes

Sebbene l’uragano non sia stato veramente dei peggiori, i danni lasciati al suo passaggio sono stati enormi nel territorio di Fonds Verrettes, forse l’area più colpita dall’Uragano Isaac.
Il territorio di questo comune, che viene periodicamente e severamente colpito dalle catastrofi naturali, si rivela dunque una zona soggetta a Vulnerabilità Cronica ed Endemica.
Secondo i dati della protezione civile, sono stati 6 i morti: una donna morta sotto il crollo della sua abitazione distrutta dall’uragano, 4 donne colte dall’uragano mentre rientravano a casa e 1 bambino.
Nelle cifre, 194 le case distrutte, e più di 800 quelle danneggiate. Ma i danni più gravi, e soprattutto a lungo termine, sono stati riportati nel settore agricolo: 66% dei raccolti distrutti e 43% di capi di bestiame morti. Le zone più colpite sono quelle a Sud e Gros Cheval in particolare.
Al di là della difficoltà ad avere una stima certa, i danni sono davvero enormi e a lungo termine.
Parte dei raccolti quasi completamente distrutti: banani, avocado, mais, le patate in crescita; altri parzialmente (cavolo, patate a uno stadio di crescita più avanzato), ma in generale, bisogna considerare che i raccolti distrutti implicano non solo la perdita dei frutti di questa stagione ma anche la perdita dei semi per i raccolti seguenti e dunque l’impossibilità di recuperare nel breve termine la produzione agricola. Inoltre, molti magazzini agricoli familiari sono stati danneggiati o scoperchiati, permettendo così l’entrata dell’acqua piovana e il rapido deterioramento delle scorte agricole.
In questo contesto anche la morte degli animali equivale alla perdita delle riserve finanziarie delle famiglie, perché un capretto spesso rappresenta la “cassa” da vendere nei momenti del bisogno. Ciò mette in grave pericolo per la sicurezza alimentare della popolazione per tutto il prossimo anno, periodo minimo prima che i raccolti possano essere rigenerati.
E a questo proposito i fondi messi a disposizione dal governo (2 milioni di Gourdes per dipartimento, che equivalgono a 40 mila euro circa) sono un contributo insignificante se si calcola la somma che spetta a ciascuno delle 20 Municipalità del dipartimento dell’Ovest, di cui Fonds-Verrettes è parte.
Innumerevoli sono poi i danni indiretti: considerando che le scuole sono all’avvio, i bambini non avranno con che pagare le rette scolastiche; sono già 5 i nuovi casi di colera registrati nella Municipalità, a causa delle condizioni ambientali propizie alla diffusione del virus.
Il nostro Progetto “Viva Haiti” non è direttamente “colpito” dai danni dell’uragano in relazione alle attività previste, ma lo sarà in modo indiretto, considerando le difficoltà che i nostri beneficiari avranno nella gestione delle loro economia familiare, e quindi della minore disponibilità di tempo per le attività di formazione secondarie rispetto ad altre di sussistenza immediata.
Per far fronte alla catastrofe le Ong che lavorano a Fonds nel settore agricolo stanno già completamente riprogrammando le attività dei prossimi mesi, così da dirottare maggiori fondi nella offerta di semi per le coltivazioni e di animali.
Le associazioni con cui lavoriamo hanno comunque toccato con mano che, grazie a una maggiore formazione nella gestione del bestiame, è stato possibile contenere l’impatto dell’uragano. Il bestiame perduto, infatti, era stato lasciato all’aperto e sotto le intemperie: il freddo e l’acqua sono bastati per ucciderli.
Ciò significa che una mancanza di conoscenza, e un’informazione non sufficientemente adeguata, aumentano esponenzialmente i danni, e che la vulnerabilità di queste zone è molto legata anche alla carenza di formazione e sensibilizzazione delle popolazioni coinvolte.

Petra Bonometti
Progetto Viva Haiti
ProgettoMondo Mlal

martedì 28 agosto 2012

Haiti, aspettando Isaac


L’apice di Isaac è stato raggiunto tra il pomeriggio di sabato e la domenica mattina: le piogge si sono prolungate fino alla domenica pomeriggio. La gran parte della città è rimasta senza elettricità.
Una prima visita in centro città, la domenica mattina, non ha rivelato danni catastrofici, ma molte sono state le vittime tra la popolazione che vive in condizioni precarie, soprattutto negli accampamenti umani che tuttora sussistono nella capitale.
Tra le zone più violentemente colpite le coste del Sud, in particolare del Sud-Est.
Sebbene la violenza del fenomeno sia stata contenuta rispetto al suo potenziale (la tempesta non si è trasformata come si temeva in uragano), il suo impatto sul Paese nel breve e medio periodo è rilevante.
Lunedì, il bilancio della situazione era di 19 morti e 6 dispersi, 22 feriti, poco meno di 16 mila persone evacuate, e di mille case inondate e 3 mila case distrutte e danneggiate. Il rischio di inondazioni e frane resta elevato: a Petit Goave, località del dipartimento dell’Ovest, tutti i fiumi sono straripati.
Il settore agricolo resta il più colpito in tutto il Paese, con ingenti perdite di bestiame e di piantagioni: danni dunque di medio periodo che aggravano la situazione produttiva del paese già resa difficile dalla siccità, e dunque peggiorano la situazione in termini di sicurezza alimentare.
Per giorni il Paese ha atteso il momento in cui si sarebbe abbattuta la depressione tropicale già ribattezzata “Isaac”. La tempesta proveniente dalla Martinica, si è spostata lentamente da Est a Ovest e, dopo il passaggio sulla Repubblica Dominicana e Haiti, si è diretta sulla Florida dove ha raggiunto il suo apice di intensità.
In questi casi, nell’isola che ospita la martoriata Haiti incombono rischi di differente natura e durata: morti e feriti tra la popolazione più vulnerabile, alloggi distrutti, infrastrutture e vie di comunicazione danneggiate, raccolti rovinati, inondazioni...
Nonostante tutto, la maggior parte della popolazione, soprattutto quella che vive in condizioni di povertà e di povertà estrema, rimane abbastanza estranea all’attività di prevenzione e preparazione. E sebbene l’atteggiamento potrebbe lasciare perplessi, spicca nella popolazione un fatalismo incredibile e giustificabile solo forse alla luce di un’esistenza perennemente vissuta in condizioni di rischio endemico e generalizzato.
Sono dunque i cooperanti e gli espatriati, le persone generalmente più preoccupate. Probabilmente perché meno pronte al rischio, o perché più consapevoli delle possibili conseguenze, e a volte anche per la maggiore inesperienza in fatto di fenomeni atmosferici in zona tropicale (il personale straniero va e viene dall’isola e mediamente non resta più di sei mesi), il che fa avvertire il rischio come più elevato.
E comunque le concause che potrebbero rendere l’impatto ancora più drammatico sono oggettivamente tante: l’elevata quantità di sfollati post-terremoto, l’endemica precarietà degli alloggi, e l’urbanizzazione selvaggia e incontrollata su pendici fragili e franose, il suolo impoverito e la deforestazione massiccia.
A Port-au-Prince alcuni intervistati, dall’apparenza inspiegabilmente tranquilla, affermano che in ogni caso, a essere investite, saranno le coste del Sud, senza calcolare che la distanza dalla capitale è minima. E che gli uragani in genere non seguono una direzione precisa e prestabilita.
Al fondo di tutto c’è anche la forte percezione religiosa che la popolazione locale ha nei confronti degli eventi atmosferici naturali, imprevedibili e non controllabili: una parte cospicua della popolazione è praticante, principalmente sono cristiani. Per loro è dunque considerato importante, a livello psicosociale e culturale, pregare e invocare il soccorso divino, singolarmente e in seno alla comunità, al fine di evitare la catastrofe o limitarne gli effetti.
Perché la popolazione è cosciente della propria impotenza, e l’affidarsi a Dio è dunque l’unica modalità con cui ci si sente di potere fare qualcosa, oltre che essere un modo per condividere il dramma o scongiurarne l’arrivo.
Dunque, nei giorni precedenti il 24 agosto, data annunciata per l’arrivo di Isaac, gli abitanti di Port-au-Prince attendevano senza troppa ansia tanto che, spesso, quando domandavo se non fossero preoccupati, faticavano anche a capire a cosa esattamente mi riferissi. Dopodiché, cominciavano a ironizzare sull’Alea e sul fatto che Isaac potesse colpire un’altra zona rispetto a quella dove vivono loro...
Alla vigilia, però, la gente (o, almeno, quella che ha i mezzi per permetterselo) affollava più del solito i supermercati. Anche tra i miei colleghi haitiani non è mancato chi, un paio di ore prima dell’orario fatidico, ha deciso di lasciare la capitale per raggiungere Petit Goave (in scalcinati bus pubblici). Ma, generalmente, per chi ha un alloggio sicuro la routine è proseguita normale fino a mezzogiorno, con uffici e banche aperte, gente in strada, regolarmente.
D’altra parte nella mattinata del 24 agosto su P-au-P splende un magnifico sole!
Verso le 11 inizia a soffiare il vento, la gente guarda il cielo, comincia a calcolare i tempi.
Gli impiegati lasciano gli uffici perché, spesso ci vogliono 3 ore per rientrare a casa a causa del traffico congestionato della capitale. E, a partire dalle 14, la tempesta potrebbe giungere in qualsiasi momento.
Per la parte di popolazione che vive in condizioni di povertà, questo fatalismo è ancora più palpabile. Sembrano ritenere che la tragedia possa essere affrontata soltanto dopo che si è verificata, e la cultura della prevenzione non sembra troppo radicata.
Inoltre a mancanza di reali possibilità e capacità di prevenire il danno, fanno sì che non si possa fare altro che attendere. E d’altra parte, spesso, viene annunciata una tempesta che poi non si materializza, inutile o impossibile interrompere ogni volta la routine e il ciclo di sopravvivenza quotidiano.
La concentrazione è dunque forte sull’immediato senza considerare che i danni potrebbero ripercuotersi nel medio periodo. Così le istituzioni si preparano per rispondere all’emergenza, ma il problema vero sarà dopo, con la paralisi causata dai danni alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, alle coltivazioni, al commercio.
Il Segretariato di gestione dei rischi e disastri si è assunto un ulteriore sforzo, impegnando 2.000.000 di Gourdes (58 Gd= 1 €) per rispondere al possibile disastro e, in accordo con il Ministero della Salute pubblica, tutti gli ospedali dovranno restare aperti 24 h/24.
Attraverso la voce del Primo Ministro Lamothe, il governo haitiano incoraggia la popolazione a tenersi informata sull’evoluzione del fenomeno e sulle misure d’emergenza prese dal Governo. La stampa annuncia che sono stati allestiti 1.250 alloggi temporanei e attivati 3 mila volontari e 32 battelli di soccorso per soccorrere le vittime della potenziale tragedia.
Nonostante tutte le iniziative da parte di Protezione Civile e Governo, “la maggior parte delle vittime trovano la morte attraversando un fiume che si gonfia improvvisamente”, come denuncia la responsabile della Direzione della Protezione Civile.
Per questo motivo le istituzioni pregano la popolazione di non restare sorda ai consigli della Protezione Civile mettendo a rischio la propria vita.
Da parte nostra non possiamo che chiederci se realmente le campagne di sensibilizzazione arrivino alla gente, se l’informazione sia corretta diffusa con i mezzi appropriati, e se serva davvero  qualcosa.
Non c’è dubbio infatti che, di fatto, sono le stesse condizioni di vita e abitative che rendono massima la precarietà e la vulnerabilità della popolazione. 
Né possiamo nasconderci che l’enfasi sull’emergenza e la catastrofe, diffuse dalle Ong internazionali e dalle istituzioni sono anche un modo per tenere acceso e vivo l’interesse dei finanziatori internazionali sul Paese, visto che, da sempre l’emergenza richiama, e fa concentrare sul Paese, ingenti somme di denaro, più di quelle attirate dagli interventi di sviluppo a lungo termine.
E ora, qui, dai nostri alloggi sicuri, guardando il cielo che ingrigisce e il vento che soffia, ci chiediamo cosa ci riserverà questa giornata e cosa troveremo per le strade quando sarà passata di qui la tempesta. 

Petra Bonometti
ProgettoMondo Mlal Haiti

martedì 11 gennaio 2011

L’iniziativa. PER NON DIMENTICARE HAITI

In occasione dell’anniversario della terribile data che ha segnato per sempre la vita di chi popola la piccola isola caraibica, Aurélie, la giovane sorella del nostro coordinatore ad Haiti, Nicolas Derenne, ha lanciato dal Belgio (Paese di origine di Nicolas) una lotteria internazionale a sostegno della popolazione haitiana e dei progetti di ricostruzione.
L’idea è semplice e non richiede grandi sforzi economici. Iscrivendosi alla lotteria entro il 26 gennaio, con soli 5 euro si parteciperà all’estrazione in programma per il 30 gennaio che vedrà in palio prodotti del variopinto artigianato haitiano!
Per partecipare alla lotteria è sufficiente contattarci telefonicamente allo 045.8102105 – via mail a sostegno@mlal.org o sul nostro sito www.progettomondomlal.org o sulla nostra pagina di Facebook (progettomondo mlal).

Un altro modo per non dimenticare la tragedia di un anno fa, può essere l’acquisto e la lettura del nuovo libro documento, fresco di stampa, “Haiti, l’innocenza violata”, Infinito Edizioni, a firma di Marco Bello ed Alessandro Marchi, giornalista il primo e volontario il secondo, con entrambi una lunga esperienza sul campo ad Haiti
La pubblicazione raccoglie il “punto di vista” degli haitiani, molte testimonianze importanti raccolte nella società civile haitiana, un saggio inedito di Laënnec Hurbon e la prefazione di Maurizio Chierici. Il volume è disponibile presso i nostri uffici (045.8102105 – sostegno@mlal.org) al prezzo di copertina di 13 € più le eventuali spese di spedizione. L’intero ricavato andrà a sostenere i programmi di sviluppo ad Haiti realizzati dalle due Ong ProgettoMondo Mlal e Cisv.

ProgettoMondo Mlal, ininterrottamente ad Haiti da 13 anni, è al momento impegnato nel Paese con 4 programmi di cooperazione allo sviluppo. Tre cofinanziati dall’Unione Europea (Viva Haiti, Piatto di Sicurezza e Nuove Energie) e uno di ricostruzione post terremoto (Scuole per la Rinascita) sostenuto esclusivamente dalla solidarietà italiana:
“Allora, come oggi, è per noi estremamente importante potere lavorare per e con le associazioni haitiane –dice il presidente di ProgettoMondo Mlal, il veronese Mario Lonardi-. Soltanto il coinvolgimento diretto e attivo della società civile può garantire infatti una vera rinascita di Haiti”.
E mai come oggi gli haitiani sono soli. “Il vero dramma, a un anno di distanza dal terremoto – ci conferma il nostro cooperante Nicolas Derenne da Haiti, e quel giorno testimone diretto della tragedia- è che oggi hanno perso la speranza. Gli haitiani non credono più in niente. E d’altra parte nessuno può dire loro che il domani sarà migliore. I traumi, i morti, le perdite, e la paure sono ancora estremamente vivi, in un Paese che non va avanti di un metro. In queste condizioni, è francamente difficile sperare ancora... Lo si è visto durante queste feste: un tempo Natale e Capodanno erano tradizionalmente occasioni di festa, di scambio di calore e di gioia, pure nella poverissima Haiti. Quest'anno è stato difficile persino farsi gli auguri: «Non c'è niente da festeggiare», ti rispondevano sconsolati”.

per donazioni: Banca Popolare Etica
Iban IT 07 J 05018 12101 000000 511320
o con carta di credito
causale “Per non dimenticare Haiti”

HAITI, UN ANNIVERSARIO SENZA FESTA

È un disastro, non sapete quale! È un disastro totale”. Così, all’indomani del terribile terremoto che il 12 gennaio di un anno fa ha sconvolto l’isola, tentava di descriverci al telefono lo spettacolo che aveva davanti agli occhi il nostro cooperante ad Haiti, Nicolas Derenne, e che non aveva ancora fatto il giro del mondo.
In quelle ore ad Haiti non c’erano molte organizzazioni umanitarie e i Caschi Blu, universalmente delegati a risollevare l’insollevabile, con il terremoto avevano perso tutto, a cominciare dai propri vertici sepolti sotto le macerie.
Quel giorno ProgettoMondo Mlal era tra le poche Organizzazioni italiane sul posto. Al tempo stava portando a conclusione un primo Progetto di sicurezza alimentare nell’epicentro del terremoto, a Lèogane, 40 chilometri a ovest della capitale. Proprio dove oggi sta ricostruendo 4 scuole e accompagnando nel ritorno alla normalità un migliaio di bambini con i loro insegnanti e i famigliari.
Grazie a quelle basi solide, a quelle relazioni, conoscenze e partner, oggi gli interventi di ProgettoMondo Mlal sono diventati 4. Tre cofinanziati dall’Unione Europea, uno sostenuto esclusivamente dalla solidarietà italiana:
“Allora, come oggi, è per noi estremamente importante potere lavorare per e con le associazioni haitiane –dice il presidente di ProgettoMondo Mlal, il veronese Mario Lonardi-. Soltanto il coinvolgimento diretto e attivo della società civile può garantire infatti una vera rinascita di Haiti”.
E mai come oggi gli haitiani sono soli. “Il vero dramma, a un anno di distanza dal terremoto – ci conferma il nostro cooperante Nicolas Derenne da Haiti, e quel giorno testimone diretto della tragedia- è che oggi hanno perso la speranza. Gli haitiani non credono più in niente. E d’altra parte nessuno può dire loro che il domani sarà migliore. I traumi, i morti, le perdite, e la paure sono ancora estremamente vivi, in un Paese che non va avanti di un metro. In queste condizioni, è francamente difficile sperare ancora... Lo si è visto durante queste feste: un tempo Natale e Capodanno erano tradizionalmente occasioni di festa, di scambio di calore e di gioia, pure nella poverissima Haiti. Quest'anno è stato difficile persino farsi gli auguri: «Non c'è niente da festeggiare», ti rispondevano sconsolati”.

Eppure le grandi Organizzazioni internazionali stanziate sull’isola sono oggi migliaia. Manca però una regia, un coordinamento da parte del governo, una visione chiara di sviluppo, insomma una qualunque strategia locale. Per mesi e mesi i piccoli Comuni distrutti dal sisma hanno invocato un Piano di ricostruzione, un progetto urbanistico che difendesse le loro comunità, già stremate, da un ulteriore caos. La risposta è stata peggio del terremoto. Il silenzio, fatto di poco coraggio, paura e fragilità umana, ha visto crescere l’idea che Haiti non possa farcela. Non possa, come in passato, voltare pagina.
A 12 mesi di distanza ad Haiti mancano infatti i minimi segnali di normalità, là dove nulla è rimasto in piedi. E dove, mese dopo mese, si sono aggiunti drammi su drammi: a cominciare dalla fame, per continuare con gli uragani, la paralisi politica con gli ultimi brogli elettorali, e per finire con l’epidemia di colera che avanza inesorabile senza sconti.
Montagne di macerie sono ancora ovunque. E a queste si sommano pozzanghere stagnanti e cumuli di rifiuti ai bordi delle vie, specie vicino ai mercati di frutta e verdura, fonte di sopravvivenza per migliaia di famiglie. La capitale, Port au Prince, è come se fosse una città bombardata, e subito dopo invasa da una popolazione, comunque obbligata a sopravvivere in quella distruzione.
ProgettoMondo Mlal è ad Haiti da oltre 13 anni. Ininterrottamente ha lavorato nell’isola caraibica per portare la sicurezza alimentare nelle comunità rurali (Progetto Piatto di Sicurezza), per formare la popolazione nella prevenzione dei disastri naturali, per offrire occasioni di sviluppo ai comuni più poveri, occasioni professionali ai giovani della frontiera con la Dominicana (Progetto Viva Haiti), per impiantare nuove fonti di energia sostenibile in un territorio massacrato da disboscamento ed erosione del suoli (Progetto Nuove energie), per restituire i bambini alla scuola, al gioco alla vita (Progetto Scuole per la Rinascita).

Ricorda ancora Nicolas Derenne: “Proprio perché tra le poche presenti sull’isola già il 12 gennaio del 2010, la nostra Organizzazione ha subito potuto mettere a disposizione della popolazione le poche strutture sopravvissute al sisma nella zona di Léogane, la più colpita”.
E ancora: “Siamo stati vicini agli haitiani nel periodo delle piogge che ha aggravato la situazione nelle settimane successive al terremoto. C’eravamo durante la violenza nelle strade, la caccia internazionale agli orfani. Con questa gente abbiamo condiviso la disperazione, la speranza, l’epidemia del colera e le elezioni su cui ancora non si è fatta chiarezza”.
Siamo soprattutto con i più piccoli, con gli scolari, le loro famiglie, gli insegnanti e l’intera collettività del dipartimento di Grande Riviere, la Terza Sezione del Comune di Léogane a cui vengono oggi prioritariamente indirizzati i nostri aiuti.
In Italia la solidarietà si è subito messa in moto, associazioni già nostre partner o alla ricerca di nuovi amici attraverso i quali potere dare una mano all’isola, amministrazioni pubbliche, sindacati, scuole, gente comune… tutti pronti a dare il loro contributo.
In pochi mesi sono stati messi sulla carta contributi per oltre 800 mila euro. Fondi non ancora interamente stanziati ma destinati dai nostri partner italiani, Ccs e Albero della Vita, dalle Regioni Piemonte e Valle d’Aosta, le Province come il Trentino, Comuni come quello di Genova, ed enti quali la Caritas, o da aziende come la Fix Design, al nostro Progetto di ricostruzione. Perché da soli i soldi non bastano. Ad Haiti è soprattutto difficile impiegarli bene.
Sapere aspettare a volte è difficile. Avremmo tutti voglia di potere dire che molto è stato fatto in questo anno e che tutto è tornato come un tempo. A volte le lungaggini burocratiche, comuni alle nostre latitudini, diventano insopportabili fuori di casa nostra. Eppure ad Haiti c’era –e c’è ancora- da ricostruire un’intera vita democratica!
Nonostante ciò, nonostante la lentezza del processo di ricostruzione, la solitudine, la tensione, la fatica e talvolta la sensazione di non muoversi di un passo, sappiamo che non dobbiamo permettere che questa gente rimanga schiacciata da tanta catastrofe.
Dobbiamo rimanere qui forti e fermi per aiutarli a rialzarsi, per restituire un futuro ai loro figli, per liberarli dalle paure e dalle nevrosi che ancora li paralizzano, sapendo che dobbiamo, e possiamo, farlo solo a partire dalle risorse locali, al fianco degli haitiani e attraverso le loro braccia e le loro teste. Persone indispensabili e uniche, come le associazioni nostre partner nell’isola, gli insegnanti e gli agricoltori con cui condividiamo ancora, giorno dopo giorno, il misero quotidiano qui ad Haiti.