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mercoledì 10 dicembre 2014

Un murale di speranza

Fotografia di Stefano Pirovano
Pace, amore, comprensione, amicizia, e poi ancora vita, forza, felicità, onestà… Queste sono alcune delle parole che i ragazzi di prima media del Centro Edad De Oro Montecristo del dipartimento di Chimaltenango hanno deciso di scrivere sull’albero del murale realizzato insieme: colorati frutti, in spagnolo e katchiquel (la lingua maya di questa zona del Guatemala), di un laboratorio di espressione artistica durato due bimestri.
Molti dei ragazzi della scuola hanno difficoltà ad esprimersi, a far sentire la propria voce, a raccontarsi, semplicemente ad alzare la mano in classe, e questo si ripercuote poi nelle attività scolastiche (e non solo) di tutti i giorni. Da quest’osservazione, è sorta spontanea la proposta del laboratorio di espressione artistica, durante il quale attraverso disegni, tempere, pastelli e colori vari si è lavorato sull’espressione di sé e sulla comunicazione di se stessi ai compagni di classe. Il risultato è stato davvero soddisfacente: i ragazzi hanno realizzato lavori bellissimi, riuscendo a raccontarsi prima su un foglio, e poi a raccontare quel foglio a parole, di fronte a tutti. Accanto ai lavori individuali, si è avviato dopo le prime lezioni un lavoro collettivo: un murale, appunto. I ragazzi, armati di acrilici, pennelli, sedie e trabattello, hanno lavorato con costanza, e il risultato finale si può vedere nella fotografia. Il murale si vede anche dalla strada, ed è questa la cosa più bella; mentre lo realizzavamo, le persone che passavano si fermavano a guardare, e mentre le parole uscivano dal pennello, in strada venivano pronunciate da voci di passanti: esperanza, justicia, solidaridad. Da quelle parole nascevano brevi chiacchierate, sorrisi, curiosità di voci da un lato all’altro del muro; ed è sempre bello, credo, quando le parole scritte prendono vita.

Elisabetta Caglioni
Servizio Civile ProgettoMondo
Edad de Oro - Guatemala

martedì 7 ottobre 2014

I diritti negati del Popolo guatemalteco

Il 20 settembre si diffonde la notizia di un massacro avvenuto la notte precedente a Los Pajoques, una comunità di San Juan Sacatepequez, Guatemala. La maggior parte dei quotidiani riporta il fatto come uno scontro interno tra i membri della comunità, in conflitto tra loro per divergenze sulla realizzazione del progetto della multinazionale Cementos Progreso (la costruzione di una cementificio e di un’enorme strada in territorio indigeno). Il giornale on-line Prensa Comunitaria riporta invece l’informazione, pubblicata poi in Italia dal Manifesto il 26 settembre, secondo cui un gruppo armato (i cui componenti sono stati successivamente identificati come dipendenti della società Cementos Progreso) è penetrato nel territorio di Los Pajoques e ha aperto il fuoco, dando il via a un circuito di violenza culminato con 11 morti e diversi feriti. Vi si legge che gli abitanti della comunità raccontano di aver chiamato la polizia più e più volte, chiedendone l’intervento. Che non c’è mai stato. In compenso il presidente ed ex generale Otto Perez Molina ha dichiarato lo “stato emergenza” con conseguente sospensione di alcuni diritti: a detta del Governo, per evitare vendette e rappresaglie; a detta della comunità, perché si potesse agire indisturbati con arresti e perquisizioni a loro danno.
Le informazioni sono quindi discordanti, a seconda del giornale che si legge. Ciò che appare chiaro ed univoco è invece la condanna da parte dell’Onu lo scorso 30 settembre e la conseguente richiesta alle autorità di chiarire i fatti e di punire i responsabili. L’Onu ha anche condannato la proclamazione dello “stato d’emergenza” non ritenendolo l’approccio adeguato alla soluzione del conflitto.
Facendo qualche ricerca appare subito chiaro che l’episodio di violenza non è un fatto isolato e a se stante: i conflitti nella zona di San Juan Sacatepequez risalgono al 2005, anno in cui il Ministero di Energia e Miniere (Mem) aveva rilasciato tre licenze minerarie alla ditta Cemento Progreso (i cui fondatori – la famiglia Novella – hanno peraltro origini italiane). Intenzione dell’impresa è costruire una fabbrica di cemento, i cui lavori inizieranno poi nel 2006. Eppure la convenzione 169 dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) riconosce chiaramente i diritti di proprietà della terra ai popoli indigeni (la cui percentuale è, in San Juan Sacatepequez, l’82%) e stabilisce che essi debbano essere consultati ogniqualvolta vengano varati leggi o progetti di sviluppo che possono avere un impatto sulle loro vite. A questo proposito gli abitanti del dipartimento denunciano di non essere mai stati minimamente interpellati e ribadiscono la loro contrarietà al progetto, che però prosegue. Con la prosecuzione del progetto, e la conseguente negazione dei diritti della popolazione indigena, iniziano i conflitti. L’epilogo avviene, come sappiamo, il 19 settembre 2014.
I fatti ci raccontano, insomma, 8 anni di ingiustizia. I fatti purtroppo ci raccontano anche che di ingiustizie simili il Guatemala ne è pieno. Molteplici sono i casi di violazione della convenzione 169 sopracitata, diverse le multinazionali che si stanno arricchendo sulle spalle dei popoli indigeni, con la complicità di un governo che, sulla carta, ha firmato vari strumenti internazionali di difesa del diritto, ma nella realtà dei fatti si comporta da oppressore.
L’episodio di San Juan Sacatepequez è dunque solo uno degli ultimi che potremmo citare: San Miguel Ixtahuacán, Sipacapa, San Juan Cotzal y Cunén, Totonicapán, Livingston, La Puya, El Estor, San Rafael Las Flores, Mataquescuintla, Monte Olivo e Lanquin,e molti altri… sono tutti casi in cui l’opposizione all’apertura di miniere, centrali idroelettriche cementifici, agrocombustibili e megaprogetti è stata affrontata con la repressione. Secondo la legge del terrore e dell’intimidazione, che purtroppo pare essere ancora molto diffusa in Guatemala.
La negazione dei diritti avviene in particolar modo nell’ambito dell’attività estrattiva: di fatto, da
quando nel 2003 la multinazionale canadese GoldCorp installò la prima miniera Marlin nel dipartimento di San Marcos, ovunque siano poi arrivate imprese (straniere o nazionali) con l’intenzione di avviare attività estrattive, lì ci sono stati conflitti e diritti negati.
Proprio di questi giorni (30 settembre) è il rapporto di Amnesty International intitolato “La mineria en Guatemala: derechos en peligro”. Il report svolge un’analisi generale della situazione attuale del Paese, seguita da un’analisi specifica sulla situazione delle miniere, descrivendo una serie di casi concreti di violazione di diritti umani da parte delle ditte minerarie.
Gli avvenimenti riportati ricordano molto ciò che è successo negli ultimi 8 anni a San Juan Sacatepequez. Il report di Amnesty si conclude con raccomandazioni ai governi degli stati di origine delle imprese che realizzano attività in Guatemala, pretendendone la garanzia del rispetto dei diritti umani, sulla base delle normative internazionali. La speranza è che queste raccomandazioni vengano finalmente accolte.
La speranza è che il massacro del 19 settembre non si aggiunga semplicemente al lungo elenco di soprusi, vissuti a San Juan Sacatepequez come altrove. La speranza è che, prima o poi, la Dichiarazione dell’ONU sui Diritti dei Popoli indigeni, la convenzione 169 e tutte le altre norme internazionali non vengano soltanto pronunciate, firmate o ascoltate, ma vengano - finalmente – applicate.

Elisabetta Caglioni
Casco Bianco in Guatemala
ProgettoMondo Mlal

(foto di Ermina Martini e Stefano Pirovano)

lunedì 4 agosto 2014

Diario dal Guatemala

Anche quest'anno il progetto Kamlalaf, patrocinato dal Comune di Piacenza in collaborazione con ProgettoMondo Mlal, ha permesso ad un gruppo di giovani italiani di vivere un'esperienza di turismo responsabile in America Latina, più precisamente in Guatemala.
Accompagnati da Danila Pancotti di Mlal Piacenza: Giulia Bosi, Alessandro Ferrari, Samuele Verzi e Martina Visalli sono stati ospiti del Cemoc, il Centro Educativo di Montecristo, dove ha avuto inizio il loro percorso di turismo responsabile.
Raccontano così la loro esperienza:
Solo Oceano. Quando le nuvole si diradano, finalmente la città: Ciudad de Guatemala è una massa densa che si dilata e si comprime; di colpo un barranco, una pausa all’interno del mosaico che si stende a perdita d’occhio.
Su un pulmino ha inizio il nostro viaggio verso Chimaltenango. È ora di punta sulla Panamericana e ci fondiamo nella moltitudine di auto che lasciano la capitale: le persone ritornano a casa dentro il cassone di un pick-up, affollati dentro un vecchio autobus americano o semplicemente camminando al bordo della strada.
La nostra attenzione viene catturata da una miriade di cartelli ed insegne pubblicitarie, sempre troppo grandi per i piccoli edifici su cui si affacciano serrati, rubando ogni brandello di spazio libero, come a voler essere ciascuno il primo della fila sulla lunga linea della strada.
Salendo verso nord ovest la città lascia spazio alla foresta, così si snoda tra piccole baraccopoli dove, davanti alle case in lamiera, le donne si arrangiano vendendo una moltitudine di oggetti su banchi di fortuna.
La nostra attenzione cade sulle transenne e sui sacchi di sabbia disposti disordinatamente ai lati della strada e dietro, sulla vedetta dei militari. Il nostro accompagnatore ci spiega che il governo predispone posti di blocco armati per il controllo del narcotraffico, ma che in realtà il presidente militare ottiene, in questo modo, un controllo della popolazione più diffuso sul territorio.
A Chimaltenango ci allontaniamo dalla strada principale e percorriamo la carretera in direzione Montecristo. Il panorama cambia di nuovo: i piccoli villaggi rurali sono intervallati dai campi di mais, la gente si muove lenta in moto, a piedi o a cavallo sulla strada sconnessa che sale fino al villaggio situato tra le montagne.
Arrivati a destinazione ci troviamo di fronte alla porta di una piccola casa, ad accoglierci ci aspettano Stefano, Elisabetta e Consuelo, qui in Servizio Civile per ProgettoMondo. Ci sediamo a tavola con loro, ma le 24 ore passate in viaggio si fanno sentire ed è ora di riposarci. Per fortuna qui c’è silenzio ed è tutto tranquillo.
Il nostro primo giorno al Cemoc inizia di primo mattino in un breve momento di riflessione assieme ai ragazzi che ci porta a discutere di grandi temi quali pace e libertà; qui apprendiamo che i giovani del centro hanno dagli undici ai sedici anni e sono divisi in tre classi, così come accade nelle nostre scuole medie.
In seguito facciamo colazione e ci viene spiegato che è compito del centro educare i ragazzi a una è fondamentale prevenire la malnutrizione. La giornata prosegue quindi con le lezioni: notiamo quindi che le classi sono composte ciascuna da circa una trentina di ragazzi, con un rapporto equo tra maschi e femmine; ci viene spiegato che questo fattore non è scontato, anzi si tratta di una grande conquista che va contro la tendenza generale di escludere le donne dall’ambiente scolastico.
corretta alimentazione, poiché per una crescita realmente sana
Il piano di studi che seguono è altrettanto degno di nota, poiché oltre alle materie tradizionali come spagnolo, matematica, inglese, i ragazzi seguono anche un corso di Kaqchik, la loro lingua locale, e di Maribma, lo strumento musicale tipico guatemalteco: preservare la loro identità e la loro tradizione è considerato fondamentale.
Nel suo piano formativo il centro mette a disposizione anche dei laboratori di falegnameria, sartoria, cucina, agricoltura e lavorazione del ferro, affinché gli studenti abbiano l’opportunità di sperimentare più ambiti lavorativi e possano comprendere in cosa sono più portati, imparando così già un mestiere con cui possono fornire supporto economico alla propria famiglia.
All’interno del centro è presente anche un ambulatorio, dove due volte alla settimana è presente un dottore a disposizione dell’intera comunità.
Lo spirito del Centro si riassume nella frase “Educando en la verdad desde nuestra realidad”, che ci accoglie all’ingresso. La voglia di cambiamento e quella di rinnovamento sono i sentimenti che percepiamo in chi spera in questo progetto educativo, in chi avendo vissuto i tragici eventi storici del Guatemala, spera che la prossima rivoluzione cominci educando i più giovani a ricercare un futuro migliore: “Educare alla verità a partire dalla nostra realtà”.

I ragazzi di Kamlalaf

venerdì 6 giugno 2014

Quanto pesa la spazzatura?

Quanto pesa la spazzatura sul nostro pianeta? La settimana scorsa con i ragazzi di terza media del Centro Monte Cristo in Guatemala, abbiamo scoperto che anche in una piccola comunità come questa può avere un peso rilevante: partendo infatti dalla strada su cui si affaccia la scuola, abbiamo raccolto 41,8kg di plastica, 0,8kg di vetro e 8,5kg di carta, per un totale di 51,11kg di spazzatura.
L’iniziativa, proposta da noi ragazze del Servizio Civile con il progetto Edad de Oro Monte Cristo, in collaborazione con Don Gonzalo, che promuove un corso di agricoltura per gli studenti, è partita da una semplice chiacchierata su come coinvolgere i ragazzi sui “grandi temi” della sostenibilità ambientale e su come trasmettere l’interesse in maniera attiva e divertente.
Una chiacchiera tira un’idea e dall’idea è nato “Limpiamos Nuestro Mundo”, un’iniziativa che vede coinvolti tutti i ragazzi della scuola che, divisi per corso, si impegnano a rendere un po’ più bello il luogo in cui vivono.
Durante l’attività civile, tra gli argomenti di discussione si è deciso di inserire la Giornata Internazionale dell’Ambiente. Con un gruppo di ragazzi di terza media quindi abbiamo dato vita ad un piccolo teatro di mimi che ha inscenato il deterioramento della Terra, dovuto ai comportamenti irresponsabili dell’uomo come l’inquinamento delle risorse idriche, la deforestazione e la produzione indiscriminata di rifiuti che non vengono poi smaltiti. Al termine dello spettacolo, uno degli attori ha lanciato la nostra proposta concreta all’inevitabile domanda: come possiamo fare noi a trasformare lo slogan “Un Mondo Migliore” in una buona pratica quotidiana? Nel nostro piccolo, quel che abbiamo pensato è che un’azione alla portata di tutti, come evitare di buttare rifiuti a terra e pulire se possibile da quelli già buttati dagli altri, potesse essere la risposta.
Armati di sacchetti dell’immondizia e di improvvisazione, la settimana scorsa siamo così andati per le vie di Monte Cristo e, sotto gli sguardi curiosi degli abitanti, abbiamo raccolto plastica, vetro e cartacce, ottenendo un risultato più positivo di quanto ci aspettassimo: i ragazzi si sono sentiti molto coinvolti sulla tematica e hanno lavorato duro, sorprendendosi per primi della quantità di rifiuti raccolta.
Potremmo fare mille riflessioni sulla riuscita dell’iniziativa, ma credo che si possano riassumere tutte nelle semplici parole di Sergio che, intento a raccogliere i singoli pezzettini di plastica e carta che tappezzavano le strade del suo paese, di fronte al mio complimento su come lavorasse bene, mi ha guardato sorridente e mi ha detto: “Qui io ci vivo. È più bello pulito e se posso contribuire, beh, lo faccio!”.
Un ragionamento che fila, in effetti... Ed è grazie a ragazzi come Sergio che si può realizzare ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere soltanto uno slogan. La settimana prossima si continuerà la pulizia anche con gli studenti di prima e di seconda media... vi terremmo aggiornati su quanto peso avremo tolto dal mondo.
 
Elisabetta Caglioni
Servizio Civile Edad de Oro
ProgettoMondo Mlal Guatemala

martedì 15 aprile 2014

Una settimana per esprimersi

Arriviamo al Centro Monte Cristo, sede del progetto “Edad de Oro” nel quale svolgeremo il nostro anno di servizio civile per ProgettoMondo Mlal, e siamo accolte da un profumo notturno e da una natura che, da quel poco che si intravede, già toglie il fiato.
Da poche ore ci siamo lasciate alle spalle la nebbia milanese, la coincidenza del volo persa e i bagagli sperduti non si sa dove (poi ritrovati!), e già prendiamo possesso della nostra nuova casa, davanti alla quale è stato montato un piccolo palco.
Solo il giorno dopo scopriamo che siamo arrivate nel mezzo della “Semana de la expresión” (la settimana dell’espressione) e intuiamo il perché del palchetto e del clima festoso che si respira tra ragazzi ed educatori del Centro.
Incuriosite, chiediamo alla prof. Amabilia di spiegarci meglio di cosa si tratta. Veniamo a sapere così che la manifestazione è nata 9 anni fa con l’intento di creare una settimana di attività scolastiche extra-curriculari, durante cui poter lavorare con gli alunni su esigenze emerse da loro stessi e, dunque, dal bisogno di rafforzarne l’autostima, promuovere spazi informali in cui scoprire e sperimentare le proprie abilità, avere occasioni concrete in cui mettersi alla prova in attività che non sono solitamente svolte e, specialmente, lavorare sui propri punti di forza e di debolezza.
In particolare, nel corso della settimana, si svolgono differenti attività divise tra mattina e pomeriggio. Il primo giorno è interamente dedicato all’arte e all’oratoria. Il secondo (19 marzo, festa di S. Jose) si iniziano le attività alle 7 del mattino e si concludono alle 9 di sera e, mentre la prima parte della giornata è dedicata a tematiche relative alla fede, volte a stimolare la riflessione interiore, nel pomeriggio si svolgono laboratori relativi alla sostenibilità ambientale.
Successivamente, partendo dalle 3 “R” (Reciclar, Reusar, Reducir), i ragazzi producono dei lavori con materiale di scarto e, in seguito, i genitori sono invitati all’esposizione finale. La sera, invece, si svolge la “Noche Cultural”, che vede i ragazzi esprimersi attraverso spettacoli di teatro e danza, in presenza di compagni, personale e genitori, così come di spettatori provenienti dalle vicine comunità.
Il terzo giorno è dedicato ad attività “scientifiche” sviluppate in forma di gioco, che si concludono con la presentazione di esperimenti eseguiti dai giovani stessi e, in seguito, ad un concorso di disegno, pittura e scultura.
Il quarto, forse quello più apprezzato dai ragazzi, è all’insegna dello sport: tutti, infatti, si possono misurare in differenti attività fisiche, durante le quali tra i ragazzi si distingue chi tutti i giorni percorre lunghi tragitti per andare a scuola.
Solitamente c’è un quinto giorno (“Dia de Verano”) in cui i ragazzi vengono portati in piscina, a fare sport e a divertirsi. Quest’anno, però, non ha avuto luogo per questioni economiche ed è stato rimandato al periodo della Settimana Santa.Al termine della settimana abbiamo chiesto alla professoressa Amabilia un bilancio di questa nona edizione: “Credo sia stata molto positiva –ha affermato l’insegnante guatemalteca– le attività sono pensate per toccare le diverse aree in cui i ragazzi si sono effettivamente messi alla prova, migliorando anche l’integrazione tra alunni. Ammettendo poi che: “È sempre una settimana molto impegnativa sia per gli studenti che per gli educatori, i quali prendono parte a tutte le attività e sono sempre al fianco dei ragazzi per motivarli, appoggiarli ed accompagnarli”.
“Penso infine, –ha concluso– che sia un momento molto importante per il Centro, in quanto mette in evidenza gli obiettivi che stanno alla base del nostro lavoro: non si tratta soltanto di insegnamento scolastico, bensì anche di formazione a tutto tondo, in cui sviluppare le competenze personali e relazionali dei giovani e far prendere loro coscienza delle proprie potenzialità”.

Elisabetta Caglioni e Consuelo Conti
Caschi Bianco "Edad de Oro"
ProgettoMondo Guatemala

venerdì 28 febbraio 2014

Nuovi palloni per le scuole di Chimaltenango

Se siamo abituati a vedere musi lunghi sui nostri figli quando a settembre riprendono le lezioni, sarà un piacere perdersi nei sorrisi contagiosi dei bambini di Chimaltenango che, come vuole il calendario guatemalteco, nel mese di febbraio sono rientrati sui banchi scolastici, con l’entusiasmo di sempre nel ritrovare maestre e compagni.
Ma, dobbiamo ammetterlo, a rendere così felici questi bambini c’è stata anche una buona notizia: l’arrivo di nuovissimi palloni da calcio! E l’organizzazione, da lì a breve, di un torneo dove poterli mettere subito alla prova e festeggiare così, con una giornata di gioco, la ripresa dell’anno scolastico.
Quindi mercoledì 12 febbraio, puntualissimi alle 8 del mattino, si sono presentati al centro sportivo di Monte Cristo gli alunni di 10 scuole primarie. Hanno indossato delle coloratissime casacche e si sono formate varie squadre, alcune di maschi e altre di femmine, che si sono battute davanti al tifo divertito dei rispettivi compagni sugli spalti.
Prima del calcio d’inizio, i bambini hanno seguito emozionati la consegna dei palloni da parte dei loro educatori. Venti palloni che sono stati destinati ad ognuna delle scuole presenti e che gli alunni potranno utilizzare durante la ricreazione e nelle ore dedicate all’educazione fisica.
Questa giornata di sport è stata organizzata dal Centro Monte Cristo, grazie al finanziamento della Fondazione Herrod che ha permesso l’acquisto dei palloni. Con il suo prezioso contributo al progetto “Edad de Oro Monte Cristo” infatti, la fondazione svizzera, oltre a garantire per l’anno 2014 un pasto sano ed equilibrato al giorno a circa 150 bambini, ha fortemente voluto impegnarsi per dare loro l’opportunità di crescere serenamente anche attraverso di gioco, con l’acqusito di palloni e materiali utili per la ricreazione.
Alla fine della giornata, a tutti i piccoli partecipanti è stata offerta una ricca merenda a base di pollo, pane, mela e gelati di frutta fresca, che hanno condiviso nella mensa del Centro Monte Cristo con addosso ancora le casacche del torneo e una grande soddisfazione stampata sul volto!
Educazione, alimentazione e gioco, sono i capisaldi dell’impegno assunto dal Centro Monte Cristo. Una filosofia da sempre condivisa da ProgettoMondo, e ora anche dalla Fondazione Herrod, che con il sostegno al Centro affianca ai servizi di educazione, di mensa scolastica e di controllo sanitario, proposte ludiche e sportive per mantenere allenata la mente, la creatività e garantire un buono stato di salute fisica ai minori di Chimaltenango.
E così facendo si scoprono anche piccoli ma eccellenti giocatori di calcio, basket, pallavolo. Piccoli atleti in fasce che, senza saperlo, si allenano tutti i giorni con i lunghi tragitti che percorrono a piedi per raggiungere le scuole, e che da oggi, sapendo che lì ad aspettarli ci sono anche i nuovi palloni, correranno ancora più in fretta.

venerdì 6 settembre 2013

Un campus in Guatemala per crescere insieme

Il progetto del campus in Guatemala nasce al Liceo Scientifico Gobetti Segrè di Torino grazie a un gruppo di studenti di 4° e 5° dei laboratori di “educazione allo sviluppo” di ProgettoMondo Mlal che, con entusiasmo e determinazione avevano chiesto di potersi impegnare in un’esperienza di scambio e di solidarietà. Giuseppe Cocco, insegnante, volontario e cooperante di ProgettoMondo Mlal, ha perciò proposto un percorso formativo realizzato nel corso dell’anno scolastico e, finalmente l’11 giugno di quest’anno, 13 studenti ed ex studenti hanno preso l’aereo per il Guatemala.
(le foto sono della studentessa Valentina Pesce)

Aspettative, sogni, ansie, paure, curiosità, ci hanno accompagnato fin del primo giorno. Poi, ma man mano che il tempo passava, ciascuno ha saputo mettere il meglio di sè a servizio degli altri. Sempre con entusismo e grande disponibilità.
I nostri ragazzi e l’equipe del Centro Educativo Monte Cristo di Chimaltenango ci hanno accolti con amicizia, mettendoci immediatamente a nostro agio. Così, presto, ciascun studente si è inserito nelle differenti aree del Centro impegnandosi nelle varie attività previste con i ragazzi del Centro.
Tutti, comunque, hanno fatto l’esperienza delle cucine, iniziando la loro giornata alle 6,00 di mattina e preparando insieme alle cuoche la colazione e il pranzo per la mensa dei bambini della scuola elementare e del Centro; altri, invece, già alle 8,00 erano nella Granja e dar da mangiare a galline, maiali, mucche, pesci, senza sottrarsi alla pulizia degli animali e delle stalle, alla raccolta delle uova e dei limoni e alla semina dei cipressi per riforestare alcune aree a rischio di frana.
Gabriele e Ludovico si sono impegnati in falegnameria a lavorare con i ragazzi per fare mobili, specchi o altri oggetti da mettere in vendita a Chiamaltenango per l’autosostenibilità delle attività del Centro.
Paola, Daniele e Valentina, sostituendo o affiancando la professoressa di inglese, si sono dati da fare per rendere la lezione più allegra e divertente.
Sofia, Carlotta, Martina hanno invece seminato le piante aromatiche e sistemato il piccolo vivaio creato per la riforestazione e l’alimentazione dei bambini.
Anita, Yara, Giorgia, Chiara e Alice, infine, si sono impegnate ad aggiornare le schede del Programma di sostegno a distanza e a fare le foto dei bambini per le famiglie che, dall’Italia, sostengono mensilmente le attività del Centro.
Tra le altre occasioni di scambio e formazione, abbiamo potuto fare una preziosa esperienza negli incontri con le promotrici di salute, nelle due giornate pediatriche programmate nelle scuole di due villaggi, durante le visite alla famiglie, entrando nelle case dei bambini sostenuti dal Progetto “Edad de Oro Montecristo”, e partecipando al concorso di disegno con i bambini della scuola di Mancheren, poi terminato con la premiazione di tutti i bambini, una grande merenda e una caotica partita di calcio.
Utili per tutti noi visitatori anche il laboratorio di pasta di sale per i bimbi della scuola primaria, le visite alle scuole, le sfide di calcio, basket, le canzoni e tutti gli altri momenti informali con le persone che ci hanno accolto e con cui abbiamo condiviso questa meravigliosa esperienza. Indimenticabile, infine, la pizza dell’ultimo giorno, preparata per 160 ragazzi sulle note delle nostre canzoni che più potessero raccontare loro della nostra Italia.
Accanto a tutto questo lavoro sociale non sono mancati nemmeno i momenti dedicati alle bellezze naturali e culturali del Paese, come la visita al lago di Atitlan, con i 3 villaggi raggiunti in barca e un rientro rocambolesco sotto una tempesta, alla città di Chichicastenango, con il suo mercato, i suoi colori e profumi indimenticabili, i riti maya e il sincretismo religioso che, dalla conquista spagnola, caratterizzano la religiosità popolare del Paese. E poi, ancora, la magia del Rio Dulce, le rovine maya di Copan e del Tikal -luogo speciale e unico, cuore della cultura maya antica.
I lunghi viaggi in pulmino osservando le bellezza naturali, ma anche cantando e giocando insieme, o le nottate ascoltando i racconti di Fredy sul periodo della violenza e della repressione, che ancora sono vive nella mente e nel cuore della gente, sono state per noi un’occasione davvero unica.
Torniamo quindi a casa arricchiti, coscienti di aver imparato tantissimo da questa breve, ma significativa esperienza, con la voglia di tornare e di lasciarci trasformare dai volti e dalle persone che abbiamo incontrato.
Per me, educatore e volontario, un’esperienza nuova, diversa da tutte la altre, ricordando il tempo in cui, molto più giovane, lavorando per ProgettoMondo accoglievo gruppi di visitatori in Nicaragua e Argentina. Un’esperienza ricca che accresce anche ProgettoMondo Mlal nelle sue sfide di oggi, consapevole com’è che, anche nel lavoro della cooperazione e dello sviluppo, occorra partire dai giovani, dai ragazzi, proprio perché più capaci di accogliere con semplicità ed entusismo le sfide che il mondo di oggi ci pone di fronte. Costruire ponti, come diceva il nostro ex presidente ProgettoMondo Mlal, il sociologo Enzo Melegari, rimane il nostro obiettivo principale e, dunque, anche nel “piccolo” di questo Campus, abbiamo messo un mattoncino in più per costruire amicizia e solidarietà tra popoli e realtà quotidiane.

Giuseppe Cocco
volontario di ProgettoMondo Mlal
insegnante IRC
Liceo scientifico Gobetti Segrè di Torino


Attenzione a non pensarli soltanto "poveri"

Scendendo verso sud, lungo la spina dorsale del continente americano, si incontra un Paese considerato come uno dei più poveri al mondo. Eppure la parola povertà è una parola duttile, piena di sfumature, controversa. Spesso le enormi difficoltà economiche con cui le persone convivono quotidianamente non corrispondono necessariamente a una povertà culturale e spirituale. A differenza dei Pasei cosiddetti sviluppati, dove la globalizzazione ha appiattito la cultura e reso sterili le radici delle popolazioni, omologando di fatto le società e le persone a un unico modello, il Guatemala possiede una ricchezza immensa che difficilmente si può cogliere leggendo solamente dati e statistiche.
Ed è forse ugualmente difficile coglierla in sole due settimane di soggiorno, ma ciò che mi è stato trasmesso in questi pochi giorni di lavoro e di gioco è stato immenso. Stare insieme ai ragazzi, condividerne le emozioni più semplici, come la timidezza o l’euforia, comunicare con qualche parola di spagnolo e più spesso a gesti, aiutare in cucina o lavorare in falegnameria, dare da mangiare agli animali della Granja, e vedere come la povertà, quella semplicità che non ha a che vedere con la miseria, possa corrispondere a un’umiltà, a una ricchezza e gentilezza d’animo, che non sono affatto comuni. Tanto meno dalle nostre parti.
Certo non succede ovunque e non a tutti, e sarei un irrimediabile romantico se affermassi il contrario.
Però no. Il Guatemala non è un paese povero e basta. Non è spiritualmente più povero del nostro, dove il materialismo ha preso il sopravvento e l’uomo è diventato un mero “consumatore”, un ingranaggio del sistema economico, il meno importante. Privo di valori, apatico, spesso aggressivo, egocentrico, e al tempo stesso continuamente insoddisfatto della propria vita.
Il Guatemala non è culturalmente più povero di noi, noi che abbiamo perso le nostre radici e con esse il nostro senso dello stare nel mondo, noi che abbiamo lasciato che la società di massa ci fagocitasse distruggendo le piccole comunità di persone per far posto all’individualismo, lasciandoci senza identità, soli nella città, persi nelle masse alla vana ricerca di uno status symbol che ci distingua.
La realtà possiede mille facce, dipende da quale si sceglie di guardare. Io ho deciso di cercare la realtà nelle persone: in Guatemala come qui in Italia.

Ludovico Dallavecchia

Il Guatemala sconosciuto ai turisti

Ciò che mi ha stupito di più in questo viaggio in Guatemala è la capacità, di chi è più ricco, di nascondere ai visitatori 'inconsapevoli' la propria povertà, di celare il contrasto tra due facce della stessa medaglia. Visitando solo le località turistiche si conosce infatti, un Guatemala molto diverso da quello prevalente: basta però fare 100 metri per vedere attorno a sé bambini denutriti che rincorrono qualcuno che possa donargli tre quezales in cambio di qualche cianfrusaglia; ragazzine che a 14 anni lavorano nei campi per mantenere marito e figli; genitori che insegnano ai figli a non avere sogni, perché tanto il futuro non prevede margini di miglioramento; contadini che, inginocchiati per terra, quasi imboccano d'erba i cavalli in fin di vita, allevati nella speranza che potessero contribuire all'economia famigliare ma che, denutriti come ogni altro membro della famiglia, risultano un ulteriore peso.
Per un turista che visita paradisi terrestri come il lago di Atitlan o il sito Maya di Tikal, è facilissimo ignorare le donne che ancora credono che lo strabismo sia segno di bellezza e quindi mettono due pallini colorati sul naso delle neonate affinché esse diventino strabiche e belle e così possano un domani trovare un marito, e poi le lasciano dormire tra quattro pareti di lamiera con le galline che mangeranno a cena in un giorno di festa.
È facile non entrare mai in contatto con bimbi che a 12 anni hanno ucciso un uomo per conto di qualcuno che ha regalato loro una pistola, come fosse un giocattolo. Bambini che fin da piccoli devono fare i conti con i gringos (stranieri dalla pelle bianca) cattivi, persone che li rapiscono e li portano via, persone da temere e odiare.
Ma queste persone si perderanno così anche l’incontro con i bambini che ti saltano in braccio, ti regalano fiori e frutti, ti assalgono gioiosi per farsi fare una foto o farsi regalare una caramella. Questi si perderanno le madri che per fare una semplice foto di famiglia con degli sconosciuti, fanno vestire a festa tutti gli undici figli.
Sebbene sia vero che in Guatemala ci sono appena 12 famiglie che hanno in mano quasi la totalità della ricchezza del Paese, e che al potere ci sia un dittatore che fa i comodi degli Usa tramite i soprusi dell'esercito, il Guatemala appartiene a queste persone, ancora giustamente legate alle proprie tradizioni, ma sempre più volte al futuro, al progresso, all'autonomia da chi li sfrutta nelle fincas; alle persone che accolgono a braccia aperte chi è disposto ad aiutare chi ha bisogno e a migliorare ciò che necessita di un cambiamento, senza giudicare, senza pretendere alcunché, soprattutto senza avviare progetti faraonici che, una volta terminati, fanno ritornare la comunità al punto di partenza.
Con i suoi generosi abitanti e i suoi magici paesaggi il Guatemala mi ha stregata.

Paola D’Ursi

Un pizzico di grinta e... cambieremmo il mondo!

Il Guatemala è un paese del Centroamerica la cui popolazione è costituita per il 60% da giovani. Mediamente in una famiglia ci sono 8 figli: dunque sono 16 le braccia che possono aiutare quelle dei genitori nel lavoro, ma anche 10 le bocche da sfamare con i prodotti di un appezzamento di terra che, di norma nei villaggi di campagna, abitati prevalentemente da contadini poveri, è piuttosto esiguo.
La parola “poveri” identifica infatti la stragrande maggioranza della popolazione guatemalteca, considerando che appena 12 sono le famiglie che detengono tutta la ricchezza del Paese. La classe sociale dei “poveri” si può dividere a sua volta in gradini, che costituiscono una piramide al cui vertice vi sono i poveri definibili “benestanti”, e alla cui base vi sono i miseri abitanti delle favelas che si cibano di scarti e sopravvivono tra malsanità e criminalità.
Nelle favelas, zone di periferia di grandi città dove si trovano costrette a sopravvivere famiglie di poveri, migrate dalle campagne in cerca di fortuna, le persone hanno perso la loro dignità: non hanno qualcosa in cui credere perché tutti i valori sono stati soffocati dalla fame e dalla sofferenza.
Le mafie prosperano e le armi circolano indisturbate, spesso anche tra le mani dei bambini. 8 bambini su 10 hanno ucciso qualcuno. Non è perciò così stupefacente scoprire che, ogni giorno in Guatemala, muoiono 17 persone ammazzate, anche se la guerra, con le sue liste nere, le sue stragi, i gringos è finita!
Mario Cardeñas e sua moglie Miki ne sanno qualcosa della guerra. L’hanno vissuta in prima persona e potrebbero stare ore e ore a raccontare la loro storia. Il nome di Mario compariva su una lista “nera” perchè con la sua attività nella cooperativa Katoki infastidiva la dittatura imperante e perciò andava eliminato. Visse per anni nascondendosi in una parte della casa isolata dal resto della famiglia così, se i soldati fossero venuti a prenderlo, non avrebbero ucciso anche Miki e i loro tre figli, Fredy, Alejandra e Mario José.
Fredy, il più grande dei tre, racconta che, al tempo, sua sorella che era molto piccola prima di andare a dormire si faceva leggere tutte le sere una fiaba dal papà. Un giorno quest’ultimo comprò un registratore e impresse sul nastro la sua voce, narrante alcune fiabe. Cosicché, anche se il papà non ci fosse più stato, Alejandra avrebbe potuto addormentarsi come sempre al dolce suono della sua voce. Fortunatamente la guerra non colpì nessuno della famiglia Cardeñas, che ha sempre continuato la sua lotta per un Guatemala migliore.
Oggi -spiega Fredy- il “rivoluzionario” è una figura ben diversa quella del “guerrigliero” che all’epoca aveva imbracciato le armi contro l’esercito del dittatore; in mano non ha più armi ma qualcosa di più utile per un Paese in cui vige ancora l’ignoranza: un quaderno e una penna.
L’educazione nelle scuole è infatti considerata la base fondamentale su cui costruire un nuovo Guatemala. Un Guatemala in cui i bambini possano sognare e creare, a partire dai loro sogni, progetti di vita per un futuro che abbia colori diversi da quelli delle piante di mais, di fagioli o di caffè tra le quali passano i loro giorni i genitori contadini. Un futuro che magari abbia i colori del legno, del ferro, dei tessuti, che i ragazzi imparano a lavorare nella scuola media Montecristo.
La situazione del Guatemala non è poi nemmeno così differente da quella italiana. Qui da noi, è vero, non ci sono le favelas, non c’è un tasso di mortalità giornaliero così elevato, l’ultima guerra è finita molti anni fa, ed esiste una classe media che, anche se con la crisi si sta sempre più assottigliando, fa in modo che non si crei un divario incolmabile tra ricchi e poveri. Ma in Italia esiste anche la mafia con i suoi immensi traffici di droghe e armi, esistono i campi rom dove le persone vivono in mezzo alla sporcizia e sono spesso vittime di discriminazioni, esistono molti politici corrotti che scaldano poltrone in Parlamento per fare solo i propri interessi, esiste il problema della disoccupazione e dei giovani, che già sono pochi e in più, non riuscendo qui a realizzare i propri sogni, se ne vanno all’estero, perché l’Italia non solo è un Paese di vecchi ma è anche un Paese per vecchi.
Dall’esperienza in Guatemala possiamo imparare a non rassegnarci e a credere in noi. In noi che possiamo sempre cambiare, migliorandoci, arricchendoci, in noi che dobbiamo avere il coraggio di portare avanti una lotta per lasciare ai nostri figli un mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Basterebbe portarsi a casa un pizzico di quella grinta, di quell’energia positiva sprigionata dal discorso di Miki dell’ultimo nostro giorno in Guatemala per rendere il mondo un po’ migliore. Ne basterebbe soltanto un pizzico.

Alice Camoriano

A lezione di salute comunitaria

Personalmente ho avuto l’occasione di assistere, nel corso del nostro soggiorno in Guatemala, a una lezione sulla respirazione tenuta dal Dottor Mario Josè per promotrici e le promotori di salute di una comunità maya. L’ho trovata davvero molto interessante soprattutto per la modalità con la quale è stata eseguita: prima si è svolta la parte teorica e a seguire una parte più pratica.
Nella prima parte il dottore ha spiegato in maniera chiara, efficace e diretta la respirazione cellulare e la respirazione servendosi della lavagna e di alcune schede che aveva consegnato prima della lezione. Nella parte pratica, invece, ci siamo trovati ad essere noi stessi emoglobina, polmoni, cuore o cervello. Con un giochino piuttosto facile abbiamo dovuto provare ad essere ciò che ci era stato assegnato e trovare un giusto posto nel ciclo della respirazione. È stato divertente, ma soprattutto molto utile.
Quindi ho anche seguito il dottore all’ambulatorio della scuola Piero Morari dove era atteso per le consultazioni. Chi si è presentato alle visite denunciava vari sintomi, ma per lo più erano causati da una errata informazione in tema di salute. La malnutrizione, ad esempio, è un problema di cui si sente parlare molto spesso qui.
Il dottore mi ha spigato che, spesso, quando le persone si presentano alle visite hanno bisogno di spiegazioni su come mangiare correttamente e su come occuparsi adeguatamente del proprio corpo.
Un altro problema frequente è quello legato ai polmoni. La respirazioni a volte viene compromessa dall’ambiente in cui si vive, perché magari si cucina direttamente con il fuoco all’interno della casa non permettendo alla cappa di fumo di fuori uscire e compromettendo così l’ossigeno nell’aria. Durante la sua lezione ciò che il dottore ha cercato di far passare ai suoi pazienti è proprio che, attraverso una buona educazione, si può vivere meglio e in salute.
Mi ha colpito l’importanza effettiva dell’educazione sulla crescita della popolazione, mentre da noi si dà spesso per scontata. Qui in Guatemala una corretta educazione, un’educazione libera ed efficace, può significare davvero un cambiamento radicale, sia dal punto di vista della salute, che dal punto di vista politico e sociale.

Anita Garrone

Un viaggio come un meraviglioso film

È stato particolarmente difficile raccogliere le prime parole per scrivere queste poche righe di impressioni sul mio viaggio in Guatemala. Non che io non trovassi le espressioni giuste, o non avessi idee, o mi mancasse l’ispirazione. Volevo solamente tardare il più possibile l’inevitabile momento in cui mi sarei trovato davanti alla mia pagina bianca, da solo, nel mio melanconico alone di memorie, a lasciar fluttuare i mille ricordi di questi indimenticabili attimi andati, quegli istanti di gioia, di serenità e di pace, ognuno collegato a innumerevoli immagini, quasi a dover formare dei brevi video, piccoli clip della mia mente sigillati in dei cassettini nella memoria ed estraibili a comando.
Ma poi mi è bastato un click per tornare in quel paradisiaco posto. Un click per rivedere di nuovo i paesaggi mozzafiato di quel Paese, i suoi tramonti, i suoi laghi, i suoi vulcani, le sue piramidi maya; per potermi ritrovare nuovamente davanti al disarmante sorriso di una bimba che, superando le proprie diffidenze, accetta da un gringo (uno straniero bianco) una caramella all’arancia; per ritrovare le speranze di un mondo migliore impresse con una matita nel disegno di un bambino, e per sbattere davanti a quel tremendo slogan, “urge mano dura”, con sotto quel pugno chiuso, serrato, quasi a bloccare tante speranze.
Altre volte mi ritrovo io stesso all’interno del mio stesso video mentale, come un attore che interpreta una parte, magari a giocare una partita di calcio Guatemala-Italia sotto una battente pioggia, ridendo a crepapelle con tutti gli altri dopo essermi strappato completamente i pantaloni per un buffonesco scivolone a terra.
Mi rivedo a bordo di quel furgoncino, a cantare a cappella Fra Martino, a ridere e scherzare per delle battute sceme, a giocare interminabili tornei di briscola con il profe, o a chiedere all’autista Freddy, intento a salvarci le chiappe durante un hollywoodiano inseguimento armato, se avesse voglia di un panino.
Riesco ancora a rivedermi sul bordo di quella piscina, seduto con tutti gli altri ad ascoltare le incredibili storie di vita di Freddy e della sua famiglia, storie di persone forti che non hanno mai abbandonato la speranza, anche a un passo dalla morte: gente determinata e convinta che questo mondo pieno di contraddizioni si possa cambiare.
Interrompendo il mio flusso di coscienza prima di apparirvi troppo noioso, concludo ringraziando in particolar modo Beppe che mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza magnifica che credo possa diventare un punto di svolta della mia vita, e tutte le persone straordinarie che ho avuto modo di incontrare in questo mio meraviglioso viaggio.

Gabriele Frascaroli

Che i loro disegni siano realtà

Non resta molto alla conclusione di questo viaggio, cominciato solo 10 giorni fa ma che sembra stia durando un mese. Qui il tempo sembra avere un corso differente da quello che abbiamo abbandonato temporaneamente a Torino. Si ha la sensazione che le giornate durino all’infinito.
Arrivata qui, pensavo di trovarmi su un altro pianeta, fra paesaggi che mi erano sconosciuti, in mezzo a persone completamente diverse da me, e da chi solitamente mi circonda. Le prime differenze erano anche le più banali: una diversa carnagione, diverse fattezze, diversi abiti e diverse lingue; ma dietro tutto ciò si nascondono soprattutto altre tradizioni, credenze e convinzioni. Inoltre qui non esiste una comunità, idioma o abito tradizionale che primeggi, ma solo la convivenza fra 22 etnie diverse.
Qui ho incontrato madri che, coi loro figli, costeggiano la strada portando sul capo pesanti ceste di frutta e sulla schiena ciocchi di legna; bambine senza scarpe che girovagano per il mercato, donne intente a spargere incenso sul piazzale di una chiesa, uomini che a ogni età conoscono la violenza perché ne sono vittime o autori.
Ma al di là delle tante differenze rispetto alla mia cultura, sono stata colpita maggiormente dalla realtà che ho scoperto osservando i ragazzini del Cemoc pulire la scuola da cima a fondo e salutarmi timidamente, o da bambini che mi hanno raccontato di trascorrere i propri pomeriggi a svolgere le faccende domestiche in case e cucine di lamiera, o ancora da mucche e cavalli con le costole a vista e banchi nei mercati ricoperti di carne quasi putrida.
La sorpresa è stata ancora maggiore quando ho scoperto che esiste un’altra faccia di questa realtà, dove a fianco delle favelas sovrappopolate si estendono città costruite sul modello di quelle che si trovano duemila chilometri più a nord, luoghi dove la povertà sembra assente e i turisti paiono essere gli autoctoni. Questa contraddizione mi ha profondamente colpita e riesco a spiegarmela solamente se ascolto le parole di chi, come Mario, ha vissuto le vicende più turbolente di questo Paese, vedendo migliaia di civili morire per aver rivendicato le terre che per anni hanno coltivato e una decina di famiglie prendere in mano tutta la ricchezza disponibile, sfruttando i propri connazionali, gestendo traffici illegali e lasciando il resto della popolazione allo sbaraglio e senza risorse.
A tutti loro è stata negata per decenni una vita dignitosa, specie ai giovani che non possono godere di un’istruzione sufficiente, non hanno la possibilità di sognare, hanno il destino già segnato per volere delle loro famiglie o perché non esistono le possibilità di cambiarlo.
Mi fa perciò effetto pensare che, nel nostro Paese ma non solo, si è lottato per riappropriarsi di diritti negati, quando qui l’unica arma per rivendicarli, ossia l’istruzione, è purtroppo in mano ancora a pochi che si battono perché tutti possano accedervi. Stamattina, su un foglio appeso alla parete della scuola Mancheren, ho visto scritto che “senza educazione non si può avere dignità ”, e ho pensato a quanto sia importante averne la consapevolezza, e a quanto sia difficile realizzare il sogno dei fondatori del Cemoc, entusiasti già solo del fatto di veder un maggior numero di ragazzine che a tredici anni portano sulla spalle dei libri, e non un niño in fasce.
In fondo siamo venuti qui proprio per essere spettatori partecipi delle attività della scuola, osservare quali sono le risorse che offre e capire i vantaggi dell’educazione che si prefigge di regalare. Penso che ciò sia un ottimo modo per comprendere quali siano i reali problemi che affliggono il Guatemala e quali le possibili soluzioni, soprattutto per quanto riguarda le difficoltà per uno sviluppo socio-economico del Paese, in particolare dell’area rurale.
Una cosa che apprezzato dell’intera formazione ricevuta dai laboratori di ProgettoMondo Mlal è il modo in cui questa Ong opera: fornendo un aiuto costruttivo basato sull’educazione, sulla costruzione dei mezzi per poter lasciare, a chi ha bisogno di aiuto, le possibilità di farlo da sé, anziché offrire un temporaneo salvataggio passivo che non garantirà mai ai diretti interessati di potere poi andare avanti autonomamente.
Ho avuto la possibilità di cimentarmi in svariate attività che, per un verso o l’altro, ho apprezzato molto, perché non si sono limitate a divertirmi, ma mi hanno arricchita e fatta riflettere.
In cucina ho potuto dare un piccolo contributo nella preparazione dei pasti e, in cambio, ho ricevuto il piacere di cucinare, imparare alcune ricette e alcuni vocaboli in spagnolo, toccare con mano l’entusiasmo degli alunni della scuola durante le ore dedicate alle “porte aperte”.
Durante un paio di lezioni di inglese sono passata, per la prima volta, dalla parte del banco a quella della cattedra e così ho potuto partecipare in prima persona a come si svolgono le lezioni e, soprattutto, vivere la partecipazione degli studenti. Ho trovato un clima accogliente e ragazzini attenti e, una volta superata un po’ di timidezza, pronti a chiedere di essere aiutati.
È stato ancor più interessante un altro tipo di contatto con i piccoli guatemaltechi adottati a distanza dalle famiglie italiane. Inizialmente attraverso una breve intervista che servisse a definire le condizioni in cui vivono e poi durante le visite nelle singole case che hanno rivelato la povertà e le difficili situazioni familiari in cui vive la maggioranza della popolazione guatemalteca. Ma se in quell’occasione, viste le raccomandazioni e l’imbarazzo, mi ero trattenuta dal fare domande o mostrare simpatia nei confronti dei bambini, oggi mi sono divertita a osservare una settantina di piccoli studenti impegnati a rappresentare quello che per loro potesse essere un mondo migliore. Sui loro fogli non ho visto traccia di armi, lacrime o povertà, che sono parte integrante della loro realtà, ma solo antropomorfi sorridenti, paesaggi naturali, bambini sorridenti in attesa dei propri genitori e scritte di pace. Suppongo che anche i bambini italiani avrebbero fatto altrettanto, e per questo trovo ancora più ingiusto che per questi bambini guatemaltechi possa essere soltanto un sogno, che possano anche non conoscere mai un mondo senza violenza, povertà e pericolo.
Data la situazione di disagio in cui è costretta a vivere la gran parte della popolazione, è probabile che questi bambini concepiscano ancora meglio di noi la distanza tra il mondo in cui vivono e quello che hanno riprodotto sulla carta! Ecco mi piacerebbe poter permettere loro di pensare che il loro disegno è realizzabile. Non dovrebbero pensare alla pace, alla salute e al benessere come a un’utopia.

Giorgia Curtabbi

C'era una volta il Paese del mondo migliore

C’era una volta un Paese bellissimo, pieno di cultura vitale e radici fresche, dove le differenze non esistevano e tutti vivevano in pace.
Sarebbe magnifico poter aprire una riflessione di viaggio sul Guatemala in modo tanto idilliaco, ma per quanto il Paese serbi in sè paesaggi mozzafiato e radici culturali a mio avviso immortali, le disparità e la violenza sono tangibili in ogni angolo e strato della realtà sociale.
Ancora oggi si possono annusare nell’aria i rimasugli di una violenza perpetuata nel corso degli anni, di una crudeltà così spietata da far pensare alla gente che basti un secondo, un solo battito di palpebre per veder sparire i propri figli, le proprie donne,i propri cari, portati lontano da persone ignobili, lontani dal mondo, da chi amano, dalla vita stessa.
Una realtà come questa non può che uccidere i sogni di chiunque: i nonni hanno ancora la paura negli occhi, gli adulti si sono arresi ancor prima di iniziare a combattere, e gli unici a cui resta uno spiraglio di sogno sono i ragazzi, bambini e adolescenti con sguardi penetranti che, mentre ti guardano, sembrano dire “io ce la farò, e se non ce la faccio almeno ci provo”.
La difficoltà più grande, senza dubbio, sta nel tenere sempre accesa questa minuscola fiamma, sperando che presto evolva in un grande fuoco: l’incendio dilagante del riscatto sociale e di altre possibilità, che non devono per forza essere gli stereotipi imposti dalla macchina mediatica che anestetizza menti e coscienze quotidianamente (poichè ben sappiamo quanto una massa ignorante sia funzionale al potere), semplicemente “altre possibilità” di un futuro migliore.

Martina Veronese

Non regaliamo pesci, ma il modo per pescarli

In queste due settimane abbiamo incrociato le nostre vite con centinaia di altre di cui sicuramente non sentiremo più parlare.
Mi chiedo che fine farà Elmet, il bambino di 10 anni pieno di cicatrici, che si autodefinisce “cattivo” e mima perfettamente sui compagni pestaggi e coltellate, o Annibal che a 9 anni non vede la madre da 6 e non ha mai conosciuto suo padre, oppure le decine di bambini che, affacciati alle porte di lamiera, spalancavano su di noi occhi curiosi e bocche affamate. Gli stessi che per la strada tendevano le manine a noi, bianchi turisti della loro realtà, alla ricerca di un dono, un dulce.
Queste semplici richieste, tanto, troppo simili alle tante che vediamo tutti i giorni a “casa nostra”, la parte cosiddetta “civile, industrializzata e democratica” del mondo, mi hanno fatto riflettere moltissimo, soprattutto dopo una lunga e ricchissima chiacchierata notturna con alcuni ragazzi e Freddy, tuttofare della cooperativa Katoki.
Freddy ci ha spiegato infatti quanto male possono fare a un Paese, ma in fondo anche a un singolo, i gesti di ingenua carità che spesso contraddistinguono noi “stranieri” in visita, e non solo. Il danno che per esempio provoca un’organizzazione di beneficienza (molte volte pure consapevolmente) nel donare denaro, è immenso perché non solo abitua la gente a ricevere, rendendoli eternamente dipendenti da persone che possono così disporre della loro crescita e della loro economia, ma impedisce loro di imparare, apprendere pian piano i metodi per ricrearsi l’autonomia e le conoscenze specifiche di cui ogni Paese disporrebbe. Fondamentalmente, non regalare un pesce all’affamato, insegna lui come si pesca!
Penso che sia fondamentalmente questo, accompagnato naturalmente ad altre cose, il motore che fa girare la cooperativa.
Trovo interessante e stimolante il metodo innovativo con cui gli operatori della cooperazione internazionale affrontano, e pian piano tentano di risolvere, le tematiche urgenti del Paese, partendo per l’appunto da una piccolo diritto, tante volte bistrattato e nascosto, calpestato e dato per scontato: il diritto all’istruzione.

Sofia Faravelli