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mercoledì 28 settembre 2016

Un poncho ancestrale

“Nel Sud-Est, insieme al lago di Coipasa c’è la regione dei grandi deserti, dello sterile Salar incommensurabile. Qui visse tempo addietro fra la decadenza di Tiwanaco e la nascita dell’Impero Inca una razza misteriosa, diversa dalla quechua e dall’aymarà e della quale tutt’oggi si sa poco”.

Così comincia Vuelve Sebastiana (1953) di Jorge Ruiz, uno dei maggiori documentaristi della cinematografia boliviana, che con questo mediometraggio ottenne il primo premio nel festival internazionale del cinema documentale e sperimentale del SODRE a Montevideo. Questo film, girato in seno al popolo Chipaya, in pieno altipiano, in seguito a mesi di stretta convivenza fra il direttore e la gente chipaya, si caricherà di un carattere simbolico in quanto opera anticipatrice del Nuevo Cine Latinoamericano, corrente ispirata per altro al nostrano Neorealismo.
L’origine dei Chipaya si attestano approssimativamente intorno all’anno 2500 a.C., essendo questi discendenti dei primi coloni dell’altipiano e parte della nazione originaria Uru.
Nel centro d’interpretazione dell’arte tessile andina allestito con ProgettoMondo Mlal nel negozio dell’associazione Comart Tukuypaj, nella cornice del progetto HilandoCulturas, è stato esposto un poncho che si crede appartenga a questa comunità ancestrale e che fu tessuto come decorazione per la statua di un santo, a dimostrazione del sincretismo religioso fra Cattolicesimo e credenze preispaniche. Il colore predominante di questo poncho è il bianco, lo stesso delle distese di salnitro del Salar di Coipasa, mentre le linee azzurre rappresentano il fiume Lauca che sfocia nella laguna di Coipasa all’interno del Salar.

Ecco il documentario:

mercoledì 22 giugno 2016

Una storia d’Innovazione e d’Identità

Possono identità culturale e innovazione essere due facce della stessa medaglia?
Trovare il trait d’union fra questi due concetti apparentemente inconciliabili è stato forse uno degli obiettivi più ambiziosi del progetto “Hilando Culturas che ProgettoMondo Mlal dal 2013 sta realizzando al fianco della Ong britannica Soluciones Prácticas e della locale Red Oepaic, rete delle organizzazioni economiche di artigiani con identità culturale.
Il progetto ha lo scopo di appoggiare le produzioni artigianali tessili tradizionali col fine di creare un reddito stabile per i produttori e in questi ultimi anni ha realizzato, tra le altre cose, vari microprogetti e laboratori per incentivare gli artigiani e le artigiane delle nostre associazioni a rimettersi in gioco e a ideare prodotti capaci di mantenere i tratti più identitari della cultura andina e allo stesso tempo essere interessanti sul mercato internazionale.
Detta così può sembrare un gioco da ragazzi, ma non è così facile riuscire ad abilitare tanti artigiani, spesso anziani, senza connessione internet o che non sono mai usciti dal loro paese, a un gusto estetico tanto lontano dal loro come il nostro occidentale.
Purtroppo o per fortuna, l’artigianato tessile boliviano è di altissimo livello e utilizza principalmente pura fibra di alpaca. Nonostante si cerchi sempre di trovare un prezzo equo per il produttore come per il consumatore, il mercato interno non riesce ad assorbire tutta la produzione perché solo in pochi in Bolivia possono permettersi di indossare capi artigianali. La maggior parte della produzione resta destinata così al mercato straniero, per lo più nord americano ed europeo, che come sappiamo sono mercati molto dinamici e competitivi. Non bisogna però credere che il mercato interno sia da meno; la Bolivia negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale che ha profondamente cambiato la società e aumentato i consumi. I giovani boliviani della città oggigiorno guardano allo stile dei loro coetanei dell’emisfero nord.
Adattare la produzione ai nuovi consumatori con un disegno più accattivante non poteva evidentemente significare sacrificare secoli di cultura e saperi sull’altare del profitto. Significava rendere la loro economia sostenibile. La sfida per questi piccoli artisti è stata trovare nuove forme di tramandare disegni e saperi carichi di identità, attualizzarli, renderli fruibili e soprattutto vitali affinché la cultura andina non muoia sotto l’incalzare del tempo.
Sembra forse esagerato parlare in questi termini visto che stiamo considerando capi d’abbigliamento?
Nella cultura andina i tessuti sono da sempre mezzi per identificare e narrare la storia di chi li indossa: raccontano miti, leggende e storie del territorio dove sono stati prodotti e il ruolo sociale del proprietario all’interno della comunità. Qui i bambini fin dalla nascita seguono le loro madri avvolti negli aguayos, larghi teli tessuti al telaio con l’iconografia tradizionale che a loro volta riceveranno dalle loro genitrici da adulti e che porteranno sulle spalle per tutta la vita. Basta questo per capire che valore simbolico assuma l’arte tessile da queste parti nella vita della gente.
Per celebrare la fine di tutto questo lavoro il 2 giugno scorso abbiamo organizzato il primo concorso d’innovazione di prodotto per premiare quegli artigiani che si sono impegnati maggiormente in questo senso. L’evento si è svolto nel Patio Cultural del Ministero di cultura e turismo boliviano. I gruppi che hanno partecipato sono stati complessivamente dodici, e ciascuno di loro ha presentato in media tre prodotti.
L’evento ha voluto rappresentare anche una vetrina per l’arte boliviana contemporanea, ed hanno voluto accompagnarci il giovane maestro Rodrigo Llanos con la sua chitarra classica e il famoso street artist boliviano El Marsh che ha realizzato, durante tutto l’evento, una performance artistica disegnando su una tela 1mx80cm la sua rappresentazione dell’identità dell’arte tessile boliviana. La tela sarà in seguito esposta nel Centro di Interpretazione Culturale di Comart Tukuypaj per dare mostra al visitatore di un esempio di arte contemporanea in Bolivia.
Dopo la sfilata di tutti i prodotti selezionati ci sono stati tre vincitori: il primo premio di 26.000 Bs-. è stato aggiudicato al gruppo Yanapasixpañani che si è presentato con la giacca di alpaca da uomo realizzata con tre tecniche, a macchina, telaio a pedali e telaio tradizionale Pampa Away, tutto filato manualmente con il fuso; il secondo premio di 16.00Bs-. è andato al gruppo COMCA per il vestito per bebè in fibra di alpaca tinta con tinte naturali e che pórta il nome della sua realizzatrice, Hilranda; infine il terzo premio di 11.000Bs-. è stato vinto dal Centro Artigianale Gregorias con il maglione da uomo in alpaca con figure geometriche astratte ispirato ai lavori dell’artista contemporanea boliviana Martha Cajías, con la quale le artigiane avevano realizzato anni addietro, grazie all’appoggio del progetto, laboratori di innovazione di disegno.
I premi saranno destinati all’acquisto di materiali utili a migliorare gli atelier dei nostri artigiani.
Altri sei prodotti infine sono stati premiati con una menzione speciale equivalente a due coni di filo per incoraggiare le future produzioni in questo senso e che le associazioni vincitrici potranno riscattare presso una cooperativa tessile locale con un voucher.
Il nostro augurio e ovviamente che i nostri artigiani possano continuare a produrre lanciando uno sguardo al passato ed uno sguardo al futuro, e che a questo primo concorso seguano molti altri e molti altri vincitori possano raggiungere l’obbiettivo di rinnovarsi e rinnovare le proprie piccole opere d’arte.

Stefano Russo, 
Casco Bianco a La Paz

martedì 19 aprile 2016

A Bobo Dioulasso a fare il pieno di cultura

Sono andata a Bobo Dioulasso a passare il mio weekend di Pasqua, soprattutto perché avevo bisogno di fare il pieno di cultura, musica, arte.
La settimana della cultura di Bobo è un evento biennale, ormai giunto alla sua diciottesima edizione, che si svolge nei punti focali della cittadina e alla Maison de la Culture, un amplissimo e sfarzoso politeama in cui per un attimo dimentichi di trovarti nel quinto paese più povero al mondo.
La SNC è per la precisione un concorso, in cui danza, artigianato e gastronomia si sfidano in pool di artisti che si impegnano per guadagnarsi il podio, e un riscatto sociale.
Ho trascorso tre giorni in giro per la città, alla ricerca di concerti reggae e djembettisti di tutto rispetto. Non avevo una meta, e io e gli altri ragazzi in servizio civile, con gli amici locali, abbiamo deciso di farci trasportare dall'istinto, più che dal programma della manifestazione.
La cerimonia di apertura è stata lunghissima, in linea con gli eventi burkinabé, e la disillusione l'ha fatta da padrone. Tre ore sotto il sole allo stadio di Bobo, aspettando di vedere corpi neri in movimento e sudore alle stelle. Invece, una piccola sfilata equestre, un defilé di maschere tipiche, e un saluto veloce delle autorità e del ministro dello sport, e alle 18 già il pubblico liberava lo spazio degli spalti.
La maggior parte degli eventi degni di nota si sono svolti alla Maison de la culture: nel pomeriggio si sfidavano troupe artistiche di giovani e bambini, che già in tenera età suonano con maestria il balafond (lo strumento tipico burkinabé, simile a uno xilofono) e lo djembé. Mi ha colpito il modo di suonare di questi ragazzi, sempre con il sorriso, sempre guardandosi gli uni con gli altri, come per condividere fino all'ultima goccia di gioia che quel momento regala. Ancora una volta, artisti che suonano non per il pubblico, ma per la comunità di cui fanno parte, per loro stessi.
E poi, corpi muscolosi che saltano come delle cavallette, che sembrano non sentire lo sforzo del battito continuo dei piedi sul palco. Ritmi tribali che non puoi non sentire fino allo stomaco, che non puoi non seguire, complice anche l'eleganza dei costumi tradizionali.
Ogni esibizione contrappone i vari gruppi etnici, ed è curioso osservare come ciò che accomuna lo spirito artistico africano, al di la delle peculiarità locali, è il medesimo senso di concezione dell'ensemble musicale, dove non ci sono assoli, e dove l'incitazione dell'altro è elemento fondamentale.
Altro aspetto caratteristico, la fiera: all'interno della sede della SNC, a pochi metri dallo stadio di Bobo, ho trascorso due piacevoli orette tra guaritori tradizionali che proponevano rimedi contro qualsiasi male fisico, creme miracolose, e oggettistica di vario tipo. Non ho acquistato nulla, data la scarsa qualità, ma è stato comunque interessante visitarla. Più avanti, all'Ecole Tougouait, numerosi stand proponevano oggettistica e piatti tipici delle varie etnie del Burkina, nonché di alcuni paesi dell'ECOWAS. Ho comprato una tisana contro la malaria e il mal di pancia, e ho gustato deliziose brochette di carne intinte nella salsa maionese; come dolce, una bouillie di miglio e cereali.

Elisa Chiara
Casco Bianco ProgettoMondo Mlal
Burkina Faso

venerdì 1 aprile 2016

Haiti: La Pasqua festeggiata a Papaye

Anche quest’anno siamo riusciti a festeggiare la Pasqua a Papaye. Ci siamo vestiti bene (mai quanto gli amici del quartiere!). Nonostante l’aver portato Marta a messa tutte le domeniche per quasi un anno e Mario per poco più di due mesi, ancora ci guardano strano e si chiedono quale diavoleria sia la fascia porta bimbi.
La chiesa è piena, fa un caldo al limite del sopportabile, ci sistemiamo nel porticato esterno da cui possiamo seguire la celebrazione e goderci un leggero venticello.
La corale di Saint Paul, santo patrono della parrocchia, è incaricata dell’animazione insieme ai musicisti. È festa e c’è la corrente gentilmente offerta dai PFST (piccoli fratelli di santa Teresa): e così chitarra elettrica, basso e tastiera si uniscono a tamburi, maracas e bambù. La “pak” è la festa più importante della liturgia cristiana, e così anche dalla vicina chiesa battista arrivano i canti di lode.
Arriviamo a casa sotto un sole cocente, poco prima di mezzogiorno. Il pomeriggio passa veloce, prendo la macchina e scendo a Hinche a comprare l’acqua potabile mentre la famiglia dorme. Torno dopo poco, facciamo merenda con della iucca lessa e poi via verso la cascata. A Bassin Zim festeggiamo la Pasqua con una giornata di giochi, cinema e musica. Arriviamo che è quasi buio, intravediamo la cascata, visitiamo il nuovo centro turistico, assaporiamo del pollo fritto finché gli amici di Zanmi Sinema proiettano un cortometraggio con il sottofondo di un rumoroso e puzzolente generatore.
Nella strada del ritorno lascio la famiglia di Monerot e di Alson (il nostro guardiano) alla fontana in modo che inizino a riempire i loro contenitori. Arrivati a casa carico in macchina i miei contenitori e ritorno alla fontana, sono le 20. Rientro alle 21.45 con una discreta scorta d’acqua, circa 180 litri, che dovrebbe essere sufficiente per 3 giorni.
In questo scenario di vita quotidiana, gli eventi nazionali mi scivolano addosso: poco mi interessa del nuovo primo ministro haitiano, Enex Jean-Charles, la cui nomina è stata approvata da entrambe le camere 40 giorni dopo la nomina del presidente provvisorio Jocelerme Privert. Ora questi due personaggi dovrebbero gestire il Paese e condurlo alle elezioni previste per il 24 aprile. Mi viene da sorridere, si vorrebbe fare in 4 settimane quello che non si è riuscito a fare in 3 anni…ma si sa in Haiti tutto è possibile, gli amici e colleghi di MPP sono totalmente disillusi e non si aspettano nulla di buono da questa legislatura. La pioggia che non vuole proprio cadere, dicono anche a causa del fenomeno de El Niño, aggrava la situazione di insicurezza alimentare (ne soffre circa il 20% del Paese); la stazione di servizio di Hinche esplode a causa di una fuga di combustibile dal camion del rifornimento. Forse sono diventato troppo haitiano: “ci penserà il Buon Dio a sistemare tutte le cose”.
Gli sforzi e gli impegni però non mancano, ProgettoMondo Mlal presenta una proposta progettuale proprio sul tema della sicurezza con un ambizioso partenariato italo-franco-haitiano ed MPP diploma 25 agroecologi.

Buona Pasqua di Resurrezione!

Michele Magon, cooperante ProgettoMondo Mlal ad Haiti
con Luisa, Marta e Mario

venerdì 4 marzo 2016

Al Festival delle maschere

Il Festival internazionale di maschere del Burkina Faso (FESTIMA), che ogni due anni si tiene nella cittadina di Dedougou, quest'anno festeggiava la sua ventesima edizione e anche per me rappresentava senz’altro un’occasione da non perdere! Anche se è stata una grande sfacchinata, culminata in 1.200 kilometri di viaggio in pullman. Sì, perché pur trovandosi a soli 300 chilometri da Dano, in Burkina non sono molti gli itinerari coperti dal pullman. Così devi  arrivare fino in capitale, a Ouaga, e poi da lì farti altri 300 km fino a Dedougou. Risultato: 48 ore di viaggio di cui solo una dozzina utilizzate per godermi il festival. Ma ne è valsa la pena!
Festima è una biennale nata da un'idea dell'Associazione per la Salvaguardia della tradizione delle Maschere Africane (ASAMA) e in poco meno di una settimana attira migliaia di spettatori e figuranti provenienti da Senegal, Togo, Benin, Mali e Burkina Faso.
Ho avuto occasione di partecipare alla cerimonia di apertura, con tanto di parata degli ensemble, e mi sono ritrovata letteralmente immersa in un ambiente molto pittoresco in cui l'idea stessa che avevo di maschera (influenzata in particolare dalla tradizione veneziana) è stata smentita.
Qui le maschere sono completamente diverse rispetto a quelle a cui ero abituata. Niente porcellana, cere o merletti, ma personaggi in carne e ossa che, aiutandosi con due bastoni, ruotano su sè stessi o volteggiano come dervisci, mettendo in moto tutta la massa di frange di paglia di cui sono ricoperti.
Uno degli aspetti più curiosi delle sfilate nelle strade è la continua sfida tra una sorta di servizio d’ordine, costituito da ragazzi con la maglietta dello sponsor Airtel (la compagnia telefonica numero uno in Burkina) che agitavano bastoni di legno contro il pubblico che tentava di avvicinarsi alle maschere. Io stessa ho rischiato di prenderle seriamente almeno un paio di volte!
La kermesse si è poi spostata nello stadio comunale per una parte più istituzionale in cui intervengono le autorità locali e i giornalisti. Quindi, nel tardo pomeriggio, hanno fatto capolino le maschere in tessuto, dei curiosi ominidi di bianco vestiti che, secondo la tradizione africana, escono solo di notte. Le maschere hanno poi continuato a vagare per la cittadina fino a tarda ora, guidate soltanto dalla luce dei falò accessi dai cabaret.
L’idea di spettacolo che sottende l’intero Festival è molto diversa da ciò che ci aspetteremmo in Europa, dove le diverse compagnie di artisti si sarebbero alternate su un palco proponendo le proprie coreografie, cantate e ballate. In Africa lo show è invece considerato un momento di convivivialità in seno allo stesso gruppo di artisti. L'esibizione è cioè fine a se stessa e djembé, tamburi e balafon si fondono in una danza piuttosto improvvisata.
Le coreografie sembrano quasi prive di un filo logico–temporale, eppure non si può che rimanere incantati dalla sinuosità con cui i fisici inconfondibili africani si muovono a ritmo tribale. Tutto sembra essere regolato da entità intangibili.
È stata un'esperienza affascinante e mistica allo stesso tempo, un momento in cui mi sono sentita ancora una volta preda della calamita africana, fatta di tanta e autentica semplicità.
Certe sensazioni che puoi provare solo qui in Burkina ti coinvolgono al punto da privarti di qualsiasi sistema di difesa.

Elisa Chiara
Casco bianco ProgettoMondo Mlal

martedì 12 gennaio 2016

Con Inez alla Fiera contadina

Inez è una giovane ragazza originaria della comunità di Agua Blanca, località a circa 250 km a nord di La Paz, sull’altipiano dell’Área Natural de Manejo Integral de Apolobamba e dove, insieme alla Organizzazione economica contadina AIQ, l’appoggio della nostra Ong ProgettoMondo Mlal e della Ong inglese Soluciones Practicas, si sta realizzando il progetto Qutapiquiña.
In occasione della Fiera Nazionale delle Organizzazioni economiche contadine, svoltasi a La Paz dal 19 al 22 novembre scorso, mi ritrovo appunto con Inez ad allestire lo stand del progetto Qutapiquiña per sponsorizzare, e far così conoscere al pubblico boliviano, quello che da ormai oltre 3 anni ProgettoMondo Mlal sta realizzando ad Apolobamba.
Con cura montiamo i banner del progetto e poi disponiamo i nostri prodotti: scialli e sciarpe finissime, maglioni da uomo e copri spalle per signore, tantissimi gomitoli di lana filati al fuso, tutto ovviamente in alpaca.  Ma il pezzo forte dello stand, la guest star mi verrebbe da dire, è sicuramente lo scialle di lana di vigogna, gelosamente custodito in una teca di vetro da esposizione per il suo valore inestimabile, l’oro del progetto. Insomma signori miei si guarda… ma non si compra!
Anch'io ho scoperto le vigogne, piccoli camelidi selvatici che sull’altipiano di Apolobamba si possono osservare dispersi per lo più in piccoli gruppi familiari o di giovani maschi e dalla cui addomesticazione sono derivati gli alpaca, con il progetto Qutapiquiña. Fa sorridere vederli correre con quell’incedere a scatti, quasi come al ritmo di “walking like an egyptian”.
Annualmente le vigogne vengono radunate in recinzioni caratteristiche a forma di manica, chiamate appunto “mangas”, e poi una volta radunate vengono tosate una ad una. La loro lana è per le sue caratteristiche la più costosa e pregiata del mondo e rappresenta un introito assolutamente non trascurabile per gli abitanti della riserva dell’ANMI-Apolobamba.
Negli anni precedenti purtroppo il valore di questa lana ha rappresentato una minaccia per questi buffi camelidi che hanno quasi rischiato di estinguersi poiché vittime di bracconaggio indiscriminato.
Per questa ragione, il governo boliviano è stato il primo, insieme a quello peruviano, a siglare con il “Tratado de La Paz” del 1969 le basi per un piano di conservazione di questo animale.
Le vigogne erano nell’appendice 1 del CITES (Convention on International Trade of Endangered Species) che ne interdice qualsiasi utilizzo finché, nel 1997, sono state spostate nell’appendice 2 che ne permette invece un utilizzo, purché sostenibile.
Il progetto Qutapiquiña intende favorire uno sfruttamento sostenibile della fibra di vigogna, nel rispetto del benessere di questi animali e dell’ambiente in cui vivono, sostenere le associazioni locali con supporto economico, logistico e nella formazione di operatori specializzati nella cattura, tosatura e commercializzazione della fibra, al fine di offrire un’alternativa economica all’attività mineraria, altamente inquinante, legata soprattutto all’estrazione dell’oro, che in questa regione, così povera a ridosso della frontiera col Perù, ha rappresentato per decenni la prima fonte di guadagno per molte famiglie.
Se c’è una cosa che apprezzo del mio ruolo di volontario Casco Bianco è sicuramente l’opportunità di poter esplorare e toccare con mano argomenti tanto lontani dalla nostra quotidianità, come ad esempio proprio questo, che altrimenti, suppongo, non avrei mai avuto il piacere di conoscere. E visto che parliamo di Bolivia il verbo esplorare è più che azzeccato a mio parere!
È una giornata soleggiata e tutta la piazza del Parque Urbano è costellata di tendoni verdi sotto i quali, come formichine operose, contadini e contadine allestiscono i loro stand di prodotti locali.
Non riesco a trattenermi dalla curiosità e così, mentre Inez sistema gli ultimi dettagli, posso dare una sbirciata “alla concorrenza”. Sembra davvero la fiera dell’Est, c’è di tutto: frutta e verdura di ogni varietà, carni e formaggi, il charqui, ossia carne disidratata di lama, alimento in passato distintivo delle tavole dei poveri ma che adesso sta tornando ad essere rivalutato; poi ancora prodotti dell’artigianato, dal tessile al legno intagliato e, infine, quinoa, miele, marmellate, frutta secca, vino e l’immancabile Singani, un’acquavite molto apprezzata nel Paese e che ricorda vagamente la nostra grappa.
Ci sono anche alcuni produttori che hanno già beneficiato in passato di progetti di ProgettoMondo Mlal come quelli dell’Oeca Cotagaita, e ne approfitto per conoscerli.
Resto sorpreso alla vista di alcuni frutti e verdure che da noi troveremmo solo in estate; sebbene ormai sia qui da due mesi, mi viene ancora da sorridere al pensiero come quaggiù tutto sia invertito. Finalmente lo stand è pronto, e io e Inez, possiamo rilassarci un momento. Anzi no. Proprio in quel momento sfila davanti al nostro stand quello che poi avremmo scoperto essere il rappresentante della Comunità Europea in Bolivia, Emmanuel Hondrat. Si ferma proprio da noi, scambia alcune parole di cortesia con i coordinatori del Progetto, e poi, incuriosito dal liquore di Muña (liquore di erbe andine tipo Genepy con il quale prepariamo assaggini per adescare i potenziali acquirenti) ne compra una bottiglia contribuendo gentilmente alla causa.
Hondrat è ovviamente ospite della cerimonia d’inaugurazione della Fiera. Il palco è già pronto in testa allo spazio espositivo e grossi altoparlanti diffondono musica popolare latinoamericana, da queste parti apprezzata almeno quanto il Singani.
Oltre ad Emmanuel Hondrat salgono sul palco le varie rappresentanze delle OECAs, del CIOEC (Coordinadora de Integración de Organizaciones Económicas Campesinas Indígenas Originarias), del CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia) e della camera del Senato boliviano. Ma, in virtù dell’appoggio economico offerto alla realizzazione di questa Fiera, anche ProgettoMondo Mlal è presente sul palco con il suo rappresentante Paese Aurelio Danna.
Fra tutti gli interventi, forse, il più interessante per un pubblico occidentale, è il discorso del rappresentante europeo che fornisce i dati sull’agricoltura familiare: in America Latina nel 2013 circa 60 milioni di individui sono impiegati nel settore agricolo e tra questi il 94% è costituito da piccoli agricoltori che da soli assicurano la maggior parte dei prodotti destinati al consumo alimentare umano nel continente.
Esalta quindi l’importanza dell’agricoltura familiare nella lotta alla fame e alla povertà e afferma che l’Unione Europea in Bolivia sostiene da vari anni i piccoli imprenditori agricoli, artigiani e del settore del turismo sostenibile, specialmente nelle aree a nord di Potosì e di La Paz.
Nel 2016 è infatti previsto un nuovo finanziamento europeo intorno ai 20 milioni di euro per il rafforzamento dell’agricoltura familiare nelle zone di produzione di coca, affinché questo non sia più il principale ingresso dei piccoli produttori come merce d’esportazione legata evidentemente al narcotraffico internazionale.
Le donne hanno un ruolo sempre più importante nella produzione e nella commercializzazione dei prodotti della piccola agricoltura e per questo -conclude Hondrat- i programmi di aiuti dell’Unione europea saranno rivolti specialmente a loro”.
È infatti sufficiente fare un giro fra gli stand ed accorgersi che dietro i banchi ci sono quasi solo donne e di tutte le età. E anche le mie vicine di stand sono guarda caso donne: alla mia destra una vende carne di lama essiccata, mentre proprio di fronte un’altra espone confezioni prodotte dalle donne di un laboratorio tessile di un’associazione di El Alto che si occupa di uguaglianza di genere, il Centro de Promoción de la Mujer Gregoria Apaza.
Sono poche le donne che mi rivolgono la parola: la diffidenza è il carattere distintivo sull’altipiano; però qualcuna incuriosita dal gringo (lo straniero) c’è e si riescono ad intavolare belle chiacchierate da retrobottega.
Con un po’ di risentimento neppure troppo velato le mie vicine di banco mi raccontano di quando hanno dovuto “sposare” loro malgrado anche la famiglia del marito fin dal momento del fatidico sì sull’altare.
La famiglia allargata è infatti ancora molto diffusa fra le classi medio-basse e le donne vi entrano attraverso il matrimonio; suocere e cognate, oltre che al padre di famiglia, hanno ovviamente pieno potere decisionale e intervengono anche nelle questioni più intime della coppia di sposi. Assolutamente disdicevole viene conosiderato il tradimento femminile, mentre quello maschile è tollerato, anzi, guai a lamentarsi delle cosiddette “corna”, come di tutto il resto ovviamente! La figura femminile che emerge da questi racconti sembra completamente asservita a quella maschile e, benché rispetto al passato siano in aumento i divorzi, le violenze domestiche non sembrerebbero in diminuzione.
Quello che più fa tenerezza è vedere in prima battuta difendere i buoni vecchi costumi da “angelo del focolare” per infine confessare come in effetti una maggiore uguaglianza, sopraggiunta sull’onda del nuovo ordine economico e politico che la Bolivia sta vivendo in quest’ultimo decennio, stia in realtà alleggerendo la vita delle donne, in primis quella delle mie nuove amiche.
 
Stefano Russo
Servizio civile La Paz
ProgettoMondo Mlal Bolivia

OECAS
Le Organizzazioni Economiche Contadine (Organizaciones Económicas Campesinas Indigenas y Originarias - OECAs), sono formate da più gruppi di produttori uniti sotto lo stendardo delle lotte indigene e originarie (quest’ultimo termine molto caro al governo Morales parrebbe). Il loro obiettivo è costituire un’alternativa al modello neoliberale che esclude le famiglie contadine dal mercato e nega la diversificazione della produzione agricola generando, come scriveva già Eduardo Galeano nel 1970, fame, disuguaglianza e impoverimento del suolo.
I due obbiettivi fondamentali di queste organizzazioni sono infatti quello economico e sociale: il primo è rivolto a generare del valore aggiunto dalle piccole produzioni, mentre il secondo prevede la creazione di servizi come corsi di aggiornamento, assistenza tecnica ed attività associative per i membri delle famiglie contadine; entrambi gli obbiettivi sono volti a migliorare la produzione e il benessere sociale degli associati.
Attualmente, solo per dare qualche cifra, esistono 778 organizzazioni produttive che rappresentano più di un milione di famiglie indigene e originarie con rappresentanze nazionali, dipartimentali e settoriali.
Il 59% degli associati, contrariamente ad ogni previsione, è rappresentato da donne, mentre il 41% da uomini. Fra i settori produttivi, seppur maggioritaria, non vi è solo l’agricoltura (61%), ma anche allevamento (24%), artigianato (12%) turismo (2%) ed altri settori minoritari (1%).

martedì 3 novembre 2015

Burkina Faso: Una nuova quotidianità

Se c'è un luogo in cui i burkinabè amano passare il loro tempo, questo è di sicuro il maquis. Definirlo un piccolo bar sarebbe troppo riduttivo, perché il maquis è qualcosa di estremamente nuovo rispetto alla nostra concezione di bar o luogo di ritrovo.
Si presenta assolutamente essenziale: una tettoia, un frigorifero, qualche tavolino e sedie sparse qui e là ma che, all'arrivo dei primi clienti, si trasforma in un ambiente amichevole e frizzante.
Si va al maquis non solo per refrigerarsi nelle calde giornate, ma soprattutto per partecipare a discussioni su varie tematiche: dalla politica alle questioni familiari. Qui si parla di tutto e, cosa straordinaria, si può scherzare liberamente, prendersi in giro anche rispetto alle differenti appartenenze etniche.
In Burkina Faso ci sono circa 60 etnie diverse e una vasta lista di differenti lingue parlate, ovunque vale una regola base: nessuno si deve offendere e tutti possono scherzare liberamente. Questo crea un bellissimo equilibrio nel popolo burkinabè, oltre che garantire una grande libertà di espressione.
Sono arrivata da meno di due settimane a Bobo Dioulasso, la seconda città del Burkina Faso, e non ho di sicuro perso tempo nel farmi affascinare da questa nuova cultura.
Ogni giorno per me è una nuova scoperta, e pare che ci siano ancora molte cose ancora da conoscere.
Come dicevo, al maquis, non solo si passa a fine di una lunga giornata di lavoro per bere qualcosa di fresco e fare due chiacchiere con gli amici, no. Diventa un luogo di fiducia, in cui sai che puoi incontrare qualcuno per fare amicizia, condividere insieme una bevanda e, perché no, una cena improvvisata al momento.
Basta decidere cosa mangiare, salire sullo scooter e ci si imbatte subito in mille simpatici ristorantini “take away”. Dotati di specifici forni, la carne cuoce all'interno di un grande contenitore, sei tu stesso con un grande forchettone a scegliere il pezzo che poi verrà accuratamente tagliato in bocconcini succulenti conditi con salse e verdure a piacimento. Il tutto viene incartocciato ed è subito pronto per l'asporto. Ed ecco che troviamo un piatto caldo al centro del tavolo, non c'è nemmeno bisogno di esitare, è d'obbligo condividere con gli altri e degustare assieme un'ottima cenetta ovviamente dopo essersi lavati bene le mani e aver ordinato una nuova brakina, la birra del Burkina.
Sono passati solo pochi giorni dal mio arrivo e fin da subito mi sono sentita accolta in una grande famiglia. Quello che mi ha colpito è di sicuro la grande disponibilità della gente.
La casa in cui vivo, dista pochi minuti a piedi dall'ufficio di ProgettoMondo Mlal, ma il pomeriggio le mie attività si concentrano nell'aiutare nella gestione di un Centro di formazione giovanile che, invece, è più lontano... circa 40 minuti di cammino.
In realtà non sono ancora mai riuscita ad arrivarci a piedi visto che, ogni volta, si è fermato qualcuno per offrirmi un passaggio, e salgo volentieri sul mezzo di trasporto più amato da queste parti, lo scooter!
Moto, scooter, biciclette e macchine fumanti, sfrecciano lungo la strada che mi porta al Centro. Poi, piano piano, l'asfalto scompare ed è la terra rossa a segnare il tragitto. Sembra quasi di essere lontanissimi dalla città, l'ambiente è più aperto, piccole casette di mattoni rossi, bambini che corrono e giocano ovunque e là, in fondo, sorge il Centre Jigi Seme.
Nato nel 2003, con il sostegno delle Missionarie dell'Immacolata Regina della Pace, grazie all'appoggio del CVCS negli ultimi anni ha potuto ampliare la sua struttura e mantenere una buona dotazione di strumenti che servono ai giovani per poter studiare in un ambiente sereno, fare ricerche e poter imparare ad usare il computer, leggere e prendere in prestito libri scolastici dalla biblioteca.
Qui le giornate scorrono veloci, tra corsi di formazione, analisi dei bisogni, pianificazione, programma di attività e senza farci mancare nemmeno l'analisi dei problemi. Il tutto fatto insieme ai ragazzi che, da appena due mesi, si sono trovati ad essere i protagonisti del nuovo Comitato di gestione del Centro.
Così all'imbrunire mi dirigo verso casa, le luci si accendono e si ritorna sulle strade in fibrillazione. I banchetti di frutta e verdura sono ancora là, in attesa degli ultimi clienti e già si sentono i profumi dei ristorantini che iniziano ad aprire i loro forni, a preparare i condimenti, tagliare le verdure...
Comincia così una nuova serata e da lontano vedo maquis già pronti ad essere animati!

Wendy Denise Lenarduzzi
Cvcs-ProgettoMondo Mlal
Burkina Faso

giovedì 3 settembre 2015

La domenica di Haiti

È domenica, non c’è neanche una nuvola. Il cielo è azzurro Caraibi. Caldo. Arriva l’acqua, faccio il bucato, riempio secchi e bidoni, e mi preparo per andare a messa. I cinque minuti di passeggiata fino alla chiesa sono sufficienti per arrivare fradicio di sudore e attirare i risolini dei presenti. Sì perché, la domenica mattina a messa, gli abitanti di Papaye sono impeccabili. È giorno di festa e lo si vede anche dall’abbigliamento curato, pulito, stirato, scarpa in pelle per l’uomo, tacco per la donna, volant di tulle, treccine e perline multicolori per le bambine.
A quest’ora, chi non è già in chiesa è intento a lavare i panni, la moto e a fare le pulizie di casa. Nel mio tragitto verso la chiesa, noto che la famiglia Monerot si è divisa equamente i compiti: gli uomini si occuperanno della casa e le donne possono andare a messa. La nonna guida la delegazione composta da Ketoun, fresca di maturità, Laura, Lenski e Mikerly. Laura e Mikerly, le due bimbe, portano un vestitino rosa bonbon improponibile dalle nostre parti, ma quanto mai bello da queste.
Bisogna fare presto perché è d’obbligo essere in chiesa prima dell’arrivo del prete (che viene dalla cittadina di Hinche) e d’altra parte c’è solo una messa, questa messa. Nonostante questa sia considerata una parrocchia, non c’è una sagrestia. Così, al di fuori delle celebrazioni, il corpo di Cristo viene ospitato nella cappella della Casa dei Petits frères Sainte Therèse.
Oggi il compito di animare la messa tocca al gruppo Kiro, un movimento giovanile ispirato a San Paolo molto attivo soprattutto nel nord Europa e in Africa. Il jazz, come lo chiamano in creolo, è essenziale per far vivere bene la celebrazione e oggi siamo al completo: tamburo, maracas, gratwa, bambo soffiato e percosso. Nelle occasioni speciali, in realtà, vengono aggiunti anche strumenti elettrici come il basso e la chitarra, ma oggi è un giorno qualsiasi e la corrente non c’è, come nelle altre 48 domeniche dell’anno. In compenso, ormai da qualche mese, c’è il microfono, una sorta di karaoke a batterie che, a ogni parola o suono amplificato, cambia colore, giallo, verde, blu. A noi fa sorridere, improponibile dalle nostre parti ma quanto mai bello da queste.
Questa mattina oltre a père Allens, il parroco, c’è père Delacruz, responsabile dell’ufficio OPM in Haiti che con cipiglio deciso celebra la messa. L’omelia è interattiva, prevede scambi di opinioni e interrogazione finale ai fedeli presenti. Il celebrante è il primo a battere le mani a tempo durante il canto del Santo, a muoversi a ritmo di musica al termine della consacrazione, ad improvvisare una benedizione comunitaria dopo avere diligentemente citato tutti coloro che in settimana hanno festeggiato i propri compleanni. A suo tempo, anche noi tre (io, mia moglie e la piccola Marta) siamo stati benedetti in questa chiesa e questo ci ha fatto sentire parte e figli della comunità. Improponibile dalle nostre parti, ma quanto mai bello da queste.
Mi ha sempre affascinato, e particolarmente coinvolto, l’aspetto socioculturale e religioso della messa della domenica ad Haiti. Qui la fede e la cultura locale si mescolano, si integrano, sembrano dialogare e rispettarsi. In questo piccolo villaggio, dove siamo presenti come ProgettoMondo Mlal, mi pare tutto più vivo e, parallelamente, che tanto ancora si può costruire, a partire dal concetto stesso di famiglia: spesso infatti siamo l’unica famiglia che seduta nello stesso banco assiste alle celebrazioni. In compenso, liturgicamente parlando, mi sento più partecipe di quello che succede durante la funzione rispetto a ciò che viene celebrato e del motivo perché io sono in chiesa. Il momento più ricco e toccante resta naturalmente la Comunione che, ad Haiti, si fa con pane e vino, corpo e sangue di Cristo, come credo debba essere. Perché è improponibile dalle nostre parti?

Michele Magon
ProgettoMondo Mlal Haiti

venerdì 15 marzo 2013

Primo Francesco, primo latinoamericano, primo gesuita: segni dei tempi anche per la Chiesa cattolica


Lima, 14 marzo 2013 - di Mario Mancini, ProgettoMondo Mlal. Primo Francesco, primo latinoamericano, primo gesuita. E per di più con un solo polmone, l’altro asportato in gioventù per un problema respiratorio, figlio di genitori italiani astigiani EMIGRANTI (immaginate un giorno un Papa Perez italiano figlio di ecuadoregni, ma anche se fosse solo un Rodriguez sindaco di Busto Arsizio) in Argentina, e tifoso della squadra del San Lorenzo de Almagro, i “cuervos” , tra i 5 club “grandi” dell’Argentina, e quindi considerato “santo” dalla culla.
In questi primi giorni di elezione, pullulano sul web biografie e tutte coincidono su molti aspetti: grande austerità, semplicità e rifiuto di qualsiasi forma di lusso, vicinanza con gli ultimi, profonda esperienza pastorale; ma anche conservatore con i progressisti – freddezza per la Teologia della liberazione, radicale opposizione alle coppie gay-, e progressista con i conservatori – ultima omelia contro l’ipocrisia dei sacerdoti che non battezzano i figli avuto fuori dal matrimonio, come “gli ipocriti di oggi, quelli che clericalizzano la Chiesa, quelli che allontanano il popolo di Dio dalla salvezza”.  
E un grande punto interrogativo mai pienamente risolto: il suo comportamento durante la dittatura militare (1976-1983), quando era provinciale della Compagnia di Gesú (1973-1979).
Sul quotidiano argentino, progressista “Pagina 12” ci sono alcuni articoli interessanti, soprattutto uno di Horacio Verbitsky che lo definisce un “ersatz”, che in tedesco vuol dire qualcosa di qualità inferiore, un succedaneo. Questo giornalista di investigazione ha scritto vari libri sui rapporti tra Chiesa Cattolica e dittatura militare, tra cui L' isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, in cui cita il caso di due gesuiti rapiti e torturati dai militari e poi rilasciati che, secondo le accuse, furono “consegnati” da Bergoglio: un’accusa da lui sempre respinta avendo sostenuto, al contrario, di essersi impegnato addirittura con Videla e Massera per la loro liberazione.
Un altro articolo, sempre apparso su Pagina12, riporta i commenti dei principali esponenti di organismi di diritti umani e dell’associazione “Hijos” (Hijos por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio), costituita dai cosiddetti “appropriati” durante la dittatura, cioè dai bambini figli di detenute torturate e scomparse che venivano assegnati a famiglie di militari - crudele e criminale adozione (consiglio a questo proposito l’ottimo film “La historia oficial” del 1985), che ritengono Bergoglio, se non propriamente un collaboratore, uno che non ha mai sufficientemente condannato i “genocidi”. Certo, si tratta di un punto forte, ma nemmeno Verbitzky considera Bergoglio un collaborazionista.
Bergoglio in questi anni è stato pure un forte fustigatore del kirchnerismo - soprattutto per l’idea antagonista della politica che ha caratterizzato i governi di Nestor e Cristina, seppure convidesse l’anima sociale delle loro politiche, ma ha sempre avuto una grande autorità morale data dalla sua sincera e quotidiana vicinanza con i più poveri.
Ciò nonostante Francesco è un segnale davvero forte in questo momento. In un’Italia sconvolta dallo Tsunami del M5s - che non è che una rivolta morale contro la cattiva politica e gli abusi dei potenti ai danni dei semplici cittadini- dove, nella più acuta crisi economica dell’ultimo secolo, i pregiudicati sono stati i precari della storia, l’elezione di un Papa austero (la sobrietà è di moda) rappresenta una rivoluzione.
Una rivoluzione nella forma e nel contenuto. Sicuramente sincero, perché cosí è sempre stato il suo comportamento nei panni di un “normale” arcivescovo di Buenos Aires (tra le diocesi più popolose del mondo), vive in un piccolo appartamento, non ha autisti né segretarie, usa bus o metropolitana, predica nelle “villas” di Buenos Aires, restio a usare paramenti cardinalizi o manifestazioni esteriori di potere, non frequenta ristoranti, si cucina da solo.
Una persona “normale”, come è del resto composta la stragrande maggioranza dell’umanità.
E in questa Chiesa, un Conclave cardinalizio che nomina un argentino, gesuita, umile e anticuriale, che accettando la sfida decide di chiamarsi FRANCESCO -gigante della Chiesa- dovrà attendersi riforme o passi radicali verso una Chiesa “povera di spirito”, che apre le porte della “Salvezza” come ha detto l’Arc. Bergoglio, che proprio come Francesco ha dato un’indulgenza generale alla prima apparizione, per dire “vi, e ci, sono rimessi tutti i peccati”.
Ricordiamo poi che il Cardinale Bergoglio era stato il secondo più votato nel Conclave del 2005, rappresentando, e facendo convergere quei voti di un altro gigante –Martini- che nelle prime votazioni aveva rappresentato il gruppo “non conservatore”. Quindi, un voto ritardato, una vittoria della minoranza del 2005, un’elezione rotativa tra i due gruppi...non si sa: sicuramente un voto distante dalla Curia di Roma, di profonda rottura con i segretismi, gli scandali, le contraddizioni di un potere secolare che rappresenta forse l’ombra più cupa della Chiesa attuale.
Molti pontefici dal momento dell’assunzione al trono di Pietro ricevono un sussulto, una liberazione dai fardelli della vita precedente, ricevono un coraggio inusitato a loro stessi per farsi artefici di profondi cambiamenti. Questo ci si attende da un pre-destinato (anche se tutti i “papi” lo sono ecclesiologicamente), da un Francesco.
Un Papa pastore come tanti, pellegrino come tutti i cattolici, vuole essere il simbolo di questa rivoluzione, sperando che non sia solo nella forma, sebbene importantissima (croce di ferro invece che d’oro, auto normale), ma anche nel contenuto. E chissà se un giorno ce lo ritroveremo, sui passi del cardinale Melville, nel geniale Habemus Papam di Moretti, in metropolitana sulla Linea A, o addirittura in curva Sud di un’improbabile Roma-San Lorenzo.
Bergoglio ha accettato la sfida e l’ha aperta senza lasciare nessun dubbio su come vuole la sua Chiesa: povera, quaresimale, pasquale e missionaria.

giovedì 28 febbraio 2013

Haiti: L'impresa comunitaria che produce la cassava

Giovedì 28 febbraio, nel nordest di Haiti, a ridosso della poverissima frontiera con la Dominicana, la gente di Gens de Nantes festeggia l’inaugurazione della prima impresa comunitaria: una cassaverie, ovvero l’attività con cui dalla pianta di manioca si produce, passaggio dopo passaggio, una sottile focaccia dolce, tradizionale spuntino quotidiano.
Gestita da cinque persone, formate grazie al progetto Piatto di Sicurezza cofinanziato dall’Unione europea con il contributo del Comune di Milano, la cassaverie costituisce un interessante esempio di impresa comunitaria, perché proprio della comunità di Gens de Nantes e perché primo modello di produzione e commercializzazione che punta a imporre la sua cassawa fino al mercato della vicina Ouanaminthe.
Se l’esperimento avrà successo, oltre alla grande soddisfazione di tante famiglie coinvolte, metterà in circolo altre iniziative collegate che contribuiranno a valorizzare produzione e sovranità alimentare di questa area del Paese particolarmente fragile economicamente e socialmente.
Il processo che trasforma la manioca (o cassava) in un dolce appetitoso è lungo e inaspettato: questa arriva alla cassaverie ancora sotto forma di radici dell’omonima pianta! Quindi, in gruppo, comincia il lavoro di pulizia, macinatura, spremitura, condimento, e cottura.
La farina ricavata dalla manioca (tapioca), mescolata a sesamo, cocco, arachidi, zucchero di canna, viene infine stesa su una piastra rovente, sotto cui continua a bruciare l’immancabile carbonella haitiana. Con acrobazie degne della migliore dimostrazione gastronomica, la cassava viene dorata, quindi raffreddata e tagliata a quadretti.
In queste ore è grande festa ed è stato distribuito l’invito ufficiale alla popolazione. Nei giorni scorsi abbiamo avuto la fortuna di vedere in anteprima la cassaverie di Gens de Nantes al lavoro. Per noi di ProgettoMondo Mlal e un’equipe di cineoperatori venuta a documentare il lavoro in questa comunità, è stato molto coinvolgente. Come nei più formali vari della più lussuosa nave da crociera, erano accorse decine e decine di persone. Soltanto per assistere a noi che a nostra volta assistevamo alla produzione della prima cassava “commerciale” di Gens de Nantes.
I vestiti erano quelli della festa e Ronald, labbra strette e sguardo assorto,ha guidato tutte le operazioni con una sapienza e un impegno affascinanti. Nelle sue mani la radice di una gracile manioca è diventata un croccante assaggio di Haiti.

lunedì 4 febbraio 2013

Haiti: Vita di famiglia

Senza andare troppo lontano, ho percorso 10 metri e sono andata a trovare Vuasen, ovvero il vicino più prossimo. Casa sua dista non più di un metro dalla nostra e mi sono fatta raccontare la sua giornata, il suo lavoro e qualcosa della sua famiglia.
Dopo avergli chiesto il nome almeno 10 volte e non averlo mai capito ho deciso di chiamarlo Vuasen, a lui non dispiace anzi è contento in quanto si sente il vicino eletto.
Vuasen ha una moglie e 2 figlie, possiede una piccola parcella giusto dietro casa e gestisce un minuscolo bar ristorante senza troppa fortuna. Lui è esperto in sementi infatti ha collaborato con il progetto Nuove Energie nella ricerca delle sementi più appropriate per la piantine forestali che costituiscono il bosco energetico.
La vita è regolata dal sole, l’alzata è alle 5.30 e il riposo inizia non oltre le 20.30, giusto un paio d’ore dopo la calata del sole. La giornata passa spesso tranquilla, la moglie si dedica alla cucina e al lavaggio dei panni, le bimbe, di 2 e 4 anni, giocano in cortile, spesso sole, in compagnia di galline, pulcini, caprette e maialini. Verso sera partono con le loro tanichette d’acqua e vanno alla fontana a far scorta.
Nel periodo primavera estate Vuasen si dedica alla sua parcella in cui pianta fagioli e mais, prodotti base dell’alimentazione locale, mentre d’inverno, in cui il terreno è a riposo, sbarca il lunario facendo lavoretti saltuari, recuperando sementi e vendendo qualche bibita. Mantiene pulito il nostro giardino (parola grossa) e ci taglia la siepe.
Da quando ha saputo che lavoriamo con MPP alla promozione e alla diffusione di pannelli solari per istallazione domestiche non ci dà un attimo di respiro e ogni giorno ci chiede se può averne uno… in regalo!
Il suo desiderio è quello di comprarsi un frigo per poter vendere le bibite fresche, gli ho detto che per un sistema come quello che vuole lui ci vogliono parecchi soldi ma lui sembra non sentire ragione e continua a chiederci il pannello. “Vuasen, per far andare un frigo non ci vuole solo il pannello ma anche un inverter e tante batterie”. Ieri mi ha chiesto una bibita fresca, ma alla mia risposta “non ce l’ho” è rimasto sorpreso, ho provato a rispiegargli che avere un pannello non vuol dire avere un frigio funzionante, forse l’ha capito, staremo a vedere. Di fatto anche il nostro frigo funziona solo per qualche ora al giorno.

Luisa Zamperini
ProgettoMondo Mlal Haiti