Visualizzazione post con etichetta africa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta africa. Mostra tutti i post

mercoledì 1 febbraio 2017

Il ritorno del Marocco


Il 28° summit dell’Unione Africana, che si è appena concluso ad Addis Abeba, ha decretato la reintegrazione del Marocco nell’organizzazione panafricana.
La decisione, adottata per consenso dai 54 capi di stato e di governo del continente africano, segna una tappa storica e pone fine a 33 anni di "politica della sedia vuota" attuata da Rabat.
Il Marocco aveva infatti abbandonato il consesso africano in segno di protesta nel 1984, dopo la decisione dell’allora Organizzazione dell’Unità Africana di riconoscere la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), che si contende da oltre 40 anni con il regno alawita la sovranità sul Sahara Occidentale.
Il vertice durante cui si è discusso del dossier Marocco, è stato teatro di grande manovre diplomatiche e di un acceso dibattito. Se la grande maggioranza dei paesi membri si erano pronunciati favorevoli alla reintegrazione del Marocco, restava da vincere la resistenza del fronte anticoloniale guidato dai tre giganti d’Africa: l’Algeria (che ospita all’interno del suo territorio 165000 rifugiati saharawi), la Nigeria e il Sudafrica che riconoscono la RASD e da sole finanziano il 60% del budget dell’organizzazione. Nel corso della seduta plenaria del 30 gennaio questo gruppo di stati si sono pronunciati contrari alla reintegrazione del Marocco in difesa del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, ponendo come condizione il ritiro del Regno dai territori contesi.
Il ritorno all’ovile panafricano è sempre stata una priorità dell’attuale monarca Mohammed VI che si è recato personalmente in visita ufficiale ad Addis Abeba per seguire l’evoluzione del vertice. Fin dal suo insediamento nel 1999, Mohammed VI, nel tentativo di uscire dall’isolamento dovuto alla condanna internazionale per la questione irrisolta del Sahara, ha riorientato le direttrici della politica estera marocchina, facendo della diversificazione dei partner e dell’apertura ai paesi dell’Africa subsahariana l’asse strategico della sua diplomazia. Dalla sua ascesa al potere, il sovrano ha effettuato 50 visite ufficiali in Africa, che hanno consentito di rafforzare la presenza economica marocchina (il Marocco è il primo investitore africano nella regione occidentale dell’Africa e il secondo a livello continentale) e di scalzare dalla scena diplomatica l’Algeria, rivale diretta per l’egemonia regionale, imponendosi agli occhi sia dei paesi africani che delle potenze occidentali come intermediario delle crisi di cui il continente è sempre prodigo.
Il rientro nella grande famiglia africana costituisce quindi il coronamento di una strategia diplomatica decennale che il sovrano ha condotto in prima persona allo scopo di riabilitare l’immagine del paese e di incassare il sostegno di un numero crescente di stati dell’UA.
La riammissione del Marocco offre prospettive interessanti di dialogo, dal momento che Rabat e la RASD siederanno per la prima volta in una stessa organizzazione. Tuttavia si potrebbe aprire una fase di instabilità e di scontro permanente in seno al’organizazione nel caso Rabat decidesse di servirsi delle alleanze tessute in questi anni per esercitare pressioni sui dirigenti della RASD per spingerli ad accettare la sua proposta autonomista o addirittura per provocarne l’espulsione dall’organizzazione.
Se Rabat vorrà sostenere le sua ambizioni africane dovrà da una parte, essere in grado di avviare un cambiamento al suo interno, ponendo fine alle violazioni dei diritti umani nei territori occupati e, dall’altra, tollerare la presenza dei saharawi, dei loro simboli e dei loro dirigenti. Soltanto una politica costruttiva improntata al dialogo potrà condurre a una soluzione politica di quella che da 42 anni rappresenta una ferita aperta per il sistema internazionale.

Marco Decesari,
Casco Bianco ProgettoMondo Mlal in Marocco

mercoledì 30 novembre 2016

Marocco: l'impegno per i diritti delle donne

Durante una puntata di “Sabahyate”, programma pomeridiano indirizzato a un pubblico femminile, trasmesso dal canale 2M della televisione di stato marocchina, il 23 novembre, è stato trasmesso un tutorial di trucco nel quale si insegnava alle donne a camuffare le tracce di percosse lasciate da mariti troppo violenti. Le immagini della puntata, andata in onda in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, hanno fatto velocemente il giro della rete.
L’ondata di indignazione che ne è seguita e l’apertura di una petizione online per chiedere all’autorità sulle telecomunicazioni di prendere dei provvedimenti contro la rete televisiva, ha spinto la 2M a pubblicare sul proprio account Facebook un comunicato di scuse ufficiali.
L’incidente ha evidenziato come la violenza contro le donne sia un fenomeno ancora diffuso e generalmente accettato nella società marocchina. Si tratta di un fenomeno che trae origine da stereotipi di genere, dai rapporti di forza che esistono tra uomini e donne e da una cultura patriarcale ancora dominante.
Secondo l’Inchiesta Nazionale sulla diffusione della violenza contro le donne, realizzata dall’Haut-Commissariat au Plan nel 2009-2010, il 62,8 % delle donne marocchine ha subito almeno un atto di violenza, durante i 12 mesi antecedenti l’inchiesta. E’ nel contesto famigliare che si verifica in prevalenza il fenomeno: nel 55 % dei casi l’autore della violenza è rappresentato dal coniuge, mentre nel 13,5 % dei casi è opera di un membro delle della famiglia di origine della vittima. Si tratta di quei contesti in cui la violenza rimane nascosta e silenziosa, in quanto il riconoscimento e l’ammissione di una violenza subita è ancora un tabù molto forte. L’indagine rivela, in secondo luogo, come episodi sessisti o di violenza nei confronti delle donne siano diffusi in tutti i contesti: luoghi pubblici (32,9 %), istituti scolastici (24,2 %) e ambienti professionali (16 %).
Questo quadro allarmante e l’azione di attivisti, organizzazioni non governative, collettivi di donne vittime di violenza, ha spinto il Regno a riformare le proprie leggi in modo da renderle conformi agli standard internazionali, in particolare con l’adozione della nuova Costituzione nel 2011 e con la revisione di alcuni articoli del codice penale e di famiglia. L’evento che ha portato a questi cambiamenti è stata la lunga campagna mediatica condotta dalla società civile nel corso del 2012, seguita al suicidio di Amina Filali, la ragazza di sedici anni costretta a sposare il suo violentatore in virtù dell’articolo 475 del codice penale, norma che consentiva all’autore di uno stupro di evitare la condanna sposando la sua vittima.
Nonostante molti passi avanti siano stati compiuti per proteggere le donne dalle violenze e dalle discriminazioni dal punto di vista giuridico, resta ancora forte il divario tra l’aspirazione reale ai diritti e la loro effettiva applicazione. La pratica dei matrimoni forzati e precoci e gli episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale o economica sono ancora diffusi in Marocco e indicano che la strada della parità e dell’eguaglianza di genere è ancora lunga.
In una società in cui le donne non hanno lo stesso status degli uomini, non sono soltanto le leggi a produrre discriminazione, ma anche le radicate norme sociali. Al di là della legge e del codice, al di là dell’impunità e della non applicazione delle leggi, combattere la violenze contro le donne significa prima di tutto scontrarsi con una forma di dominio sociale, che trae fondamento da una visione stereotipata delle relazioni di genere.
La promozione dei diritti delle donne è sempre stata un punto cardine dell’azione di ProgettoMondo Mlal in Marocco, fin dal suo insediamento nel 2001. Nel corso degli anni sono stati portati avanti, nella regione di Tadla Azilal, programmi di prevenzione dell’ abbandono scolastico femminile, corsi di alfabetizzazione e promozione di attività micro-imprenditoriali femminili.
Il progetto “Uguali a scuola”, promosso da Amnesty International Marocco, in collaborazione con ProgettoMondo Mlal, le cui attività sono iniziate lo scorso ottobre, intende integrare l’approccio genere nelle attività degli istituti scolastici, al fine di promuovere l’uguaglianza tra i sessi, e contribuire alla creazione di una società dove uomini e donne possano godere di eguali possibilità in materia di educazione, di impiego e di accesso al potere e alle risorse. Il progetto è indirizzato a 50 insegnanti provenienti da 25 scuole medie inferiori e superiori della provincia di Béni Mellal, che sono coinvolti in 6 ateliers di formazione in materia di pregiudizi e di discriminazioni di genere.
La provincia di Béni Mellal, che si trova nel cuore del Marocco, tra le montagne del Medio Atlante, costituisce un contesto particolarmente a rischio con indicatori sociali ed economici riguardanti la realtà femminile ben al di sotto della media nazionale. In particolare, il tasso di analfabetismo femminile sfiora il 60 % e il tasso di abbandono scolastico delle ragazze è del 45 %. Inoltre, in base a uno studio svolto nell’ambito del progetto “La forza delle donne” di ProgettoMondo Mlal, è stato stimato che all’interno degli istituti scolastici si verifichino almeno 1000 episodi sessisti nell’arco di un anno.
Tra le attività che il progetto propone, è in programma, nel mese di marzo del 2017, un atelier di formazione in materia di violenza nei confronti delle donne, finalizzato a promuovere una comprensione profonda del fenomeno nelle sue differenti implicazioni da parte degli insegnanti e a rafforzare le loro capacità di prevenzione e di individuazione degli episodi di violenza.
Attraverso un approccio pedagogico partecipativo e interattivo gli insegnanti saranno accompagnati ad identificare e analizzare le rappresentazioni stereotipate delle identità e delle costruzioni di genere che sono alla base della violenza contro le donne e che nella maggiorparte dei casi tendono ad essere accettate e giustificate.
Il progetto si inserisce nel quadro del Programma d’urgenza (2009 -2012), varato dal Ministero dell’Educazione Nazionale per includere la questione dell’uguaglianza di genere nelle attività parascolastiche organizzate dalle scuole e riposa sul riconoscimento del ruolo centrale che ProgettoMondo Mlal attribuisce al sistema educativo come vettore di cambiamento sociale e diffusore dei valori e dei principi dei diritti umani.

Marco De Cesari
Servizio civile
ProgettoMondo Mlal Marocco

sabato 5 novembre 2016

Dalla Sardegna al Marocco, Ilham torna alle origini come casco bianco

Conoscendola si capisce subito che è una ragazza determinata, dallo sguardo fiero e dal suo modo di fare, cortese ma risoluto. Si chiama Ilham Mounssif ed è nata a Marrakech da genitori marocchini 22 anni fa, ma è in tutto e per tutto italiana (nonostante ancora formalmente non lo sia), anzi sarda, dato che è cresciuta a Bari Sardo, un piccolo paese della costa centro orientale della Sardegna, in provincia d’Ogliastra.
Ilham è stata selezionata per svolgere un anno di servizio civile all’estero in un progetto di Cooperazione Internazionale allo Sviluppo promosso dalla ong ProgettoMondo Mlal di Verona a Beni Mellal, città centrale del Marocco, dalla quale proviene la maggioranza degli immigrati marocchini in Italia.
Un contesto particolare e denso di problematiche, in cui Ilham, insieme all’altro Casco Bianco Marco Decesari da Imperia, si troverà a rapportarsi con la società civile marocchina e le sue istituzioni rispetto a temi quali la promozione dei diritti umani e l’impegno educativo e di sensibilizzazione all’uguaglianza di genere e alla lotta e prevenzione al radicalismo, fenomeno quest’ultimo quanto mai rilevante nelle odierne fasce più giovani.
Un’esperienza di grande crescita personale e formativa, che per Ilham costituirà qualcosa in più: la riscoperta del suo paese natale. Infatti la giovane si troverà per la prima volta a vivere il Marocco, giacché ha trascorso tutta la sua vita in Italia, in Sardegna.
Per potersi inserire in questo progetto, oltre al sorriso e alla motivazione, che facilmente conquistano chi la incontra, Ilham ha superato numerosi step che sicuramente hanno contribuito a orientare la sua inclinazione e scelta per un multidisciplinare percorso formativo: in seguito alla maturità scientifico-linguistica conseguita al Liceo Leonardo da Vinci di Lanusei (Og), ha intrapreso e concluso gli studi di Laurea in Scienza della Politica e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Sassari arricchendo il suo bagaglio culturale e preparazione attraverso un periodo di studi all’Institut d’Études Politiques (Science Po) di Grenoble in Francia e uno stage nell'ambito dell'Europrogettazione a Malta, settore ulteriormente approfondito con un corso formativo specifico a Bruxelles. Titoli e riconoscimenti che oggi la rendono competente e capace di lavorare anche in contesti difficili e paesi esteri.
Degno di lode è infatti lo spirito con cui parte, il dinamismo e la vivacità con la quale afferma: “Voglio contribuire alla miglior comprensione delle esigenze della popolazione locale, forte anche del ponte naturale che costituirebbero la prossimità culturale e linguistica che per natura ho. Spero che la mia voglia di rendere il mondo migliore possa influenzare iniziative e collaborazioni con il mio Paese di nascita”, un Paese che sta vivendo al suo interno un difficile dibattito politico e religioso e uno sviluppo economico che nonostante i netti miglioramenti infrastrutturali e dei servizi apportati, aumenta il divario tra classi sociali e non coinvolge uniformemente ogni angolo del Paese. Elementi questi che rendono il Marocco un paese in bilico tra tradizione e modernità, che fino a quindici anni fa contava un gran numero dei suoi cittadini espatriati in cerca di fortuna in Italia e nel resto d'Europa. Attualmente, la tendenza è mutata, e sempre più immigrati fanno ritorno nel loro Paese, complice la crisi economica europea e un relativo miglioramento e crescita del Pil in Marocco. Questo nuovo fenomeno di “immigrazione di ritorno” crea naturalmente sempre più una forte connessione del nostro Paese con quel territorio.

Andrea Palmieri
Servizio civile 2016-17
ProgettoMondo Mlal Italia

martedì 1 novembre 2016

Francesca, italiana da un mese e già cittadina attiva


Francesca, nata e cresciuta a Verona, a diciotto anni compiuti ha finalmente ottenuto la cittadinanza italiana. E subito ha pensato di restituire al Paese di adozione 1 anno di suo servizio, candidandosi come volontaria in Servizio civile con l’Organismo di cooperazione internazionale ProgettoMondo Mlal.
Nonostante il nome italianissimo, Francesca Yeboah Hammond è nata da genitori ghanesi che venticinque anni fa scelsero l’Italia come Paese in cui emigrare e come nido in cui far crescere la famiglia. Oggi, terminati gli studi all’Istituto Marco Polo, si è candidata per svolgere un anno di Servizio Civile Nazionale per il paese in cui è nata e cresciuta, e di cui ora è anche cittadina a tutti gli effetti. Ma nemmeno la scelta di un organismo di volontariato internazionale è casuale.
Francesca porta infatti nel cuore il legame con le sue radici: lingua, cibi, tradizioni e valori del Ghana restano vivi e praticati tutt’ora in famiglia. Per questo Francesca vuole riscoprirli, valorizzarli e farli crescere con lei anche in Italia.
Dunque, Francesca, è tra i 21.359 caschi bianchi italiani dell’anno 2016-2017 e, da un paio di settimane, la si può incontrare nella sede di ProgettoMondo Mlal, Ong che da cinquant’anni porta avanti progetti di cooperazione allo sviluppo in America Latina e in Africa. Francesca, in particolare, si era candidata, ed è stata selezionata, per collaborare con l’ufficio Educazione nella promozione di progetti e laboratori di cittadinanza attiva nelle scuole o sul territorio veronese. E oggi è già in prima linea per organizzare gli incontri con gli studenti degli scuole elementari, medie e superiori di Verona e provincia -in occasione del 36°Festival del Cinema Africano.
Un grande arricchimento per lei sul piano personale. Soddisfatta della scelta, Francesca ripete infatti: «Di sicuro sarà un’occasione di crescita dal punto di vista professionale, e soprattutto personale. Credo infatti che quest’anno di servizio all’interno di ProgettoMondo Mlal mi permetterà di conoscere di più le mie origini, di approfondire temi e problemi connessi con la storia di Paesi lontani, e magari anche di aiutare a portare queste informazioni all’attenzione dei miei coetanei veronesi e in un modo del tutto speciale».
Questi dodici mesi le daranno inoltre la possibilità di conoscere più da vicino i progetti di cooperazione allo sviluppo nei Paesi del Sud del mondo, settore a cui Francesca guarda con particolare interesse per gli studi che ha in programma di iniziare al termine dell’esperienza. Quello di Francesca si può dire che è un esempio positivo, e, non da ultimo, costituisce una testimonianza particolare sul come è possibile riscoprire una parte particolare di sé attraverso un’esperienza di servizio attivo.

Annalisa Moretto
Servizio civile 2016-17
ProgettoMondo Mlal Italia 

venerdì 28 ottobre 2016

Festival in mostra

Continua la collaborazione tra la Fondazione San Zeno, il Festival di Cinema Africano e il Museo africano di Verona. Anche per l’edizione 2016 infatti, la Fondazione ha scelto di organizzare uno dei suoi momenti di approfondimento culturale all’interno del Festival e nelle sale del Museo africano, proponendo un volto nuovo dell’arte afro: i TINGA TINGA, opere di autori tanzaniani realizzate con il particolare e omonimo stile pittorico, divenuto noto in Europa grazie a una fortunata serie di cartoni animati, trasmessi in Italia da Rai Yoyo.
La corrente pittorica TINGA TINGA deve il nome al suo ideatore, Edward Said Tingatinga. Un uomo geniale, che iniziò a dipingere in Tanzania negli anni Sessanta, utilizzando materiale di recupero, come pannelli di scarto e masoniti utilizzando le vernici per biciclette.
I TINGA TINGA diventano in breve tempo una sorta di pittura corale, che viene tramandata di padre in figlio e in cui la creazione di un’opera da vita a un processo condiviso. Questo stile così originale ebbe fortuna, tanto che il suo ideatore, nel 1972, fondò una scuola cui si deve la diffusione di quest’arte in gran parte della Tanzania.
La mostra collettiva d’arte contemporanea, patrimonio iconografico dell’associazione trentina Kusaidia presente in Tanzania con progetti di sviluppo sociale, si articola in un percorso che ha l’intento di interpretare fedelmente lo stile tinga tinga proponendo cromie vivaci e affrontando temi allo stesso tempo naif e surreali. Le tonalità sgargianti che variano dall’ocra al rosso, al blu contraddistinguono figure caricaturali, elementi della flora e della fauna, ambientazioni urbane che caratterizzano le pitture. Gli animali sono soggetto privilegiato e ridondante, accompagnati da caratteristici elementi decorativi stilizzati che trasmettono atmosfere incantate e oniriche.
Ad accompagnare l’inaugurazione del 29 ottobre sarà Mario Cossali, critico d’arte, professore, scrittore ed estimatore di questa tecnica pittorica. La mostra proseguirà fino al 27 novembre, accompagnata da un’offerta didattica pensata dall’equipe del Museo africano. Un’offerta che prevede la realizzazione di laboratori creativi rivolti alle scuole (materna, primaria e secondaria di primo e secondo grado), alle famiglie e ai Centri diurni.

È possibile visitare la mostra TINGATINGA da martedì a venerdì, dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19; sabato e domenica dalle 10 alle 19. Il costo del biglietto è di 5 euro (intero) e 3 euro (ridotto); omaggio per chi presenta il biglietto d’ingresso a una delle proiezioni del Festival di Cinema Africano.
Per info e prenotazioni: 0458092199; info@museoafricano.org; Museoafricano.org; Fondazionesanzeno.org

lunedì 3 ottobre 2016

E se i prossimi migranti fossimo noi? Se ne parla ai Martedì del mondo


Riparte il consueto appuntamento dei Martedì del mondo. Si riprende il 4 ottobre con una domanda: E se i prossimi migranti fossimo noi? Se domani ci svegliassimo in un mondo al rovescio, rispetto a quello in cui viviamo ora. Un mondo in cui l’Occidente ricco vive travolto da guerre e povertà ed è costretto a migrare, a chiedere accoglienza al Sud. Un Sud diventato improvvisamente una potenza economica blindata, che non vuol spartire niente del suo benessere, anche se è consapevole che il proprio status si mantiene con le ricchezze di questo Occidente che affama. Se si ribaltasse la scacchiera dei giochi mondiali e noi ci trovassimo dall’altra parte…
Partendo da questa provocazione, che vuol mettere in discussione le nostre certezze, il primo martedì del mondo inaugurerà la sua stagione con una doppia proiezione di un film del Festival del Cinema Africano: Africa Paradis del regista Sylvestre Amoussou. Un lungometraggio che ha partecipato e vinto l’edizione 2007 del Festival senza perdere di attualità, diventando emblema di questo  tempo che scorre senza che nulla cambi per quel che riguarda la questione migrante e le politiche messe in atto da chi decide chi si può salvare e chi no. Il registro della situazione di oggi appare uguale a quello di ieri. E il film di Amoussou lo mostra attraverso una parodia che vede una coppia di giovani francesi decidere di emigrare per cercare fortuna in Africa. Lo fa senza documenti, pagando un traghettatore per l’Africa, diventando (com’è che si dice da noi oggi?) “clandestini”. E ad attenderli c’è quello che i migranti trovano qui: un cosiddetto centro d’accoglienza, pregiudizi, sfruttamento e xenofobia. Si troveranno a dover vestire panni oggi sconosciuti per un occidentale.

Il pomeriggio e la serata vedranno la partecipazione, in apertura, di Stefano Gaiga della Direzione artistica del Festival di Cinema Africano, che presenterà il film e la 36esima edizione del Festival che si terrà a Verona dal 4 al 13 di novembre. A seguito della proiezione ci sarà un dibattito con il pubblico, che vedrà la presenza alle ore 18.00 di Jessica Cugini, redattrice di Combonifem, e alle ore 20,30 di Matteo Danese, direttore del Cestim, Centro studi immigrazione.
 Il doppio appuntamento, promosso dalla Fondazione Nigrizia dei missionari comboniani, dal Centro missionario diocesano, dalla rivista Combonifem e dal Cestim, si terrà come sempre presso la Sala Africa dei missionari comboniani (vicolo Pozzo, 1).

Per informazioni: Fondazione Nigrizia onlus: 045.8092390/ 045.8092271
Centro Missionario diocesano: 045.8033519
Combonifem: 045.8303149
Cestim - Centro studi immigrazione: 045.8011032

venerdì 15 luglio 2016

Dalla teoria alla pratica, studenti in campo

Per sperimentare come si lavora in una Ong di cooperazione Martina Coati e Edoardo Cappelletto, studenti del Liceo calssico Maffei di Verona in Alternanza Scuola Lavoro sono stati “accolti” nell’Ufficio Educazione di ProgettoMondo Mlal dove, dopo una formazione generale su temi e ambiti dell'organizzazione, hanno lavorato soprattutto sull’aspetto educativo del Cinema Africano.
Dopo un incontro con Stefano Gaiga della direzione artistica del Festival, grazie al quale hanno acquisito degli strumenti per l’analisi e la selezione dei film africani e un ulteriore momento con Rossella Lomuscio di ProgettoMondo Mlal per entrare nel lavoro educativo legato allo Spazio Scuole del Festival, è iniziato il lavoro vero e proprio. I ragazzi hanno visionato tre lungometraggi e, utilizzando gli strumenti di lettura filmica, sia in chiave “estetica” che educativa, ne hanno redatto le schede di presentazione e hanno selezionato un lungometraggio da proporre nel prossimo anno scolastico nella propria scuola.
Sul contesto e sui contenuti di La Marche, il film da loro selezionato, hanno ricercato e preparato degli spunti di approfondimento per approcciare una lettura del film in chiave educativa e gestire loro stessi poi l’animazione e il dibattito.
Hanno anche avuto l’occasione di sperimentarsi come traduttori e addetti al sottotitolaggio e di formarsi sull’utilizzo di un programma specifico, si sono occupati di un primo inserimento di timecode e sottotitoli a un cortometraggio tunisino, Ghassra, che sarà in concorso nella prossima edizione del Festival del cinema africano di Verona.
“La Marche parla di un gruppo di ragazzi che, nel 1983, hanno deciso di mettersi in marcia da Marsiglia a Parigi in nome dell'uguaglianza tra tutte le persone. I giovani e le donne danno un tocco importante all'iniziativa che mi ha colpita”, racconta Martina. “Dopo quella manifestazione il permesso di soggiorno per gli stranieri si è allungato dal 3 ai 10 anni. Poi purtroppo si l'eco della manifestazione ha perso effetto e ora solo il 19 per cento delle persone si ricorda della marcia.
Penso però che anche in Italia i giovani dovrebbero essere più partecipativi e attivi”.
Edoardo sottolinea invece il valore dell'esperienza fatta. “All'inizio abbiamo affrontato una parte teorica e introduttiva ma poi siamo entrati nel vivo delle attività con una pratica molto interessante. Abbiamo visto film che non si vedono in giro e che hanno un taglio decisamente diverso da quelli americani ed europei a cui siamo abituati, e sottotitolare è stato molto più complicato di quanto pensassi. Il Cinema Africano d'ora in avanti mi avrà sicuramente in sala”.

lunedì 11 luglio 2016

L'Africa ti cambia, in meglio

Un anno in Africa contribuisce a sradicare pregiudizi profondi che ci portiamo dentro, perché siamo nati, cresciuti ed educati nella fetta di mondo dove, forse solo apparentemente, tutto va bene. Arrivi in Africa e ti rendi conto che, pur avendo ricevuto un'educazione impeccabile, anni e anni di studio sui libri pensando di diventare una persona migliore non sono serviti a centrare il bersaglio.
Arrivi in Africa e ti scontri con persone con cui senti di non spartire nemmeno il 10% dello stile di vita. I primi tempi fai fatica a inserirti in meccanismi "culturali" cosi differenti dai tuoi. Sgrani gli occhi quando vedi una mamma che si porta il bambino sul dorso ovunque essa vada, che tiene un neonato per 24 ore nella sua boutique col ventilatore rotto, mentre fuori, tutti i commercianti si gridano addosso. E rimani colpito vedendo i bambini con la latta a tracolla che scalzi fanno l'elemosina ai posti di scalo.
Arrivi in Africa e vedi le donne che si caricano sulla schiena chili e chili di legna, questo fino alle dieci o undici di sera, perché qui non ci sono né orari, né sindacati.
E allora inizi a ragionare sulla base del parametro che qualcuno o qualcosa ha contribuito a radicare nella tua forma mentis : i diritti umani. Ti arrabbi, perché tutto un intero sistema sul quale hai costruito la tua vita cozza con "il diverso".
Lo chiamiamo appunto sistema di valori. Ad esempio, io sono cresciuta in una società in cui il principio di laicità è qualcosa che è stato conquistato con il sangue dai nostri predecessori. E' qualcosa che i governanti cercano di difendere a spada tratta, spesso e volentieri contraddicendosi nelle politiche messe in atto. Hanno cercato quindi di renderlo universale, con l'intento di proteggerlo da minacce esterne.
Anche il sistema di informazione è stato manipolato a questo fine. Sfoglio i giornali europei e le sole notizie in rilievo riguardano la minaccia terroristica, il pericolo dell'islam, quanto ricevono i migranti nei centri di accoglienza mentre gli italiani sono disoccupati. Questa falla ha contribuito a renderci tutti un po' più impauriti, intolleranti. Qui in Africa, minacce terroristiche a parte, nessuno si è mai sognato di dirmi di non frequentare i musulmani. In tempo di ramadam mi è stato persino offerto di partecipare a una giornata di digiuno, e riesco a fare cene e feste dove almeno tre religioni differenti siedono allo stesso tavolo.
Qui in Africa ho imparato a conoscere un sistema di valori che mi affascina e mi spiazza allo stesso tempo. Anche qui è pieno di contraddizioni, ma credo fermamente che sia tutto più genuino e autentico rispetto al mondo occidentale.
L'aspetto che più mi affascina sono le relazioni interpersonali. Qui non esiste individualismo, la famiglia è il pilastro su cui si fonda il labirinto sociale; essa è la colonna portante degli individui, che vi si identificano prima di tutto come esseri comunitari.
Ne consegue che in Africa non potrai mai sentirti solo. Forse devo ritenermi una persona privilegiata in quanto di pelle bianca, perché tutti stravedono per me e farebbero l'impossibile pur d'avermi come amica; ma ho visto formidabili esternazioni di solidarietà umana. Una sera per esempio mi trovavo in una boite de nuit, dove un povero disgraziato senza gambe e braccia si è buttato dalla carrozzina per scendere in pista: ballava così energicamente che intorno a lui si è formato un enorme cerchio, con mani che battevano a ritmo e occhi tutti puntati su di lui. Tutti erano lì ad ammirarlo, e lui era felice. Qui in Africa l'uomo è il centro di tutto. Un amico burkinabé ha viaggiato in Italia ed è rimasto colpito dai lavaggi automatici di veicoli. Ha persino fotografato le spazzole automatiche. Mi ha detto scioccato che ci lamentiamo che non c'è lavoro e poi lo diamo a un robot. In Africa il lavoro viene fatto a mani nude, con olio di gomito, e con il sorriso.
Anche l'idea di igiene mi ha spiazzata. Ho visto africani maniaci del pulito, che mangiano con le mani e non si alzano dal tavolo senza una bella toilette, che vivono in case con latrine esterne (nei casi più fortunati) che sono più pulite delle nostre, che si fanno tre o quattro docce al giorno. Ho visto panni stesi luccicare in cortili ordinatissimi, mi sono seduta in salotti profumati.
Gli uomini africani mi hanno insegnato che lo sviluppo parte dall'arte di (re)inventarsi. Qui ci sono ragazzi con la quinta elementare che saprebbero fare di tutto, perché dotati di un grande spirito d'osservazione. Io, che non sono nemmeno capace di piantare un chiodo, mi sono sentita più volte un'inetta. Loro no, riescono a districarsi in qualsiasi situazione, e attraverso la coesione possono fare grandi cose.
Ma evidentemente ai potenti fa comodo non riconoscere tutto questo; e allora spacciamo l'Africa per quel posto del mondo che deve essere rimesso in sesto. Ma ci stiamo provando da 60 anni, e ancora non ci siamo riusciti. Non possiamo dire alle persone come devono vivere. Possiamo piuttosto venire, sederci al loro fianco e proporre loro di ascoltare da dove veniamo, come viviamo; possiamo mettere in moto un meccanismo di confronto, che sarà per forza arricchente, che produrrà da solo un cambiamento da entrambe le parti.
La mia esperienza in Africa ha contribuito veramente a mettere in discussione istituti e meccanismi che hanno regolato i miei primi 30 anni di vita. Sarà considerata debolezza di carattere, ma io voglio vederla come umiltà di sapere fare un passo indietro e accogliere l’idea che tutto è relativo, che ogni percezione cambia in funzione del tempo e del contesto in cui viene ad esistenza.

Elisa Chiara
Casco Bianco Burkina Faso
ProgettoMondo Mlal

mercoledì 29 giugno 2016

Voci dalla migrazione

Il futuro è sospeso, non vi è alcuna certezza del domani. Forse per questo moltissime persone, soprattutto ragazzi desiderano o decidono di lasciare il Marocco per una terra vicina, ma allo stesso tempo lontana, carica di promesse e separata da un lembo di mare troppo spesso mortale.
Dalla provincia di Beni Mellal provengono la gran parte degli immigrati marocchini in Italia, una provincia più povera di molte delle sue vicine e trascurata dalla capitale. In questo luogo si possono raccogliere molti racconti: il villaggio che ha perduto un’ intera generazione, di giovani, di ragazzi partiti assieme per cercare una vita migliore, non solo per loro stessi ma per l’intera comunità; l’uomo disperato che è stato espulso dall’Italia in seguito ad un arresto; il ragazzo che, arrivato in Europa, non è riuscito ad ottenere i documenti per il soggiorno perché l’attentato alle Torri gemelle aveva reso più diffidenti tutti quanti; il compagno di viaggio che aggrappato sotto un camion ha perduto tutte le dita di una mano.
Partire, nonostante il rischio non ignoto alle persone che migrano per motivi economici, partire per la spinta intrinseca che ci porta sempre a cercare di migliorare la nostra situazione, perché tentare vale comunque la pena, vale il rischio, vale la disperazione dei padri e delle madri, che in lacrime senza nemmeno i corpi dei figli da seppellire, dicono “hanno fatto bene a provare”.
Perché alla fine quello di partire per trovare un futuro, quello di migrare, è uno dei diritti dell’uomo. Noi non possiamo e non dobbiamo fermare queste persone che vogliono raggiungere un paese come il nostro, che prima di diventare meta di immigrazione era terra di partenza di moltissimi migranti. Possiamo però sensibilizzare ad una migrazione responsabile, dove sono chiari non sono solo i rischi del viaggio ma anche le difficoltà presenti una volta raggiunta la destinazione.
Sempre a Beni Mellal esiste una mediateca dove i ragazzi e le ragazze possono informarsi, confrontarsi e parlare anche di migrazione, molti di loro desiderano partire e colpisce la diversità delle loro storie: dalle spigliate ragazzine in jeans, che in Europa desiderano completare gli studi, alla ragazza che da anni sostiene da sola la famiglia e desidera che le sorelle possano proseguire il percorso scolastico, dal ragazzo che si è specializzato in trucchi di prestigio e sogna di esibirsi per il mondo, a ragazzi che semplicemente desiderano maggiori possibilità. Ragazze che per partire accetterebbero anche il matrimonio bianco, altre che è l’unica cosa che non prenderebbero mai in considerazione. L’unica voce fuori dal coro è quella di una ragazza, evidentemente più benestante, che contraria alla migrazione invoca a restare in Marocco.
La migrazione è un fenomeno complesso e per provare a capirlo noi abbiamo il dovere di ascoltarne le molte voci.

Margherita Garonzi, studentessa del liceo classico Maffei di Verona,
Progetto Alternanza Scuola-Lavoro

Il Diritto di vivere

Vivere e far parte di una società non è sempre semplice se non si conoscono i propri dritti. Così può succedere che ti sia vietato di fare qualcosa senza un motivo valido o di sentirti emarginato solo perché sei donna, e quindi sottomessa e non libera di vivere la tua vita.
Non c’è da stupirsi, poiché si sa che, purtroppo, è una realtà esistente in quei Paesi dei quali nessuno parla, nei quali si pensa che l’unico problema sia la povertà. Quei luoghi così misteriosi, però, devono essere osservati da vicino per vedere con i propri occhi le loro vere necessità. 
Ci sono popoli che vivono di sussistenza e costruiscono le case con dei mattoni, sono fuori da ogni centro abitato e per loro è difficile ricevere le cure mediche adeguate. Proprio per questo molte organizzazioni, tra cui ProgettoMondo Mlal, hanno deciso di aiutare queste popolazioni a crescere, a far loro capire che non devono vivere senza preoccuparsi dei loro diritti, perché questi sono fondamentali per qualsiasi comunità. I diritti umani riguardano tutta la popolazione mondiale, anche coloro che vivono in piccoli paesi sperduti. Sono importanti perché salvaguardano la vita di una persona e la fanno vivere in tranquillità in un mondo che dovrebbe essere aperto a tutte le culture. Questi diritti non cambiano in base alla persona che ci si trova davanti e non cambiano nemmeno in base al colore della pelle.
Un diritto negato nei Paesi africani, per esempio, è l’alfabetizzazione, che grazie a scuole preparatorie sta diminuendo sempre di più. Si stanno infatti aiutando centinaia di bambini ad entrare nelle scuole medie, percorso che poi servirà loro per proseguire con gli studi. Il diritto all’istruzione è indispensabile nella vita di un ragazzo poiché lo aiuta a realizzarsi e ad avere dei progetti per il futuro. È interessante e significativo notare che tutti i bambini del Sud del Mondo alla domanda “Cosa vorresti diventare da grande?” rispondano insegnante o educatore. Portare delle piccole scuole in questi paesini emarginati quindi funziona, e vivendo insieme alla gente locale si può capire anche la felicità e la soddisfazione dei genitori per i propri figli. È un modo per dare loro appoggio e fiducia.
Un fenomeno molto diffuso in questi ultimi anni è l’emigrazione. Molti giovani cercano di scappare da una società in guerra, vogliono rischiare la vita per trovarne una migliore; non importa se rischiano di morire, non hanno nulla da perdere. Molto difficilmente questo modo di agire e di pensare lo si può ritrovare nella vita di un giovane occidentale. Ma i ragazzi africani non vogliono vivere nel radicalismo, vogliono provare a migliorare la loro vita. Questo è un loro diritto, come lo è per coloro che vanno in America a trovare lavoro. Il concetto è sempre lo stesso.
L’istruzione, le cure mediche, la speranza sono i tre elementi principali per tutti gli uomini, li aiutano a crescere, ad avere delle idee proprie, dei progetti propri senza vivere con le imposizioni di qualcuno che si crede superiore. Grazie a questi diritti si crea l’uguaglianza, che molto spesso viene dimenticata. Vivere la propria vita significa essere liberi di pensare e di fare ciò che è meglio per se stessi, conoscendo i propri diritti e principi.   

Demetra Pollinari, studentessa del liceo linguistico Maffei di Verona
Progetto alternanza scuola-lavoro