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giovedì 7 luglio 2016

Migrazioni da conoscere, senza pregiudizi


Le migrazioni sono uno dei tabù più radicati nel nostro Paese, circondate spesso da falsi miti e false credenze dovute alla poca consapevolezza, alla paura del diverso e al pregiudizio. Infatti se davvero ci prendessimo l’impegno di conoscere coloro che riteniamo diversi scopriremmo che poi tanto diversi non sono. Alcuni politici, con la complicità dei mass media, tendono a giocare  sul timore già presente nelle persone andando a provocare un rifiuto verso gli immigrati tramite l’imprecisione e la superficialità nel raccontare fatti di cronaca. Spesso, in caso di stranieri, vengono presentati i protagonisti dei fatti in base al luogo d’origine, alimentando inconsapevolmente il disprezzo verso queste persone e causandone un progressivo isolamento dalla società. Secondo le ricerche del giornalista Maurizio Corte, nell’83% dei casi il ruolo del soggetto immigrato appare negativo e nel 56% dei casi si parla di straniero in relazione alla criminalità. All’immigrato, etichettato come elemento da allontanare, vengono tolte possibilità di lavoro e quindi di integrazione, facendolo entrare in un circolo vizioso che in alcuni casi vede come scelta obbligata il lavoro in nero, in totale assenza di diritti, come unico mezzo di sostentamento per se stesso e per la propria famiglia. È quindi la società stessa, per lo scarso approfondimento dei fatti, a creare il problema di cui si lamenta.
Un altro degli stereotipi principali è legato all’aspetto economico. Non conoscendo la realtà dei fatti, molti ritengono che l’immigrazione rappresenti una perdita di denaro statale e si sentono derubati a vantaggio degli stranieri, mantenuti in comunità pubbliche. A una persona che sente la parola “migrante” infatti viene subito in mente il rifugiato politico che arriva in Italia sui barconi, quando in realtà l’afflusso migratorio in Italia, secondo uno studio ISTAT, proviene per il 52,8% dall’est Europa e porta un concreto profitto economico. Emblematico è lo studio della fondazione Leone Moressa che testimonia come nel 2015 ci sono stati 3,9 miliardi di euro in entrata nelle casse pubbliche grazie a lavoratori stranieri.
Alla luce dei fatti possiamo affermare che essendo questo fenomeno radicato nella nostra società non possiamo fare altro che informarci meglio a riguardo, abbandonando tutti i pregiudizi ed immedesimandoci nelle difficili situazioni che costringono queste persone ad abbandonare lo stato natale in cerca di un posto migliore per sé e per la proprie famiglie. In quanto abitanti del Mondo, dobbiamo aiutare e facilitare la loro integrazione all’interno della società. In questo campo ProgettoMondo Mlal si impegna a creare ponti di scambio culturale tra paesi diversi in modo da sensibilizzare le giovani generazione alla conoscenza del diverso, con lo scopo di abbattere il muro di pregiudizi, come ad esempio è stato fatto nel 2015 con un programma di scambio tra una scuola di Cuneo e una di Beni Mellal in cui i giovani di entrambe le città hanno potuto conoscere uno stile di vita diverso dal loro tramite la creazione di video.

Martina Coati e Edoardo Cappelletto
Studenti del liceo classico Maffei, progetto alternanza scuola-lavoro

mercoledì 29 giugno 2016

Il Diritto di vivere

Vivere e far parte di una società non è sempre semplice se non si conoscono i propri dritti. Così può succedere che ti sia vietato di fare qualcosa senza un motivo valido o di sentirti emarginato solo perché sei donna, e quindi sottomessa e non libera di vivere la tua vita.
Non c’è da stupirsi, poiché si sa che, purtroppo, è una realtà esistente in quei Paesi dei quali nessuno parla, nei quali si pensa che l’unico problema sia la povertà. Quei luoghi così misteriosi, però, devono essere osservati da vicino per vedere con i propri occhi le loro vere necessità. 
Ci sono popoli che vivono di sussistenza e costruiscono le case con dei mattoni, sono fuori da ogni centro abitato e per loro è difficile ricevere le cure mediche adeguate. Proprio per questo molte organizzazioni, tra cui ProgettoMondo Mlal, hanno deciso di aiutare queste popolazioni a crescere, a far loro capire che non devono vivere senza preoccuparsi dei loro diritti, perché questi sono fondamentali per qualsiasi comunità. I diritti umani riguardano tutta la popolazione mondiale, anche coloro che vivono in piccoli paesi sperduti. Sono importanti perché salvaguardano la vita di una persona e la fanno vivere in tranquillità in un mondo che dovrebbe essere aperto a tutte le culture. Questi diritti non cambiano in base alla persona che ci si trova davanti e non cambiano nemmeno in base al colore della pelle.
Un diritto negato nei Paesi africani, per esempio, è l’alfabetizzazione, che grazie a scuole preparatorie sta diminuendo sempre di più. Si stanno infatti aiutando centinaia di bambini ad entrare nelle scuole medie, percorso che poi servirà loro per proseguire con gli studi. Il diritto all’istruzione è indispensabile nella vita di un ragazzo poiché lo aiuta a realizzarsi e ad avere dei progetti per il futuro. È interessante e significativo notare che tutti i bambini del Sud del Mondo alla domanda “Cosa vorresti diventare da grande?” rispondano insegnante o educatore. Portare delle piccole scuole in questi paesini emarginati quindi funziona, e vivendo insieme alla gente locale si può capire anche la felicità e la soddisfazione dei genitori per i propri figli. È un modo per dare loro appoggio e fiducia.
Un fenomeno molto diffuso in questi ultimi anni è l’emigrazione. Molti giovani cercano di scappare da una società in guerra, vogliono rischiare la vita per trovarne una migliore; non importa se rischiano di morire, non hanno nulla da perdere. Molto difficilmente questo modo di agire e di pensare lo si può ritrovare nella vita di un giovane occidentale. Ma i ragazzi africani non vogliono vivere nel radicalismo, vogliono provare a migliorare la loro vita. Questo è un loro diritto, come lo è per coloro che vanno in America a trovare lavoro. Il concetto è sempre lo stesso.
L’istruzione, le cure mediche, la speranza sono i tre elementi principali per tutti gli uomini, li aiutano a crescere, ad avere delle idee proprie, dei progetti propri senza vivere con le imposizioni di qualcuno che si crede superiore. Grazie a questi diritti si crea l’uguaglianza, che molto spesso viene dimenticata. Vivere la propria vita significa essere liberi di pensare e di fare ciò che è meglio per se stessi, conoscendo i propri diritti e principi.   

Demetra Pollinari, studentessa del liceo linguistico Maffei di Verona
Progetto alternanza scuola-lavoro

giovedì 8 gennaio 2015

A teatro il vaggio interiore di Mamita

Domenica 18 gennaio, alle 17, al teatro Ristori di Verona va in scena "Mamita": una nuova prima nazionale per le famiglie, nell’ambito della rassegna "Agorà. Le famiglie e la città incontrano la musica", organizzata dall’assessorato alla Famiglia del Comune di Verona con Fondazione Cariverona.
Proposto in collaborazione con l’Organizzazione veronese di volontariato internazionale ProgettoMondo Mlal e con il sostegno di Girardi Associati, lo spettacolo accompagnerà le famiglie in una riflessione sulle difficili condizioni di vita delle giovani mamme e dei bimbi in un paese andino.

"Nascere in un paese rispetto a un altro fa la differenza. La mia terra è nella mia pelle, nei miei occhi … nulla potrà cambiare il richiamo più profondo delle mie radici.
Quando si vive in paesi dove la povertà regna, per un’adolescente nulla rispetta i tempi di crescita, di trasformazione e di accoglienza… Avere un bambino a dodici anni rompe ogni tappa di vita e di rispetto…
"

Il delicato tema dell’essere bambine e diventare mamme, costrette poi a lasciare in altre mani il destino dei propri figli, viene introdotto da una storia intima, ricca di colori ed emozioni, scritta da Elisabetta Garilli e Mariarosa Dussin.
Le musiche di Elisabetta Garilli, fortemente evocative nei ritmi e nei suoni, accompagnano passo dopo passo il lungo viaggio di Mamita attraverso la cordigliera boliviana: per lei, raggiungere la montagna più alta significa scoprire se stessa e dare un senso alla vita e all’amore per un figlio. Ad interpretarle, l’ensemble Garilli Sound Project con Giuseppe Falco (oboe), Elisa Carusi e Adolfo Donolato (clarinetti), Elena Zavarise (flauto traverso), Alvise Stiffoni (violoncello), Ilaria Fantin (liuto), Costantino Borsetto (percussioni) e Gianluca Gozzi (basso elettrico), diretti da Elisabetta Garilli al pianoforte.
Alla narrazione, interpretata da Enrica Compri, fanno da sfondo alcune immagini fotografiche che, avvolgendo il palcoscenico, offrono squarci di paesaggi andini con identità forti, visioni di terre affascinanti e misteriose, discrete e solitarie come sono le persone che le abitano. La danza di Giulia Carli e le installazioni sceniche di Serena Abagnato accompagnano il viaggio interiore di Mamita, una storia che apre alla riflessione universale sul diritto di ogni bambino a vivere la propria infanzia e l’affetto di una famiglia.
Per la delicatezza e complessità del tema, lo spettacolo è consigliato ai ragazzi dagli 11 anni.

Nel corso del pomeriggio a Teatro Ristori sarà allestito uno spazio espositivo sui progetti di cooperazione internazionale di ProgettoMondo Mlal, a sostegno delle mamme e dei bambini in Africa e in America Latina e, nello specifico, il progetto “Casa de los niños” a Cochabamba – Bolivia che accoglie bambine e bambini abbandonati dai propri genitori, per necessità o altre cause maggiori, offrendo rifugio, cure mediche, alimentazione o formazione per il loro reinserimento nella società e, se possibile, nelle stesse famiglie d’origine.


18 gennaio 2015, ore 17.00
Mamita
PRIMA NAZIONALE
Testi di Elisabetta Garilli e Mariarosa Dussin.
Musiche di Elisabetta Garilli.
Fotografie di ProgettoMondo Mlal, Dimitri Avesani e Alberto Vaona (Progetto Pedalande 2014), Mariarosa Dussin e Bruno Colombini, Giuseppe Minciotti.
Interpretato da Garilli Sound Project:
Giuseppe Falco (oboe), Elisa Carusi e Adolfo Donolato (clarinetti), Elena Zavarise (flauto traverso), Alvise Stiffoni (violoncello), Ilaria Fantin(liuto), Costantino Borsetto (percussioni etniche), Gianluca Gozzi (basso elettrico), Enrica Compri (voce narrante), Giulia Carli (danza), Serena Abagnato (allestimento scenografico), Elisabetta Garilli (pianoforte e direzione).
Indirizzo: Via Teatro Ristori, 7 – Verona

Biglietto: 5 euro. Lo spettacolo è consigliato ai ragazzi dagli 11 anni. Ingresso gratuito bambini 0-3 anni e disabili +accompagnatore (per questi è necessaria la prenotazione al n. verde 800085570 sportelloinfosociale@comune.verona.it, fino ad esaurimento dei posti disponibili)
Prevendita: Box Office Via Pallone, 16 Verona tel. 045 8011154 www.boxofficelive.it www.comune.verona.it
FB Agorà per le famiglie
Contatti: tel. 045 8078526 3473702220 anna_malgarise@comune.verona.it

"Agorà. Le famiglie e la città incontrano la musica" è una rassegna di incontri musicali dedicati alle famiglie
come occasione di condivisione e crescita educativa, ma anche di sensibilizzazione e diffusione della cultura musicale a nuove fasce di pubblico.
L’iniziativa è proposta dall’Assessorato alla Famiglia del Comune di Verona nell’ambito della programmazione di servizi e progetti per la prevenzione dello svantaggio sociale e il sostegno alla genitorialità. Organizzata con il prezioso sostegno di Fondazione Cariverona, inserita nel cartellone del Teatro Ristori tra i Progetti Didattici della stagione 2014-2015, è a cura di Elisabetta Garilli, che ne ha curato lo sviluppo artistico, e dell’Associazione Culturale La Foglia e il Vento.
Gode del patrocinio della Regione Veneto e si pone in linea con gli obiettivi dei Progetti Nazionali Nati per la Musica,che sostiene attività mirate ad accostare precocemente il bambino al mondo dei suoni e alla musica, e Nati per Leggere, entrambi promossi dall’Associazione Culturale Pediatri.
Attraverso questo progetto pilota, sostenuto da importanti Istituzioni, realtà aziendali e fondazioni, il Comune di Verona vuole investire in azioni volte a migliorare il benessere dell’infanzia e delle famiglie, garantendo pari opportunità nella fruizione delle risorse educative e culturali anche nelle situazioni di privazione sociale e di esclusione.

ProgettoMondo Mlal da 49 anni opera in America Latina e Africa con progetti di cooperazione dedicati allo sviluppo e alla formazione delle comunità più svantaggiate.
Info: www.progettomondomlal.orgsostegno@mlal.org – 045.8102105

martedì 11 novembre 2014

Migliori si può. Il MLAL aderisce alla campagna contro il razzismo

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La storia ci ha insegnato che ogni discriminazione, ogni razzismo, ogni sterminio nasce con le parole: poi vengono i fatti.
Per questo la nostra associazione, MLAL Onlus, ha deciso di aderire alla Campagna contro il razzismo “Anche le parole possono uccidere”, lanciata da Famiglia Cristiana e da Avvenire, insieme alle 190 testate della Fisc, e patrocinata da Camera e Senato.
Il MLAL, da cinquant'anni, lavora in America Latina, in Africa e in Italia affinché i diritti umani, sociali e culturali siano effettivamente esercitati.
Le parole razziste sono pietre feroci e dobbiamo impedire che vengano scagliate.
Il razzismo, e le parole che ne sono espressione, mettono a repentaglio democrazia e diritti, ed è proprio tramite la democrazia e i diritti che vanno combattuti.

lunedì 10 novembre 2014

Mandela27: un progetto, non solo una mostra

Una mostra, un serious game e una mappa culturale. Tutto questo è MANDELA27. Un Progetto nato da una collaborazione biennale tra l’Unione Europea e il Sudafrica, la cui mostra sarà esposta dal 10 al 13 novembre nel Foyer del Teatro Camploy, in via Cantarane 32 a Verona, in occasione del Festival del Cinema Africano e in collaborazione con ProgettoMondo Mlal.
Un’iniziativa unica che intende introdurre le nuove generazioni alla conoscenza degli sviluppi culturali e politici che hanno portato il Sudafrica e l’Europa a essere ciò che sono oggi.

Figura rilevante del XX secolo e Premio Nobel per la Pace nel 1993, Nelson Mandela ha dedicato la propria vita alla creazione di un Sudafrica democratico. Dopo 27 anni di carcere, Madiba (questo il soprannome di Mandela) è diventato un modello di coraggio e perseveranza nella lotta contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. Questo spiega la continua attenzione dei media per questo uomo di Stato che, all’età di 94 anni, ha continuato quasi quotidianamente a dominare le scene a causa del suo debole stato di salute.
I giovani di tutto il mondo oggi si stanno domandando chi è Nelson Mandela e cosa significa la sua eredità per l’umanità. Per questa ragione il Progetto Mandela27 è importante: per coinvolgere in modo appassionante, coinvolgente e interattivo le nuove generazioni.
Da qui le tre proposte:
UN SERIOUS GAME
progettato dalla North-West University – Vaal Triangle Campus (NWU Vaal) e la Coventry University in Inghilterra, realtà leader del settore, grazie al quale i visitatori del portale web potranno accedere al gioco e, attraverso un romanzo a fumetti digitale e interattivo, farsi un’idea di come fosse la vita di un prigioniero politico a Robben Island.
UNA MAPPA CULTURALE
Per facilitare la conoscenza dei giovani d’oggi sulle pietre miliari della democrazia, sono stati posizionati sulle mappe di Europa e Sudafrica 100 fatti culturali particolarmente rilevanti, che hanno contribuito al cambiamento politico: dalla caduta del muro di Berlino, ai concerti per la libertà che ci furono in tutta Europa e Sudafrica, all’euforia mondiale per la liberazione di Nelson Mandela nel 1990.
UNA MOSTRA MANDELA27 per l’appunto. Pensata per essere itinerante, rappresenta una replica (con l’esatta ampiezza) della cella di Nelson Mandela a Robben Island, con l’esposizione nelle sue pareti esterne di pannelli con la progressione cronologica dei fatti dall’inizio dell’apartheid alla sua abolizione.

Il Progetto Mandela27 è stato reso possibile grazie al sostegno del Programma Cultura dell’Unione Europea ed ha visto la collaborazione dinamica fra la Coventry University nel Regno Unito, il museo di Robben Island e la North West University: Vaal Triangle Campus in Sudafrica, Elderberry Culture Projects in Svezia e TCS Digital World in Belgio.

L’ingresso alla mostra è libero
per le scuole solo su prenotazione dalle 15.00 alle 16.00
per la cittadinanza durante gli orari di proiezione dei film

martedì 4 novembre 2014

Bolivia, la denuncia di ProgettoMondo: L'83% dei detenuti è in attesa di giudizio

Giustizia minorile e diritti umani in Bolivia. Lo scorso 30 ottobre una delegazione di rappresentanti di istituzioni e società civile boliviani ha presentato alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh) a Washington un dossier sulla drammatica situazione dell’abuso della detenzione preventiva in Bolivia dei minori e giovani in situazione di conflitto con la legge, i più alti dell’intero continente americano: l’83% dei minori detenuti in carcere è in attesa di giudizio. Anche per reati minori i tempi di attesa di una sentenza possono protrarsi anche fino a tre anni.
Il dossier presentato a Washington è frutto dell’impegno che l’Ong ProgettoMondo sta portando avanti da più di un decennio in Bolivia a favore dei minori e giovani in conflitto con la legge, grazie a progetti finanziati tra gli altri dal Ministero degli Affari Esteri, Unione Europea e Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Dopo un decennio di impegno in difesa dei minori e giovani, indebitamente rinchiusi nel carcere per adulti di San Pedro, l’Ong italiana, con immense fatiche, ha costruito e avviato a El Alto (La Paz) il Centro Qalauma, la prima struttura carceraria del Paese dedicata espressamente a minori e giovani con responsabilità penali (benché una riforma del 2001 preveda la separazione tra adulti-minori, la legge non era mai stata rispettata). E inoltre, grazie a diversi progetti di cooperazione allo sviluppo (Qalauma, Liber’Arte, Justamente), l’Ong sta concretamente contribuendo alla riforma del sistema di giustizia penale minorile, nonché a un cambiamento reale delle condizioni di vita dei minori detenuti, con la promozione di un approccio ispirato alla giustizia restaurativa, e dunque alla creazione di misure alternative al carcere nel caso di reati meno gravi, o attraverso percorsi di reintegro sociale post carcere per coloro subiscono una condanna di detenzione.
Un dato su tutti testimonia quanto i risultati ottenuti siano realmente incoraggianti: dall’apertura del nuovo Centro Qalauma, nel 2011, il centro registra tassi di recidiva tra i più bassi di tutti gli istituti carcerari del Paese, inferiore al 4%. ProgettoMondo sta inoltre sperimentando con successo alcuni programmi pilota di formazione, educazione finalizzati al reinserimento post detentivo e pratiche restaurative attraverso la mediazione tra reo e vittima o la creazione di reti comunitarie per favorire i processi di risocializzazione dei giovani.
E proprio in base ai risultati ottenuti a Qalauma, su iniziativa della Gobernación si sta ora replicando lo stesso modello socioeducativo anche in altri centri di privazione di libertà per minori e giovani, in particolare nell’omologo Centro Cenvicruz inaugurato nel 2013 a Santa Cruz.
Nonostante le enormi difficoltà e i rallentamenti di vario tipo, l’impegno italiano è stato quindi premiato dal governo boliviano (a breve anche un accordo quadro tra ProgettoMondo e il Ministero di Giustizia boliviano) con una collaborazione per l’effettiva applicazione del nuovo “Codice del Bambino, Bambina e Adolescente” promulgato lo scorso 17 luglio e alla cui elaborazione ha attivamente partecipato ProgettoMondo insieme alle altre organizzazioni e istituzioni che costituiscono il Tavolo interistituzionale sulla Giustizia Minorile creato nel 2007.
A fine settembre si è svolto a La Paz un seminario internazionale sulla Giustizia Restaurativa conclusosi con la firma di una Dichiarazione (ribattezzata la “Dichiarazione di La Paz”) che sancisce il formale impegno del Governo boliviano nel continuare il cammino di riforme intrapreso. Il documento, che ha in calce le firme di 100 personalità del mondo accademico e giuridico nazionale e internazionale, è stato firmato anche dal ministro di Giustizia Sandra Guiterrez.
L’ultimo atto, di questo lungo processo di cooperazione che sta dimostrando un notevole impatto sulla vita dei minori e giovani in conflitto con la legge e, più in generale, a favore di un maggiore rispetto dei diritti umani in Bolivia, è senz’altro rappresentato dall’udienza svoltasi a Washington. Al termine della relazione, infatti, i relatori speciali della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh) si sono detti impressionati della gravità della realtà presentata, riconoscendo in ogni caso gli importanti passi in avanti realizzati e lo sforzo di collaborazione con le istituzioni nazionali. Relatore per ProgettoMondo Mlal è stato il coordinatore del Programma su Giustizia Giovanile Restaurativa, Roberto Simoncelli.

mercoledì 22 ottobre 2014

Emergenza Kurdistan: non lasciamoli soli

Fuggono dal massacro, sono scampati a un probabile genocidio: sono un milione e 800 mila gli sfollati in tutto il Kurdistan iracheno (5 milioni di abitanti), 156 mila gli sfollati nella sola Erbil.
Da quando, il 6 agosto, i peshmerga curdi si sono ritirati dalla Piana di Ninive, hanno trovato rifugio dove possono. Ankawa Mall era un centro commerciale in costruzione, ora trasformato in un centro di raccolta per i cristiani di Qaraqosh e Bartalla: 250 famiglie, oltre 2 mila persone che ora vivono in mini stanzette con pareti in lamierino montate sul nudo cemento. Sono fuggite, come tutti i cristiani della Piana di Ninive, come gli yazidi e le altre minoranze perseguitate, di notte, a piedi, senza poter portare nulla con sè.
Per questo Focsiv e Avvenire hanno deciso, d’intesa con Iscos-Cisl, Mcl, MASCI, Azione Cattolica e Banca Etica di sostenere un progetto di cooperazione grazie alla presenza del Team Focsiv, diretto da Terry Dutto. È il progetto «Emergenza Kurdistan: non lasciamoli soli».
L’animazione dei ragazzi è il primo passo, quello che gli esperti di primo soccorso umanitario definiscono «Child protection»: da lì può partire una serie di interventi mirati secondo la filosofia Focsiv di completare con l’«elemento mancante» a quello che è il sostegno di base di Unicef e Acnur. Si tratta di fornire pentole e posate a chi ha solo un fornelletto; il sale per cuocere a chi riceve un pacco di riso alla settimana; coperte a chi ha solo un materassino; kit igienico sanitari in particolare per donne con neonati; istruzione, per chi ha il tempo.
Terry Dutto, inviato Focsiv per le emergenze umanitarie attualmente ad Erbil, racconta le condizioni drammatiche in cui gli sfollati, che incontra con le attività di animazione dentro e fuori l’Ankawa Mall, vivono in questi giorni: “Le condizioni di vita ora nelle aree di aggregazione degli sfollati non sono cambiate molto rispetto ai primi accampamenti di Agosto. I più fortunati sono in camere di pannelli prefabbricati con la presenza di 10 persone per vano, includendo due, talvolta tre nuclei familiari. Altri sono in campi allestiti con tende di tela, ma qui la situazione è più difficile e lo sarà ancora di più quando arriverà l'inverno con temperature intorno agli zero gradi. Qui la pioggia sta facendo gravi danni e creando sofferenze. – aggiunge Terry - Tende sotto l'acqua, materassini bagnati e fango hanno costretto molti a sloggiare nella notte, scene pesanti da digerire. Le istituzioni non riescono a porre un freno a queste difficoltà gravissime e la salute di moltissime persone sarà messa in grave pericolo, soprattutto quella dei bambini. Il problema é di una vastità tale che non permette di fare cose in fretta, mentre gli sfollati arrivano ancora a migliaia.”
I profughi si rifugiano dove possono, ma questa non è vita. Il tuo aiuto è vita.

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martedì 7 ottobre 2014

I diritti negati del Popolo guatemalteco

Il 20 settembre si diffonde la notizia di un massacro avvenuto la notte precedente a Los Pajoques, una comunità di San Juan Sacatepequez, Guatemala. La maggior parte dei quotidiani riporta il fatto come uno scontro interno tra i membri della comunità, in conflitto tra loro per divergenze sulla realizzazione del progetto della multinazionale Cementos Progreso (la costruzione di una cementificio e di un’enorme strada in territorio indigeno). Il giornale on-line Prensa Comunitaria riporta invece l’informazione, pubblicata poi in Italia dal Manifesto il 26 settembre, secondo cui un gruppo armato (i cui componenti sono stati successivamente identificati come dipendenti della società Cementos Progreso) è penetrato nel territorio di Los Pajoques e ha aperto il fuoco, dando il via a un circuito di violenza culminato con 11 morti e diversi feriti. Vi si legge che gli abitanti della comunità raccontano di aver chiamato la polizia più e più volte, chiedendone l’intervento. Che non c’è mai stato. In compenso il presidente ed ex generale Otto Perez Molina ha dichiarato lo “stato emergenza” con conseguente sospensione di alcuni diritti: a detta del Governo, per evitare vendette e rappresaglie; a detta della comunità, perché si potesse agire indisturbati con arresti e perquisizioni a loro danno.
Le informazioni sono quindi discordanti, a seconda del giornale che si legge. Ciò che appare chiaro ed univoco è invece la condanna da parte dell’Onu lo scorso 30 settembre e la conseguente richiesta alle autorità di chiarire i fatti e di punire i responsabili. L’Onu ha anche condannato la proclamazione dello “stato d’emergenza” non ritenendolo l’approccio adeguato alla soluzione del conflitto.
Facendo qualche ricerca appare subito chiaro che l’episodio di violenza non è un fatto isolato e a se stante: i conflitti nella zona di San Juan Sacatepequez risalgono al 2005, anno in cui il Ministero di Energia e Miniere (Mem) aveva rilasciato tre licenze minerarie alla ditta Cemento Progreso (i cui fondatori – la famiglia Novella – hanno peraltro origini italiane). Intenzione dell’impresa è costruire una fabbrica di cemento, i cui lavori inizieranno poi nel 2006. Eppure la convenzione 169 dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) riconosce chiaramente i diritti di proprietà della terra ai popoli indigeni (la cui percentuale è, in San Juan Sacatepequez, l’82%) e stabilisce che essi debbano essere consultati ogniqualvolta vengano varati leggi o progetti di sviluppo che possono avere un impatto sulle loro vite. A questo proposito gli abitanti del dipartimento denunciano di non essere mai stati minimamente interpellati e ribadiscono la loro contrarietà al progetto, che però prosegue. Con la prosecuzione del progetto, e la conseguente negazione dei diritti della popolazione indigena, iniziano i conflitti. L’epilogo avviene, come sappiamo, il 19 settembre 2014.
I fatti ci raccontano, insomma, 8 anni di ingiustizia. I fatti purtroppo ci raccontano anche che di ingiustizie simili il Guatemala ne è pieno. Molteplici sono i casi di violazione della convenzione 169 sopracitata, diverse le multinazionali che si stanno arricchendo sulle spalle dei popoli indigeni, con la complicità di un governo che, sulla carta, ha firmato vari strumenti internazionali di difesa del diritto, ma nella realtà dei fatti si comporta da oppressore.
L’episodio di San Juan Sacatepequez è dunque solo uno degli ultimi che potremmo citare: San Miguel Ixtahuacán, Sipacapa, San Juan Cotzal y Cunén, Totonicapán, Livingston, La Puya, El Estor, San Rafael Las Flores, Mataquescuintla, Monte Olivo e Lanquin,e molti altri… sono tutti casi in cui l’opposizione all’apertura di miniere, centrali idroelettriche cementifici, agrocombustibili e megaprogetti è stata affrontata con la repressione. Secondo la legge del terrore e dell’intimidazione, che purtroppo pare essere ancora molto diffusa in Guatemala.
La negazione dei diritti avviene in particolar modo nell’ambito dell’attività estrattiva: di fatto, da
quando nel 2003 la multinazionale canadese GoldCorp installò la prima miniera Marlin nel dipartimento di San Marcos, ovunque siano poi arrivate imprese (straniere o nazionali) con l’intenzione di avviare attività estrattive, lì ci sono stati conflitti e diritti negati.
Proprio di questi giorni (30 settembre) è il rapporto di Amnesty International intitolato “La mineria en Guatemala: derechos en peligro”. Il report svolge un’analisi generale della situazione attuale del Paese, seguita da un’analisi specifica sulla situazione delle miniere, descrivendo una serie di casi concreti di violazione di diritti umani da parte delle ditte minerarie.
Gli avvenimenti riportati ricordano molto ciò che è successo negli ultimi 8 anni a San Juan Sacatepequez. Il report di Amnesty si conclude con raccomandazioni ai governi degli stati di origine delle imprese che realizzano attività in Guatemala, pretendendone la garanzia del rispetto dei diritti umani, sulla base delle normative internazionali. La speranza è che queste raccomandazioni vengano finalmente accolte.
La speranza è che il massacro del 19 settembre non si aggiunga semplicemente al lungo elenco di soprusi, vissuti a San Juan Sacatepequez come altrove. La speranza è che, prima o poi, la Dichiarazione dell’ONU sui Diritti dei Popoli indigeni, la convenzione 169 e tutte le altre norme internazionali non vengano soltanto pronunciate, firmate o ascoltate, ma vengano - finalmente – applicate.

Elisabetta Caglioni
Casco Bianco in Guatemala
ProgettoMondo Mlal

(foto di Ermina Martini e Stefano Pirovano)

martedì 16 settembre 2014

I sogni spezzati delle spose bambine

Collaborando con Ipaj (Instituições Publicas de Assistência Jurídica), ho conosciuto molte donne che si rivolgono qui per denunciare l’abbandono da parte del marito e la mancanza di un sussidio alimentare per crescere i figli. Ciò che impressiona maggiormente è l’età di queste donne. In Mozambico i matrimoni precoci sono infatti all’ordine del giorno.
Sposarsi, essere obbediente, diventare una buona moglie e donna di casa, assicurare la continuità della specie umana, prendersi cura del marito e non ribellarsi contro i suoi ordini: sono alcuni dei principi che fin dall'infanzia le comunità infondono nelle donne, non valutando il danno che provocano nelle giovani che in questo modo sono costrette ad interrompere l'istruzione per dedicarsi a servire marito e figli.
Purtroppo per molte famiglie povere il matrimonio precoce è una fonte di reddito e un modo per sopravvivere, a costo di ipotecare sogni e futuro.
Il cosiddetto “lobolo” è ciò che il futuro marito offrein dote alla famiglia della sposa, sotto forma di capulanas (tessuti africani), galline, caprette e soldi ed è per questo che, nelle zone rurali, le ragazze vengono considerate dai genitori doprattutto come una fonte di beni. Ci sono casi in cui i leader di comunità, in cambio appunto di denaro, bestiame e altri beni, prendono in spose ragazze di 13-15 anni di età.
Spesso queste ragazze sposano uomini che vivono già con altre donne e, nella maggioranza dei casi, lasciano la scuola, iniziando ad avere figli molto presto e rendendosi così vulnerabili agli abusi sessuali e al contagio di Hiv/Aids. Le complicazioni durante la gravidanza, infatti, stando ai dati dell'Unicef, sono una delle principali cause di morte delle ragazze di età compresa tra i 15 ei 19 anni.
Il Mozambico è il paese che registra il più alto tasso di matrimoni precoci dell’Africa Australe; e a livello mondiale occupa il settimo. Le statistiche nazionali confermano che più della metà delle donne mozambicane si sposa prima dei 18 anni.
Le province di Nampula e Zambezia sono le più colpite: a Nampula, il 58% delle ragazze si sposa prima di raggiungere 18 anni, mentre un altro 37% ha un’età compresa tra i 20-24 anni.
A completare questo quadro e a dimostrare la gravità della situazione, ci sono anche le cifre del Ministero: se l’80% delle bambine frequenta la scuola elementare, la percentuale che prosegue la scuola media è tra il 5 e il 15%, mentre meno del 5% arriva alle superiori.
Secondo l'agenzia delle Nazioni Unite le bambine, o adolescenti, non sono preparate né fisicamente né psicologicamente a diventare mamme; purtroppo però molti mozambicani considerano questa consuetudine una tradizione che dev'essere rispettata e non è raro sentirsi rispondere che “solo i genitori sanno cosa è meglio per le loro figlie” o che “se le cose sono sempre state così,  nulla può essere fatto per cambiarle”.
I matrimoni precoci violano i principi giuridici dello stesso Mozambico, nonché i Diritti Fondamentali dei Bambini.
Il paragrafo 3 dell'articolo 119 della “Costituzione della Repubblica del Mozambico” asserisce, infatti, che l'unione tra due persone dev’essere basata sul libero consenso. Mentre nella “Legge della Famiglia” n° 10/2004, il paragrafo 2 dell’articolo 30 afferma che i giovani con più di 16 anni possono eccezionalmente sposarsi con il consenso dei genitori. In ogni caso, ciò indica che sotto i 16 anni i matrimoni sono illegali.
Specialmente nelle comunità rurali è, dunque, necessario rompere il silenzio.
Questo è quello che da anni ormai cerca di fare Ipaj grazie a un “Servizio di Ascolto” dedicato alle donne e ai bambini vittime di violenza domestica, che ha lo scopo di rimediare alle conseguenze negative che sorgono dalla pratica del matrimonio precoce.
A tal proposito, la scorsa settimana Ipaj ha approfondito questo tema a un Seminario organizzato in una Scuola Superiore di Nampula, durante il quale si è discusso di come prevenire tale problema endemico.

Il seminario che si è tenuto alla Scuola Superiore di Nampula faceva parte del programma di eventi promosso da Ipaj - l’istituzione dove svolgo parte del mio servizio civile – per il ventesimo anniversario della sua costituzione.

Ipaj è stata creata 2 anni dopo l’Accordo di Pace e i suoi funzionari sono molto fieri che la loro istituzione sia nata proprio nel periodo di rinascita del Paese, quando in discussione erano i fondamenti e le basi del nuovo Mozambico.
Ricordiamo che le speranze suscitate dall’indipendenza dai portoghesi (25 giugno 1975), che governavano il Paese da quattro secoli, erano state distrutte nel 1976 con lo scoppio della guerra civile fra le forze governative guidate dal Frente de Libertacao de Mocambique (Frelimo) e la Resistencia Nacional Mozambicana (Renamo). Le drammatiche conseguenze della guerra civile, sommate poi alla peggiore siccità dell'Africa Australe del XX secolo, avevano provocato 1 milione e mezzo di morti e 1 milione e 700 mila di rifugiati nei paesi vicini.
Così, il 4 ottobre del 1992, il Presidente Chissano e il leader della Renamo, Alfonso Dhlakama, firmarono a Roma - con la mediazione del governo italiano, delle Nazioni Unite, dell'Episcopato Cattolico Mozambicano e della Comunità Cattolica di S. Egidio - un Trattato di Pace che prevedeva la consegna di tutte le armi alle Nazioni Unite e la smobilitazione di tutte le milizie entro sei mesi con l'obiettivo di ricostruire un esercito nazionale unitario.
Ed è appunto in questo contesto che è nato Ipaj, un contesto socio-politico complesso dove i problemi sociali non mancavano.
L’idea di commemorare oggi i 20 di vita di Ipaj nasce dall’esigenza di continuare nell’opera di sensibilizzazione dei settori marginali della popolazione sulle diverse tematiche che porta avanti - tali come la difesa dei diritti, i matrimoni prematuri, l’integrità durante il periodo di reclusione - e per promuovere le proprie iniziative di assistenza giuridiche.
Per l’occasione Ipaj ha dunque organizzato, su temi legati ai diritti umani, una serie di eventi alla Scuola Superiore di Nampula, a Namaita (una comunità a circa 30 Km da Nampula), a Muatala (un quartiere periferico della città) e nel Carcere Femminile.

Crstina Danna
Casco Bianco Mozambico
ProgettoMondo Mlal

lunedì 9 giugno 2014

Il traffico di esseri umani in Perù

Attualmente si stima che nel mondo 27 milioni di persone siano vittime dei traffici; tuttavia gli unici dati ufficiali in Perù sono della “División contra la trata de personas de la Policía Nacional del Perú” e riportano solo che 2.685 vittime hanno denunciato i propri aggressori tra 2008 e il 2014. Un numero che però non considera tutti coloro che restano nell’ombra, non denunciati, e che non tiene conto delle inchieste portate avanti da Ong o associazioni locali, spesso riportate invece sui giornali peruviani.
Lima, Cuzco e la regione di Madre de Dios sono le zone più colpite e l’ultima, in particolare, secondo quanto riportato nella “Relazione 2013 sulla situazione della tratta di persone nel mondo” redatta dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha visto aumentare con la diffusione dell’attività mineraria illegale, anche il traffico di donne e bambine finalizzata allo sfruttamento sessuale. Le vittime, infatti, sono deportate di proposito in queste zone isolate, situate al di fuori del controllo delle autorità, e sono costrette all’anonimato, dopo essere state private dei documenti d’identità e dei mezzi fisici e psicologici necessari per raggiungere un luogo sicuro dove poter denunciare i propri aguzzini.
L’intervento dello Stato arriva, se possibile, e infatti, durante il mio soggiorno ad Iberia, cittadina della regione di Madre de Dios, situata in piena foresta amazzonica, poco distante dalla tripla frontiera Perù, Brasile, Bolivia, un’operazione ha permesso lo smantellamento di alcuni insediamenti illegali sorti presso le attività minerarie, anch’esse illegali. Questa manovra purtroppo non prevedeva un piano di ricollocamento per le migliaia di lavoratori impiegati in nero nelle miniere.
In questo contesto si inserisce un progetto, al quale sto collaborando come operatrice in Servizio civile per ProgettoMondo Mlal Perù, gestito dalla “Pastoral de Movilidad Humana”, ramo della Conferenza Episcopale Peruviana e appunto partner della nostra Ong.
Tra le attività di questo progetto c’era anche un corso da organizzare ad Iberia, per sensibilizzare e formare la popolazione di frontiera sui possibili rischi e su come difendersi, così da contrastare i traffici prevenendoli, affinché problemi come quello sopra descritto non abbiano le basi per nascere. Il presupposto del corso era dunque sia formare che informare le persone per proteggerle da sfruttamento e traffico.
Personalmente, la cosa che mi convince di questo progetto è che il corso non si limita ad informare i partecipanti – che sono soprattutto professori, agenti pastorali e dipendenti dell’amministrazione pubblica – ma prevede che al suo termine essi realizzino dei gruppi di lavoro nelle proprie località d’origine, agendo da referenti all’interno della rete che andrà ad unire tutte le comunità.
Le attività avviate dai gruppi saranno quindi misurate in funzione delle loro possibilità, interessi e necessità locali. Perciò, se da un lato il minimo che si richiede è organizzare un ulteriore evento formativo nella propria comunità (una conferenza, una manifestazione, un corso), dall’altro il risultato che si spera di ottenere è quello di dare vita ad un’équipe stabile, presente a livello locale per assistere e orientare i migranti e le vittime del traffico.
L’azione del singolo in questo momento è fondamentale; lo stato peruviano, infatti, ha sì promulgato sette anni fa una legge specifica contro la tratta di persone e il traffico illecito di migranti, ma non cura poi concretamente gli aspetti della sensibilizzazione, della formazione e dei servizi assistenziali di cui le vittime necessitano.
Ad Iberia, che è una cittá di frontiera, l’assenza dello stato è molto sentita e ho potuto percepirla io stessa durante il mio breve soggiorno. Per fortuna però ho avuto l’occasione di constatare la settimana successiva, a Lima, che l’interesse dello stato non è del tutto assente.
Grazie sempre alla Conferenza Episcopale Peruviana infatti ho partecipato ad una tavola rotonda presieduta dai rappresentanti dei ministeri e dalla delegazione peruviana delle Nazioni Unite, insieme con associazioni locali e Ong, convocata da tre parlamentari per organizzare unitariamente la Giornata Nazionale contro la Tratta di persone, che si terrà il 23 settembre.
Partecipando alla riunione, ho avvertito un forte entusiasmo nelle parti coinvolte, oltre ad una forte consapevolezza della gravità e della diffusione del problema, come anche del fatto che fino ad ora si è fatto troppo poco per risolverlo e che quindi ora è il momento di realizzare iniziative concrete.
Al termine della riunione si è stabilito che la giornata nazionale oltre a sensibilizzare, avrà lo scopo di celebrare almeno un risultato concreto, ovvero l’istituzione di centri specializzati per l’accoglienza delle vittime soprattutto nelle zone di frontiera, in particolare nella regione di Madre de Diós.
 Infine, sono stati gli stessi ministri ad ammettere che la sensibilizzazione dovrà agire in primo luogo all’interno degli organi di governo, oltre che sulla popolazione. Se non altro quindi il fatto che il problema sia arrivato ormai ad interessare anche i piani alti è un segnale positivo per il futuro.
Il mio anno di Servizio civile è iniziato solo da due mesi, eppure già raccontare i tanti momenti che ho passato è molto difficile. In questo contesto così nuovo infatti la quantità di informazioni, immagini, costumi, dinamiche sociali e relazioni di lavoro e di amicizia, unite alla frenesia dei ritmi di vita e degli impegni che mi sono trovata ad affrontare in così poco tempo, confondono i miei pensieri a tal punto che riordinarli è arduo.
D’altra parte però, se considero che sono all’inizio di questa esperienza, con davanti a me ancora molti mesi di servizio, mi tranquillizzo; e non soltanto perché immagino che il tempo porterà equilibrio e ordine ai miei pensieri, ma anzi, perché sono convinta che la quantità di informazioni, le attività e il coinvolgimento personale continueranno ad aumentare, poiché è proprio questo intreccio di novità che, pur disorientandomi, genera in me l’energia positiva.


Silvia Donato
Casco Bianco a Lima
Progetto Mondo Perù


giovedì 15 maggio 2014

Diritto al cibo e i 5 sensi

Attraverso l’ascolto e l’uso dei 5 sensi, i bambini trentini tra i 5 e gli 8 anni potranno conoscere una nuova amica, Melita, che dal lontano Guatemala insegnerà loro a fare i conti con il diritto al cibo, diritto universale di tutti ancora oggi non rispettato in molti Paesi del mondo.
L’iniziativa è dell’associazione MLAL Trentino onlus che, a fianco della Biblioteca civica Tartarotti di Rovereto, offrirà sabato 17 maggio (dalle 17.00 alle 18.30) nella sede di Corso Angelo Bettini 43, una lettura animata del fotoracconto “Un giorno con Melita” e un laboratorio ludico in cui i piccoli partecipanti potranno poi immediatamente mettere in pratica quanto imparato da Melita, e dunque piantare semi e piccole speranze per assicurare che davvero in un prossimo futuro tutti possano mangiare bene e a sufficienza.
Questo nuovo appuntamento promosso da MLAL Trentino onlus per i più piccoli fa parte di un più ampio progetto di educazione allo sviluppo, “Conto anch’io”, cofinanziato dalla Provincia Autonoma di Trento, che in questi mesi sta coinvolgendo tutto il mondo della scuola sui temi della sicurezza alimentare e della difesa dell’ambiente. Le prossime occasioni per tornare ad approfondire, in modo dinamico e divertente, gli stessi temi legati allo sviluppo, saranno la Festa del Riuso di Borgo Sacco la Notte Verde di Rovereto (31 maggio), appuntamenti in cui l’associazione MLAL Trentino onlus sarà presente con diversi stand e altre proposte didattiche.

La lettura animata di sabato 17 maggio a Rovereto, tutti possono partecipare, è però necessario prenotarsi (allo 0464.452500).

martedì 13 maggio 2014

Al fianco di Esquivel

 «Un uomo che ha le sue radici in America Latina e che rappresenta, non solo simbolicamente, un continente giovane, vitale, che fu definito da Papa Paolo VI come il Continente della Speranza».
Così la neo-presidente Ivana Borsotto ha presentato all'assemblea dei soci Mlal il Premio Nobel per la Pace argentino, Adolfo Pérez Esquivel.  L'occasione di questo incontro ha permesso di tornare tutti, volontari ed ex-volontari, nel Paese che, continua Ivana, «ha rappresentato 50 anni fa per il Mlal l'inizio di un cammino straordinario nel quale abbiamo incontrato compagni e amici che ci hanno insegnato la solidarietà, la passione civile, il coraggio e la dignità.
Un posto che in quei tempi era il luogo dell'ingiustizia, della povertà, della violenza perpetrata dalle dittature, ma anche dell'educazione popolare, delle comunità di base, dei comitati dei quartiere, delle donne che si organizzavano, delle battaglie per avere l'acqua, la luce, la scuola, per essere riconosciuti come cittadini.
In quell'America Latina, Adolfo Pérez Esquivel ha testimoniato la sua fede nel carcere e tra le torture, ma le sue azioni hanno testimoniato anche la forza immensa della nonviolenza ispirata da una salda e profonda radice cristiana. Un uomo la cui voce è "una piccola voce tra coloro che non hanno voce", la cui voce "vuole avere la forza della voce degli umili"; che ha camminato "insieme al popolo e ai miei fratelli, i poveri, i perseguitati, gli affamati ed assetati di giustizia, che soffrono per colpa dell'oppressione, angosciati dalla vista della guerra, che sono oggetto di aggressioni e violenza o vedono rimandati i propri diritti fondamentali".
Ieri come oggi, Esquivel ci insegna che " per costruire una nuova società dobbiamo rimanere con le mani aperte, fraterne, senza odio e senza rancore, per ottenere la riconiciliazione e la pace, ma con molta risolutezza, senza scontri e in difesa di Verità e Giustizia. Perché so che nessuno può seminare con i pugni chiusi. Per seminare le mani devono essere aperte"
La sua testimonianza e il suo impegno non si sono mai fermati. E mi permetto di ricordare come le sue battaglie siano un esempio e un riferimento per il lavoro del Mlal: nella difesa dei diritti umani, che Esquivel interpreta come diritti sociali ed economici di fronte alla crisi economica, in difesa della dignità di bambini, anziani, donne, giovani che soffrono povertà ed esclusione sociale.
Così ProgettoMondo Mlal è impegnato nella lotta alla malnutrizione in Burkina, per la sovranità alimentare in Bolivia, a fianco delle organizzazioni di bambini lavoratori nell'area andina e per rendere più umane le carceri del Mozambico e in difesa dei diritti dei migranti in Marocco, in Perù o sulla frontiera tra Haiti e Domenicana.

Nella salvaguardia dell ambiente, dove denuncia la devastatrice attività estrattiva delle multinazionali minerarie straniere che spogliano i paesi dell'America Latina a costo zero, inquinando aria, ghiacciai e fonti d'acqua e incrinando delicati equilibri ambientali e contro cui ha proposto in Argentina la riforma della Ley de Minería che disciplina l'attività estrattiva, perché non c'è rispetto dei diritti umani se si saccheggiano le risorse dei popoli.Cosi come il ProgettoMondo Mlal si è impegnato per la salvaguardia della foresta amazzonica a fianco dei Mosetenes in Bolivia e degli indios Shipibo in Peru', per la difesa dei diritti sociali dei Mapuche in Cile e oggi per la riforestazione e la diffusione di energie alternative ad Haiti.
Nella promozione dell'educazione alla mondialità e della memoria: ogni anno Pérez Esquivel incontra migliaia di giovani per ricordare quello che sono state le dittature: "i giovani hanno il diritto di sapere cosa è successo nei loro Paesi in un passato non lontano", per alimentare il lungo e faticoso percorso della memoria, della giustizia, delle responsabilità.
Così il Mlal da sempre è impegnato nelle scuole e nelle comunità locali in cui sono presenti i nostri volontari con percorsi didattici di educazione alla cittadinanza mondiale, creando occasioni di interscambio tra nord e sud del mondo e siamo a fianco della Casa delle Gioventu' in Paraguay, dei giovani in Honduras o della Comision de la verdad in Perù per contribuire ai percorsi di riconciliazione e risarcimento delle comunità colpite dal conflitto armato degli anni 90.
L’edificazione della memoria e la sua alimentazione sono fondamentali se non decisivi per impedire che le tragedie del passato si ripropongano.
I percorsi di riconciliazione e di pace, infatti, cosi come quelli del lavoro e della lotta per la costruzione dei diritti umani, devono avvenire creando coscienza , creando sensibilità e cercando un equilibrio tra le esigenze della giustizia e quelle della pace.
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Comunicazione ProgettoMondo

Ascoltando Adolfo Pérez Esquivel

Ascoltando Adolfo Pérez Esquivel mi sono resa conto ancora una volta quanto sia importante che la solidarietà e la cooperazione internazionale abbiano questa ottica di scambio, di reciproco apprendimento e che, anzi senza questo sguardo la cooperazione non ha senso.
Ho preso atto di quanto il Mlal abbia imparato dall’America Latina, nel costruire il suo Progetto Mondo. Ad esempio nel sentire la terra come la nostra casa, la Pacha Mama, che ci avvolge come un mantello di protezione e amore.
Anch’io ho avuto grandi maestri, come ha detto Adolfo, i contadini del Brasile che vedevano la scuola solo da lontano e per qualche mese, che dicevano “la terra è come il Padre Nostro: ci da il pane di tutti i giorni; la terra deve riposare, la terra è di Dio, noi l’abbiamo in prestito”. Un pane che non solo sazia la fame di cibo, ma anche di relazioni, di senso della vita.
O gli indigeni del Guatemala, orgogliosi Maya, tanto impegnati nella difesa accorata della loro terra, fino al punto di affrontare la violenza e la morte per difenderla.
Forse mi colpisce ancora di più l’ottimismo e la speranza che scaturiscono dalle parole di Adolfo Perez Esquivel. Io, infatti, che mi sono trovata dentro un conflitto violento per la proprietà della terra, che ho conosciuto persone che sono state torturate, posso dire con lui che “è quando la notte è più oscura che comincia l’alba”, e che non bisogna mai abbandonare l’utopia e la speranza del cambiamento. Con determinazione e testardaggine, con la volontà di cambiare se stessi e il mondo. Con la capacità di ricominciare, con il coraggio di mettersi sempre in gioco, con la fiducia nelle persone, non con la diffidenza continua, ma ricorrendo alla critica sana e anche all’autocritica. Il cammino di liberazione non è solo una ricchezza che abbiamo ereditato dall’America Latina: è un cammino che esiste oggi se abbiamo la forza di scoprirlo, illuminati da quella luce dell’alba che ci ha condotti fuori dalle tenebre.
Termino con una frase di Victor Hugo, che ci dovrebbe accompagnare nel nostro personale e collettivo percorso di liberazione:
L’utopia di oggi è la realtà di domani. 

Emilia Ceolan
Mlal onlus