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martedì 21 febbraio 2017

Perù in marcia contro la corruzione

“Poder judicial, vergüenza nacional!”
Scandiscono così, con un'unica e potente voce, i circa 5 mila peruviani accorsi alla marcia contro la corruzione indetta per il 16 febbraio da varie organizzazioni sociali, politiche e della società civile.
Il grido si alza potente nelle strade del centro di Lima, spargendosi tra la Plaza Dos de Mayo, indicata come punto di ritrovo iniziale della manifestazione, nel Paseo de la República, di fronte al Palazzo di Giustizia e nella Plaza San Martín, luogo simbolo dell'aggregazione politica della capitale. La rabbia si mescola allo sdegno e alla frustrazione contro una classe politica che, da molti anni, appare invischiata in frequenti casi di mala gestione e di interessi personali anteposti alla res publica. La corruzione sembra scorrere a cascata, muovendosi dai vertici della politica si infiltra tanto nelle varie istituzioni dello Stato come nella pubblica amministrazione, assumendo le sembianze di un fenomeno endemico, uno spaccato del Paese. Il rischio maggiore che ne deriva è che il popolo gradualmente si abitui, ci faccia il callo, atrofizzandosi in un torpore apatico e affannandosi a ricavarsi non tanto un futuro, quanto un presente arrangiato.
Ancora più preoccupante è l'impunità che accompagna questa serie di scandali, esplosi da più di un anno in seguito al caso Odebrecht, che ha scosso la scena politica regionale dell'America Latina, investendo non solo la classe dirigente peruviana, ma anche quella argentina, colombiana ed ecuadoriana.
Da più di un anno, infatti, è emerso che l'impresa brasiliana, dedicata alle grandi opere infrastrutturali, si guadagnava numerosi appalti pubblici elargendo laute tangenti ai presidenti e ai ministri competenti dei vari paesi dell'aerea. Il Perù non è rimasto immune dalla pratica criminosa e, gli ultimi tre presidenti che hanno governato il paese, Alan García, Alejandro Toledo e Ollanta Humala, provenienti da partiti con posizionamenti politici molto diversi tra di loro, si trovano ora nell'occhio del ciclone, mostrando la trasversaslità del fenomeno stesso. Sulla testa di Toledo, che pare stia cercando asilo in vari Paesi, da ultimo Israele che gli ha negato l'ingresso, pesa un mandato di cattura internazionale e si stima che abbia ricevuto più di 20 milioni di dollari da Odebrecht. Humala, che aveva fatto della lotta alla corruzione il proprio cavallo di battaglia, è finito per ricadere nella stessa dinamica e nell'ottobre 2016 è stata creata una commissione incaricata di indagare su varie opere pubbliche concesse al gruppo Odebrecht.
Infine c'è Alan Garcia, visto da molti come una figura intoccabile e due volte presidente del Perù i cui capi d'accusa sono legati ai maxi appalti, a cui si sommano i rapporti non certo limpidi con il narcotraffico e la strage del Baguazo (32 morti), avvenuta nel 2009 in seguito a un violento scontro tra polizia e popolazioni indigene della selva amazzonica, i quali protestavano contro le concessioni minerarie lesive dei propri diritti e usurpatrici delle proprie terre.
“Last but not the least”, una delle figure più controverse della scena politica peruviana, Alberto Fujimori. Attualmente nel carcere del Callao (unità amministrativa autonoma di Lima), sta scontando una pena di 25 anni e i vari capi d'accusa spaziano dall'appropriazione indebita di fondi pubblici, al falso ideologico, alla corruzione e all'essere stato riconosciuto come il mandante reale delle due stragi avvenute tra il 1991 – 1992 (La Cantuta e Barrios Altos). Il “chino”, che ha governato con metodi autoritari il paese durante il periodo più critico della violenza politica, in cui lo scontro tra lo stato e le guerriglie insorgenti di sendero luminoso e l'MRTA (Movimiento Revolucionario Túpac Amaru) era giunto al parossismo, continua ad avere un forte ascendente sul Paese, tant'è che larga parte del popolo peruviano sarebbe favorevole all'indulto e sua figlia, Keiko Fujimori, detiene la maggioranza dei seggi nel Congresso, imbrigliando l'attività politica della presidenza di Pedro Pablo Kuczynski (PKK).
Di fronte a questa grave situazione, il sindacato dei lavoratori (CGTP) e il Colectivo No Keiko hanno convocato la manifestazione, a cui si sono sommati vari esponenti del Frente Amplio, guidato da Verónika Mendoza, la Democracia Cristiana, il Frente de Unidad y defensa del publo peruano e il collettivo degli studenti dell'università nazionale.
Partiti dalla piazza Dos de Mayo il corteo ha sfilato per il centro, per poi scindersi e raggrupparsi in due punti: la maggior parte dei manifestanti si è fermata davanti al palazzo di giustizia, di fronte a un grande dispiegamento delle forze di sicurezza, mentre un altro gruppo si è concentrato in Plaza San Martín. Nel tardo pomeriggio limeño, la manifestazione, durata circa quattro ore, si è svolta pacifica e colorata. Un fulgido esempio di democrazia, una compresenza di anime e sensibilità distinte, accomunate dall'indignazione nei confronti della mala politica e desiderose di costruire un futuro migliore per il Paese e per i propri figli.

Stefano Fraccaroli,
Casco Bianco ProgettoMondo Mlal Perù

giovedì 7 luglio 2016

Migrazioni da conoscere, senza pregiudizi


Le migrazioni sono uno dei tabù più radicati nel nostro Paese, circondate spesso da falsi miti e false credenze dovute alla poca consapevolezza, alla paura del diverso e al pregiudizio. Infatti se davvero ci prendessimo l’impegno di conoscere coloro che riteniamo diversi scopriremmo che poi tanto diversi non sono. Alcuni politici, con la complicità dei mass media, tendono a giocare  sul timore già presente nelle persone andando a provocare un rifiuto verso gli immigrati tramite l’imprecisione e la superficialità nel raccontare fatti di cronaca. Spesso, in caso di stranieri, vengono presentati i protagonisti dei fatti in base al luogo d’origine, alimentando inconsapevolmente il disprezzo verso queste persone e causandone un progressivo isolamento dalla società. Secondo le ricerche del giornalista Maurizio Corte, nell’83% dei casi il ruolo del soggetto immigrato appare negativo e nel 56% dei casi si parla di straniero in relazione alla criminalità. All’immigrato, etichettato come elemento da allontanare, vengono tolte possibilità di lavoro e quindi di integrazione, facendolo entrare in un circolo vizioso che in alcuni casi vede come scelta obbligata il lavoro in nero, in totale assenza di diritti, come unico mezzo di sostentamento per se stesso e per la propria famiglia. È quindi la società stessa, per lo scarso approfondimento dei fatti, a creare il problema di cui si lamenta.
Un altro degli stereotipi principali è legato all’aspetto economico. Non conoscendo la realtà dei fatti, molti ritengono che l’immigrazione rappresenti una perdita di denaro statale e si sentono derubati a vantaggio degli stranieri, mantenuti in comunità pubbliche. A una persona che sente la parola “migrante” infatti viene subito in mente il rifugiato politico che arriva in Italia sui barconi, quando in realtà l’afflusso migratorio in Italia, secondo uno studio ISTAT, proviene per il 52,8% dall’est Europa e porta un concreto profitto economico. Emblematico è lo studio della fondazione Leone Moressa che testimonia come nel 2015 ci sono stati 3,9 miliardi di euro in entrata nelle casse pubbliche grazie a lavoratori stranieri.
Alla luce dei fatti possiamo affermare che essendo questo fenomeno radicato nella nostra società non possiamo fare altro che informarci meglio a riguardo, abbandonando tutti i pregiudizi ed immedesimandoci nelle difficili situazioni che costringono queste persone ad abbandonare lo stato natale in cerca di un posto migliore per sé e per la proprie famiglie. In quanto abitanti del Mondo, dobbiamo aiutare e facilitare la loro integrazione all’interno della società. In questo campo ProgettoMondo Mlal si impegna a creare ponti di scambio culturale tra paesi diversi in modo da sensibilizzare le giovani generazione alla conoscenza del diverso, con lo scopo di abbattere il muro di pregiudizi, come ad esempio è stato fatto nel 2015 con un programma di scambio tra una scuola di Cuneo e una di Beni Mellal in cui i giovani di entrambe le città hanno potuto conoscere uno stile di vita diverso dal loro tramite la creazione di video.

Martina Coati e Edoardo Cappelletto
Studenti del liceo classico Maffei, progetto alternanza scuola-lavoro

venerdì 27 novembre 2015

Burkina Faso, la voglia di cambiare

Ultimo fine settimana prima del giorno della verità in Burkina Faso. Il 29 novembre si elegge il nuovo Presidente della Repubblica e il fallito colpo di stato dello scorso 17 settembre sembra avere motivato ancora di più i cittadini nella costruzione del destino del loro Paese.
Girando in queste ore per le strade della cittadina di Dano, mi impressiona la quantità infinita di manifesti elettorali appesi negli uffici, nei bar e persino agli alberi di mango. Anche le più semplici e piccole abitazioni con il tetto in paglia hanno appesi almeno una foto dei candidati o un manifesto elettorale. Curiosa di sapere se si tratti di senso civico vero o presunto, mi dirigo verso il grand marché, alla ricerca di testimonianze da raccogliere.
Entrando nel mercato, il mio sguardo viene subito catturato da una vecchia macchina da cucire all'interno di una bottega su cui è incollata una foto sbiadita di Thomas Sankara, il rivoluzionario che tutti definiscono il “Che Guevara burkinabè”, ucciso da odiosi complotti orditi dall'ex dittatore Blaise Compaoré.
Così mi siedo a bere un tè con il proprietario della sartoria che, senza perdere di vista la precisione del suo cucito, mi ammonisce: “Dopo il colpo di stato del 17 settembre abbiamo capito tutto. E oggi non ci bastono più le parole, vogliamo fatti concreti”.
Ciò nonostante il sarto non sa dirmi chi secondo lui vincerà la sfida. Ma suo figlio è invece molto preparato: Nasef ha appena 12 anni ma mi illustra tutte le posizioni dei vari candidati. Mi dice che sebbene non possa votare, ha una sua idea ben precisa e che non è per niente d'accordo sul candidato che voterà suo padre!
Nasef frequenta il colège e gli piace molto studiare. A bassa voce, senza farsi sentire da suo papà, mi dice che il suo dovere è essere un bravo studente perché, in Burkina Faso, gli studenti bravi vengono mandati a studiare all'estero, e quando tornano sono capitale umano per il Paese. Il sogno di Nasef sono gli Stati Uniti, “il paese migliore al mondo”, dice.
Tornando verso casa noto che la mia giovane vicina ha indosso la maglietta del Balai Citoyen, un movimento politico fondato dal musicista reggae Sams’K Le Jah e dal rapper-attore Serge Bambara nel 2013. Si tratta di un movimento di ispirazione sankarista, e deve il suo nome alla volontà dei suoi fondatori di spazzare via dal Paese la corruzione politica (ispirandosi anche al monito di Sankara di munirsi delle proprie scope come metafora della presa a carico del destino del bene pubblico).
Parlando con la ragazza scopro che in realtà sa poco della storia del Balai Citoyen ma ugualmente nella sua cucina giganteggia un manifesto elettorale di questo movimento. Le chiedo quindi cosa pensa delle elezioni delle prossima domenica e, senza lasciarsi ingannare dalla mia curiosità, mi dice che ciò che si aspetta la popolazione è “un presidente per vivere in pace. Una persona seria –mi spiega- che prenda il potere e che sappia dirigere al meglio il Paese”.
Si fa sera, e davanti a una brakina, la birra burkinabè, un collega mi confessa che non ha più tanta voglia di parlare di politica perché ha sentito troppe promesse e troppe parole gridate al vento. Mi dice però che è sicuro che questa volta qualcosa cambierà veramente perché, “se non cambierà”, “saranno gli stessi cittadini a cacciare ancora una volta il presidente!”. Mi racconta che il Burkina non farà mail la guerra perché sul Paese regna l'anima di Sankara che si è fatto uccidere per il suo popolo e che sempre veglierà sulla sua terra, cacciando i potenti e i malvagi corrotti.
Nei pressi del municipio di Dano stasera c'è un concerto gratuito di supporto a uno dei candidati. Rimango stupita dalla moltitudine di persone che è accorsa per manifestare il sostegno al proprio candidato. Ci sono bambini scalzi, donne incinte, padri di famiglia. I musicisti, prima di esibirsi, spendono qualche parola sull’appuntamento elettorale e la popolazione sembra davvero interessata a capire, informarsi, rendersi partecipe di un cambiamento. Tutti sono qui a reclamare una dignità che troppe volte è mancata al popolo del Burkina.
L'aria profuma davvero di cambiamento vero, che nasce dal basso, dalla polvere.

Elisa Chiara
Casco Bianco Burkina Faso
ProgettoMondo Mlal

mercoledì 22 ottobre 2014

Bolivia, Morales fa terna

Una vittoria schiacciante, senza ombre di dubbio, quella di Evo Morales che ha nuovamente trionfato alle elezioni presidenziali in Bolivia, ottenendo oltre il 61% dei voti da circa 6 milioni di elettori. L’ex sindacalista, presidente della Bolivia dal 22 gennaio 2006, si appresta così ad iniziare il suo terzo mandato.
Alle elezioni il Mas, partito di governo, si è infatti imposto in 8 dei 9 dipartimenti del Paese. Alle spalle di Morales, il leader di Unidad Democrata, Samuel Doria Medina (noto imprenditore del cemento), con il 24,5% dei voti, segue il Partito Democratico Cristiano con il 9%, mentre i partiti “Movimiento sin Miedo” e il recente costituito partito “Verde” non raggiungono il 3% di voti validi, perdendo cosi, secondo la normativa elettorale, il registro nazionale.
I dati definitivi dell’importante appuntamento elettorale non sono ancora pubblici, nonostante il Tribunale Elettorale avesse promesso che la domenica stessa delle votazioni, il 12 ottobre, sarebbero stati diffusi i risultati al 90% di completezza.
I risultati ottenuti, con la stragrande maggioranza dei voti andati al partito di governo, non ha sorpreso nessuno, neppure i partiti di opposizione. Quello che invece ha suscitato non poche perplessità e proteste è stata la inettitudine dimostrata dal Tribunale Supremo Elettorale che, più volte durante il conteggio, ha diffuso la notizia che il sistema si era inceppato, che si erano registrati errori nei conteggi e altre inconsistenti complicazioni, a causa delle quali non si poteva avanzare con la rapidità annunciata.
Finalmente, quasi in sordina, ecco nella giornata di domenica 19 l’annuncio dei risultati pressoché definitivi (in due comuni si devono rifare le votazioni per irregolarità comprovate) a comprovare i primi sondaggi (detti “boca de urna”). La stampa si limita dunque ad riportare i dati diffusi tramite una conferenza stampa dell’organo elettorale e tenendo al minimo i commenti.
All’indomani della pubblicizzazione dei numeri, i partiti usciti perdenti da quest’ultima competizione esprimono serie perplessità e dubbi circa la veridicità dei risultati e annunciano iniziative di denuncia. Lo stesso governo, alleato alla Coordinatrice dei movimenti sociali affini al Mas (Conalcam), fa la mossa di promettere un audit tecnico al Tribunale Supremo Elettorale per identificare i problemi creatisi durante lo scrutinio e individuare i responsabili che hanno fatto ritardare la proclamazione dei risultati, minacciando sanzioni.
Per quanto riguarda la composizione dell’assemblea legislativa, il partito di governo si è assicurato la votazione dei 2/3 sia alla Camera che al Senato. Ciò significa che nei 5 anni a venire la guida Morales avrà l’appoggio maggioritario in seno al potere legislativo.
Per la prima volta nella storia della Bolivia, hanno avuto la possibilità di votare per le elezioni presidenziali anche i residenti all’estero. E anche in questo caso si registra l’ampia vittoria per il Mas con il 72,29% dei voti a suo favore.
Le votazioni all'estero si sono svolte contemporaneamente in 33 Paesi per un totale di 267.610 elettori residenti in 69 città.
 
Anna Alliod
ProgettoMondo Mlal
Bolivia

venerdì 10 ottobre 2014

Elezioni in Mozambico: il ritorno di Dhlakama

Mozambico è alla vigilia del voto: il 15 ottobre gli elettori sceglieranno Presidente e membri del nuovo Parlamento.
La vera novità di questo appuntamento elettorale è rappresentata dalla ridiscesa in campo di Afonso Dhlakama, leader della Resistenza Nazionale Mozambicana (Renamo), da due anni esiliatosi nella Provincia di Sofala da dove comunque ha continuato a impartire ordini ai suoi per tenere sotto pressione il governo, colpevole, a suo dire, di non rispettare l’Accordo di Pace firmato nel 1992.
Uscito allo scoperto circa due mesi fa, Afonso Dhlakama è riapparso a Maputo per siglare la tregua tra gli ex guerriglieri della Renamo e forze governative del Fronte di Liberazione Nazionale del Mozambico (Frelimo). L’intesa, che dovrebbe simboleggiare la fine della crisi politica e militare del Paese, ha in calce la data del 5 settembre e appunto le firme del leader della Renamo, Afonso Dhlakama, e del Presidente del Mozambico, Armando Guebuza.
Sostenitori di questo accordo sono stati gli ambasciatori d’Italia, USA, Portogallo, Botswana e l’Alto Commissariato dell'Inghilterra. Le cessate ostilità militari tra le due forze hanno portato a un inizio del processo di smilitarizzazione e reinserimento delle forze residue della Renamo, alcuni nella vita civile in attività economiche e sociali e altri nelle forze armate del Mozambico e nella polizia mozambicana.
La legge che sancisce l’accordo è stata promulgata e approvata dalll'Assemblea della Repubblica, ma si tratta di una provocazione perché, sia nell’accordo di Roma (1994) che nell’accordo di Maputo (2014), si sostiene che le rispettive leggi furono firmate in un "principio di buona fede". Inoltre, è prevista una Missione di Osservatori Militari Internazionali (Emochim) composta da 9 Paesi (Africa del Sud, Botswana, Italia, Zimbabwe, Kenia, Cabo Verde, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti) che dovrebbe garantire l’applicazione dell'accordo. Il periodo di monitoraggio, che durerà 135 giorni, è però stato avviato da pochi giorni, il 30 settembre.
Ad ogni modo, proprio grazie a questa intesa, è stata sancita la libera partecipazione di Afonso Dhlakama alla campagna per le elezioni presidenziali alla quale concorrono dunque tre partiti politici: Mdm (Movimento Democratico del Mozambico) con Daviz Simango, Frelimo (Frente di Liberazione del Mozambico) con Filipe Nyusi, e Renamo (Resistenza Nazionale del Mozambico) con Afonso Dhlakhama.
A pochi giorni dal voto, la maggior parte dei mass media si limita a descrivere l’agenda politica di ogni candidato, a citare alcune parti dei comizi, evitando commenti, interpretazioni e analisi. Soltanto due giornali si sono spinti a offrire anche qualche elemento critico.
Sul giornale “Savana”, Jorge Rebelo – una delle ultime figure morali del Movimento di Liberazione tra i fondatori del – confessa in un’intervista la sua delusione per l’attuale dibattito politico in cui – dice – vede poche prospettive visto che la Frelimo “non accetta critiche” e “men che meno sa fare auto-critica”, mentre il Mdm è ancora nella fase embrionale e la Renamo non costituisce un’alternativa di stabilità e di sviluppo per il Paese.
Il mensile della chiesa cattolica “Nova Vida”, bolla questa campagna elettorale come un “bombardamento” di promesse e di immagini di “candidati sorridenti” disposti ad “immolarsi per il bene del popolo”. Inoltre, la stessa testata, ironizza sulla parola “paura” facendo notare che in Mozambico esistono partiti che temono che il popolo possa smettere di avere paura così come i politici hanno paura del cambiamento e dunque di perdere gli attuali “favori”. Su questo assunto, “Nova Vida” raccomanda ai propri lettori di non “vendere” il proprio voto in cambio di capulane (tessuti tipici africani, ndr), fazzoletti, magliette, cappelli e altri articoli, distribuiti nel corso di questa campagna, di non lasciarsi influenzare dalle immagini falsate che trasmettono TV e radio ma di scegliere con calma e cognizione il proprio candidato.
In queste settimane gli elettori mozambicani sono subissati dai discorsi dei diversi candidati basati essenzialmente su due soli punti: l’auto-definizione e la ripetizione fino alla noia della storia nazionale (i protagonisti dell’ indipendenza nazionale, la storia di un paese democratico, ecc.) e la lunga lista di ciò che costruiranno: scuole e ospedali, strade e pozzi, ecc.
E d’altra parte è sempre stato cosi... Dalle prime elezioni multipartitiche (1994, 1999, 2004, 2009) temi e discorsi girano sempre attorno a questi due assi, eppure da allora poco è cambiato.
Il cittadino, “attivo” per definizione, non si limita all’atto di votare, ma partecipa alla vita sociale e politica del Paese. Guardando alla storia del popolo mozambicano, emergono quattro esempi recenti di cittadinanza attiva: 1. La denuncia delle terribili condizioni di vita della popolazione rilocalizzata dalle imprese minerali e petrolifere in Moma (provincia di Nampula), Moatize (provincia di Tete) e Palma (provincia di Cabo Delgado). 2. Le manifestazioni a Beria e Maputo contro i saccheggi e il ritorno alla violenza armata. 3. Le proteste contro l’aumento delle “regalie” ai deputati. 4. La denuncia per lo scandalo degli 850 milioni di dollari americani prestati al Governo per l’acquisto di una nave da pesca per il tonno.
Questi quattro episodi vengono unanimemente considerati esempi di “cittadinanza attiva” nella misura che, ogni volta che gli interessi e i diritti della popolazione vengono messi in dubbio o vengono meno, prevalgono gli ideali dell’interesse comune, della solidarietà e della partecipazione per cause sociali, politiche ed economiche.
Consapevoli delle poche alternative politiche oggi sul tappeto, si aspetta comunque fiduciosi la scadenza del 15 ottobre, nella speranza che gli elettori non si lasciano troppo manipolare dagli slogan, ma riescano a fare buon uso del loro diritto a scegliere.

Cristina Danna
Casco Bianco Nampula
ProgettoMondo Mlal Mozambico

lunedì 11 agosto 2014

Sovranità alimentare in Bolivia

Una coltivazione di quinoa
Ultimamente si parla tanto di “sovranità alimentare”, qui in Bolivia come nel resto del mondo. Questa è diventata, dopo “agroecologia” o “sviluppo sostenibile”, l'ennesimo grande concetto alla moda per dire tutto e niente. Lo usano sindacati agricoli, Ong, movimenti sociali e ormai anche numerosi governi, in Europa come in America Latina o Africa; questo senza però preoccuparsi di condividere un termine che muta spesso significato a seconda di chi ne fa uso.
Questo problema affonda le sue radici nella complessità della sua evoluzione come concetto a partire dal 1996, quando compare per la prima volta.
Il concetto di “sovranità alimentare” viene definito dal sindacato contadino internazionale, “Via Campesina”, come “il diritto di ogni nazione di preservare la sua capacità di produrre i suoi alimenti di base nel rispetto della diversità di culture e di prodotti”.
Esso si pone in contrapposizione a quello di “sicurezza alimentare”, coniato nel World Food Summit del ‘96 per definire la situazione in cui “tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti che garantiscano le loro necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e sana” ed utilizzato anche di recente dalle Nazioni Unite per denunciare le possibili derive produttiviste e mercantiliste delle politiche agrarie nazionali causate dai trattati di libero commercio approvati di recente.
Come verrebbe garantita infatti la sicurezza alimentare? Forse vendendo ai Sud del mondo gli eccedenti dell'agricoltura sovvenzionata del Nord? Imponendo un modello produttivo e nutrizionale occidentale basato sullo sviluppo tecnologico ed economico? O invece lasciando autonomia organizzativa all'agricoltura famigliare e contadina in ogni regione, in base alla propria tradizione?
Se da un lato, infatti, il concetto di sicurezza alimentare pone la questione di garantire a tutti il diritto al cibo, dall’altro rischia di cadere nel modello “sviluppista”, secondo cui l’unica via possibile per garantirlo sia ricalcare archetipi di tipo occidentale.
Queste e altre questioni sono state discusse per più di un decennio all'interno di Via Campesina, allargando notevolmente la definizione per comprendere meglio la distribuzione, il consumo e le problematiche legate al Nord del mondo (abbandono delle terre, sovvenzioni, …), e arricchendola a tal punto da renderla tanto affascinante, quanto facilmente reinterpretabile a seconda della necessità.
In Bolivia, inoltre, questo concetto non è solo stato utilizzato dalle istituzioni che si occupano di cooperazione e dalle Ong, ma è entrato a far parte dello stesso corpus legislativo dello Stato Plurinazionale.
Sorvolando le possibili intenzioni propagandistiche di questa decisione del Governo boliviano, mi preme piuttosto sottolineare due effetti di questa scelta: l'enorme semplificazione del concetto, dovuta alla sua trasposizione in legge; l’incompatibilità tra questa legge e gli effetti generati da molte politiche boliviane che sembrano muoversi in direzione opposta.
Infatti, al di là dei discorsi pubblici incentrati sull'agricoltura comunitaria contadina, sui beni comuni e sull'obiettivo della sostenibilità, a giudicare dalle leggi che la regolano sembra invece che la sovranità alimentare in Bolivia si traduca semplicemente nella ricerca di una sorta di autarchia alimentare, gestita possibilmente da imprese nazionalizzate.
La vastità della proposta della Via Campesina viene quindi trasformata in un semplice obiettivo quantitativo che soppesa importazioni ed esportazioni, ponendo lo Stato nazionale come ago della bilancia.
E in ogni caso sembra che le politiche messe in atto fin ad ora non siano in grado di raggiungere questa meta. Mentre si stimola l'esportazione di prodotti tanto “coloniali” (caffè, cacao, soia..) quanto “tradizionali” (la quinoa su tutti), non diminuisce invece la quantità di beni alimentari importati.
Ecco quindi come di fronte a queste contraddizioni la sovranità alimentare, in Bolivia come altrove, resta un concetto astratto, che suona bene su carta ma è destinato poi a consumarsi in una realtà che non è pronta ad accoglierlo.

Marco Goldin
Casco Bianco a Cochabamba
ProgettoMondo Bolivia

giovedì 7 agosto 2014

Lo Splendore di Nampula

Nampula, città di 471.717 abitanti, conosciuta come la capitale del Nord del Mozambico, ha registrato negli ultimi decenni un improvviso sviluppo, tanto demografico, quanto economico, commerciale e sociale.
Città dal clima tipicamente tropicale, dove la cultura dominante, quella Makhuwa, convive con altrettante peculiarità tradizionali; è stata di recente teatro di importanti svolte politiche.
Le elezioni municipali dello scorso anno hanno infatti visto il successo del Movimento Democratico del Mozambico (Mdm), che ha preso il posto del Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo), al governo della provincia dal 1998.
Tra le iniziative avviate dalla nuova amministrazione c’è “Wayra wa Wamhula”, ovvero “Lo Splendore di Nampula”; proposta direttamente dal Presidente del Consiglio Municipale, Mahamudo Amurane. Suo obiettivo è garantire dignità e salute ai cittadini grazie a piani di raccolta dei rifiuti, che risaltino l’importanza di una città pulita e decorosa.
Il Presidente ha inoltre esortato tutti i 22 municipi della provincia ad aderire al programma, grazie a grandi campagne di propaganda dalle forti tinte patriottiche. “Tutti i cittadini sanno che Nampula – afferma Amurane – è la città più attraente ed attiva del paese dal punto di vista economico, perché ricca di risorse naturali e culturali che la rendono una meta interessante per i grandi investimenti”. Ha sollecitato quindi anche la popolazione a contribuire volontariamente versando 100 meticais (2,5 euro) in favore della causa e raccomandando ad ognuno di collaborare secondo le proprie possibilità (consigliando ad esempio agli imprenditori facoltosi di deporre una somma congrua).
La sua richiesta si appoggia su due punti: considerati il deplorevole stato di igiene e pulizia della città e l’elevato debito ereditato dal precedente Consiglio Municipale, secondo Makhuwa, è compito ora di tutti i cittadini risolvere il problema.
Si può allora pensare che il nuovo Presidente stia stimolando nei cittadini una forma molto sentita di cittadinanza attiva? Forse sì, ma non sono pochi i mozambicani che invece sono in disaccordo, in particolare in merito alle richieste di contributi volontari. Per capire questa loro posizione è necessario sapere che in Mozambico all’interno della bolletta della luce – pagata tra l’altro con un “contratto a pagamento anticipato” – sono automaticamente aggiunte due tasse: il canone della radio e la tassa per i rifiuti (che quindi viene già versata).
Considerato inoltre che si tratta di un Paese dove in una famiglia si possono trovare in genere dai 3 agli 8 figli, dove il lavoro non è né facile da trovare, né particolarmente remunerativo (con un Pil procapite nominale di 634$ nel 2012), si sente spesso chiedersi: “Come posso dare un contributo in denaro al governo? Loro di certo ne dispongono facilmente, non noi che lottiamo ogni giorno per la nostra sopravvivenza!”.
Da questa osservazione si può dedurre che, sebbene questa iniziativa abbia il merito di smuovere le coscienze della popolazione sui problemi dell’inquinamento urbano e ambientale, dall’altro si pone in modo chiaramente poco efficace di fronte ad una cittadinanza alla quale questo tipo di problemi giungono meno impellenti, certo meno di quelli quotidiani di guadagnarsi del cibo ed un tetto.
Restiamo in attesa di vedere se l’amministrazione di Nampula sarà capace di cogliere queste critiche e di riformulare dunque le proprie strategie.

Cristina Danna
Casco Bianco a Nampula
ProgettoMondo Mozambico

mercoledì 26 febbraio 2014

Diritto al cibo, al via la campagna che risponde all'appello del Papa

Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro” è il titolo della campagna nazionale di sensibilizzazione e formazione elaborata dagli organismi, dalle associazioni e dai movimenti cattolici italiani per rispondere unitariamente all’appello del Papa «a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado di scuotere il mondo».
«L’importanza di un forte impegno di consapevolezza circa le cause e le conseguenze degli squilibri globali, nazionali e locali, è una tematica ben presente nel Magistero della Chiesa, e nell’azione degli organismi di volontariato che sulla Dottrina sociale della Chiesa poggiano la propria ispirazione – si legge nel documento base della campagna -. Oltrepassare l’attuale crisi è possibile ricostruendo relazioni, strutture, comunità e comportamenti responsabili per il buon vivere a livello locale e globale, esplorando quelle periferie geografiche ed esistenziali di recente evocate da Papa Francesco».
Aspetto centrale della campagna è l’elemento educativo, mentre tre sono i filoni tematici in cui si articola: cibo giusto per tutti, una finanza al servizio dell’uomo, relazioni di pace.
L’iniziativa - che intende coinvolgere organismi, associazioni, gruppi e scuole nell'approfondire la conoscenza delle questioni della fame e della crisi e nel tradurla in impegno sociale e politico nei singoli territori - rappresenta un’occasione di impegno comune a livello nazionale e locale di numerosi enti ed organismi di origine ecclesiale. Insegnanti, educatori ed animatori sono le categorie interpellate innanzitutto dalla campagna, ma anche giovani imprenditori presenti nei diversi settori produttivi, in particolare in ambito alimentare ed in grado di interpretare una dimensione economico-produttiva e finanziaria responsabile e sostenibile.
Nell’ambito della campagna saranno elaborate precise richieste alla politica: a livello internazionale, europeo e italiano.
L’evento di lancio della campagna si terrà il 28 febbraio a Roma, presso Domus Pacis Torre Rossa Park Hotel – Via di Torre Rossa, 94 nell’ambito del seminario di approfondimento organizzato da Caritas Italiana (di seguito invito e programma).
La campagna è promossa da: CARITAS ITALIANA, FEDERAZIONE ORGANISMI CRISTIANI SERVIZIO IINTERNAZIONALE VOLONTARIO, AZIONE CATTOLICA ITALIANA, ASSOCIAZIONI CRISTIANE LAVORATORI ITALIANI, ASSOCIAZIONE COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII, ASSOCIAZIONE ITALIANA MAESTRI CATTOLICI, CINECIRCOLI GIOVANILI SOCIOCULTURALI, CENTRO SAVERIANO ANIMAZIONE MISSIONARIA/CENTRO EDUCAZIONE ALLA MONDIALITÀ, CENTRO TURISTICO STUDENTESCO E GIOVANILE, FONDAZIONE CAMPAGNA AMICA, MOVIMENTO ADULTI SCOUT CATTOLICI ITALIANI, MOVIMENTO CRISTIANO LAVORATORI, PAX CHRISTI ITALIA, SALESIANI PER IL SOCIALE/FEDERAZIONE SERVIZI CIVILI E SOCIALI-CENTRO NAZIONALE OPERE SALESIANE, UNIONE CRISTIANA IMPRENDITORI DIRIGENTI. Aderiscono all’iniziativa: CENTRO TURISTICO GIOVANILE, CONFEREDAZIONE COOPERATIVE ITALIANE, COMUNITÀ DI VITA CRISTIANA ITALIANA / LEGA MISSIONARIA STUDENTI, FEDERCASSE, MOVIMENTO GIOVANILE SALESIANO, MOVIMENTO RINASCITA CRISTIANA.
Media partner della campagna sono Famiglia Cristiana, Avvenire, Sir, Tv2000, Radio InBlu.


Roma, venerdì 28 febbraio 2014 – ore 10-13
presso Domus Pacis Torre Rossa Park Hotel, Via di Torre Rossa, 94


Un Seminario per:
– riflettere e condividere i temi portanti della campagna nazionale
elaborata dagli organismi, dalle associazioni e dai movimenti cattolici italiani:
cibo giusto per tutti | una finanza a misura d’uomo | relazioni di pace;
– orientare percorsi di partecipazione attiva, mobilitazione, formazione:
insegnanti, educatori e animatori sono le categorie interpellate,
ma anche giovani imprenditori presenti nei diversi settori produttivi.

PROGRAMMA (pdf) - Indicazioni per arrivare alla sede dell'incontro

Per informazioni e iscrizioni: areainternazionale@caritasitaliana.it – tel. 06 66177 245 / 259 comunicazione@caritasitaliana.it – tel. 06 66177 226 / 502

lunedì 17 febbraio 2014

Ong e politici insieme per la cooperazione

Nella foto da sinistra il presidente di ProgettoMondo Mario Lonardi
e il senatore del Pd Giorgio Tonini
La politica estera italiana non può più prescindere dall’impegno di tanti -in continuo aumento e diversificati- soggetti che operano nei cosiddetti Paesi in via di Sviluppo. C’è un dovere di riconoscerli e metterli in rete, offrire loro sostegno e nello stesso tempo riconoscerne la spinta propulsiva in un sistema unico.
La cooperazione internazionale, rispetto alla sua legge di 27 anni fa e soprattutto caduto il muro di Berlino, ha necessariamente cambiato orizzonti (non più primo, secondo o terzo mondo) e anche la natura stessa del suo contributo. Persino i termini sono ormai superati dai fatti: non più solo Aiuto, dunque, ma molto più “partenariato”, e perciò “scambio”, non più “buon cuore” e “volontariato”, ma anche cointeressenza, professionalità, relazione.
La cooperazione internazionale deve indossare, con maggiore attenzione e coerenza, le vesti del portatore e del ricercatore di opportunità, nell’interesse dei singoli Paesi coinvolti ma anche del mondo che, appunto, da tempo non è più trino.
Tutto questo possibilmente con una regia unica, che contribuisca cioè a fermare l’attuale dispersione di risorse ed energie e che sappia investire maggiormente in strategie e partenariato. E perciò riconoscendo un ruolo di primo piano nel Ministero degli Affari Esteri (che acquisirebbe anche nel nome la dicitura di cooperazione internazionale) e creando un viceministero con una delega specifica per seguire e raccordare iniziative e opportunità della cooperazione, all’interno di un più generale rapporto diplomatico.
Infine un’Agenzia che, subentrando all’attuale Direzione generale della cooperazione allo sviluppo, diventi uno snello perno tecnico attorno cui fare girare il mondo delle ong, cooperative sociali, imprese profit e associazioni dei migranti, ma anche Ministeri, Province, Regioni e comunità locali: tutti insomma i soggetti che con più o meno successo affollano oggi il mondo della cooperazione internazionale, calpestandosi a vicenda, duplicando iniziative, e dimenticando invece gli obiettivi comuni.
Questa, in estrema sintesi, la lettura della nuova proposta di riforma della Legge della cooperazione (attualmente la n° 49 del 1987), offerta agli operatori di ProgettoMondo Mlal in un incontro venerdì pomeriggio a Verona, dal senatore del Pd Giorgio Tonini, relatore del documento in sede di Commissione. Tonini ha affermato che è intenzione della Commissione arrivare in tempi brevi alla formalizzazione della proposta e dunque alla sua discussione e approvazione in Senato, prima, e alla Camera poi.
“E’ stato un parto lungo e difficile – ha commentato il senatore del Pd- ma la sua trasformazione in Legge non è più procrastinabile, pena una divaricazione ancora maggiore tra potenzialità dei singoli, volontà politica diffusa e una sua reale efficacia sul terreno dell’operatività.
Anche ProgettoMondo Mlal ha voluto dare un proprio piccolo contributo alla discussione ripromettendosi di fare avere alla Commissione alcune osservazioni puntuali che magari potrebbero venire accolte nel testo ancora in discussione e chiarire meglio alcuni punti rimasti in sospeso o, secondo l’Ong veronese, sottovalutati.
Per chi, come ProgettoMondo Mlal, lavora da quasi 50 anni nella cooperazione sarebbe ad esempio importante che venissero meglio identificati ed equiparati i requisiti con cui viene riconosciuta, come cooperazione allo sviluppo, l’iniziativa di un soggetto rispetto a un altro (soprattutto pensando ai tanti attori nuovi che nel testo attuale potrebbero accedere al mondo della cooperazione o se provvisti di uno specifico curriculum vitae o, al contrario, con un semplice accenno nel proprio statuto). Sul tema dell’attesa e più diversificata partecipazione a questo ruolo, ProgettoMondo Mlal ha anche sollevato l’esigenza di considerare utile e doverosa una formazione (ciò che un tempo si chiamava educazione allo sviluppo) sui nostri territori italiani.
Inoltre è stato sottolineato al senatore Tonini che sarebbe opportuno correggere, nell’ambito della proposta di legge, la mancata citazione della figura del Volontario: forma di impegno che ha caratterizzato molti degli slanci ideali della cooperazione in Italia, e che nel testo attuale rischia di non essere riconosciuta ufficialmente e di non essere sostenuta più dalle tutele finora riconosciute (aspettativa dal lavoro, tutela, ecc…), con tutte le conseguenze che questo può avere su organizzazioni e volontari stessi che, spesso giovani, hanno trovato nel “volontariato” una opportunità di esperienza e di servizio.
E infine, forte e chiaro, è arrivato dallo stesso presidente del Mlal, Mario Lonardi, l’invito a non sottovalutare il contributo “politico” che potrebbe offrire una reale concertazione tra chi la politica della cooperazione la fa in parlamento e chi nelle Ong, associazioni o piccole comunità. Questo perché se è stato riconosciuto, come è stato riconosciuto che la politica estera deve essere coordinata con la cooperazione internazionale, è sempre più evidente che la cooperazione internazionale influisce a tutti gli effetti sulla politica estera.

martedì 11 febbraio 2014

Immigrazione e referendum Svizzera: le vere divisioni solo tra ricchi e poveri

L'esito del referendum svizzero mostra come la popolazione in quel paese, ma in tutta Europa, sia profondamente divisa tra la paura del diverso e l’apertura allo straniero; tra la preoccupazione di perdere sovranità e benessere e la consapevolezza che l’accoglienza dello straniero faccia bene all’economia e alla società.
In questo contesto “è prioritario lavorare per la cultura della convivenza - dice Gianfranco Cattai, Presidente FOCSIV -. E' necessario andare oltre i facili slogan e le strumentalizzazioni, per capire come oggi ci sia bisogno di condividere con le persone una prospettiva di accoglienza e di lavoro in comune per costruire una nuova società, oltre tutte le frontiere, dove tutti abbiano la possibilità di condurre una vita dignitosa”.
Le vere divisioni non sono tra nazioni, tra cittadini e stranieri, ma tra ricchi e poveri, tra chi può circolare liberamente a livello globale perchè fa parte della piccola comunità delle persone ricche e cosmopolite, e chi non lo può fare perchè è povero ed escluso.
“La cultura della convivenza si crea quindi disvelando le ingiustizie – conclude Cattai - e impegnandosi per nuove politiche di cooperazione e accoglienza. E' su questa frontiera che FOCSIV e suoi organismi Soci cercheranno sempre più di lavorare quotidianamente con le persone nelle proprie città in Europa e nei paesi partner”.

lunedì 10 febbraio 2014

La riforma della cooperazione

La settimana scorsa, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge per la riforma della legge sulla cooperazione allo sviluppo n. 49/87.
Si tratta di un provvedimento atteso da 27 anni, e particolarmente importante per le organizzazioni, come ProgettoMondo Mlal, che hanno assistito e partecipato agli innumerevoli tentativi di riforma messi in atto in questi anni e mai finora concretizzati.
Per approfondire il tema e conoscere i nuovi strumenti contenuti nel disegno di legge, il pomeriggio del 14 febbraio ProgettoMondo Mlal ospiterà a Verona il senatore Giorgio Tonini.
L’appuntamento, organizzato nella sede veronese della nostra organizzazione, intende promuovere tra operatori del settore e altri soggetti locali impegnati nella cooperazione internazionale, un’occasione di scambio e di informazione con il senatore del Pd che ha appunto collaborato alla fase di stesura del testo e partecipato al confronto con il mondo della cooperazione.
Con lui sarà infatti possibile capire meglio la logica, i dispositivi e le novità del Ddl: la ridefinizione di soggetti, strumenti, modalità di intervento e principi di riferimento, l'Agenzia per l'attuazione degli interventi, la trasparenza sulle risorse, il modello di governance e i processi di partecipazione.

Scarica qui il Ddl

giovedì 21 novembre 2013

Scontri ad Haiti per far dimettere Martelly

(ASCA) - Scontri fra polizia e manifestanti nelle due principali città di Haiti, dove le forze dell'ordine sono dovute ricorrere ai lacrimogeni per disperdere migliaia di persone scese in strada per chiedere le dimissioni del presidente Michel Martelly
A Cap Haitien i corrispondenti dell'AFP hanno riferito di essere stati picchiati dalla polizia durante la manifestazione e che almeno una persona è rimasta ferita da un colpo di arma da fuoco. 
Nella capitale Port-au-Prince, circa 10 mila persone si erano riunite nel centro della città dove sono scoppiati gli incidenti. 
Momenti di tensione ci sono stati anche nel quartiere di Petionville, dove si erano riuniti i sostenitori di Martelly. 
Negli ultimi mesi, si sono intensificate le proteste contro il governo del paese più povero di tutte l'America. Martelly ha detto che la richiesta delle sue dimissioni ''non aiuterà Haiti a fare passi avanti''. (fonte AFP).

lunedì 11 novembre 2013

Filippine: vicinanza alle popolazioni, preghiera per le vittime e aiuti concreti

Il Presidente della FOCSIV Gianfranco Cattai esprime la vicinanza della Federazione e dei suoi 65 soci alle popolazioni delle Filippine colpite dal tremendo tifone che si stima potrebbe aver fatto oltre 10mila morti.
“Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime e ci stiamo impegnando affinché possano arrivare a quanti hanno subito danni e perdite anche nostri aiuti concreti - dice Cattai -. Seguiamo costantemente e con una certa apprensione gli aggiornamenti dal Paese. In particolare notizie ci giungono dal nostro Socio Vides che ci conferma come la situazione sia drammatica da Cebu a Negros Occidental a Cebu Minglanilla”.
A Cebu l'aeroporto è stato chiuso; a Negros Occidental, nella scuola del Vides a Santa Maria Mazzarello il tetto della biblioteca è volato via. A Cebu - Minglanilla le due palestre e tutte le aule del primo piano della scuola sono state preparate per accogliere le famiglie che hanno cercato rifugio. Le Figlie di Maria Ausiliatrice si sono subito messe al lavoro per distribuire cibo, coperte, stuoie e ogni genere di necessità, ma anche a consolare la gente che ha perduto ogni bene materiale.
“Non c'è elettricità e si ha paura che venga a mancare l'acqua – riferisce Suor Sarah Garcia, l'ispettrice delle Filippine costantemente in contatto con tutte le comunità nel Paese. Intanto, il vento è arrivato anche a Manila e a Palawan”.
“Di fronte a questa situazione di grande difficoltà, da parte nostra ci stiamo preparando per garantire la massima solidarietà, anche con l’organizzazione di una raccolta fondi” conclude Cattai.

lunedì 28 ottobre 2013

Il decreto Imu è legge. E il no profit la paga

La conversione del decreto Imu in legge è un segnale di scarsa attenzione al nostro mondo, alle attività che portiamo avanti, al ruolo prezioso che il terzo settore, nel suo complesso, dalle attività di assistenza e cura, alle mense sociali, ai dormitori, alla protezione civile ma anche a tutto il variegato mondo dell’associazionismo della promozione sociale e culturale svolge per le nostre comunità e per la tenuta della coesione sociale in tutto il Paese.” Questo il commento del Portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore, Pietro Barbieri.
“Una misura come questa, che mostra il perdurare dell’assenza di un intervento di fiscalità premiale per il non profit sull’Imu, creerà gravi problemi e difficoltà alle organizzazioni di terzo settore: molte associazioni si troveranno di fronte alla scelta drammatica di cessare alcune attività, se non a chiudere del tutto", prosegue il Portavoce. "In Italia parliamo di oltre 300.000 organizzazioni, circa 700.000 lavoratori retribuiti e quasi 5 milioni di volontari. Un sistema che contribuisce al 5% del pil nazionale e fornisce servizi fondamentali ai cittadini non può che essere considerato parte integrante del sistema produttivo italiano. Alla luce di questi numeri, penalizzare così fortemente il nostro settore è un’ingiustizia inammissibile e soprattutto una scelta miope da parte dello Stato, perché le risorse che riceverà dall’Imu saranno risibili rispetto ai numerosi benefici sociali prodotti dalle attività rese dal non profit.”

giovedì 29 agosto 2013

Le perplessità della Focsiv sul nuovo reality della Rai

Attilio Ascani, direttore FOCSIV dice la sua sul reality che la RAI, in collaborazione con UNHCR ed Intersos, sta preparando per arrivare in autunno nelle nostre case, a tenere calda l’atmosfera fra gli operatori della Cooperazione Internazionale.
"Apparentemente alcuni “VIP” dello spettacolo vivranno e racconteranno la loro esperienza di alcuni giorni in un campo profughi africano per avvicinare il vasto pubblico italiano a queste problematiche. Al di là del comprensibile disappunto di addetti ai lavori, che da anni vivono in prima persona al fianco di profughi e vittime di guerre, conflitti e carestie, e si sente “banalizzato” da chi racconta e tira le conclusioni da una fugace esperienza, ci sembra opportuno esprimere alcune opinioni, partendo dalla nostra quarantennale esperienza di condivisione con popoli e persone del Continente Africano. Non ci sentiamo di esprimere una opinione sul contenuto e format del programma che conosciamo solo “per sentito dire”. La RAI assicura il massimo rispetto “della dignità delle persone, dei rifugiati e della sensibilità dell’opinione pubblica”. Certo sarebbe veramente opportuno ed utile che creasse un momento di condivisione della Puntata Zero, già predisposta, con i rappresentanti delle ONG Italiane e gli operatori del settore per raccogliere idee, suggerimenti e fugare le polemiche.
Siamo tutti coscienti dell’importanza dei riflettori delle TV sui problemi dimenticati. Chi nell’84 si trovava in un campo etiope dove arrivavano costantemente persone disperate alla ricerca di cibo, ignorati dal Mondo, sa bene come le telecamere della BBC abbiano cambiato radicalmente la situazione nel giro di pochi giorni.
Ci sembra però opportuno evidenziare alcune perplessità-riflessioni.
Perché la scelta di 3 Paesi Africani (Sudan, Congo, Mali) e non invece quella dei profughi Siriani o del Pakistan che ospita il maggior numero di rifugiati o di altre vittime di conflitti in altre parti del Mondo? Per anni abbiamo presentato l’immagine di un’Africa disperata, funzionale ad aprire i portafogli, promuovendo lo stereotipo di interi popoli capaci solo di farsi guerra e di elemosinare aiuti. L’Africa che noi conosciamo non è questa, non lo è mai stata, ed oggi lo è meno che mai. Perché allora continuare a promuovere questo stereotipo? E’ evidente che guerre, carestie e campi profughi continuano ad esserci in Africa (come le mense della Caritas continuano ad esserci in Italia), ma l’Africa oggi è ben altro. Perché continuare ad ignorare che 21 fra i 50 Paesi con il più alto tasso di crescita del PIL nel 2012 sono in Africa? Oggi gli Africani ci chiedono un rapporto paritetico e rispettoso, ed un cambio di mentalità che stentiamo ad accettare.
I campi profughi sono la manifestazione evidente di problematiche più profonde, ramificate e complesse. Un approccio che mirasse a promuovere la compassione per le sofferenze dei profughi ignorando le cause non farebbe un servizio agli stessi, alla verità ed alla possibilità concreta di agire, a livello internazionale, sui problemi reali. Se è comprensibile che la comunicazione ha bisogno di semplificazioni, i temi internazionali non possono e non debbono essere banalizzati.
Occorre evitare di costruire un abbinamento diretto fra il tema dei profughi ed i fenomeni migratori. Le migrazioni, anche quelle che interessano il nostro Paese, sono un fenomeno più complesso ed articolato, di cui i profughi rappresentano solamente una parte. Anche in Africa ci sono fenomeni migratori importanti, fra i diversi Paesi ed in larga parte collegati a fattori economici e sociali, solo in piccola percentuale con le guerre e le calamità. Indurre lo spettatore medio a correlare i campi profughi con gli sbarchi a Lampedusa serve a perpetrare l’idea delle migrazioni come fardello da sopportare piuttosto che diritto da riconoscere oltre che come risorsa di cui il nostro Paese si sta avvantaggiando.
La scelta dei personaggi coinvolti non è irrilevante, la credibilità del programma passa anche dalla credibilità delle persone. Ci sono persone del mondo dello spettacolo che da anni si impegnano al fianco degli operatori, e continuano a farlo, nella quotidianità, lontano dai riflettori, non entrano in un ruolo ma vivono una scelta.
Evidentemente ci aspettiamo che il servizio pubblico non diventi “appannaggio di qualcuno”. Sarebbe deludente se il tutto si rivelasse come una “furbata” per aumentare gli introiti di un particolare attore fra i tanti che su questo problema operano giornalmente e con passione. Deludente se si ricorresse di nuovo al metodo della commozione facile collegata ad un numero di SMS “solidale”.
Infine ci sembra importante notare come questo dibattito mostri anche l’urgenza per le ONG e le associazioni che si occupano di Cooperazione e Solidarietà Internazionale, di dotarsi di un codice di condotta per auto-regolamentare le modalità di comunicazione, come hanno già fatto le aggregazioni di altri Paesi Europei.

Dalla UE 281 milioni di euro allo sviluppo della Bolivia

La UE destina per i prossimi 7 anni 281 milioni di euro ai progetti di sviluppo in Bolivia.
La notizia è stata ufficializzata dalla recente visita in Bolivia del Commissario europeo allo Sviluppo, Andris Piebalgs, nel corso di un incontro con i ministri del governo di Evo Morales. 


Per la prima volta da quando é insediata in questo Paese, la delegazione dell’Unione Europea in Bolivia ha ricevuto la visita dell’incaricato della Commissione Europea a livello mondiale per lo Sviluppo, il Commissario Andris Piebalgs, lettone.
La visita aveva lo scopo di stabilire le aree di intervento in cui la Ue intende investire i fondi per il periodo 2014-2020, con un incremento, in termini di quantità, del 17% rispetto al periodo 2007-2013.
I fondi verranno destinati a Progetti mirati alla realizzazione di infrastrutture per il miglioramento delle reti idriche e fognarie, o in appoggio al sistema giudiziario, nonché per la lotta contro il narcotraffico, grazie alla promozione di nuove opportunitá economiche agricole utili a frenare la coltivazione delle piante di coca.
A proposito di questa importante visita, nell’ambito della realtiva conferenza stampa, la ministra alla Pianificazione, Viviana Caro, ha sottolineato come Bolivia e Paraguay siano i due Paesi che nel periodo 2014-2020 riceveranno in America Latina i maggiori finanziamenti della Comunitá europea.
L’attenzione del Commissario Andris Piebalgs si é concentrata nela visita del Tropico di Cochabamba, area in cui la UE ha già contribuito con milioni di euro alla lotta contro il narcotraffico e alla promozione di progetti alternativi alla coca, visitando principalmente progetti di sviluppo produttivo fiananziati con fondi bilaterali (Bolivia-Unione Europea).
Quindi il Commissario lettone ha visitato il dipartimento di Oruro dove la UE promuove progetti con fondi programmati con i Ministeri di Ambiente e Acqua e delle Miniere (sull’ordine di 23.000 milioni di euro) per migliorare l’erogazione dell’acqua nella cittá di Oruro che, negli scorsi anni, é cresciuta a dismisura e disordinatamente. Il Commissario ha poi visitato nelle vicinanze due storici centri minerari, Poopo e Huanuni, area in cui la questione ambientale legata ai rifiuti derivati dalle scariche del lavaggio del minerale ha raggiunto livelli disastrosi.
L’occasione per incontrare anche la popolazione locale –in questo caso la piccola comunitá Jukumari (“orso” in aymara)- gli è stata offerta da ProgettoMondo Mlal che nel dipartimento di Oruro, grazie al progetto “Vida Campesina”, ha promosso e sostenuto la crescita e organizzazione del turismo comunitario attraverso la costruzione di una nuova cucina attrezzata, l’arredo con tavoli e sedie della sala pranzo, nonché con la dotazione del servizio di ceramica e l’organizzazione di corsi di gestione e gastronomia eper migliorare l’itinerario turistico.
Propio questo luogo, un po’ diverso dagli altri per la scelta della stessa comunitá di investire a spese proprie un nuovo modello di sviluppo puntanto sulla riforestazione, la delegazione boliviana della Ue aveva scelto di fare incontrare il Commissario con la popolazione e di proporre un apthapi (“buffet” in aymara) per la degustazione dei prodotti ottenuti grazie ai progetti finanziati dalla UE.
E così sono stati serviti per circa 200 persone piatti di quinua di tre colori (bianca-rossa e nera), la carne di lama (carne con 0% di colesterolo) cucinata secondo diverse ricette: costine alla brace, bocconcini di filetto di lama, charque (carne essicata al sole), salumi crudi e gligliati, con patate di tre colori (bianche, rosse e nere), e infine un dessert a base di quinua nera. Il tutto annaffiato dal vino Chaskañavi (“la donna dalle lunghe ciglia”) prodotto a Cotagaita dalla cantina sostenuta da ProgettoMondo Mlal, sin dal 2006.
Nel suo discorso di accoglienza al Comissario, l’incaricato del progetto ambientale della comunitá Jukumari, ha raccontato che la riforestazione dell’area è costata loro ben 15 anni di lavoro perché, gli altri membri della comunitá non abituati a questo tipo di attivitá a 3.900 metri, l’hanno ostacolata con tutti i mezzi. I promotori di questa attività, infatti, si vedevano ogni mattina sradicate le piante che avevano piantato con tanta cura il giorno prima. Ma –come è stato raccontato- non si sono arresi, e piano piano sono riusciti a fare della loro comunitá una nicchia di piante di tutte le provenienze e qualitá. Inoltre hanno costruito delle serre dove coltivano cactus, fiori e piante di tutto il mondo, un vero prodigio di resistenza e bellezza, per questa sperduta comunitá di Jukumari meta privilegiata di turisti e studenti universitari che vengono per periodi di stage a studiare da vicino come si puó riforestare anche a quasi 4.000 metri e fare di questa attivitá un’alternativa economica che contrasta l’estrazione mineraria che assedia Jukumari (la comunità si trova infatti incastonata tra le miniere di Poopo e Huanuni). Una piccola oasi di sogni realizzati.
Per preparare questa visita, così importante per il futuro della cooperazione della UE in Bolivia, Progettomondo Mondo Mlal ha collaborato con i vari progetti attivi nel Dipartimento (quelli della FAO che svolge un DIPECHO, Procosi che lavorava nella trasformazione della carne di lama, con Empleomin e La Cuenca del lago Poopo -progetti dei Ministeri che affrontano il problema dell’erogazione dell’acqua e della questione legata alle miniere). Obiettivo comune, infatti, è potere partecipare in prima persona alla definizione e applicazione delle politiche europee dei prossimi 7 anni.
Ad Jukumari, insieme al Commissario, erano presenti la presidente esecutiva della UE per l’America Latina e Caribe, Yolita Butkeviciene, l’ambasciatore UE per la Bolivia, i rappresentanti dei ministeri di Medio Ambiente e Acqua e delle Miniere, il Governatore di Oruro, il sindaco di Poopo, e altri rappresentanti della delegazione Ue in Bolivia: 15 macchine diplomatiche che hanno, in un certo senso, portato un po’ di sconquasso alla tranquillitá degli abitanti di questa piccola comunitá che ha poi sentitamente ringraziato Progettomondo Mlal per essersi trovata agli onori della cronaca per due ore.

Anna Alliod,
ProgettoMondo Mlal Bolivia, Cochabamba

mercoledì 28 agosto 2013

Un giorno nero per la Bolivia

A differenza degli altri 33 corpi carbonizzati, quello di Leonardito era l’unico riconoscibile. Leonardito,  tra le vittime dell’inferno scoppiato nel carcere di Palmasola nella città boliviana di Santa Cruz, è un bambino di appena un anno e mezzo.
Venerdì 23 agosto, alcuni prigionieri della sezione riservata ai condannati considerati ad alta pericolosità (responsabili cioè di omicidi efferati e violenze sessuali) hanno tagliato la rete di ferro che li separava dai detenuti in attesa di giudizio e scatenato un regolamento di conti terminato con 34 vittime e numerosi feriti. La versione ufficiale sostiene che all’origine del massacro ci sia la brutale rivendicazione di molteplici interessi imperanti all’interno del carcere, quali il controllo del traffico di droga e alcool, del pagamento dell’assicurazione sulla vita prevista per i detenuti, la compravendita degli appartamenti, la riscossione del pagamento degli affitti, la guida delle reti di criminalitá esterne. Detto questo, nessuno saprà mai le vere ragioni che hanno scatenato l’inferno.
Il Centro penitenziario Palmasola ospita piú di 5.000 persone fra detenuti, familiari in visita e bambini, e costituisce il vero centro operativo della criminalitá della regione. Se ti rubano l’auto, è probabile che, il giorno dopo, la chiamata per la riscossione di una somma pattuita ti arrivi direttamente dal carcere.
Leonardito era uno dei numerosi bambini che in Bolivia vivono in carcere insieme ai genitori: stava con il papà, morto con lui nel terribile inferno. Si stima che il 10% della popolazione carceraria sia costituito infatti da bambini. E ogni mattina, lunghe file di bambini lasciano le carceri boliviane per andare all’asilo o alle scuole elementari.
Nelle carceri boliviane, bambini, adolescenti e giovani convivono con gli adulti e, anche per questo, sono vittime predestinate di maltrattamenti, violenze psicologiche, fisiche e sessuali, nonché delle condizioni subumane che caratterizzano ancora oggi il sistema carcerario boliviano.
In occasione dell’ultimo Seminario internazionale sulla giustizia penale giovanile secondo un approccio “riparativo”, organizzato dall’Ong ProgettoMondo Mlal, i relatori brasiliani, chiamati a illustrare il metodo APAC (ovvero delle carceri senza polizia), avevano definito il sistema carcerario tradizionale “un sistema carisimo para convertir gente mala en gente peor”!
Il sistema della giustizia boliviano è una bomba a orologeria. Il sovraffollamento, la corruzione, il ritardo della giustizia, la mancanza assoluta di programmi di riabilitazione, la mancata applicazione di misure alternative alla privazione di libertà e l’assenza di un sistema normativo specializzato per adolescenti costituiscono le caratteristiche fondamentali del sistema attualmente in vigore.
Ne è vittima lo stesso Centro Qalauma, realizzato due anni fa nella città di El Alto-La Paz da ProgettoMondo Mlal dopo più di una decina di anni di impegno tra mille difficoltà e grazie a diversi finanziamenti, tra cui quelli fondamentali del governo italiano e della Conferenza episcopale italiana. Anche qui, nel primo Centro nella storia del Paese specificatamente dedicato ai detenuti minori, il 95% degli adolescenti ospitati (160) è in attesa di giudizio; il 70% dei giovani si trova in carcere perché accusato di reati minori. I coetanei di altri Paesi, dove vigono sistemi di giustizia più rispettosi dei diritti umani e dell’interesse superiore dei giovani, stanno scontando misure cautelari alternative alla detenzione in carcere.
Anche in Italia, per i minorenni, la Giustizia prevede processi rapidi (6 mesi), responsabilità penale minore e si ricorre alla detenzione in carcere come ultimo rimedio. Dei 20.500 adolescenti italiani in conflitto con la legge, solo 500 sono in carcere mentre, ad altri 20mila vengono applicate misure alternative.
In questi ultimi due anni, l’esperienza di Qalauma ha notevolmente contribuito a sollecitare l’interesse dell’opinione pubblica sul tema della Giustizia Penale Minorile. Proprio nella città di Santa Cruz ProgettoMondo Mlal sta collaborando per l’apertura di un nuovo Centro per adolescenti e giovani (CenviCruz).
Il governo autonomo di Santa Cruz ha inoltre chiesto a ProgettoMondo Mlal di collaborare per l’organizzazione di un nuovo seminario internazionale sulla tematica per sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità competenti.
L’organismo di cooperazione allo sviluppo ProgettoMondo Mlal, che in Bolivia è impegnato sul tema della giustizia e della giustizia minorile fin dal 2002, è riuscito nell’impresa di costruire e aprire il primo istituto nella storia del Paese andino specializzato nella riabilitazione degli adolescenti e di giovani privati della libertà. Con risoluzione n.032/2012-13, l’Assemblea Legislativa Plurinazionale riunita per l’occasione proprio all’interno dell’istituto Qalauma, ha riconosciuto il Centro realizzato dalla cooperazione italiana “una pietra miliare del reinserimento e del ripristino dei diritti degli adolescenti e dei giovani in conflitto con la legge”.
Come coordinatore dei Progetti “Qalauma” e “Liber’Arte” posso confermare che lavoriamo giorno e notte per cambiare l’attitudine dei giovani e adolescenti privati di libertà, ma è necessario che siano innanzitutto la società e l’opinione pubblica a contribuire al cambiamento di paradigma, affinché non si ripetano simili tragedie!
E per ProgettoMondo Mlal i risultati di questo impegno non mancano. In soli due anni dall’apertura del Centro Qaluama sono stati registrati un abbassamento dall’80% (media nazionale) al 4% del tasso di recidiva e l’elaborazione, con conseguente applicazione, di un nuovo modello socio-educativo riconosciuto formalmente dalla Direzione Nazionale di Regime Penitenziario.
Oggi i 160 adolescenti e giovani, attualmente ospiti del Centro, sono infatti coinvolti in un percorso educativo di valorizzazione dell’essere umano che promuove il rafforzamento dei processi di responsabilizzazione e protagonismo di adolescenti e giovani, attraverso la partecipazione a diverse attività di formazione professionale e di terapia occupazionale (falegnameria, serigrafía, industria alimentare, sartoria, agronomia, artigianato). A fianco di questo ambito, è stato comunque sviluppato anche il settore di formazione umanistica e scolastica. In questo caso, sì è ottenuto il via libera da parte del governo alla creazione di un Istituto Superiore Umanistico e Tecnico a (CEA “Ana Maria Romero de Campero”) proprio all’interno del Centro Qaluama che oggi si avvale di un corpo di 12 docenti. Grazie a uno specifico nuovo progetto cofinanziato dall’Unione europea (Liber’Arte), è stato inoltre avviato uno specifico programma di cultura e arte-terapia per il quale, nell’ultimo anno, sono stati realizzati 20 laboratori artistici (teatro, fotografia e disegno grafico) e diversi eventi aperti al pubblico esterno.
Viene infine considerato forse il risultato più importante, per determinare un reale cambiamento nel sistema di Giustizia boliviano, l’avvenuto coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, della societá civile e della comunitá in programmi di riabilitazione. In questi anni è nata infatti una piattaforma di sostegno costituita da enti locali, nazionali e internazionali (come Comune di Viacha, CDC, Croce Rossa Internazionale, ISEAT, Pastoral Penitenziaria, UNICEF, ONDUC, SENADEP, Associazione di Arte COMPA, Istituto Berlino, RC, la Associazione Tedesca per l’educazione di adulti, Fautapo, Gregoria Apaza, CECASEM, Fondazione Solon, Fondazione Simon Patiño, BID, Università Salesiana, Ministero di Educazione; Defensoria del Peublo, Ministero di Giustizia boliviano, Soboche, F. Arco Iris, e diversi mezzi di informazione).

Roberto Simoncelli,
coordinatore ProgettoMondo Mlal Centro Qalauma, El Alto, Bolivia
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