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mercoledì 4 febbraio 2015

Metti che ti saltino luce, rete e acqua...

Dall’11 gennaio siamo senza luce, acqua, e internet ovviamente. La batteria del cellulare è morta 2 giorni dopo e anche la rete va e viene. Per ora, sono riuscita a controllare la posta solo una volta (questa in cui scrivo è la seconda) perché ho un'amica nell'ufficio di Unhcr e lì hanno il generatore.
Inondazioni al centro del Paese hanno infatti colpito 4 province del Nord, tra cui quella di Nampula, e da allora siamo "isolati". Alcune voci dicono che la luce tornerà la prossima settimana. Vedremo, dai!
Forse mi chiederete come un mese senza tecnologie né servizi possa influire sulla vita quotidiana. In realtà, per gli abitanti della città di Nampula, continua tutto come se niente fosse, perché la maggior parte non ha comunque mai avuto luce e acqua corrente in casa e fuori città, in campagna, men che meno… quindi non è un problema!
Siamo solo noi bianchi (operatori della cooperazione internazionale), indiani e arabi (che hanno imprese e negozi) che abbiamo bisogno di luce per fare funzionare aziende, negozi, utilizzare internet e lavorare al computer.
E se nei 2 supermercati della città i prodotti scarseggiano da giorni, per la maggior parte delle persone nemmeno questo rappresenta un problema, semplicemente perché non acquistano mai al supermercato. L'unica cosa che incide su tutti sono i prezzi al mercato che, con la scusa che non arrivano nuove scorte dal sud, sono tutti aumentati.
Ma per me, personalmente, la situazione non è affatto pesante, anzi! Mi rendo conto che in questo modo dormo di più, perché vado a letto prima, chiacchiero più a lungo con i miei coinquilini, perché altrimenti nessuno saprebbe cosa fare al buio nella propria stanza. Per giorni e giorni non uso il cellulare né posso ricevere o spedire email.
In sintesi: dormo di più, curo le relazioni umane, sono meno reperibile ma più calma... direi che sono anche contenta!!!

Cristina Danna
Casco Bianco a Nampula
ProgettoMondo Mlal

venerdì 10 ottobre 2014

Elezioni in Mozambico: il ritorno di Dhlakama

Mozambico è alla vigilia del voto: il 15 ottobre gli elettori sceglieranno Presidente e membri del nuovo Parlamento.
La vera novità di questo appuntamento elettorale è rappresentata dalla ridiscesa in campo di Afonso Dhlakama, leader della Resistenza Nazionale Mozambicana (Renamo), da due anni esiliatosi nella Provincia di Sofala da dove comunque ha continuato a impartire ordini ai suoi per tenere sotto pressione il governo, colpevole, a suo dire, di non rispettare l’Accordo di Pace firmato nel 1992.
Uscito allo scoperto circa due mesi fa, Afonso Dhlakama è riapparso a Maputo per siglare la tregua tra gli ex guerriglieri della Renamo e forze governative del Fronte di Liberazione Nazionale del Mozambico (Frelimo). L’intesa, che dovrebbe simboleggiare la fine della crisi politica e militare del Paese, ha in calce la data del 5 settembre e appunto le firme del leader della Renamo, Afonso Dhlakama, e del Presidente del Mozambico, Armando Guebuza.
Sostenitori di questo accordo sono stati gli ambasciatori d’Italia, USA, Portogallo, Botswana e l’Alto Commissariato dell'Inghilterra. Le cessate ostilità militari tra le due forze hanno portato a un inizio del processo di smilitarizzazione e reinserimento delle forze residue della Renamo, alcuni nella vita civile in attività economiche e sociali e altri nelle forze armate del Mozambico e nella polizia mozambicana.
La legge che sancisce l’accordo è stata promulgata e approvata dalll'Assemblea della Repubblica, ma si tratta di una provocazione perché, sia nell’accordo di Roma (1994) che nell’accordo di Maputo (2014), si sostiene che le rispettive leggi furono firmate in un "principio di buona fede". Inoltre, è prevista una Missione di Osservatori Militari Internazionali (Emochim) composta da 9 Paesi (Africa del Sud, Botswana, Italia, Zimbabwe, Kenia, Cabo Verde, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti) che dovrebbe garantire l’applicazione dell'accordo. Il periodo di monitoraggio, che durerà 135 giorni, è però stato avviato da pochi giorni, il 30 settembre.
Ad ogni modo, proprio grazie a questa intesa, è stata sancita la libera partecipazione di Afonso Dhlakama alla campagna per le elezioni presidenziali alla quale concorrono dunque tre partiti politici: Mdm (Movimento Democratico del Mozambico) con Daviz Simango, Frelimo (Frente di Liberazione del Mozambico) con Filipe Nyusi, e Renamo (Resistenza Nazionale del Mozambico) con Afonso Dhlakhama.
A pochi giorni dal voto, la maggior parte dei mass media si limita a descrivere l’agenda politica di ogni candidato, a citare alcune parti dei comizi, evitando commenti, interpretazioni e analisi. Soltanto due giornali si sono spinti a offrire anche qualche elemento critico.
Sul giornale “Savana”, Jorge Rebelo – una delle ultime figure morali del Movimento di Liberazione tra i fondatori del – confessa in un’intervista la sua delusione per l’attuale dibattito politico in cui – dice – vede poche prospettive visto che la Frelimo “non accetta critiche” e “men che meno sa fare auto-critica”, mentre il Mdm è ancora nella fase embrionale e la Renamo non costituisce un’alternativa di stabilità e di sviluppo per il Paese.
Il mensile della chiesa cattolica “Nova Vida”, bolla questa campagna elettorale come un “bombardamento” di promesse e di immagini di “candidati sorridenti” disposti ad “immolarsi per il bene del popolo”. Inoltre, la stessa testata, ironizza sulla parola “paura” facendo notare che in Mozambico esistono partiti che temono che il popolo possa smettere di avere paura così come i politici hanno paura del cambiamento e dunque di perdere gli attuali “favori”. Su questo assunto, “Nova Vida” raccomanda ai propri lettori di non “vendere” il proprio voto in cambio di capulane (tessuti tipici africani, ndr), fazzoletti, magliette, cappelli e altri articoli, distribuiti nel corso di questa campagna, di non lasciarsi influenzare dalle immagini falsate che trasmettono TV e radio ma di scegliere con calma e cognizione il proprio candidato.
In queste settimane gli elettori mozambicani sono subissati dai discorsi dei diversi candidati basati essenzialmente su due soli punti: l’auto-definizione e la ripetizione fino alla noia della storia nazionale (i protagonisti dell’ indipendenza nazionale, la storia di un paese democratico, ecc.) e la lunga lista di ciò che costruiranno: scuole e ospedali, strade e pozzi, ecc.
E d’altra parte è sempre stato cosi... Dalle prime elezioni multipartitiche (1994, 1999, 2004, 2009) temi e discorsi girano sempre attorno a questi due assi, eppure da allora poco è cambiato.
Il cittadino, “attivo” per definizione, non si limita all’atto di votare, ma partecipa alla vita sociale e politica del Paese. Guardando alla storia del popolo mozambicano, emergono quattro esempi recenti di cittadinanza attiva: 1. La denuncia delle terribili condizioni di vita della popolazione rilocalizzata dalle imprese minerali e petrolifere in Moma (provincia di Nampula), Moatize (provincia di Tete) e Palma (provincia di Cabo Delgado). 2. Le manifestazioni a Beria e Maputo contro i saccheggi e il ritorno alla violenza armata. 3. Le proteste contro l’aumento delle “regalie” ai deputati. 4. La denuncia per lo scandalo degli 850 milioni di dollari americani prestati al Governo per l’acquisto di una nave da pesca per il tonno.
Questi quattro episodi vengono unanimemente considerati esempi di “cittadinanza attiva” nella misura che, ogni volta che gli interessi e i diritti della popolazione vengono messi in dubbio o vengono meno, prevalgono gli ideali dell’interesse comune, della solidarietà e della partecipazione per cause sociali, politiche ed economiche.
Consapevoli delle poche alternative politiche oggi sul tappeto, si aspetta comunque fiduciosi la scadenza del 15 ottobre, nella speranza che gli elettori non si lasciano troppo manipolare dagli slogan, ma riescano a fare buon uso del loro diritto a scegliere.

Cristina Danna
Casco Bianco Nampula
ProgettoMondo Mlal Mozambico

martedì 16 settembre 2014

I sogni spezzati delle spose bambine

Collaborando con Ipaj (Instituições Publicas de Assistência Jurídica), ho conosciuto molte donne che si rivolgono qui per denunciare l’abbandono da parte del marito e la mancanza di un sussidio alimentare per crescere i figli. Ciò che impressiona maggiormente è l’età di queste donne. In Mozambico i matrimoni precoci sono infatti all’ordine del giorno.
Sposarsi, essere obbediente, diventare una buona moglie e donna di casa, assicurare la continuità della specie umana, prendersi cura del marito e non ribellarsi contro i suoi ordini: sono alcuni dei principi che fin dall'infanzia le comunità infondono nelle donne, non valutando il danno che provocano nelle giovani che in questo modo sono costrette ad interrompere l'istruzione per dedicarsi a servire marito e figli.
Purtroppo per molte famiglie povere il matrimonio precoce è una fonte di reddito e un modo per sopravvivere, a costo di ipotecare sogni e futuro.
Il cosiddetto “lobolo” è ciò che il futuro marito offrein dote alla famiglia della sposa, sotto forma di capulanas (tessuti africani), galline, caprette e soldi ed è per questo che, nelle zone rurali, le ragazze vengono considerate dai genitori doprattutto come una fonte di beni. Ci sono casi in cui i leader di comunità, in cambio appunto di denaro, bestiame e altri beni, prendono in spose ragazze di 13-15 anni di età.
Spesso queste ragazze sposano uomini che vivono già con altre donne e, nella maggioranza dei casi, lasciano la scuola, iniziando ad avere figli molto presto e rendendosi così vulnerabili agli abusi sessuali e al contagio di Hiv/Aids. Le complicazioni durante la gravidanza, infatti, stando ai dati dell'Unicef, sono una delle principali cause di morte delle ragazze di età compresa tra i 15 ei 19 anni.
Il Mozambico è il paese che registra il più alto tasso di matrimoni precoci dell’Africa Australe; e a livello mondiale occupa il settimo. Le statistiche nazionali confermano che più della metà delle donne mozambicane si sposa prima dei 18 anni.
Le province di Nampula e Zambezia sono le più colpite: a Nampula, il 58% delle ragazze si sposa prima di raggiungere 18 anni, mentre un altro 37% ha un’età compresa tra i 20-24 anni.
A completare questo quadro e a dimostrare la gravità della situazione, ci sono anche le cifre del Ministero: se l’80% delle bambine frequenta la scuola elementare, la percentuale che prosegue la scuola media è tra il 5 e il 15%, mentre meno del 5% arriva alle superiori.
Secondo l'agenzia delle Nazioni Unite le bambine, o adolescenti, non sono preparate né fisicamente né psicologicamente a diventare mamme; purtroppo però molti mozambicani considerano questa consuetudine una tradizione che dev'essere rispettata e non è raro sentirsi rispondere che “solo i genitori sanno cosa è meglio per le loro figlie” o che “se le cose sono sempre state così,  nulla può essere fatto per cambiarle”.
I matrimoni precoci violano i principi giuridici dello stesso Mozambico, nonché i Diritti Fondamentali dei Bambini.
Il paragrafo 3 dell'articolo 119 della “Costituzione della Repubblica del Mozambico” asserisce, infatti, che l'unione tra due persone dev’essere basata sul libero consenso. Mentre nella “Legge della Famiglia” n° 10/2004, il paragrafo 2 dell’articolo 30 afferma che i giovani con più di 16 anni possono eccezionalmente sposarsi con il consenso dei genitori. In ogni caso, ciò indica che sotto i 16 anni i matrimoni sono illegali.
Specialmente nelle comunità rurali è, dunque, necessario rompere il silenzio.
Questo è quello che da anni ormai cerca di fare Ipaj grazie a un “Servizio di Ascolto” dedicato alle donne e ai bambini vittime di violenza domestica, che ha lo scopo di rimediare alle conseguenze negative che sorgono dalla pratica del matrimonio precoce.
A tal proposito, la scorsa settimana Ipaj ha approfondito questo tema a un Seminario organizzato in una Scuola Superiore di Nampula, durante il quale si è discusso di come prevenire tale problema endemico.

Il seminario che si è tenuto alla Scuola Superiore di Nampula faceva parte del programma di eventi promosso da Ipaj - l’istituzione dove svolgo parte del mio servizio civile – per il ventesimo anniversario della sua costituzione.

Ipaj è stata creata 2 anni dopo l’Accordo di Pace e i suoi funzionari sono molto fieri che la loro istituzione sia nata proprio nel periodo di rinascita del Paese, quando in discussione erano i fondamenti e le basi del nuovo Mozambico.
Ricordiamo che le speranze suscitate dall’indipendenza dai portoghesi (25 giugno 1975), che governavano il Paese da quattro secoli, erano state distrutte nel 1976 con lo scoppio della guerra civile fra le forze governative guidate dal Frente de Libertacao de Mocambique (Frelimo) e la Resistencia Nacional Mozambicana (Renamo). Le drammatiche conseguenze della guerra civile, sommate poi alla peggiore siccità dell'Africa Australe del XX secolo, avevano provocato 1 milione e mezzo di morti e 1 milione e 700 mila di rifugiati nei paesi vicini.
Così, il 4 ottobre del 1992, il Presidente Chissano e il leader della Renamo, Alfonso Dhlakama, firmarono a Roma - con la mediazione del governo italiano, delle Nazioni Unite, dell'Episcopato Cattolico Mozambicano e della Comunità Cattolica di S. Egidio - un Trattato di Pace che prevedeva la consegna di tutte le armi alle Nazioni Unite e la smobilitazione di tutte le milizie entro sei mesi con l'obiettivo di ricostruire un esercito nazionale unitario.
Ed è appunto in questo contesto che è nato Ipaj, un contesto socio-politico complesso dove i problemi sociali non mancavano.
L’idea di commemorare oggi i 20 di vita di Ipaj nasce dall’esigenza di continuare nell’opera di sensibilizzazione dei settori marginali della popolazione sulle diverse tematiche che porta avanti - tali come la difesa dei diritti, i matrimoni prematuri, l’integrità durante il periodo di reclusione - e per promuovere le proprie iniziative di assistenza giuridiche.
Per l’occasione Ipaj ha dunque organizzato, su temi legati ai diritti umani, una serie di eventi alla Scuola Superiore di Nampula, a Namaita (una comunità a circa 30 Km da Nampula), a Muatala (un quartiere periferico della città) e nel Carcere Femminile.

Crstina Danna
Casco Bianco Mozambico
ProgettoMondo Mlal

giovedì 7 agosto 2014

Lo Splendore di Nampula

Nampula, città di 471.717 abitanti, conosciuta come la capitale del Nord del Mozambico, ha registrato negli ultimi decenni un improvviso sviluppo, tanto demografico, quanto economico, commerciale e sociale.
Città dal clima tipicamente tropicale, dove la cultura dominante, quella Makhuwa, convive con altrettante peculiarità tradizionali; è stata di recente teatro di importanti svolte politiche.
Le elezioni municipali dello scorso anno hanno infatti visto il successo del Movimento Democratico del Mozambico (Mdm), che ha preso il posto del Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo), al governo della provincia dal 1998.
Tra le iniziative avviate dalla nuova amministrazione c’è “Wayra wa Wamhula”, ovvero “Lo Splendore di Nampula”; proposta direttamente dal Presidente del Consiglio Municipale, Mahamudo Amurane. Suo obiettivo è garantire dignità e salute ai cittadini grazie a piani di raccolta dei rifiuti, che risaltino l’importanza di una città pulita e decorosa.
Il Presidente ha inoltre esortato tutti i 22 municipi della provincia ad aderire al programma, grazie a grandi campagne di propaganda dalle forti tinte patriottiche. “Tutti i cittadini sanno che Nampula – afferma Amurane – è la città più attraente ed attiva del paese dal punto di vista economico, perché ricca di risorse naturali e culturali che la rendono una meta interessante per i grandi investimenti”. Ha sollecitato quindi anche la popolazione a contribuire volontariamente versando 100 meticais (2,5 euro) in favore della causa e raccomandando ad ognuno di collaborare secondo le proprie possibilità (consigliando ad esempio agli imprenditori facoltosi di deporre una somma congrua).
La sua richiesta si appoggia su due punti: considerati il deplorevole stato di igiene e pulizia della città e l’elevato debito ereditato dal precedente Consiglio Municipale, secondo Makhuwa, è compito ora di tutti i cittadini risolvere il problema.
Si può allora pensare che il nuovo Presidente stia stimolando nei cittadini una forma molto sentita di cittadinanza attiva? Forse sì, ma non sono pochi i mozambicani che invece sono in disaccordo, in particolare in merito alle richieste di contributi volontari. Per capire questa loro posizione è necessario sapere che in Mozambico all’interno della bolletta della luce – pagata tra l’altro con un “contratto a pagamento anticipato” – sono automaticamente aggiunte due tasse: il canone della radio e la tassa per i rifiuti (che quindi viene già versata).
Considerato inoltre che si tratta di un Paese dove in una famiglia si possono trovare in genere dai 3 agli 8 figli, dove il lavoro non è né facile da trovare, né particolarmente remunerativo (con un Pil procapite nominale di 634$ nel 2012), si sente spesso chiedersi: “Come posso dare un contributo in denaro al governo? Loro di certo ne dispongono facilmente, non noi che lottiamo ogni giorno per la nostra sopravvivenza!”.
Da questa osservazione si può dedurre che, sebbene questa iniziativa abbia il merito di smuovere le coscienze della popolazione sui problemi dell’inquinamento urbano e ambientale, dall’altro si pone in modo chiaramente poco efficace di fronte ad una cittadinanza alla quale questo tipo di problemi giungono meno impellenti, certo meno di quelli quotidiani di guadagnarsi del cibo ed un tetto.
Restiamo in attesa di vedere se l’amministrazione di Nampula sarà capace di cogliere queste critiche e di riformulare dunque le proprie strategie.

Cristina Danna
Casco Bianco a Nampula
ProgettoMondo Mozambico

giovedì 26 giugno 2014

RSI, la sfida delle imprese

Il tipo di attività che svolgono le imprese mozambicane, coinvolte nel nostro Progetto Responsabilidade, varia considerevolmente: si va da quelle agricole, a quelle che si occupano di silvicoltura, pesca, manifattura estrattiva, alla costruzione, al commercio, alle strutture albeghiere, alla ristorazione, alle attività finanziarie-immobiliari-scientifiche-amministrative, prestazione di servizi, istruzione, salute e assistenza sociale.
E su queste, proprio allo scopo di produrre una prima ricerca sulla Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), e quindi un successivo corso di formazione sullo stesso argomento che prevede anche l’utilizzo di piattaforme di apprendimento online, sono state intervistate 235 imprese, delle quali, quelle locali erano 179 piccole e medie (PM) e 15 grandi, mentre le straniere erano 21 PM, e 20 grandi (da classificazione dell’Unione europea), tutte selezionate all’interno delle Provincie di Nampula per la regione nord, Sofala per il centro e Maputo per il sud.
La redazione finale della ricerca è in fase di elaborazione, ma c’è già stata una prima presentazione dei risultati preliminari realizzata nel corso di 3 seminari, uno per regione.
La ricerca afferma che la maggior parte delle imprese intervistate non sono quotate in borsa, svolgono un unico business, non hanno uno staff specifico per l’implementazione della RSI e non aderiscono a nessuna norma internazionale (PIR, ISO26000, ODM, PGNU E PARP).
Invece, concentrandoci più specificamente sull’ambito della RSI, si evidenzia che le barriere principali per la sua implementazione sono costituite dalla mancanza di risorse finanziarie, di regolamenti e leggi chiare e, infine, di risorse umane qualificate.
Inoltre, sono ancora molto poche le imprese che hanno un dialogo con gli stakeholders, cosicché le relazioni con la comunità circostante si sviluppano solo attraverso donazioni e sponsorizzazioni di eventi culturali-sportivi.
Confrontando le imprese straniere con quelle locali, la ricerca evidenzia poi come le imprese straniere (sia PM che Grandi) percepiscano maggiori benefici dalla RSI, realizzino più attività con la comunità, cerchino di integrare la RSI nel loro marketing ed investano maggiormente in attività finalizzate a ridurre l’impatto ambientale.
Nelle conclusioni della ricerca, infine, viene messo in risalto che esiste un approccio più filantropico che strategico nelle iniziative realizzate riguardanti la RSI; che le imprese straniere (sia PM che Grandi) possiedono più motivazioni di quelle nazionali, poiché percepiscono meglio i benefici che possono trarre dal dialogo con gli stakeholders, e che l’interesse per la conoscenza della RSI è poco diffuso nelle imprese mozambicane.
Il progetto “Responsabilidade” di ProgettoMondo Mlal è stato avviato in gennaio e da alcuni mesi partecipo anche io al lavoro dell’equipe mozambicana come operatrice in servizio civile. Più specificatamente in questo periodo sto collaborando alla preparazione del corso di formazione che avrà una durata di 6 settimane e a cui saranno invitati a partecipare tanto i funzionari pubblici implicati in quest’ambito lavorativo, quanto quelli privati, in rappresentanza delle rispettive imprese/aziende.

Cristina Danna
Casco Bianco a Nampula
ProgettoMondo Mlal Mozambico

giovedì 5 giugno 2014

Grandi ingiustizie, piccole soluzioni

Una parte della mia esperienza mozambicana va crescendo anche attraverso l’ascolto delle storie che le persone più vulnerabili, afflitte quindi da problemi di diversa natura, vengono a raccontare nell’ufficio dell’IPAJ (Istituto di Assistenza e Patrocinio Giuridico) dove, come operatrice di ProgettoMondo Mlal in servizio civile, lavoro ogni mattina.
La maggior parte di loro è in cerca di assistenza o di consulenza giuridica e portano dei vissuti che hanno a che fare con casi di violazione dei diritti umani, sia lievi che gravi. Gli operatori che ci lavorano hanno appunto il compito di trovare possibili soluzioni.
Soluzioni? Forse è dire troppo, visto che nella maggioranza dei casi ormai il danno e la violazione sono stati perpetrati e ciò che rimane loro è la possibilità di essere ascoltati e, da parte nostra, il desiderio di provare a fare capire che loro sono cittadini, con il diritto di avere un’assistenza giuridica.
Uno dei primi ostacoli che riscontriamo come operatori del Centro è riuscire a individuare l’oggettività dei fatti. Ognuno viene infatti con una sua versione, e quindi la difficoltà diventa ricostruire cosa c’è a monte per capire chi effettivamente ha subito il danno e chi necessita di giustizia.
Ogni giorno ascolto storie di ingiustizie di diversa matrice: sociale, familiare, lavorativa o civile, che la società cerca di occultare. I casi di queste persone che arrivano negli uffici di assistenza giuridica della città, come anche dei comuni della Provincia di Nampula, vanno dalla violenza domestica subita principalmente dai bambini e dalle donne, alle separazioni matrimoniali; dai licenziamenti senza ragioni fondate, alla divisione dei beni post separazione; dall’alimentazione mensile per i figli, alle cause per la difesa dei carcerati; dai casi di diffamazione e discriminazione verso chi è affetto da HIV, ai litigi con i vicini di casa...
Ascoltandoli, è anche facile imbattersi in una serie di problemi correlati: contraddizioni, mancanza di comunicazione, incoerenza tra teoria e pratica, burocrazia, “pregiudizi”, “semplificazioni”, e mi fanno pensare a quanto sono al contrario fredde le leggi e quanto bisogno ci sarebbe di una maggiore formazione interdisciplinare (psicologia, giurisprudenza, linguistica)!
L’evitare di sentire emozioni, il ricorso a tattiche obiettive e veloci sembrerebbe la via più facile per riuscire a lavorare senza farsi coinvolgere “emotivamente” nel caso, ma così si rischia di allontanarsi da chi ci chiede aiuto, il quale sente di non essere seriamente preso in considerazione. Dunque, la complessità è come sempre trovare una via di mezzo soddisfacente.
In Mozambico ci sono vari livelli di accesso alla giustizia: le autorità del quartiere (segretario o líder comunitario) con il loro Tribunale Comunitario costituiscono il primo livello. Nel caso questi non riescano a risolvere il conflitto, lo trasmettono ai centri di assistenza giuridica. In Mozambico –come anche in Italia– si cerca di risolvere la situazione attraverso un accordo “amichevole” con la parte interessata. In caso non si raggiunga, si arriva in Tribunale. Gli operatori in quest’ultimo caso accompagnano la persona implicata nel percorso del processo giudiziale: dalle udienze fino al giorno in cui verrà emessa la sentenza.
Grazie alla mia esperienza di servizio civile, in queste settimane ho assistito ad alcune udienze e sentenze, e da principiante non posso non notare che i tempi di un processo sono complicati e richiedono tempi terribilmente lunghi.
Tanti casi iniziano da un piccolo diverbio tra persone, ma poi per l’incapacità di parlarsi e di risolverlo tra loro, arrivano al nostro ufficio quando l’incomprensione ha già assunto dimensioni difficili da affrontare.
Tutto ciò mi fa venire in mente una vecchia storia. Un uomo racconta a una donna che anche l’albero più grande e forte può cadere. “L’albero cade e come?” Chiede la donna sbalordita. L’uomo dice che l’albero cade a causa delle formiche perché, sebbene esseri insignificanti, riescono comunque a corrodere poco a poco, da dentro, anche l’imponenza, la maestosità e la grandiosità di un albero.
La donna continua a non capire, allora l’uomo le spiega: “Bisogna stare attenti alle piccole cose, perché se non si dà loro la giusta importanza, col passare del tempo sono capaci di distruggere le relazioni, i matrimoni, le imprese, i business e anche le famiglie più grandi che apparentemente sono sicure, forti e potenti”.

Cristina Danna
Casco Bianco Nampula
ProgettoMondo Mlal Mozambico

martedì 25 marzo 2014

Responsabilità sociale, non solo filantropia

Una ricerca su “La gestione della responsabilità sociale di impresa in Mozambico”, realizzata da ProgettoMondo Mlal nel corso del 2013 nell’ambito del progetto “Responsabilidade”, ha messo in luce come il campione di imprese intervistato (235 mozambicane e straniere, micro, piccole medie e grandi, distribuite geograficamente nelle tre province di Nampula- nord, Beira-centro e Maputo–sud) mantenga ancora, rispetto ad azioni di RSE, cui fa da cornice un vuoto normativo, una scarsità di risorse finanziarie e di risorse umane formate ad hoc, un tipo di approccio filantropico piuttosto che strategico. È emerso altresì il maggior coinvolgimento delle imprese straniere, rispetto alle mozambicane, nella promozione di interventi di RSE, considerato che le seconde non ne comprendono ancora a fondo i benefici.
ProgettoMondo Mlal nel corso del 2013 nell’ambito del progetto “
La squadra di ricercatori del progetto, guidati dal coordinatore scientifico e direttore del centro di ricerca CEPKA della Università Cattolica del Mozambico, con l’assistenza tecnica di Altis–Alta Scuola Impresa Società della Università Cattolica del Sacro Cuore, ha concluso lo studio suggerendo che vengano promosse azioni formative per la classe dirigente di lunga e corta durata per sopperire alle lacune esistenti; che possa essere garantito un maggior intervento del Governo per regolamentare il settore nelle sue diverse vertenti e, infine, che le imprese con maggiore esperienza nel Paese sul tema della RSE possano condividere la proprie conoscenze con le altre che desiderano promuovere azioni nel settore, così da favorire la diffusione delle buona pratiche. Questi risultati sono stati presentati nel corso di 3 seminari e una conferenza tenutisi in questi giorni nelle città di Nampula, Beira e Maputo ove, tra i relatori, è intervenuto anche Alberto Giacomotti della Fondazione Sodalitas (Milano), istituzione associata al progetto, che ha presentato alla platea di partecipanti, rappresentati da funzionari del settore pubblico e privato mozambicano, l’esperienza della fondazione a sostegno delle imprese sui tema della sostenibilità. Gli eventi hanno raggiunto gli obiettivi sperati, e cioè stimolato il dialogo sul tema, favorito l’incontro e lo scambio tra settore privato e pubblico sulla RSE, sollecitando l’interesse per le prossime attività progettuali e aperto la strada a un nuovo confronto pubblico che possa promuovere e sostenere anche interventi di riforma legislativa con il governo.

Marco Fucili

Progetto Responsabilidade

ProgettoMondo Mlal Mozambico

lunedì 27 gennaio 2014

Vita Dentro, un modello di carcere documentato in un video

Il progetto Vita Dentro è arrivato al capolinea, concludendo così il secondo intervento di ProgettoMondo Mlal nelle carceri di Nampula e provincia. Un percorso iniziato nel 2006 con un primo progetto “Diritti in Carcere” e documentato in un recente video di 20 minuti realizzato dall’equipe tecnica della Kenzi Productions, guidata dalla regista Annamaria Gallone.
Le testimonianze dirette dei reclusi ed ex reclusi, degli operatori e animatori, dei famigliari e dei nuovi datori di lavoro raccolte dalla cinepresa, testimoniano per immagini e parole la straordinaria evoluzione che ha avuto il nostro intervento nelle carceri di Nampula città e provincia. E soprattutto sono testimonianze che parlano anche “oltre” il tema del carcere e/ o della detenzione… perché testimoniano in maniera incontrovertibile come piccole opportunità di cambiamento, se offerte in un quadro e contesto pensati, possono davvero rimettere in moto le vite personali e collettive.
Sono stati anni in cui la nostra organizzazione può elencare una serie di risultati, conseguiti e consolidati, davvero importanti per il contesto locale: dal trasferimento delle detenute in una struttura esclusivamente dedicata a loro a una serie di buone pratiche a partire dal lavoro dei detenuti in carcere e nelle imprese del territorio, fino alla possibilità di fare cultura all’interno della struttura carceraria.
Lasciamo quindi un modello di carcere a tutto il Paese, che prosegue nel progetto binazionale Liber’Arte, avviato nel frattempo a Maputo (e a La Paz). Ha inoltre preso avvio un progetto sulla responsabilità sociale d’impresa –Responsabilidade- con sede a Nampula e come primo partner capofila l’Università Cattolica del Mozambico.
Il Mozambico è un Paese in profonda trasformazione. I 2/3 del bilancio dello Stato è finanziato dell’esterno, con il rischio di far diventare il Paese un artefatto dell’industria dello sviluppo invece che un territorio dotato di una propria sovranità. Infine un dato che conferma quanto appena detto: il Rapporto sullo Sviluppo Umano (ISU) del 2013, compilato dall' Organizzazione delle Nazioni Unite, pone il Mozambico al terzultimo posto su una lista di 186 Paesi.

Guarda il video qui sotto:



giovedì 25 aprile 2013

L’Unione Europea premia il Progetto Vita Dentro

Doveva essere una normale visita di monitoraggio al progetto Vita Dentro e invece si è trasformata in un importante riconoscimento per l’impegno di ProgettoMondo Mlal a Nampula, suffragato dalla presenza di ben 18 delegati testimoni tra ambasciatori di vari paesi dell’Unione Europea e capi delegazione.
Qualche giorno prima avevamo saputo dal nostro referente dell’Unione Europea che per la settimana successiva era prevista una visita di monitoraggio al nostro Progetto alla quale avrebbero partecipato 18 persone. Una richiesta così poteva dire due cose: o il nostro progetto aveva fatto notizia e in tanti lo volevano conoscere da vicino, oppure, al contrario, i rimandi istituzionali erano talmente insignificanti (per non dire negativi) che si voleva capire meglio se valesse davvero la pena continuare a investire. Normalmente le delegazioni di questo tipo sono composte da massimo due funzionari che vengono a “fare le pulci” al progetto, ma quando i visitatori sono ambasciatori e capi delegazione, allora significa che qualcosa di “buono” da vedere c’è. Eccome.
Già dal primo momento il Capo Delegazione Unione Europea in Mozambico, Paul Malin, ci ha espresso la sua stima nei confronti di Progetto Mondo Mlal e del partner responsabile delle attività, il SERNAP (Servizio Nazionale Penitenziario), nella Penitenziaria Industriale di Nampula. Ciò che ci viene comunicato è infatti che “Il carcere è ormai un modello a livello nazionale”, grazie alla presenza di “strutture all’avanguardia, divisione dei detenuti in base all’età e alla tipologia di pena, e alla presenza di attività formative ed educative all’interno della struttura penitenziaria”.
Arrivati a bordo di due minivan, i nostri ospiti rappresentano vari Paesi dell’Unione degli stati Europei: Portogallo, Italia, Spagna, Francia, Austria, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia e Finlandia. A guidare il gruppo c’è, come detto, il Capo della Delegazione Mozambicana della UE, Paul Malin, e a condurre la delegazione il João da Silveira, Consigliere Politico della Delegazione.
A riceverli, il direttivo della Penitenziaria con a capo il direttore Chico Alberto Quembo, accompagnato dai responsabili dei vari settori: istruzione, formazione professionale, sezione minorile e sezione adulti e cultura. Per quanto riguarda Progetto Mondo Mlal, a rappresentare l’Ong io (Francesco Margara, coordinatore del progetto Vita Dentro, ndr) con Martina Adami, amministratrice di Vita Dentro, e Marco Fucili, amministratore del nuovo progetto “Responsabilidade”, accompagnati dagli operatori sociali Carolina da Conceição, César dos Santos e Severino Amamo.
Il direttore Quembo si è dimostrato subito un ottimo padrone di casa, facendo gli onori alla Delegazione e avviando la giornata con una breve presentazione del carcere e delle attività svolte insieme a ProgettoMondo Mlal dal 2007 a oggi: sei anni di entusiasmante lavoro tra alti e bassi, come è normale che sia in una relazione così lunga! Anni comunque coronati da una visita, speciale come questa, significa che non sono passati invano.
Dopo l’introduzione fatta da Quembo, è stato dato spazio alle domande degli ospiti che certo non si preoccupavano di porre questioni scomode, come il livello di rispetto dei diritti umani all’interno dell’istituto penitenziario in base alle condizioni di vita, al sovraffollamento e alle condizioni di alimentazione.
A questa prima fase di spiegazioni, è stata la volta della visita alla struttura carceraria: padiglioni per le formazioni professionali, aule per le lezioni della scuola, padiglioni per la produzione di tessuti, la parte separata per i giovani, e infine il Centro culturale nel quale è stato allestito un piccolo spettacolo per i presenti: musica, danza, teatro, tutto fatto e messo in scena dai detenuti, con un pezzo teatrale creato da loro per la fine del progetto in cui gli attori parlano e si preoccupano delle loro sorti nel momento in cui Progetto Mondo Mlal non sarà più lì ad appoggiare le attività.
Nel mezzo, ovviamente, mille altre domande da parte di tutti per capire come siamo riusciti ad ottenere questi risultati. Ma far capire quanti sforzi, e quanta fatica, abbiamo fatto io e i miei predecessori nell’intento di migliorare la struttura penitenziaria, e la mentalità di una parte delle persone con le quali abbiamo lavorato negli ultimi anni, non è compito facile. Come si può infatti sintetizzare in pochi minuti un percorso durato anni? Come si può ridurre a poche parole un lavoro durato mesi, e mesi passati costantemente a preoccuparsi che certe cose venissero fatte e venissero fatte bene? Perché a noi questo importa: ottenere risultati, sì, ma risultati positivi, duraturi e riconoscibili a prima vista.
Nel momento dei saluti, l’ambasciatrice svedese a Maputo, Ulla Andrén, ci ha regalato un complimento breve ma credo significativo: “dopo averne visti tanti in Africa, posso dire che questo sembra una struttura non sembra nemmeno un carcere. Complimenti per il vostro lavoro!
Soddisfazione generale dunque, anche se alla fine eravamo perfino dispiaciuti di non avere avuto modo di mostrare tante altre cose che siamo riusciti a fare in questi anni. Senz’altro però il giudizio positivo espresso dai nostri ospiti, oltre a rappresentare un premio per la nostra Ong ProgettoMondo Mlal, funzionerà da stimolo per continuare a portare avanti le nostre idee con la stessa convinzione di sempre.

Francesco Margara
Coordinatore Progetto Vita Dentro

venerdì 29 marzo 2013

Mozambico: "Migliorare il sistema delle carceri"


"Sistema di governo e carceri mozambicane vanno migliorate". A dichiararlo, in un'intervista al giornale Verdade On line è Francesco Margara, coordinatore per ProgettoMondo Mlal del programma Vita Dentro, nato per migliorare la condizione dei detenuti, soprattutto giovani, nella provincia di Nampula. Un'esigenza dettata non solo dalle condizioni di vita dei detenuti, ma anche dalla discriminazione che sono costretti a subire dalla società, una volta usciti di progione e ritornati nelle comunità di rifeirimento.

Che cosa è ProgettoMondo Mlal?
ProgettoMondo Mlal è un'organizzazione non governativa italiana, impegnata nella provincia di Nampula dal 2002. All'inizio, abbiamo lavorato con la Caritas in materia di diritti umani, in particolare per le persone con poca conoscenza della cultura giuridica, specie detenute.

Qual è il vostro obiettivo?
Puntiamo a migliorare le condizioni di base dei prigionieri nella provincia di Nampula, dove lavoriamo in particolare nella Penitenziaria Industriale e nel Carcere femminile, che si trova in una zona chiamata Rex, oltre alla Prigione Provinciale di Nampula. Mi preme rilevare che ci dedichiamo in particolare ai giovani detenuti, dai 16 ai 21 anni, in Mozambico.

Cosa ha motivato la scelta della provincia di Nampula per svolgere le vostre attività?
Dopo un attento studio, abbiamo scoperto che la provincia di Nampula ha il più alto numero di casi penali in Mozambico, quindi abbiamo concentrato le nostre attività per i detenuti, perché eravamo preoccupati per la loro situazione. Abbiamo ideato un progetto in grado di garantire il rispetto dei loro diritti umani, e progettato strategie che ci permettano di vivere a contatto con chi vive in carcere, che ha così potuto comprendere noi e il nostro lavoro. All'inizio si è trattato di scegliere detenuti di buona condotta, spiegando loro come comportarsi e come evitare conflitti con gli ufficiali penitenziari. Piano piano abbiamo guadagnato forza introducendo diversi pacchetti formativi, puntando molto sull’aspetto culturale con gruppi di teatro, musica, squadra di calcio, e tutte le altre attività che possono creare un momento di svago.
Puntiamo molto anche sull’istruzione, impegnandoci per il recupero dei giovani detenuti insieme al Servizio Nazionale delle Prigioni (SNAPRI), l'Università Cattolica del Mozambico (UCM), UNILÚRIO, Caritas e l’Istituto per assistenza legale (IPAJ).

Che cosa è stato fatto in concreto per il bene dei detenuti?
Abbiamo un programma basato sull’ "arte terapia", che serve per aprire le menti dei detenuti, farli divertire e creare spazi abitativi degni durante la loro permanenza negli istituti di detenzione. Ciò che spesso accade nelle carceri del Mozambico è che molti reclusi non vivono davvero la propria vita, e questa si riduce a una condizione di inutilità. Partecipando al nostro programma, invece - che prevede anche attività come agricoltura e allevamento di polli - non sono obbligati a pensare troppo alla situazione in cui si trovano.
E’ per questo che abbiamo formato "Anamawenchiwa", un gruppo musicale che ha partecipato a numerosi festival, in particolare il Tambo Tambulani Tambo a Pemba, provincia di Cabo Delgado, il Festival della cultura di Beira, il Festival dei Giochi tradizionali a Lichinga e il Festival di musica tradizionale di Ilha de Moçambique. Oltre a questo ensemble musicale, è stato formato un gruppo teatrale che ogni settimana viaggia nelle carceri distrettuali della provincia di Nampula.
Abbiamo poi aiutato nel reinserimento sociale i detenuti che hanno finito di scontare la pena, soprattutto per renderli capaci di realizzare attività generatrici di reddito e gestire il proprio auto-sostentamento, smettendo così di commettere crimini. Il risultato sono fabbri, falegnami, elettricisti, muratori, operatori turistici, idraulici e agricoltori, formati con corsi riconosciuti dall'Istituto Nazionale del Lavoro e la Formazione Professionale e finanziati da ProgettoMondo Mlal attraverso i fondi dell’Unione Europea.

Quanti detenuti sono stati formati fino ad ora?
Finora abbiamo formato più di 200 persone che sono già fuori dalle loro celle e che stanno svolgendo attività produttive nelle loro comunità d’origine. Ciò che vogliamo è che gli ex-detenuti non vengano emarginati dalla società a causa della mancanza di conoscenza di alcune attività. La loro formazione inizia in prigione e sono accompagnati fino al ritorno nella comunità. Così abbiamo promosso seminari su salute, educazione civica, comprese le leggi che li difendono e li condannano e l'istruzione. Quest'anno sono 500 le persone che sono state coinvolte nelle attività.

Chi si occupa delle formazioni ai detenuti?
La nostra equipe è formata da professionisti di livello superiore in diversi settori, quali la sanità, l'istruzione, il commercio, l'agricoltura, l'allevamento dei polli e l'imprenditorialità. Essi lavorano dentro e fuori delle carceri.
Dopo l'uscita dal carcere, gli educatori accompagnano gli ex-detenuti per presentarli alle autorità locali, in modo che non vengono respinti dalla comunità per il timore che commettano nuovi reati. Lo facciamo perché in Mozambico esiste una cultura di esclusione sociale nei confronti delle persone che escono di prigione.
In questo momento stiamo dando assistenza a 30 ex detenuti per il loro reinserimento nelle comunità, e anche se non facciamo miracoli, ci sono utenti che decidono di non ritornare a commettere reati. Coloro che seguono i nostri consigli riescono a formare famiglie, continuano a studiare e sviluppano le loro attività produttive.

Esiste l’emarginazione degli ex detenuti nella società mozambicana?
Sì, dopo che un cittadino rimane a lungo in carcere, la sua reintegrazione nella società non è facile. La comunità non ne vuole sapere di lui, afferma che è un criminale, non importa che abbia scontato la sua pena. Sostiene che non si può vivere con gli altri senza correre il rischio di trasmettere loro "un comportamento deviante". Questo è il motivo per cui seguiamo il detenuto dopo il suo rilascio, oltre a finanziare i corsi professionali.

Ha parlato giovani detenuti in Mozambico, quanti sono detenuti nelle carceri in cui promuovete le vostre attività?
In questo momento lavoriamo con 200 giovani detenuti. Con la nostra presenza nelle carceri, si crea uno spazio che noi chiamiamo "Prigione Scuola" dove hanno celle separate dagli adulti, si rinuiscono durante il tempo libero o durante l’ora d’aria. Il nostro sforzo è evitare, per quanto possibile, l'interazione tra giovani e adulti detenuti.
Nel 2006, nella Penitenziaria Industriale di Nampula esisteva solo la sesta classe (equiparabile alla nostra prima media) mentre ad oggi siamo arrivati ad avere l’undicesima, e il prossimo anno si arriverà alla dodicesima. Questo è stato uno dei più grandi successi ottenuti in tutti questi anni, perché ora tutti i giovani detenuti (200 in totale) frequentano la scuola, senza dimenticare che anche gli adulti hanno la stessa possibilità di studiare.
I certificati vengono rilasciati dal Ministero della Pubblica Istruzione. Purtroppo devo riconoscere che alcuni giovani non hanno l'età minima imputabile di 16 anni, come a norma di legge in Mozambico. Alcuni di loro, infatti, hanno 14 o 15 anni e sono detenuti perché non hanno un documento identificativo che permetta loro di dimostrare la loro età reale. Questo è un problema in un paese dove è normale trovare persone che raggiungono l'età adulta senza mai aver posseduto un documento di identità valido.

Chi finanzia la realizzazione delle vostre attività?
Abbiamo avuto due progetti fino ad oggi, il primo finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano, il secondo dall’ Unione Europea. Per la realizzazione abbiamo avuto un finanziamento di circa € 800.000, che ha consentito l'introduzione di corsi di formazione professionale per i detenuti, la promozione delle attività agricole e di allevamento di polli e l'installazione di postazioni sanitarie all’interno degli istituti penitenziari.

Cosa si produce nei centri aperti di Itocolo e Rex?
Abbiamo a disposizione circa 500 ettari di terreno, dove produciamo vari prodotti agricoli come mais, ortaggi, manioca, alberi da frutta e dove facciamo allevamento di polli. In questi campi lavorano solo detenuti che poi usufruiscono del risultato che viene destinato al miglioramento della loro dieta.
L'anno scorso abbiamo fornito alimenti per circa due mila persone nel corso di otto mesi con due pasti al giorno, cosa che non accadeva prima, quando avevano diritto a un solo pasto al giorno. Nel centro aperto nella zona Rex, abbiamo creato un nucleo di produzione di polli, gestito da quattro donne detenute. Questo ha migliorato la loro dieta. Ora mangiare pollo due volte a settimana è, di fatto, una realtà.
Con i fondi del progetto abbiamo inoltre finanziato tre cicli di produzione di poco più di 500 polli e tutti gli utili sono stati utilizzati per aumentare lo spazio a disposizione e per ripartire con altre produzioni. Da tre mesi stiamo producendo tra i 600 e i 700 polli, che sono destinati al mercato locale e all'alimentazione delle detenute.

I diritti dei detenuti sono violati nelle carceri della provincia di Nampula?
Da quando ProgettoMondo Mlal ha iniziato a lavorare in questa città, le cose sono migliorate in modo significativo. Le violazioni sono sempre esistite, non è colpa di qualcuno in particolare, ma piuttosto è il sistema di governo del paese che non è giusto. Bisogna capire che quando si parla di violazioni dei diritti umani delle persone, non ci si riferisce solo ai maltrattamenti o alla mancanza del diritto di parola, ma si deve guardare alla mancanza del rispetto delle procedure rispetto alle leggi esistenti. Ancora una volta dico che sono il sistema di governo o le prigioni a dover essere migliorati, non le persone.

Quali sono le condizioni di vita nelle celle della provincia Nampula?
Per quel che ho potuto vedere esiste il problema del sovraffollamento, ma non è una situazione preoccupante. Le condizioni più precarie sono nei carceri distrettuali dove, oltre al sovraffollamento, esistono problemi per le condizioni igieniche precarie, che richiedono un intervento immediato.

Quali sono i prossimi passi di ProgettoMondo Mlal?
Come ho detto all'inizio, dopo aver completato il progetto "Vita Dentro", nell’ambito dei diritti dei detenuti, stiamo cominciando un nuovo progetto coordinato dal Centro di Ricerca Konrad Adenauer, la cui missione sarà quella di eseguire una ricerca sulla situazione della componente sociale di megaprogetti che svolgono le loro attività in Mozambico. Vogliamo portare tutti coloro che sfruttano le risorse naturali a lasciare un'eredità che può segnare tutti i mozambicani e coloro che un giorno verranno a visitare questo paese.
Vogliamo anche fare una ricerca che promuova la questione della responsabilità sociale in Mozambico, che mira a richiamare l'attenzione delle autorità governative, al fine di dare un contributo in un ambito purtroppo molto nuovo nel paese.

giovedì 31 gennaio 2013

Mozambico: una tragedia che si ripete

Una quarantina di morti e oltre 150mila sfollati. Sono questi i numeri, spietati, determinati dalle ultime inondazioni in Mozambico. La provincia più colpita è quella di Gaza, a pochi chilometri dalla capitale Maputo.
L'emergenza delle alluvioni nel Paese si ripete bene o male ogni anno. E ancora siamo solo nel periodo delle piogge, mentre  tra febbraio e marzo comincia anche la stagione dei cicloni.
Il problema non sono solo le piogge torrenziali in Mozambico  ma anche quelle in Sud Africa e Zimbabwe.
Il  livello dei fiumi Limpopo e Zambesi infatti si innalzano, e solo quando arrivano a livelli ormai ingestibili i nostri vicini aprono le dighe e tutta l'acqua si riversa con forza in Mozambico allagando tutte le aree intorno a questi fiumi.
È incredibile ma ogni anno si ripete la stessa storia, in maniera più o meno grave. Non c’è comunicazione tra i Paesi, non c’è un coordinamento, ognuno apre e chiude le dighe senza avvisare il Paese limitrofo o facendolo solo all’ultimo momento.
Al problema della mancanza di comunicazione si aggiunge un problema tecnico, ossia la mancanza di manutenzione dei letti dei fiumi e il fatto che molte case sono costruite proprio dove sono più  probabili le esondazioni.
Ad oggi siamo sull'ordine dei 150 mila sfollati nella provincia di Gaza. La città di Choqwe (Gaza)  è completamente allagata, una città fantasma, idem le zone rurali del parco del Limpopo.
Anche nella provincia di Manica 12.729 persone sono state colpite da inondazioni durante le ultime due settimane  e 22 luoghi di culto sono crollati.
Da domenica scorsa ha ricominciato a piovere anche in Zambesia e Nampula (altre provincia del Moz) con forti disagi per la popolazione. In alcune città, come Quelimane, le precipitazioni sono arrivate a 176 mm in un solo giorno. Aumenta il numero delle vittime e con esso anche quello della gente rimasta senza casa, senza niente.
Per sostenere le famiglie colpite dalle inondazioni, l'Istituto Nazionale di gestione dei disastri ha creato due centri di accoglienza, uno nella città di Quelimane e un altro nella città di Licuare, Nicoadala, quartiere in cui sono già alloggiate oltre 120 famiglie.
Sono state inoltre predisposte due navi  per l’evacuazione evacuazione di persone che sono ancora in zone a rischio.
Sempre in conseguenza delle inondazioni, sono state distrutte 14.500 ettari di diverse colture tra cui piantagioni di miglio, mandioca e riso, prodotti alla base dell’alimentazione mozambicana.
Solo in Zambezia sono più di 11000 gli alunni rimasti senza scuola e quindi senza possibilità di studiare.
Unicef, il wfp, altre ong internazionali e nazionali stanno coordinando i campi assicurando cibo, medicine, mosquito net, disinfettanti per l'acqua e condom ma, nonostante questo, sarà molto difficile evitare l’epidemie di colera, tifo e altre infezioni.
Il MISAU (Ministero della Salute) ha inviato 3 epidemiologi e gli attivisti de saude girano i campi facendo sensibilizzazione.
A Maputo città la situazione è decisamente più tranquilla. Si sono aperti dei veri e propri crateri nelle strade ma nulla di più, stessa cosa non si può dire per la periferia che ha sofferto perdita di vite umane e gravi danni in molti bairros.

Giada  Gelli,
ProgettoMondo Mlal Mozambico

venerdì 30 novembre 2012

Violenza sui minori. L'impegno dell'Italia

ProgettoMondo Mlal è impegnato in prima linea nell’ambito della difesa e promozione dei diritti dei minori contro ogni forma di abuso, particolarmente in Bolivia e Mozambico.
In Bolivia, la nostra organizzazione ha inaugurato, nell’agosto 2011, il primo carcere minorile del paese: Il Centro Qalauma. Un programma analogo è portato avanti da diversi anni anche in Mozambico attraverso la creazione di strutture per il recupero dei giovani infrattori nelle città di Nampula e Maputo.
Grazie al proprio costante e ostinato impegno, ProgettoMondo Mlal è riuscito così a sottrarre diverse decine di minori boliviani e mozambicani dai tremendi abusi subiti nella detenzione promiscua con gli adulti, coinvolgendoli in un percorso di riabilitazione e reinserimento sociale che permettesse loro di tornare a vedere al futuro con speranza.
Il 29 e 30 novembre ProgettoMondo Mlal ha partecipato a Roma, al Ministero Affari Esteri, alla Conferenza sul ruolo della Cooperazione Internazionale nel Combattere la Violenza Sessuale sui Minori.
L’evento ha rappresentato un'importante occasione per riflettere sulle misure e progetti pilota atti a rendere pienamente effettiva la Convenzione per la Protezione dei Minori contro lo Sfruttamento e l’Abuso Sessuale, comunemente conosciuta come Convenzione di Lanzarote.
La conferenza era organizzata dal Ministero Affari Estero Italiano, il Consiglio d’Europa e il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio di Ministri nell’ambito della campagna internazionale “Combattere la violenza sessuale sui minori”.
Ai lavori hanno preso parte, tra gli altri, delegati di Unicef, OIM (Organizzazione Internazionale per la Migrazione) e le delegazioni dei paesi firmatari della convenzione provenienti da tutte le parti del mondo. Per l’Italia erano presenti il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Elsa Fornero, il Ministro degli Esteri Giulio Terzi e la Ministro della Giustizia, Paola Severino, nonché i rappresentanti delle organizzazioni della società civile internazionale impegnati nella promozione e difesa dei diritti dei minori.
ProgettoMondo Mlal ha partecipato portando il proprio fondamentale contributo in virtù dell’esperienza maturata nell’ambito della giustizia minorile, attraverso i programmi promossi nell’ambito della protezione dei minori in situazione di conflitto con la legge, spesso vittime di abusi (maltrattamenti, violenze fisica e psicologica, violenza sessuale) di ogni tipo perpetrati senza che vi sia alcuna azione a loro protezione e tutela.
Nell’ambito della Conferenza, ProgettoMondo Mlal ha parlato in rappresentanza del working group relativo a “Strategic Approaches in preventing and combating sexual exploitation and sexual abuse of children trough development cooperation programmes" riassumendo davanti alla sessione plenaria i principali risultati e raccomandazioni emerse nei due giorni di lavoro svolto a latere dai gruppi tematici. In particolare, per quanto riguarda le valutazioni circa il contributo della cooperazione internazionale nell’implementazione della Convenzione, l’attenzione si è concentrata su due aspetti principali: l’impatto degli interventi e la loro sostenibilità.
Sul piano dell’impatto, è stata rilevata la necessità di costruire interventi a carattere integrato che intervengano contemporaneamente su più ambiti (prevention, protection, prosecution, partecipation), sviluppando un approccio multisettoriale che coinvolga tanto il settore privato, quanto la società civile. Analogamente è stata ribadita la necessità di un maggiore scambio di informazioni e coordinamento degli attori che lavorano sul campo per rafforzare lo scambio di buone pratiche e l’integrazione degli interventi. Per quanto riguarda invece la sostenibilità dei progetti e programmi di cooperazione, è stata sottolineata l’importanza del coordinamento con le istituzioni pubbliche dei paesi di intervento per favorire un loro coinvolgimento e la progressiva appropriazione della tematica; allo stesso tempo la necessità di definire indicatori e target specifici attraverso cui monitorare e valutare l’efficienza/efficacia degli interventi.

Marialuisa Milani
Ufficio Programmi ProgettoMondo Mlal


lunedì 12 novembre 2012

Arteterapia in carcere. Scambio di esperienze tra Italia e Mozambico

Una compagnia di Teatro Stabile invitata nei principali Festival del Paese, coreografie e spettacoli di danza che nulla hanno da invidiare a quelli dei professionisti, detenuti che nel frattempo sono divenuti fotografi, artisti, pittori, poeti e scultori… Questi sono soltanto i risultati più concreti dell’esperienza che ProgettoMondo Mlal ha introdotto per la prima volta nelle carceri del Mozambico grazie a un primo, e oggi un secondo, progetto di cooperazione allo sviluppo cofinanziato dall’Unione europea e portato avanti in stretta collaborazione con il Ministero di Giustizia mozambicano.
Inutile dire che si tratta di risultati straordinari. Sia per l’ambiente in cui sono stati di giorno in giorno proposti, costruiti e realizzati -il carcere- sia per l’orizzonte sociale all’interno del quale sono stati calati –la difficile realtà mozambicana-, sia infine per l’obiettivo tutt’altro che scontato –il recupero e il reinserimento del detenuto- che l’iniziativa porta implicitamente con sé. 
Se oggi il governo mozambicano guarda con più attenzione alle potenzialità rieducative del periodo di detenzione e all’opportunità di sostenere e promuovere un possibile reinserimento del singolo detenuto, una volta scontata la pena,  questo lo si deve anche all’impegno con cui la Ong veronese, e la sua equipe in Mozambico, hanno seminato in questi ultimi 4 anni.
Seminato in Mozambico (con i Progetti Diritti in carcere, Vita Dentro e Liber’arte) e seminato in Italia proponendo visite di formazione scambio tra le realtà dei due Paesi. Ed è in quest’ottica che, dopo una prima visita del 2010, sarà ancora una volta in Italia, dal 13 al 20 novembre prossimi, una delegazione ufficiale del Paese e del nostro Progetto.
Accompagnati dal nostro capoprogetto Francesco Margara, sono già a Roma il vicedirettore del Sistema penitenziario Mozambicano, Samo Paulo Gonçalves, due direttori dell’Istituto penitenziario di Nampula e del carcere minorile di Maputo, Justino Jochua Bohale e Tomas Chico Alberto Quembo, e l’operatore culturale Carlos Alberto Ruben Xirinda.
Il programma li porterà in diversi istituti di pena di Lazio e Toscana (gli istituti minorili di Roma, Firenze, Volterra Ponteremoli e Sollicciano), giovedì 15 saranno ospiti della Comunità di Sant’Egidio, dove interverranno, oltre all’ambasciatrice del Mozambico, Carla Elisa Luìs Mucavi, in rappresentanza del ministro Riccardi che 20 anni fa proprio nella sede di Sant’Egidio, fu mediatore e testimone degli accordi di pace che posero fine alla dolorosissima guerra civile in Mozambico, Leone Gianturco del Ministero alla Cooperazione e Cira Stefanelli, dirigente del Dipartimento di Giustizia Minorile.
Un appuntamento pubblico è infine in programma a Fiesole venerdì 16 novembre (ospitato nella sede Fondazione Michelucci, ore 14.30): Arteterapia in carcere, scambio di esperienze tra Italia e Mozambico. Voluto e sostenuto dall’Unione europea questo seminario, moderato da Melania Ceccarelli di ProgettoMondo Mlal Toscana, con la partecipazione dell’ambasciatore del Mozambico, il Presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, il provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, il direttore del Centro Giustizia Minorile di Firenze, e il Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana, metterà a confronto i progetti realizzati in questi 4 anni nei carceri mozambicani con delle esperienze tutte italiane  (il teatro in carcere in Toscana e nella casa circondariale di Saluzzo, e l’iniziativa artistico artigianale della casa circondariale di Genova).

Scarica il programma completo

giovedì 13 settembre 2012

"Vita Dentro" al Festival di Maputo

Grande attesa a Maputo per l’avvio il prossimo 14 settembre della settima edizione del “Dockanema Documentary Film Festival” (14-23 Settembre 2012), festival del cinemadocumentario in Africa, conosciuto ormai a livello internazionale.
Si tratta di una rassegna che intende promuovere la cultura visiva in modo creativo, prestando attenzione ai temi di attualità africani in generale e mozambicani in particolare.
Per la prima volta partecipa al festival anche ProgettoMondo Mlal con un proprio documentario, “Maravilha nas Barras da prisão”, realizzato da Laura Calderini nel corso del proprio servizio civile prestato nel Progetto Vita Dentro.
La giovane operatrice ha dato voce attraverso due interviste registrate in carcere a Nampula, nel nord del Mozambico, a un programma di cooperazione allo sviluppo di ProgettoMondo Mlal che si propone di migliorare l’efficienza e l’efficacia dei servizi offerti alla popolazione detenuta nei tre istituti penali della regione. La testimonianza diretta del ragazzo e dell’operatore culturale intervistati è molto emozionante e conferma quante cose “meravigliose” si possano e si debbano fare per dare speranza a quanti, dietro le sbarre, anelano una seconda opportunità di vita.
L’ideatore e direttore del Dockanema, Pedro Pimenta e la sua equipe, hanno scelto come film di apertura di quest’anno una pellicola del regista olandese Ike Bertels “Guerrilla Grannies – How to live in this word”. Bertels tesse un ritratto della vita quotidiana di tre donne mozambicane molto speciali (Mónica, Amelia e Maria) che hanno rischiato la vita per la libertà e l'autodeterminazione del proprio Pese, dopo 500 anni di colonialismo portoghese. Una storia di emancipazione della donna nella società mozambicana che oggi continua con le nuove generazioni, alla scoperta di come vivere in un mondo globalizzato.

Giada Gelli
ProgettoMondo Mlal Mozambico

mercoledì 22 agosto 2012

Nampula, tra povertà e delinquenza

Imparare a vivere a Nampula non è così semplice e immediato.
Quando sono arrivata, quasi tre mesi fa, non riuscivo minimamente a percepire come fosse la realtà. Accolta da volti che subito si sono rivelati amici, ho vissuto il primo periodo in una sorta di bolla di sapone, protetta e rassicurata. La mia mente e i miei occhi assorbivano e incameravano tutto quello che mi circondava indistintamente e i rumori avevano tutti lo stesso valore.
Con il passare delle settimane ho però iniziato a distinguere i profumi dagli odori, i suoni dai rumori e gli sguardi semplicemente curiosi da quelli decisamente poco innocenti.
Camminare per le strade può essere un rischio e anche guidare la macchina con i finestrini abbassati è comunque un invito rivolto a coloro che sfidano la sorte tentando di sottrarre borse, portafogli o qualsiasi oggetto di valore a chi è distratto e magari preso a chiacchierare.
Le regole base per non andare incontro a un potenziale “assalto”, sono quindi ferree: non indossare oggetti che luccicano, tenere la borsa a tracolla, girare con pochi soldi e solo con le copie dei documenti (gli originali è meglio lasciarli a casa). Anche il cellulare è meglio non dia troppo nell’occhio e sia di quelli poco sofisticati e basilari e, se possibile, è meglio essere sempre in compagnia.
Quando qualcuno tenta di sottrarti la borsa per la seconda volta in 3 giorni e al contempo senti di altri racconti simili, pensi a quanto sia importante fare prevenzione e investire tempo e denaro in progetti come quello che ProgettoMondo Mlal sta portando avanti in Mozambico, Vita Dentro, per lavorare a fianco dei detenuti e migliorare le loro condizioni di vita all’interno delle carceri favorendone anche il reinserimento sociale.
A convincerti, più delle statistiche, è proprio il fatto di vivere sulla tua pelle l’insicurezza e la costante sensazione di essere un possibile bersaglio.
Nampula, figlia di una terra meravigliosa che ha vissuto secoli di occupazione e anni di guerra, porta il peso di una povertà che fatica a scomparire, ma che rischia di confondersi e annullarsi tra i pensieri e diventare stagnante normalità. E a certe immagini sarebbe bene non fare mai l’abitudine.

Martina Adami
cooperante Vita Dentro
ProgettoMondo Mlal Mozambico

martedì 10 luglio 2012

La festa del bambino in carcere

La piccola prigione femminile Rex ospita una trentina di donne e sorge lungo la strada che da Nampula va verso il mare, in direzione di Nacala e verso la tanto amata Ilha de Moçambique, nei fine settimana meta prediletta degli stranieri in fuga dalla città.
Il basso edificio della Rex spicca dalla terra rossa tra giganteschi alberi secolari. Le guardie sembrano cordiali e disponibili, hanno la divisa blu, siedono all’ombra, chiacchierano tra loro mentre si dividono lo spuntino a base di pane e zucchero, qualcuna si allontana per una lunga telefonata; ai loro piedi i fucili. Con le detenute pare abbiano un rapporto sereno.
Noi ci eravamo organizzate proprio all’ultimo minuto, nonostante avessimo discusso l’idea già un paio di settimane prima. Era stato sufficiente qualche impegno di troppo per distrarci dal progetto. Fortunatamente alla fine siamo riuscite comunque: abbiamo acquistato frutta, biscotti, piccoli giocattoli, e li abbiamo suddivisi in 3 sacchetti: tre parti uguali per i tre bambini a cui li dovevamo consegnare.
Perché, in Mozambico, il primo giugno è la Festa dei Bambini. Dunque era la festa anche di Junezia Isaque, Cadry Casimo e Gito, i piccoli della Rex, figli di madri condannate o in attesa di giudizio. Mamme che, al momento dell’arresto, non avevano alternative e li hanno dovuti portare con sé, a causa di padri e mariti assenti o di famiglie troppo fragili e povere per prendersene cura.
Junezia Isaque, Cadry Casimo e Gito hanno poco più di 1 anno ciascuno, di solito quando incontriamo le loro madri, essi rimangono comodamente appesi nelle capulane, con le gambe che scendono a penzoloni lungo la schiena della mamma… e guai a farli scendere! Per lo più gattonano, ogni tanto camminano un po’ incerti, ma appena si accorgono di essere osservati si rifugiano tra le pieghe delle vesti delle mamme o delle loro compagne di cella: le più giovani come zie, le più anziane fungono da nonne.
Dopo aver chiesto alla Direttrice il permesso di entrare in carcere al di fuori delle visite di lavoro, previste cioè dal nostro programma di attività, ci siamo presentate a loro con i nostri 3 sacchetti di doni.
Dapprima le detenute hanno faticato non poco a capire il motivo di quella visita fuori programma, così dichiaratamente riservata a loro e per nulla legata al nostro ruolo ufficiale. Quando siamo arrivate, i bambini dormivano ancora, così il risveglio ce li ha mostrati con un’aria tra l’inconsapevole e l’assonnato.
Fissavano i sacchetti e il loro contenuto con sorpresa e un po’ di diffidenza. Tanto che uno di loro si è immediatamente attaccato alla madre piagnucolando spaventato, mentre l’altro maschietto continuava a fissare dritto un mandarino, indeciso sul da farsi. L’unica bimba, infine, si è fatta coraggio e ha svuotato lentamente il sacchetto del suo contenuto… Sembrava valutare uno per uno i piccoli doni. Poi, un po’ perplessa si è rigirata tra le manine la macchinina che aveva trovato in fondo al suo sacchetto…
Le mamme più consapevoli del nostro piccolo gesto di solidarietà, hanno apprezzato molto, accettando alla fine di farsi tutte insieme una foto di gruppo, con me, Casco Bianco, compresa.

Francesca Grego
Casco Bianco Mozambico
Progetto Vita Dentr
o

venerdì 6 luglio 2012

I clienti di "Prato Feliz", ristorante nato dal carcere

Nampula. Bairro Carrupeia. Rua da Unidade. Ristorante centro sociale “Prato Feliz".
C’è sempre un’atmosfera gradevole nel ristorante nato grazie al progetto “Vita Dentro”, che tra i suoi obiettivi annovera quello di garantire un primo impiego ai detenuti in libertà condizionale.
Hanno tra i venti e i trent’anni, hanno scontato metà della loro pena in carcere, l’altra metà li aspetta al di là delle sbarre, li aspetta al Prato Feliz, poiché avere un lavoro è indispensabile per ottenere il rilascio anticipato. Lavorano come camerieri, ma non solo. Insieme a noi si occupano anche della gestione, delle pulizie, della manutenzione, dei conti, delle spese e degli incassi. La speranza di questo progetto è anche il suo fine: fare in modo che questi ragazzi imparino a camminare da soli.
E alla soglia del terzo mesiversario qui a Nampula, tutto diventa più familiare.. il disorientamento iniziale si trasforma in una sorta di routine.
Alle nove di mattina, ecco i primi clienti: entrano chiedendo zuppa di fagioli e una “Manica” grande (l’etichetta di birra più diffusa) , poi escono, prendono le stecche del biliardo e si mettono a giocare.
Dopo una breve pausa dal lavoro, iniziato non si sa bene quando ma immagino molto presto visto che già poco dopo l’alba ho il piacere di ascoltare il coro di una Chiesa vicino a casa mia.
Non mi pare invece ci sia un orario per il pranzo. A qualsiasi ora mi capita di sentirmi chiedere “cabrito com chima, prego no pão, sandes de ovo” (capretto con polenta bianca, panino con l’uovo e panino con carne), il tutto accompagnato quasi sempre da una birra da mezzo litro, e che sia bem gelada, mi raccomando.
Un pranzo al Prato Feliz puó costare dai 50 meticais (poco più di un euro) della zuppa di patate o fagioli, ai 190 di un piatto completo con carne, riso e verdure varie.
Ai mozambicani piace friggere tutto, il cibo alla brace non riscuote particolare successo da queste parti, con la conseguenza che, soprattutto le straniere (senza fare nomi) che bazzicano il ristorante, cominciano ad avere serie difficoltà a chiudere i jeans. Così piano piano si arrendono all’unica cura contro l’olio fritto: la ginnastica.
Durante la giornata un buon numero di ragazzi usufruisce del servizio biblioteca offerto dal Prato Feliz: è sufficiente un documento per poter consultare i libri, studiare, leggere.
In tarda mattinata si decide insieme alla cuoca il prato do dia, ovvero il piatto del giorno, che altro non è che uno dei piatti previsti già nel menù accompagnato da una bibita analcolica (refresco) scontata di 5 meticais.
Al Prato Feliz la clientela è abbastanza abitudinaria: a volte capita qualche sconosciuto che si limita a chiedere informazioni sui prezzi, altre volte sembra invece che apprezzino il cibo ma, soprattutto, la birra.
Spesso vengono a chiedere lavoro, oppure un pezzo di pane.
E poi ci sono gli affezionati, quelli che hanno il diritto di avere un conto aperto che pagano una volta al mese, quelli che se non vedi per un’intera giornata ti preoccupi e chiedi in giro, “ ma il Sr Andinani sta bene?”. Come dire, quelli che in un certo senso fanno parte della famiglia.
Ora scusate ma devo andare, la matapa, piatto a base di cocco, arachidi e couve (verdura a foglia verde larga), di Dona Irene mi sta chiamando.

Francesca Grego
Progetto Vita Dentro
Casco Bianco Mozambico


venerdì 29 giugno 2012

Vacani Vacani, pensa pensa!

Vacani Vacani: due parole ripetute che in makua significano letteralmente “piano piano”. Un termine che nasconde un significato intrinseco molto più ampio, generale e quasi filosofico.
In un Paese come il Mozambico - ma verrebbe da dire come in tutta l’Africa- si tratta di un concetto fondamentale per capire con chi si ha a che fare: che sia per lavoro o per un semplice viaggio turistico. Come detto “vacani vacani” è un’espressione che ha a che fare con il tempo, una concezione del tempo però tutta africana e makua in particolare.
Qui il significato del tempo è ancora quello di una volta, di secoli fa, quando ancora l’industrializzazione, il lavoro con i suoi ritmi forsennati, il bisogno di essere rapidi per essere più produttivi, ancora non esisteva.
Allora il tempo si basava sui ritmi della natura: sorge il sole ci si sveglia, cala il sole si va a dormire. Poco tempo per le inezie, il lavoro era vita, era sopravvivenza: alla mattina nei campi a curare le produzioni agricole basiche, a cercare frutti spontaneamente donati da madre natura alle mani di persone bisognose solo di cibo, e non di confezioni plasticate, celofanate, monoporzioni già tagliate, lavate e subito pronte per essere mangiate, liofilizzate…Niente di tutto ciò! Tutto si raccoglieva così com’era, dal “banco” della natura, fosse esso bosco, foresta, savana o l’orticello familiare. E quindi ci voleva tempo per cercare, raccogliere, riconoscere, provare… vacani vacani quindi, piano piano.
Non c’era fretta.
Anche chi cacciava, gli uomini teoricamente, non avevano certo armi sofisticate, fucili e piombini. Arco, frecce, trappole più o meno ingegnose.
Anche in questo caso la pazienza era un’arte. E quest’arte ancora oggi viene abbondantemente praticata dagli africani, di qualsiasi categoria, classe sociale, razza, sesso, religione.
Insomma nessuno può esimersi dal fare le cose con calma. Il che significa che se vuoi “sopravvivere” devi adattarti ai loro ritmi, e quindi capire cosa significa quel vacani vacani, che in ogni dialetto ha la sua traduzione: kutsongo kutsongo in shangana, dialetto della zona centro meridionale del Mozambico, vadeguana vadeguana in bitonga dialetto della regione di Inhambane, pole pole in Tanzania.
Cambiano le parole, ma il significato resta lo stesso: piano piano! E non c’è sviluppo, modernizzazione, civilizzazione, occidentalizzazione che tenga, non c’è nord e non c’è sud, c’è solo questa concezione del tempo che, nonostante siano passati secoli, guerre, schiavitù, indipendenze, programmi di sviluppo, cooperazione, ONU, FAO e chiunque altro abbia tentato o stia tentando di migliorare le cose, ancora non cambia e probabilmente non cambierà mai.
Perché probabilmente è giusto così. O forse no, ma chi siamo noi per dirlo!? Perché “loro” devono uniformarsi ai nostri ritmi frenetici? Produttività, ottimizzazione dei tempi, riduzione degli imprevisti e degli spazi morti…perché dobbiamo esportare anche tutto questo!? Chi ha detto che questo è sviluppo!? Chi ha detto che tutto ciò è migliore? Solo perché noi siamo “sviluppati”? Solo perché “noi” siamo al nord e “loro” al sud!? Lasciamogli quindi il beneficio del dubbio almeno.
Cerchiamo di capire perché due semplici parole significano così tanto. Cerchiamo di assorbire quel significato intrinseco che si porta dietro il “vacani vacani”. Perché poi alla fine dei conti, se vivi con loro, in mezzo a loro, lavori con loro, fai affari con loro, non puoi esimerti dal conformarti ai loro ritmi, anche perché o ti adatti o…ti adatti! Hai bisogno di un documento? Vai all’ufficio e ti mettiin fila, sempre che esista (!). Hai bisogno del visto? Vai all’immigrazione e aspetta, perché potrebbero volerci mesi prima di ottenerlo, potrebbero volerci documenti che cambiano da un giorno all’altro, e che il solerte impiegato responsabile il giorno prima non ti ha menzionato.
Devi aprire un’impresa? Preparati perché i tempi saranno biblici. Devi portare avanti un progetto!? Sappi che tutti coloro con cui avrai a che fare non rispetteranno mai le tabelle di marcia, i flussogrammi, gli schemi fatti a tavolino.
Niente da fare amico, qui siamo in Africa e tutto è vacani vacani. Prendi fiato, respira, non avere fretta, perché qui nessuno ha fretta, pensa bene a quello che fai.
Ecco, questo è quello che qui fa la differenza: pensare bene alle cose da fare, a come farle, quando, dove e perché. Non in quanto tempo. Perché di tempo ne avrai in abbondanza, ma se le cose le fai bene poi probabilmente resteranno a lungo nel cuore delle persone, se le fai male passano e nessuno mai se le ricorderà.
Pensare è quindi la parola d’ordine, ma attento amico pensa con calma, rifletti, mettici tutto il tempo che vuoi e di cui hai bisogno, perché tanto troverai sempre qualcuno pronto a ricordarti che le cose si fanno, sì, ma vacani vacani.

Francesco Margara
ProgettoMondo Mlal Mozambico