venerdì 15 gennaio 2010

HAITI emergenza totale. Difficile anche aiutare

La situazione nella capitale, già gravissima ieri, pare davvero precipitata: in una breve concitata mail delle 9 di mattina ore locali (le nostre 17 di oggi), inviata al nostro coordinatore di area in Nicaragua, Nicolas Derenne da Port au Prince scrive:
“(…) Si è decisamente passati all’emergenza… la più totale… Rapidamente,... sono qui alla Minustah (Missione ONU ad Haiti, ndr) con una nuova connessione. Viene ancora confermato che sono inutile al momento…. Rimpatriamo... spero domani 16 oppure 17. A presto. Nic”.

Sono trascorse ormai 4 giorni, 96 lunghe e buie ore. Dolore, sete, fame, rabbia, disperazione, paura, hanno preso il sopravvento su tutto. Soccorritori e vittime sono ormai una cosa sola.

Per chi volesse partecipare alla ricostruzione di Haiti, versamenti su
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destinatario ProgettoMondo Mlal

HAITI NON C’E’ PIU’ - Da Verona l'Appello alla mobilitazione

“Haiti di tre giorni fa non è la Haiti di oggi”. Questa la laconica testimonianza del nostro cooperante ad Haiti, Nicolas Derenne. Dopo giorni di preoccupazione, l’operatore ProgettoMondo Mlal, ieri è riuscito finalmente a farci avere una sua mail:
“Vi ringrazio per il sostegno e i messaggi che – chiarisce lui stesso - non ho potuto leggere perchè le condizioni qui sono davvero minime.
So che sapete che sto bene – si legge ancora nella sua email -. Purtroppo una nostra collaboratrice del Cresfed (partner del progetto Piatto di Sicurezza coordinato da Nicolas, ndr.) è morta sotto una casa”.
E poi rivela: “Sembra che l’equipe della nostra sede a Leogane (situata appena a 37 chilometri ad est della capitale, ndr.) sia salva, ma al momento è impossibile raggiungerli. Di molti amici ho avuto buone notizie, di altri... purtroppo no, ed è molto dura…”.

Poi la mail prosegue: “Faccio base all’ambasciata perché ormai tutti gli edifici sono danneggiati o comunque non più sicuri. Ci stanno arrivando continue sollecitazioni, dall’Unione Europea e dalla Francia, per farci rientrare il prima possibile con i loro aerei”.
“Io – confessa Nicolas Derenne - avrei voluto restare... ma ho cambiato idea. Del mio caro Progetto che andava così bene.. rimane poca cosa adesso. Qui, in queste condizioni, mi sento inutile. Haiti di tre giorni fa non è la Haiti di oggi”.

E allora il presidente di ProgettoMondo Mlal, Mario Lonardi, lancia un nuovo pressante appello alla solidarietà: “Proprio oggi – dice - che la mobilitazione pare generale e grande, e che il mondo vede scorrere forse per la prima volta sugli schermi delle proprie case le immagini del Paese più povero dell’America latina, occorre pensare al domani. Perché – conclude Lonardi - da questa catastrofe si salvi almeno una cosa: un’opportunità di cambiamento”.
L’appello a uno sforzo comune, e che guardi possibilmente anche al di là dei primi interventi di emergenza, parte ora da Verona, proprio dalla città in cui, 44 anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana costituì l’allora Movimento Laici America Latina, oggi ProgettoMondo Mlal, Ong presente in 21 Paesi di America latina e Africa con all’attivo più di 400 progetti di cooperazione allo sviluppo.

“La variegata società veronese – ha dichiarato oggi Lonardi - ha da decenni un suo ambasciatore ad Haiti, proprio nel cuore della catastrofe, ed è ProgettoMondo Mlal. Consapevole di questo, il nostro Organismo, rappresentato in queste ore da un proprio operatore sul campo, Nicolas Derenne, scampato all’ecatombe e temporaneamente in salvo presso l’ambasciata francese, si candida a promuovere un intervento che pensi fin da ora alla fase della ricostruzione. Perché consumata la grande emozione di oggi, Haiti non torni troppo facilmente nel dimenticatoio”.

Già dal primo giorno dopo il terremoto, l’ufficio progetti della nostra Ong, sta studiando con una rete di propri partner ad Haiti, un’iniziativa mirata alla ricostruzione di alcune scuole. E questo per dare priorità prima di tutto ai tanti bambini e adolescenti, orfani, allo sbando o comunque privati di tutto; in secondo luogo per costituire da subito alcune prime strutture che, anche fisicamente, possano rappresentare il prima possibile un nuovo luogo di riferimento, aggregazione, aiuto, per tutta la comunità.

Per chi volesse partecipare alla ricostruzione delle scuole di Haiti, versamenti su
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I DISPERATI PREMONO SULLA FRONTIERA

La popolazione, colpita, disperata, ferita e affamata, cerca in tutti i modi una via di fuga fuori dalla capitale, dal Paese, oltre confine, nella vicina Repubblica Domenicana. Dove la vista possa trovare respiro dall’atroce spettacolo delle strade di Port au Prince, e il dolore essere attutito da un qualsiasi tipo di soccorso, purché immediato.
Ma le prime reazioni non sono incoraggianti: bloccati i passaggi di frontiera in entrata. Respinti i profughi haitiani. Di là non si passa.
La repubblica Dominicana sta organizzando i primi aiuti per le vittime di Port au Prince ma non accoglie nuovi profughi nel proprio Paese. Aumentano dunque di ora in ora gli ingorghi, le colonne di persone in fuga, lungo la frontiera che taglia in due l’isola di Ispaniola.
Ed è qui che, appunto per valutare la reale situazione si trova in queste ore Sfw-Solidarieté Frontalière di Ouanaminthe, partner di Progettomondo Mlal nell'ormai concluso progetto Terra di Mezzo.
“Si parla di chiusura delle frontiere, di una Repubblica Domenicana ostile e “cattiva”, ma il problema è più complesso – riferisce il nostro cooperante Enrico Vagnoni rientrato in Italia da poco più di sei mesi dopo la chiusura del progetto”.
“Se da un lato, soprattutto a livello politico, si porta avanti un atteggiamento di chiusura e intransigenza, dall'altro la gente comune ha grandi doti di solidarietà e accoglienza, capace di aiuti grandi e incondizionati. Bisogna tenere conto dell'incapacità delle strutture, dei limiti e della scarsezza di mezzi dei domenicani stessi, che non permettono un aiuto incondizionato agli haitiani.
Ma la mobilitazione dal basso c'è, ed è spontanea. Il blocco che affiora è piuttosto a livello storico, politico e culturale. Dai tempi del colonialismo (francese e fatto di agricoltura per gli haitiani, spagnolo e basato sulle fattorie per i domenicani), dei vent'anni di dominazione haitiana in terra domenicana, fino alla recente dittatura domenicana, di Trujillo prima e Balaguer poi, basata sul riscatto di una discendenza europea per i domenicani, che prendeva le distanze da quella negroide dei vicini haitiani.
Ideologie che ancora adesso si fanno sentire, che ancora adesso hanno presa sui domenicani, timorosi di un possibile ritorno al potere di Haiti.
Come accade da noi lo straniero (in questo caso haitiano) viene sfruttato da chi appena ha qualche possibilità economica in più e, solo per questo, si sente ricco. Impiegati come braccianti nell'agricoltura o nel settore dell'edilizia, gli haitiani si ritrovano a svolgere i lavori più umili in un sistema di ricchezza/povertà che non lascia spazio alla ridistribuzione della ricchezza.
E nel superamento di antiche credenze e ideologie forzate, la frontiera oggi come oggi va vista come una risorsa, un momento di scambio, di incontro reale tra culture”.

Enrico Vagnoni
ex cooperante ProgettoMondo Mlal
Haiti e Repubblica Dominicana

Haiti, un Paese alla ricerca perenne di un riscatto

Un Paese dimenticato, che solo una tragedia di immani proporzioni come questa è riuscita a portare alla ribalta. Che solo una catastrofe è riuscita, per così dire, a portare sugli schermi di tutto il mondo. Un oblio e una trascuratezza le cui responsabilità vanno cercate soprattutto a livello internazionale.
Anche oggi, nel momento della disperazione, bisogna rendersi conto che il Paese va aiutato sempre, con costanza, senza riserva alcuna: altrimenti la gente che lo vive sarà per sempre condannata a una vita di stenti, sia per i continui disagi sociali, che per quelli ambientali che, con più o meno costanza, lo affliggono (basti pensare all'inondazione del 2004, ai 4 uragani del 2008 e alla continua deforestazione che sta devastando il suolo haitiano).

E dalla disperazione, dalla miseria già presenti, oltre che dalla fame, la sete e la morte che dominano le strade in questi giorni, non può che generarsi anche la violenza. Ma è una violenza che non va amplificata né ingigantita, prima di tutto capita. Perché il popolo haitiano ha anche spiccate qualità artistiche, di sensibilità e soprattutto di capacità di sopravvivenza.
La violenza c'è, certo, è tollerata e persino incoraggiata a livello istituzionale (il 25% della droga che viaggia dal sud al nord America passa da Haiti), ma questa piccola isola in mezzo all'atlantico, è anche popolata di gente sempre in movimento, in cammino, indipendentemente dalle non possibilità.
Persone capaci di organizzarsi anche in condizioni minime, e con una grande voglia di riscatto. Attente all'istruzione dei propri figli, per i quali, a fronte di una scuola pubblica precaria o inesistente, fanno sacrifici enormi e organizzano scuole comunitarie.
Anche per questo, e per il ruolo sociale che di per sé le strutture scolastiche sono in grado si svolgere in ogni luogo, ProgettoMondo Mlal ha scelto di destinare questa raccolta fondi straordinaria per Haiti proprio alla costruzione di nuove scuole, luoghi in grado più di altri di rappresentare un punto di riferimento per un'intera comunità.

Emilia Ceolan
ProgettoMondo Mlal
già responsabile Programmi Haiti


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giovedì 14 gennaio 2010

NOTA DELL’AMBASCIATA: NICOLAS STA BENE

A quasi 48 dalle prime scosse del terremoto che ha sepolto viva la capitale di Haiti, Port au Prince, finalmente un’altra piccola buona notizia –seppure indiretta- del nostro cooperante Nicolas Derenne, 30enne scampato miracolosamente al terremoto.

Una mail firmata da una funzionaria dell'Ambassade de France, Cécile Petereit, ma inoltrata da una terza persona a un piccolo elenco di indirizzi, conferma che le persone ricoverate presso la loro sede di Haiti sono in salvo e che “si stanno dando da fare tutti insieme per aiutare per quanto possibile nei soccorsi la popolazione. Pur tuttavia – si legge ancora nella nota- “non possono comunicare verso l’esterno, non c’è collegamento internet, né satellitare né funzionano i cellulari”.
Infine, si legge quella che dovrebbe suonare come una sorta di rassicurazione: “Sebbene la situazione si stia progressivamente deteriorando a livello igienico e di sicurezza, l’evacuazione è ancora possibile…”.

Dunque Nicolas sta bene e si è messo completamente a disposizione dei soccorritori. Ma queste 48 ore di assoluto impenetrabile silenzio, e anche il tono di questa nota ufficiale, confermano che l’interruzione delle linee e dei collegamenti ha di fatto non solo tagliato fuori lui e gli altri dal resto del mondo, ma ormai anche dal resto della città. Haiti è ormai totalmente fuori controllo.

I siti dei mass media francesi dicono per esempio che centinaia di persone si trovano accampate nei giardini dell’ambasciata. In queste ore, dunque, anche soltanto un giardino costituisce un riparo dalla strada che è ormai teatro di dolore e di violenza.
Le notizie che arrivano dalle strade sono infatti sempre più spaventose. La disperazione, la fame, la sete e il dolore cieco, hanno letteralmente fatto esplodere la situazione. Nostri amici a Port au Prince, come i Camilliani, ci raccontano che il loro Centro è diventato asilo di decine e decine di feriti gravissimi, di persone senza gambe, braccia, che ormai cercano soltanto un posto dove morire in pace. Infatti l’unico ospedale non crollato nel sisma, già poche ore dopo, non accettava più feriti.
E poi l’acqua sta finendo, le provviste di cibo sono esaurite o sparite, delinquenti fuggiti dalle carceri, ma anche gente semplicemente disperata, prende d’assalto qualsiasi cosa e qualsiasi persona abbia qualcosa da essere rubato.
Dunque non è possibile girare per la città, né probabilmente spostarsi di quartiere. Se è vero che il nostro Nicolas ieri aveva affidato a voce, a una conoscente incontrata per caso, l’incarico di pubblicare appena possibile su Facebook la semplice notizia che “lui sta bene, che non c’è da preoccuparci per lui”.

Ma niente di più. Perché come aggiungerebbe sicuramente lui stesso se potessimo chiederglielo, quelli di cui dobbiamo preoccuparci ora sono gli haitiani.

HAITI: Come faranno?

Ho sentito ieri sera gli amici Camilliani. Cipriano mi ha raccontato dei morti che sono ovunque, dei feriti che si trascinano al loro Centro senza mani, senza piedi, né braccia e che cercano un angolo per terra in attesa di morire…
Mi ha raccontato di centinaia di persone che vagano per strada senza meta, cercando con la disperazione della fame e del dolore, acqua e cibo… E allora è purtroppo obbligatorio chiedersi: ma come faranno a portare l’acqua a Port au Prince?
Come faranno a portare cibo e acqua necessari a sfamare una città di 2 milioni di persone? Una città che era già in ginocchio prima di questo terremoto.
Il ricordo delle baraccopoli arroccate sulle colline, o delle case in mezzo alle fogne a cielo aperto, che si vedevano lungo la strada per Leogane, fa capire quanto sia inverosimile e difficile in questo momento intervenire.
Come faranno a portare acqua e cibo là dove per secoli nessuno ha fatto il minimo sforzo per far sì che le persone avessero acqua e cibo?
Come faranno a ricostruire un Paese che non è mai stato costruito. Ma su cui tutti hanno fatto sempre i propri interessi?

Giuseppe Cocco
ProgettoMondo Mlal Centro America

HAITI, è il momento di agire insieme!

“Terremoto ad Haiti, un disastro terribile. La capitale senza luce elettrica”.
Se non si trattasse di una tragedia immane, scorrere le notizie che arrivano dai continui aggiornamenti dagli organi di stampa televisivi, radiofonici e multimediali di tutto il mondo, indurrebbe un sorriso amaro. Haiti e gli haitiani convivono, quasi da sempre, in uno scenario di perenne emergenza e di povertà estrema, in cui il dolore e i drammi s’intrecciano con l’allegria e la speranza.
La mancanza di luce elettrica anche nella capitale Port-au-Prince non “fa” certo “notizia” per chi conosce Haiti, ma lo stupore e l’allarme che tale fatto suscita a noi europei è una reazione che ben descrive l’emarginazione e l’isolamento, non solo geografico, in cui si trova Haiti. Un Paese che nell’immaginario collettivo è un più vicino ad un “paradiso” caraibico che al reale “inferno”, situato giusto a due passi dall’abbagliante Miami.
Ho vissuto a Dajabòn, nella frontiera nord dominico-haitiana, per quasi tre anni, in Repubblica Dominicana. E quasi ogni giorno mi recavo nella vicina Ouanaminthe, ad Haiti, per svolgere il mio lavoro nel progetto “Terra di Mezzo” ( per la difesa dei Diritti Umani e lo sviluppo sostenibile della Frontiera), assieme ad un’equipe haitiana. Sono stato varie volte a Port-au-Prince ed ho lasciato tanti amici ad Haiti. Ma non posso certo dire di conoscere bene il Paese. Né penso che riuscirei a farlo, profondamente, anche se ci vivessi tutti i giorni della mia vita. Haiti è un Paese davvero speciale, interessante. Drammaticamente interessante. E difficilissimo da capire, perlomeno ricorrendo ai parametri e alle logiche che la nostra logica “cartesiana” ci impone e che la nostra cultura ci suggerisce.
Ho appreso la notizia del terremoto di Haiti, ieri notte, dal telegiornale RAI delle 23.30. Ero già a letto, in procinto di addormentarmi e lì per lì, complice lo stato di incipiente torpore, non ho realizzato bene cose fosse accaduto. In mancanza di ulteriori informazioni ho cercato di riprendere sonno, nella speranza che si trattasse dell’ennesima esagerazione mediatica e che, soprattutto, nulla fosse accaduto ai miei amici che vivono nell’Isola. L’indomani mattina, attraverso internet, ho avuto conferma dell’estrema gravità dell’evento occorso. E del fatto che, per fortuna, nessuno dei miei amici ne sia rimasto gravemente coinvolto. Il mio primo pensiero è stato per Nicolas, stimato amico e collega che ho avuto il piacere di “accogliere” nell’Isola, al suo arrivo circa 2 anni fa. Mi hanno colpito molto le sue laconiche parole in una fugace e (immagino) concitata telefonata con Martino (altro amico e collega del ProgettoMondo Mlal che coordina dal Nicaragua tutti i progetti dell’ONG nell’area Centro America e Caraibi): “..è un disastro. Non sapete, è un disastro!”. Ripetendo la sua frase è come se in un attimo potessi vedere e toccare quasi con mano la tremenda tragedia che, ancora una volta, ha colpito Haiti e gli haitiani.
Il mio ricordo, ben vivo e recente, di Port-au-Prince è di una città estremamente caotica e male organizzata, in cui anche gli spostamenti più brevi possono durare un’eternità e il camminare per strada può sembrare un’incoscienza. Per il pericolo di essere investiti dalle auto che animano un traffico colorato (dai bizzarri taxi collettivi, dipinti come i famosi quadri naif haitiani) quanto confuso (e senza regole), o di cadere in una delle numerosissime buche e voragini che si aprono d’improvviso, o di essere vittima di un assalto o ancor peggio di un sequestro lampo (avere la pelle bianca, sinonimo di ricchezza, soprusi e potere non aiuta di certo a passare inosservati nella nerissima Haiti).
Le infrastrutture della città sono (o forse sarebbe meglio dire “erano”) a dir poco fragili e fatiscenti, e i servizi pubblici (in primis acqua potabile e corrente elettrica) totalmente precari e insufficienti.
La struttura urbanistica della città, ristretta tra la montagna deforestata e il mare (usato come pattumiera principale delle città) e assolutamente avulsa da una minima pianificazione, è fatta di edifici a più piani innalzati (utilizzando spesso materiali scadenti e senza di misure di sicurezza) a fianco di baracche assemblate con legno marcescente e con lamiere arrugginite, assiepati disordinatamente dal livello del mare sino alle cime delle montagne che circondano la baia di Port-au-Prince. L’immagine che ne deriva è di una sorta di “universo dantesco” che dai gironi infernali dei livelli più bassi, sovrappopolati e maleodoranti, porta ai cerchi più alti della città, fino ai quartieri residenziali ultraprotetti dei “ricchi” (sede di tutte le agenzie ed istituzioni internazionali). Immaginare Port-au-Prince dopo il terremoto mi fa venire i brividi. Sia per le dimensioni delle perdite umane causate dagli effetti immediati del sisma, sia per le preoccupanti conseguenze che questo cataclisma, inesorabilmente, trarrà con sé: epidemie, piccoli orfani destinati all’abbandono, assenza di servizi essenziali, scarsità di alimenti, insicurezza sociale, instabilità politica, violenze e soprusi. Fenomeni già tristemente noti e presenti ad Haiti, ma che, con tutta probabilità, saranno enfatizzati e ulteriormente aggravati da questo devastante terremoto.
Al contempo, confido molto e ho speranza nella grande capacità di reazione degli haitiani ad ogni tipo di sciagura. Capacità di reazione che, peraltro, si contraddice con la passività e la rassegnazione con cui essi stessi evitano di prevenire i danni di tutti i frequenti disastri naturali che sconquassano la regione. Sarà l’abitudine a passare da una disgrazia ad un’altra, sarà la mancanza di mezzi e di conoscenze specifiche, sarà il profondo spiritualismo che permea la loro cultura, ma durante la mia permanenza ad Haiti ho avuto spesso l’impressione che gli haitiani non intravedano la speranza di evitare o mitigare simili disastri. E’ già, “capire Haiti” non è affatto semplice. Ma cercare di farlo e, soprattutto, fare qualcosa per alimentare la speranza di un cambiamento è un dovere di tutti, al Nord come al Sud del Mondo.
Sono convinto che la Società Civile Organizzata italiana saprà rispondere e andare incontro al disperato appello del popolo haitiano, con la grande solidarietà e le capacità professionali che la caratterizzano. Le nostre ONG presenti ad Haiti potranno offrire un valido contributo al tamponamento della grave emergenza e al lungo percorso di “ricostruzione” (?) di Haiti. Soprattutto se riusciranno a mettere a disposizione, senza condizioni, il loro privilegiato rapporto con il territorio e con gli attori locali, valorizzandone la loro conoscenza e visione della realtà; se si sommeranno, senza sovrapporsi, agli altri operatori internazionali, contribuendo, con l’esempio ed il lavoro incessante, a coordinare ed integrare gli aiuti esterni con gli sforzi delle organizzazioni locali. Questo non è il momento delle parole. E’ il momento di agire, tutti assieme. Allez mes amis!

Sassari, 13/01/2010
Enrico Vagnoni