venerdì 25 febbraio 2011

“HAITI, L’INNOCENZA VIOLATA”. Presentazione a Verona il 5 marzo

Sabato 5 marzo, alle 18.30, verrà presentato a Verona il libro “Haiti, l’innocenza violata. Chi sta rubando il futuro del Paese?. L’opera, edita da Infinito Edizioni, sarà illustrata dagli stessi autori, Marco Bello e Alessandro Demarchi, al Cum – Centro Carraro in Lungadige Attiraglio, 45.

Chiare e inequivocabili le motivazioni che hanno spinto Marco Bello e Alessandro Demarchi a realizzare il libro: “Sui mass media italiani (ma anche stranieri) a parte rare eccezioni, non si è mai presentato il punto di vista degli haitiani di fronte alla tragedia del 12 gennaio. Le testimonianze erano sempre quelle del cooperante, del funzionario delle Nazioni Unite o del missionario. Noi abbiamo voluto invertire questo schema”.
La presentazione del libro sarà naturalmente destinata a tutta la cittadinanza e seguirà al Primo Piano sulle nuove energie che si svolgerà nella prima parte del pomeriggio, sempre al Cum, per i soci e aderenti all’organizzazione, con l’intervento del segretario generale della Focsiv Sergio Marelli.

Haiti, l’innocenza violata” è un’opera patrocinata da Cisv e ProgettoMondo Mlal insieme all’associazione di migranti Haititalia e i cui proventi contribuiranno a finanziare le iniziative che Cisv sta realizzando sull’isola con ProgettoMondo Mlal.

8 marzo, la tua offerta per il futuro di tutte le donne

ALL’INIZIO FU EVA POI NE SONO VENUTE MOLTE ALTRE. Eroine o vittime, contestate o contestatrici, tutte comunque protagoniste.
In ogni Paese, e in ogni tempo, dietro ogni donna c’è una famiglia, un villaggio, una comunità.
Valorizzando il ruolo e lo sviluppo al femminile, in settori come salute, istruzione, agricoltura, artigianato e giustizia, contribuiremo a combattere ingiustizia e discriminazione, di genere e di etnia.
Sono tante le donne di ProgettoMondo che in 24 Paesi diversi, in città o campagna, da sole o con il sostegno di altri, ogni giorno lottano per vedere riconosciuta la loro dignità, libertà e autonomia, laddove questi diritti sono ancora negati.


E sono almeno 10 i modi di essere donna ProgettoMondo

• madre in Burkina Faso
• medico in Congo
• studentessa in Marocco
• rispettata in Brasile
• imprenditrice in Nicaragua
• produttrice ad Haiti
• contadina in Bolivia
• artigiana in Guatemala
• migrante in Perù
• detenuta in Mozambico

L'8 marzo festeggiamo le donne con un gesto concreto:
UN SEGNALE DI RISPETTO E SOLIDARIETA’ che non appassisca nell’arco della giornata ma duri nel tempo.

Scegliendo il SEGNALIBRO di ProgettoMondo Mlal, con un’offerta minima di 5 €, si avrà l'occasione di sostenere un programma di sviluppo in Africa e America Latina, valorizzando il RUOLO e lo SVILUPPO al FEMMINILE in settori come salute, istruzione, agricoltura, artigianato e giustizia.

Sono tante le donne del Sud del Mondo che in città o campagna, da sole o con il sostegno di altri, ogni giorno lottano per vedere riconosciuta la loro dignità, libertà e autonomia, laddove questi diritti sono ancora negati.
ProgettoMondo Mlal, con i suoi 44 anni di esperienza nel campo della cooperazione internazionale, è da sempre al fianco delle donne per restituire loro opportunità e strumenti che le rendano protagoniste del proprio sviluppo personale e professionale.

giovedì 24 febbraio 2011

E' italiano il primo carcere minorile in Bolivia. All'inaugurazione anche il presidente di ProgettoMondo Mlal

E’ stato inaugurato martedì mattina in Bolivia, nella provincia di El Alto, al cospetto delle massime autorità, il primo vero carcere minorile del Paese, il Centro per giovani trasgressori Qaluama, da 150 posti (per ragazzi e ragazze), nel quale ProgettoMondo Mlal, dopo un lavoro di 10 anni, conta di poter restituire dignità e diritti di base, nonché un’opportunità di reinserimento sociale post-detenzione, ai giovani reclusi.
Tutti rigorosamente minorenni attualmente rinchiusi insieme agli adulti nel famigerato carcere di San Pedro a La Paz, dove scontano le pene più diverse, con responsabilità anche molto diverse, ma con storie alle spalle tristemente simili.
Le storie di questi ragazzi parlano di miseria infinita e di mancanza di tutto, a cominciare da una famiglia, una casa, una scuola, un pasto.
Si tratta di ragazzi che hanno commesso reati legati a piccola criminalità, violenza, risse o traffico di droga, e che si ritrovano rinchiusi in una sorta di girone dantesco, com’è quello di San Pedro (da cui anche l’idea del film con Brad Pitt, fermato dagli stessi detenuti in rivolta), incasellati in una rigida suddivisione per classi sociali in cui a dettare la legge sono quelli che hanno i soldi per pagarsi 1 cella e i capibanda che tirano le redini del traffico di droga dentro e fuori il carcere.
La nuova struttura di Qaluama, realizzata da ProgettoMondo Mlal grazie ai finanziamenti raccolti al fianco della Diocesi di El Alto dalla Conferenza Episcopale Italiana, l’Unicef, la Caritas italiana, la Ong spagnola Intervida, la Ong tedesca Pan Para el Mundo, l’arcivescovado di Colonia, e la solidarietà spagnola e italiana – e soggetta a una convenzione stipulata fra il Ministro degli interni , il Vescovo della diocesi di El Alto e ProgettoMondo Mlal - è costata 1 milione e mezzo di euro e, appunto, quasi 10 anni di strenuo impegno.
Al di là dei fondi, e non è stato per niente facile reperirli (il tema della giustizia minorile non paga!), l’impegno maggiore è stato offerto da un italiano, bergamasco di origine ma da 25 anni in Bolivia come volontario per ProgettoMondo Mlal: Riccardo Giavarini. E’ stato lui a imbarcarsi personalmente in un’impresa che pareva impossibile a tutti: a calamitare nel tempo, attorno a sé, finanziatori, autorità locali, e lo stesso sistema di giustizia boliviano, schierato fieramente per la cerimonia di inaugurazione.
A tagliare il nastro, martedì mattina, il ministro degli interni boliviano, Sacha Llorenti (nella foto con il pugno alzato, ndr.), al fianco del comandante generale della polizia e, alla sua sinistra, il vescovo di El Alto, il presidente di ProgettoMondo Mondo, il veronese Mario Lonardi, il viceministro della sicurezza pubblica e il direttore nazionale della sicurezza penitenziaria.

Leggi l'articolo sulla stampa locale

Per sostenere il progetto Qalauma: donazioni su Banca Popolare Etica IT 54 F 05018 12101 000000513290

LA TESTIMONIANZA. Da San Pedro a Qalauma, giovani detenuti in attesa di trasferimento

(di Mario Lonardi, presidente ProgettoMondo Mlal) - Nel cuore della città di La Paz sorge il famigerato carcere di San Pedro. Dentro ci stanno in 1.500. Agli angoli del muro di cinta le torrette con le guardie. Si entra frettolosamente attraverso un metal detector: uno sguardo ai documenti e poi, appena varcato il cancello, già a mezzo metro sono li che ti guardano. E tu non sai bene se salutare, sorridere o che altro.
Entriamo. Di visi che ti scrutano ce ne sono dappertutto perché, qui dentro, sono tutti in giro. Si muovono liberamente passando da un cortile all´altro. In ogni cortile un gradino sociale diverso, a prescindere dalla condanna che devono scontare.
Il 70 % dei reclusi è in attesa di giudizio. Le condizioni di vita nel carcere dipendono dalle disponibilità economiche: qui si paga tutto, a cominciare dalla cella, altrimenti dormi per terra dove trovi spazio.
A San Pedro ci sono anche molti bambini: almeno 150 che girano, giocano e scherzano.
Alle 8 del mattino escono e vanno a scuola e alle 4 del pomeriggio ai cancelli del carcere fanno la fila per tornare dentro. La Materna, invece, è interna al carcere e gestita da volontari. Bambini piccolissimi che vivono in carcere spesso solo con i padri.
Nel carcere si entra a 16 anni, come Kevin che, con quattro amici, sballati, una sera per rubare una giacca a vento ha finito per ammazzare una persona. Del gruppo la condanna è toccata a lui, e da tre anni sconta la pena a 25 anni. E' stato eletto rappresentante dei giovani in carcere e ha imparato la serigrafia su tessuto. Lui è uno dei ragazzi che sta sperando di entrare nel progetto Qalauma.
Qalauma è il centro penitenziario giovanile per la rieducazione e la formazione che abbiamo inaugurato martedì.
L’idea è che si possa dare una possibilità ai ragazzi che, come Kevin, hanno sbagliato. Il centro ospiterà giovani dai 16 ai 21 anni e proporrà un ciclo di rieducazione fino a cinque anni.
I primi 30 ragazzi entreranno a Qalauma in marzo, e a essi ne seguiranno progressivamente altri, fino a raggiungere il numero di 150 (100 ragazzi e 50 ragazze) a regime.
Il primo periodo, dopo l’accoglienza, è di ascolto e costruzione del progetto educativo individuale, attraverso la ricostruzione della situazione psico-sociale del ragazzo/a.
Il secondo costituisce la “fase comunità”, dove i ragazzi accedono al lavoro e allo studio e all’assunzione di responsabilità nell’autogestione del centro (orario, sport, lavoro, cucina, spiritualità, rappresentanza).
La terza è la fase di accesso ai benefici previsti dalla legge, come quelli della libertà vigilata, la semilibertà, il lavoro comunitario: questo periodo è gestito attraverso convenzioni con fabbriche e con le istituzioni, in modo che gli assistenti sociali possano seguire l’attività dei ragazzi. A essi potrà essere chiesto di svolgere lavori socialmente utili e, quando possibile, offrire un risarcimento economico alla vittima.
La quarta fase prevede il “post-penitenziario” per un periodo di tre-sei mesi nei quali il ragazzo accede a una struttura protetta (appartamento con vitto e alloggio) ed è seguito da un assistente sociale che lo aiuta a trovare un lavoro stabile per evitare la recidività e accompagnarlo a un reinserimento sociale attivo.

Chi è Riccardo Giavarini

Riccardo Giavarini è padre, in casa sua a La Paz, dei 5 figli avuti dall’altrettanto battagliera moglie boliviana, Berta Blanco.
Ma per più di 30 anni è stato cento volte padre dei giovani indigeni Mosetenes che rivendicano il rispetto per la terra e la foresta in cui sono nati e cresciuti, dei minatori di Potosì, degli scioperanti di Cochabamba, dei campesinos delle Ande, dei giovani detenuti di La Paz.
Giavarini è insomma, prima ancora che volontario Mlal, padre putativo di tutti gli esclusi: dai giovani di periferia ai contadini senza terra, dalle donne protagoniste ai giovani carcerati, dagli indigeni Mosetenes a ogni albero della sua amata Foresta.
Ecco come racconta la sua storia di volontario per l’America latina:

A 20 anni ero in seminario maggiore di Bergamo, dove ho fatto la maturità classica. Ho approfittato della fine degli studi per prendere contatto con la Bolivia, attraverso il mio curato.
Così a San massimo di Verona ho fatto il corso di formazione di due mesi e nel febbraio 1976 sono partito per la Bolivia. Qui ho lavorato un anno a La Paz, nella periferia della città, tra i giovani e con don Giancarlo Pezzotta, uomo di visione, ben inserito nel mondo operaio. Ricordo che eravamo ai tempi della dittatura Banzer.
Questa prima esperienza è stata forte per me perché non avevo mai avuto prima esperienza di violazione dei diritti umani e invece, proprio grazie a questo lavoro in periferia, siamo venuti a conoscenza della drammaticità della dittatura: sequestri, torture, desaparecidos. Ricordo che già allora, facendomi passare per prete, entravo a Chochoncoro per aiutare i detenuti politici, e oggi, dopo 30 anni, lavoro ancora nella realtà carceraria.
Quello è stato un periodo molto significativo per me, in cui ho elaborato il tema dell’attenzione per gli ultimi.
Dopo mi sono trasferito a Chochabamba, per lavorare a due progetti.
Il primo, quello del mondo dei giovani, della formazione e della lotta per i diritti umani: una ricerca quasi ostinata della giustizia.
I diritti umani, allora violati, non solo avevano un aspetto politico, ma anche un altro molto pratico; alla periferia di Chochabamba vivevamo infatti senza luce, senza acqua, con strade non asfaltate. Così coinvolgevamo i giovani nella rivendicazione di questi servizi di base.
Oltre a ciò, però, ero lì per studiare teologia e diventare sacerdote.
Ma, lavorando con i giovani, alla fine ho maturato un’altra scelta. Conoscendo Berta Blanco (sua moglie, ndr.) e avvertendo l’urgenza di impegnarmi socialmente, è nata l’idea del matrimonio. Progetto però rinviato a seguito del golpe di Mesa.
Ho dovuto lasciare il Paese e rientrare in Italia per qualche tempo. Ho lavorato come muratore e nel luglio 1981 sono ripartito con ProgettoMondo Mlal per l’America latina. Questa volta non sono tornato in Bolivia, ma, con mia moglie Berta, in Perù a Puno, con la prelatura di Ayaviri.
In Perù, con il vescovo di Ayaviri, abbiamo fatto tutto un lavoro di pastorale sociale, di lotta per ricuperare le terre per le comunità di contadini, di formazione di dirigenti, e di miglioramento della produzione dei contadini nella provincia di Caravaia, focalizzando la nostra attenzione sui contadini della zona.
Purtroppo, dopo 7 anni, il terrorismo di Sendero è arrivato nella nostra e ciò ha comportato tutta una serie di nuove difficoltà di lavoro e di rischi con atti di terrorismo e violenza armata, non solo diretta allo Stato ma anche a quelle forze sociali che rifiutavano la verticalità della dottrina che Sendero Luminoso imponeva allora.
Abbiamo vissuto situazioni drammatiche: persone di chiesa, sindaci di sinistra, leader sindacali impegnati nel sociale e nella chiesa, uccisi.
Tra l’88 e l’89 Sendero ha attaccato il centro vicino al nostro: ha colpito e distrutto tutto. Il loro messaggio, rivolto in questo caso alla Chiesa, era chiaro: abbandonate il Paese, smettetela di predicare e abbracciate la lotta armata. Noi, al contrario, eravamo impegnati nella lotta per recuperare le terre per i contadini della zona di Aricoma. E in quel periodo siamo riusciti a ottenere 30 mila ettari dai latifondi dello Stato, incolti, che costituivano solo un covo di potere locale inefficiente, per consegnarle alle comunità.
Sendero ha approfittato della situazione di grande attenzione da parte dei contadini per strumentalizzare la coscienza e le capacità organizzative dei contadini e imporre la sua dottrina. Il che equivaleva a dire: le terre si conquistano con le armi, attraverso il partito comunista e non con lo Stato che non ha la capacità né l’autorevolezza per partecipare a nessuna pianificazione.
La federazione unica di Ricoma, il sindacato dei contadini che eravamo riusciti a organizzare con grande impegno fino a quel giorno, fu smantellata, poco a poco, e vari dirigenti arrestati, tra i quali Porfilio Suni, personalità importante e riconosciuta della zona che, dopo un attentato di Sendero,venne preso dai militari, torturato e messo in carcere.
Un episodio che ci ha ulteriormente smarrimento per tutto ciò che questo implicava per il nostro lavoro di produzione e commercializzazione nelle varie attività.
La situazione è diventata talmente critica che, alla fine del 1989, abbiamo deciso di tornare in Bolivia. Dico “abbiamo”, perché parlo di me, Berta e dei nostri figli. Una decisione legata a motivi di sicurezza, certo, ma anche perché in quel momento era umanamente impossibile lavorare in Perù.
Così, all’inizio del 1990 siamo rientrati in Bolivia e abbiamo assunto il coordinamento dei progetti e dei volontari Mlal nel Paese.
Questo implicava per me muovermi parecchio, conoscere le diverse realtà: in foresta, giù nel sud con i guaranì, poi su nell’altipiano.
I primi anni sono stati fondamentali per creare alleanze e costruire un sostegno ai popoli indigeni.
Allora, i nostri Progetti di sviluppo erano costruiti sui temi della produzione e commercializzazione, come sui diritti dei popoli indigeni, sulla salvaguardia del territorio, e a sostegno della catena produttiva per i contadini aimarà dell’altipiano, e con un programma di salute comunitaria per lavorare al sud.
Per 8 anni, sempre per conto del Mlal, mi sono occupato di coordinare anche l’area andina, che voleva dire muoversi tra Perù, Ecuador, Paraguay e Bolivia.
Questo mi ha aiutato molto a capire come sia fondamentale il lavoro di coordinamento con le forze sul territorio e anche su come sia essenziale impostare una politica che, più che mirare all’immediato, ai bisogni peraltro legittimi della gente, guardi soprattutto a una politica duratura e a un sistema di alleanza con le realtà popolari, le autorità locali e le istituzioni dello Stato.
Oggi, con Berta e i miei figli, viviamo ancora qui a La Paz.

venerdì 18 febbraio 2011

Il governo boliviano inaugura il nuovo carcere realizzato da ProgettoMondo Mlal

Martedì 22 febbraio, di buona mattina, verrà inaugurato in Bolivia, nella provincia di El Alto “Qalauma”, il nuovo Centro penitenziario per minori, realizzato da ProgettoMondo Mlal, e destinato ad accogliere subito i giovani detenuti tra i 16 e i 21 anni oggi rinchiusi nel girone infernale del grande carcere città di La Paz, il San Pedro.
Una struttura carceraria, quella di Qalauma, realizzata quasi per una scommessa personale. Quella del nostro volontario storico in Bolivia, il bergamasco Riccardo Giavarini, che ha fortemente voluto raggiungere il suo obiettivo, contro tutto e tutti. Un progetto costruito con passione e dedizione su una spinta urgente: restituire ai più giovani in conflitto con la giustizia, la dignità anche di essere detenuto, e la possibilità di un futuro reinserimento sociale, nel pieno spirito con cui l’Ong opera in America latina da 44 anni: favorire e promuovere la crescita dei più giovani, appartenenti alla fasce maggiormente vulnerabili e a rischio sociale, per accompagnarle nella crescita personale e professionale. Perché diventino protagonisti, prima di tutto del proprio futuro, e poi collaborino alla costruzione di un futuro per la loro comunità e Paese.
Il cammino per arrivare a questo giorno non è stato per niente facile. Quando, tanti anni fa, il nostro Riccardo Giavarini cominciò con la posa del primo mattone, non mancò lo sconcerto e la paura. Una Ong di cooperazione costruisce poco per principio, figurarsi costruire un penitenziario modello... E poi per conto di chi e con che cosa?
Poi la storia è andata avanti, piano, tra speranze e disillusioni. Fino all’adesione dei primi partner stranieri (di Spagna, Germania e Svizzera) e poi con l’attenzione severa ma crescente del nostro Ministero degli Affari Esteri.
Centinaia le persone che si sono avvicendate, grazie alla disponibilità, competenza e autorevolezza di Riccardo Giavarini nel mondo della giustizia boliviana. In tanti hanno fatto esperienze memorabili seguendo la sua guida e il suo cammino.
Oggi Riccardo comincia a raccogliere quanto ha seminato.
Alla presenza dei massimi rappresentanti del governo e del ministero boliviano, del vescovo di El Alto, del presidente di ProgettoMondo Mlal, il veronese Mario Lonardi volato in America latina per l’occasione, martedì il Centro sarà finalmente una struttura della comunità e aprirà le porte ai nuovi 150 giovani inquilini.
Qui a Qalauma la vita carceraria sarà diversa. Per loro: due sezioni distinte (femmine e maschi), un’equipe multidisciplinare che li accompagnerà passo passo per l’intero processo di recupero, una scuola di formazione professionale e avvio al lavoro, un ambulatorio medico-dentistico e un pronto soccorso, un laboratorio di panificazione, una serra per garantire un’alimentazione adeguata e sostenibile, un piccolo allevamento di animali da cortile, una falegnameria per l’autocostruzione, un campo da basket e, infine, un vero e proprio spazio teatro per i momenti ricreativi ed espressivi.
Le stesse guardie carcerarie saranno debitamente formate per garantire motivazione e risposte adeguate alla situazione.
Il taglio del nastro di martedì, benché lungamente atteso, non potrà mai costituire un traguardo. Perché in realtà la vera sfida comincia da mercoledì.

Per sostenere il progetto Qalauma, versamenti su
c/c Banca Popolare Etica IT 54 F 05018 12101 000000513290 – causale “Progetto Qalauma

Dualità e poesia, arte e volontariato. Il libro di Maria Altamura per le scuole di Haiti

I versi di Maria Altamura (“Dualità”, edizioni Albatros, 11.50 €) sono fatti di passione. Una passione per tutto ciò che la circonda, e che lei cura con un affetto indefesso e una disponibilità indistruttibile ma che, addentrandosi nella lettura, si rivela passione per la vita stessa: per tutto ciò che di infinitamente piccolo ha ricevuto fin’ora e per tutto ciò che di smisuratamente grande (forse) nel frattempo le è stato negato.
Altamura, poco più che quarantenne, ha già visto, provato e realizzato molto. Nel campo del sociale è un punto di riferimento della comunità di Alba, dove dalla provincia di Reggio Calabria si è trasferita a vivere molti anni fa. E nel campo della poesia e della letteratura è già alla quarta pubblicazione, né non le sono mancati riconoscimenti ufficiali, eppure pare intendere la poesia ancora con spirito di servizio. Di chi scrive per coinvolgere gli altri in orizzonti più ampi.
Racconta di sé (e quando lo fa è al massimo della forza poetica) ma dichiaratamente lo fa per sposare le cause grandi del Sud del mondo.
Anche questa pubblicazione è infatti dedicata agli Altri. “Ai bambini e al loro diritto di crescere”, e nello specifico alle comunità haitiane vittime del terremoto del gennaio del 2010 a cui vuole che vada l’intero ricavato della vendita di questo libro, attraverso un programma di ricostruzione di 4 scuole pubbliche a cura di ProgettoMondo Mlal.
E infine nel campo personale si dimostra ancora una volta portatrice di benessere e felicità. E non solo quando, facendo sue le parole di un’ex bambina di strada, nel frontespizio del libro annuncia: "scrivo per quelli che non arriveranno a leggermi, per chi non ha un soldo nemmeno per comprare un pane o un libro di poesie…”, piuttosto quando ti apre le porte senza spingere il battente, quando ti rivolge tutto il suo sguardo senza attendere per forza che tu glielo restituisca. Grazia ed eleganza sono infatti “non voluta” aurea dell’intera raccolta.
E mai, le tantissime immagini evocate nelle sue poesie si fanno cruda realtà. Tutto rimane levitante, dignitosamente abbozzato, o in sapiente equilibrio, senza che l’accenno dolente perda comunque il suo buon sapore di fondo e acquisti magari il peso grave della sofferenza e del mal di vivere.
“Ogni fiore è dolce di primavera e amaro di tenebra, è caldo di parole e duro di silenzio”. Maria accetta e cavalca l’idea stabile di un’interiorità fatta di forze contrapposte che si oppongono e si compensano. Per cui Maria “sa di amore e sa di rabbia, è pioggia e poi sole, infinito e limite” rispetto ai quali si fa scoglio: “scolpito in queste acque, tra la terra e il cielo, immobile, resisto”.

Chi acquista il volume di Maria Altamura, “Dualità”, editore Albatros,
contribuisce a realizzare il progetto “Scuole per la Rinascita di Haiti” di ProgettoMondo Mlal.
info: sostegno@mlal.org