martedì 12 ottobre 2010

Haiti, 9 mesi dopo. Il tempo non passa mai

Haiti, 9 mesi dopo. Eppure il tempo sembra essersi fermato al 12 gennaio 2010. I dati ufficiali delle Nazione Unite e del Governo di Haiti riassumono una situazione impressionante: 3,5 milioni le persone colpite dal terremoto, tra cui l’intera popolazione di Port Au Prince pari a 2.8 milioni di abitanti; 222.570 morti e 300.572 feriti accertati; 2.3 milioni di sfollati e senzatetto; 1.300 campi e tendopoli di accoglienza; 105.000 case distrutte e 188.383 gravemente danneggiate. Tra queste il Palazzo Presidenziale, il Parlamento e la Cattedrale di Port au Prince, per un totale del 60% delle strutture pubbliche.
E ancora, 8 ospedali distrutti e 22 seriamente danneggiati, pari a più della metà delle strutture sanitarie dell’area. E 4.992 scuole colpite dal terremoto, pari al 23% delle scuole dell’intero Paese. L’80% di queste –circa 3.978- completamente distrutte.

Nove lunghi mesi dal 12 gennaio del 2010, eppure non si notano segnali di ricostruzione.
Montagne di macerie sono ancora per strada, montagne di rifiuti maleodoranti ai bordi delle strade, specie vicino ai mercati di frutta e verdura che costituiscono la fonte di sopravvivenza per migliaia di famiglie, il brusio costante e ininterrotto di persone, che si muovono, camminano, gremiscono le strade, dribblando le suddette “montagne”, alla ricerca del loro contatto quotidiano.
Port au Prince, come se fosse una città bombardata e subito dopo viene invasa da una popolazione obbligata a sopravvivere in quella distruzione. Eppure, la sensazione che si avverte, fortissima, è di naturale vitalità, di un’umanità che resiste e che si adatta facilmente alla nuova realtà. Forse perché più abituata alla penuria, o semplicemente perché la cosa più importante per l’esistenza umana è la socialità: lo stare insieme ad altre persone rappresneta forse l’unica condizione assolutamente necessaria, seppur non sempre sufficiente, per vivere.

Léogane si trova a circa 30 chilometri da Port Au Prince. Per arrivarci occorre attraversare i quartieri a sud ovest della capitale, come Martissant, dove nell’attraversamento si perde almeno un’ora, quando va bene, tale è l’ingolfamento del traffico provocato dai migliaia di tap tap, bus coloratissimi con frasi straordinarie e originalissime: “La vie n’est pas toujours en rose, parfois elle est noire”, si legge sul retro di uno di questi automezzi che costantemente ti tagliano la strada insieme alle mille moto che, fugaci e temerarie, cercano di guadagnare strada metro su metro.
Léogane è stato l’epicentro del sisma. Una zona rurale dove le case sono rade e non esistono centri urbani concentrati. Qui, le case distrutte dal sisma -quasi al 90%-, non hanno quell’aspetto di morte come nel caso delle macerie di Port Au Prince. Gli odori sono gli stessi di prima, i colori anche, e la vita quotidiana rimane quasi quella di un tempo.
Anche i caschi blu della MINUSTAH sono gli stessi di prima, giovani soldati imberbi, coreani e singalesi, che dirigono alla meno peggio un traffico comunque non caotico. Qui in campagna la distruzione ha essenzialmente colpito strutture, abitazioni e scuole. Invece degli accampamenti con migliaia di famiglie, qui si vedono tende o baracche subito a ridosso delle macerie della propria casa distrutta.
Le uniche tende multifamiliari sono quelle delle scuole, e se ne vedono tantissime. Piene di bambini che vi trovano rifugio, nuovo luogo di gioco, di apprendimento e di futuro. Solo nella terza sezione del comune di Léogane, denominata Grand Rivière, esistono 48 scuole. Di cui solo 7 hanno avuto pochi danni minori, mentre delle altre 41 scuole 29 sono state completamente distrutte e 12 solo parzialmente in piedi.
Nella situazione attuale l’educazione è dunque una delle principali priorità in Haiti.
Il gruppo di lavoro interistituzionale sull’educazione, costituitosi appunto sull’Isola dopo il terremoto per la fase di ricostruzione, ha stabilito che 3.978 sono le scuole distrutte e danneggiate, di cui l’80% non ha ancora ricevuto alcun tipo di sostegno, nemmeno in termini di strutture temporanee e di forniture indispensabili ad assicurare il regolare programma delle lezioni.
Occorre poi segnalare che nel sistema scolastico haitiano prevale ancora una gestione privata delle strutture. Per cui, delle circa 5mila scuole colpite dal sisma, soltanto il 15% circa possono definirsi realmente scuole statali. Per il restante 85% si tratta di scuole riconosciute sì dal Ministero dell’Educazione ma gestite da privati: congregazioni religiose, cattoliche (in misura minore) o di altre chiese cristiane (in larga maggioranza), scuole comunitarie autogestite, o proprietari privati singoli, in moltissimi casi gli stessi direttori.
Si calcola che i destinatari delle diverse iniziative di assistenza post-terremoto siano un totale di 500mila studenti.
Nonostante però tutti gli sforzi per la riattivazione delle attività scolastiche, si è assistito nel periodo post-terremoto comunque a una riduzione delle iscrizioni, a cui si aggiunge uno strutturale basso livello di scolarizzazione (40%).
A Léogane, che è una delle zone maggiormente colpite dal sisma, è tornato a frequentare le lezioni meno del 50% dei bambini in età scolare. E in questo modo anche gli insegnanti hanno in gran parte perso il proprio posto di lavoro, ritrovandosi a ricercare nuove possibili fonti di reddito.
ProgettoMondo Mlal è presente a Léogane da molto prima del terremoto. Ha potuto dare subito una prima risposta immediata di emergenza, ma soprattutto ha potuto fin dall’inizio contribuire al complesso processo di ricostruzione del Paese, con l'avvio immediato del programma "Scuole per la Rinascita".

Mario Mancini
Programmi ProgettoMondo Mlal

ProgettoMondo Mlal: ad Haiti priorità alla scuola

Prima del tragico terremoto che ha colpito Haiti il 12 gennaio scorso, ProgettoMondo Mlal lavorava a un progetto di sicurezza alimentare, cofinanziato dall’Unione Europea, che si sarebbe dovuto concludere nel maggio di quest’anno.
Insieme ai partner locali, Cresfed e Cefecacc, è stato allora relativamente facile organizzare un’immediata risposta, seppur in un contesto di confusione totale e di sorpresa generalizzata. E seppure la mission e l’esperienza delle tre istituzioni non sono certo quelli degli interventi emergenza, si è cercato di far valere il senso di vicinanza, la solidarietà e la buona conoscenza del contesto. A partire da questa specificità, e all’interno di un processo di ricostruzione che si ritiene debba ormai passare dalla risposta umanitaria d’emergenza alla cooperazione allo sviluppo, ProgettoMondo Mlal e i partner haitiani stanno da tempo lavorando a una strategia di intervento in tema educativo che vuole essenzialmente offrire un contributo a tre problemi specifici:

Rispetto alla precarietà e mancanza di un’infrastruttura scolastica garantire la dotazione di impianti transitori.
Infatti la carenza di tali strutture in tutta l’area di Léogane è tra le cause principali della generalizzata precarietà nelle condizioni di insegnamento.
Per la stessa ragione, l’anno scolastico in corso (in Haiti il calendario scolastico va da ottobre a giugno) è stato anche fortemente penalizzato con un tasso di riduzione di scolarità a meno del 50%.

Di fronte alle conseguenze psicologiche post-terremoto, e ai danni rilevanti della sfera emotiva alla popolazione scolastica e agli insegnanti, potere offrire un sostegno e un accompagnamento psicologico per bambini e adulti.
Infatti l’effetto traumatico del terremoto sta provocando un’effettiva riduzione dei già precari indicatori di rendimento scolastico. La convivenza costante con le situazioni traumatiche, senza il rafforzamento di elementi di sostegno psico-sociale e di resilience, potrebbe compromettere definitivamente lo sviluppo emozionale della popolazione scolastica coinvolta. Anche gli insegnanti presentano un quadro di trauma che impedisce lo sviluppo di un’adeguata funzione pedagogica.

Rispetto all’alto livello di vulnerabilità di rischi da fenomeni naturali, introdurre una nuova cultura della prevenzione, della tutela e del controllo di territorio naturale e strutture.
E’ indubbio infatti che la mancanza di una cultura della prevenzione, specie nel settore scolastico, retroalimenta il senso di timore permanente e quindi amplifica gli effetti del trauma subito. Il territorio haitiano è ad altissima vulnerabilità rispetto a rischi climatici e geologici, per cui risulta altamente prioritario soddisfare questa necessità.

Il Progetto “Scuole per la Rinascita” pretende trattare in maniera integrale e interdipendente queste problematiche sfruttando investendo molto sul rafforzamento delle competenze locali.
L’intervento perciò prevede parallelamente un triplice impegno: una selezione coordinata e partecipata di 4 scuole da ricostruire nelle zone rurali di Léogane, per un totale di 1200 bambini/e coinvolti, la promozione di una tecnologia antisismica e rispettosa dei protocolli ministeriali, e la relativa fornitura di mobilio e suppellettili; quindi un’attività di rafforzamento psico-pedagogico, mediante la formazione, aggiornamento e supporto agli insegnanti di almeno 10 scuole rurali, in merito alla messa in atto di un nuovo curriculum scolastico, per un totale di 2400 bambini/e e 94 insegnanti;
e infine l’introduzione di un programma di prevenzione e gestione dei rischi da disastri, con azioni formative e campagne di informazione rivolte a bambini, insegnanti e genitori, con il coinvolgimento di 2400 bambini/e, 94 insegnanti e 500 genitori.
In definitiva, la fase cosiddetta di ricostruzione, deve significare non solo il ripristino delle condizioni pre-esistenti, ma un’opportunità concreta, e sostenibile anche in futuro, per superare i limiti strutturali di un sistema educativo fragile e precario.
In questo momento, infatti, il potere trasformare una catastrofe in un momento di cambiamento costituisce la sfida principale e la priorità di tutti coloro che partecipano alla ricostruzione: autorità nazionali ed entità di cooperazione internazionali.

Per un quadro delle scuole e gruppi meta coinvolti nel progetto: www.progettomondomlal.org

Mario Mancini
Programmi ProgettoMondo Mlal

lunedì 11 ottobre 2010

Vargas Llosa, un “biancone” che gli indios non hanno mai amato

Spesso, il destino sceglie per noi qualcosa di meglio dei nostri desideri. Se lo scrittore Mario Vargas Llosa fosse stato eletto presidente del Perù nel 1990, avrebbe forse affrontato, sul lungo periodo, le stesse glorie e gli stessi abissi vissuti sul piano della popolarità da parte dei due corrotti e autoritari “presidenti ricorrenti”, rieletti e scappati dal paese, a turno, fino dagli anni ‘80: Alan Garìa Pèrez e Alberto Fujimori Fujimori, attualmente in carcere per violazione dei diritti umani. Il destino ci ha risparmiato un mediocre politico e ci ha riservato un grande scrittore, che ha saputo descrivere i meccanismi perversi del potere e delle ideologie. Rimessosi in fretta dalla sconfitta elettorale, Vargas Llosa ha continuato a scrivere aprendo sempre più gli orizzonti della sua curiosità, oltre il Perù, oltre l’America Latina, in Medio Oriente, in Europa e sfiorando l’Iraq.
È il vincitore del Nobel per la Letteratura del 2010. Guardo nelle foto i suoi capelli ora bianchi argentati e ricordo quando, già premiatissimo intellettuale (al tempo, Premio Rómulo Gallegos 1967 e Premio Nacional de Novela del Perú 1967, per La casa verde, Premio Príncipe de Asturias de las Letras 1986 – Spagna) era un mio vicino di casa, tra la calle Las Mimosas e il Malecòn di Barranco sul lungomare fiorito di Lima.
L’edificio di Mario Vargas Llosa aveva la forma allungata di una nave bianca. Tre piani fortificati, come le altre ville della zona, di fronte all’oceano Pacifico. Ero molto piccola quando Vargas Llosa si avventurò nelle elezioni presidenziali del 1990, e della sonora sconfitta ad opera del futuro dittatore Fujimori, percepii solo il rancore arrogante dei suoi fan, che quella notte abbracciarono quelle sue mura con l’orgoglio ferito.
Nella sua sconfitta politica, Vargas Llosa scontò il peso della reciproca incomprensione con il suo paese, a maggioranza meticcia e con un 30% di indigeni: l’essere considerato un “blancòn” (“biancone”, cioè bianco ricco e pieno di sé) da parte delle classi popolari, che non gli hanno perdonato né la carriera intellettuale sulla doppia sponda Europa-America Latina, né il fatto che successivamente abbia acquistato anche la cittadinanza spagnola.
Memorabile a questo proposito fu un suo spot elettorale, camicia bianchissima, sulle dune desertiche di una banlieu di Lima. “Modernizzare”, lo slogan, fu recepito dai migranti andini come un’offesa ai loro già epici sforzi per crearsi città con acqua potabile quando la Capitale non concedeva alcun diritto sociale ai meno abbienti: gli ultimi arrivati erano gli ultimi nelle priorità. Da parte sua, Vargas Llosa era attratto dalla “questione indigena” nelle Ande e in Amazzonia, ma la inquadrava in uno schema ideologico, appunto, “modernizzante”, di sottile disprezzo verso la profonda alterità culturale del paese, che vedeva come “primitiva”. Non sorprende quindi che l’amore-odio dello scrittore verso il paese di origine fosse visceralmente ricambiato.
Il meglio di sè Vargas Llosa lo ha dato al mondo attraverso la sua scrittura. E ora che essa è finalmente considerata universale, è diventata anche il ponte d’oro che lo riappacifica con il Perù.
Ogni boccone delle sue opere mi ha fatto navigare nel mare immenso della lingua spagnola. Uomo ricco anche di viaggi, ha descritto una varietà impressionante di socializzazioni e di “poteri”.
Quello militare, con i suoi codici di lealtà e di violenza in “La città e i cani”. Quello dell’ipocrisia moralista in “Pantaleòn e le visitatrici”, dove attacca con ironia il perbenismo degli alti comandi militari alle prese con la libido dei soldatini di frontiera, saziabile da una legione di professioniste del piacere.
Soprattutto, il mondo del potere politico e dell’autoritarismo feroce in “La fiesta del caprone”, nomignolo del dittatore dominicano Rafael Trujillo, ennesimo pupillo regalo all’America Latina da parte degli Stati Uniti.
Il piacere dei suoi romanzi veniva raddoppiato nei relativi adattamenti cinematografici. “La zia Giulia e lo scribacchino” negli Stati Uniti diventa “Tune in tomorrow”, diretta da John Amiel (1990) e protagonizzata da Keanu Reeves. “Pantaleone e le visitatrici” (1973) fu codiretta dallo stesso Vargas Llosa e da José María Gutiérrez Santos due anni dopo, in una prima versione ambientata nella Repubblica Dominicana. Fu subito censurata dall’allora regime militare del nazionalista Juan Velasco Alvarado. Una seconda versione fiorì nel penultimo anno (1999) dell’era Fujimori, diretta dal regista peruviano Francisco Lombardi: la protagonista femminile (“la Brasiliana”) insegna a Pantaleone Pantoja che l’unico vero peccato è non amare. Nello schermo, questa Bocca di Rosa tropicale diventa “la Colombiana”, incarnata dall’attrice Angie Cepeda, dalla bellezza scandalosa. “La città e i cani” fu adattata dallo stesso Lombardi in versione cinematografica nel 1985, vincendo il premio alla Migliore Regia nel Festival di San Sebastián. Nel 2006 il peruviano Luis Llosa porta al Festival di Berlino la sua versione di “La festa del caprone”, protagonisti Isabella Rossellini, Juan Diego Botto, Paul Freeman.
Partito da giovanili passioni rivoluzionarie, Vargas Llosa approda rapidamente a posizioni conservatrici, in netto antagonismo con l’eterno rivale colombiano, il filo-castrista Gabriel Garcìa Màrquez, altro glorioso Premio Nobel dell’America Latina, con il quale si narra anche di scontri fisici con tanto di pugni e occhi neri.
È certamente un freddo analista dei vicoli scuri del potere ideologico, sia esso di “sinistra”, come quello (in “Il Paradiso altrove”) di Flora Tristàn, peruviana residente in Francia, pioniera della rivoluzione marxista e delle posizioni femministe), sia quello dell’evasione totale del pittore Paul Gauguin, nipote di Flora, che abbandona sdegnoso l’Europa in fiamme, in cerca del “paradiso” nelle isole del piacere, in mezzo al Pacifico.
Amico del potere, Mario Vargas Llosa. Non quello alla Trujllo. Certamente quello vicino agli interessi forti dell’economia mondiale e della comunicazione globale. Ma anche uno scrittore con il potere straordinario di avvolgere il lettore.
Quando un artista ti rapisce il cuore, non ricordi solo cosa hai letto di lui, ma anche dove l’hai letto.
Lavoravo in una comunità indigena nell’Amazzonia peruviana. Il tramonto era puntuale, come la consapevolezza che stava iniziando “lo spazio degli animali”, e che le persone dovevano rintanarsi nelle case e, meglio ancora, sotto le zanzariere.
Le famiglie estese si ricomponevano dopo la giornata di pesca e commercio, attorno al fuoco. Guardavo la mia stanzetta, all’interno del centro di salute comunitario. L’infermiera era una succulenta signorina di Lima, con una pettinatura anni ‘50, che appena aveva finito di provvedere all’ultimo bambino coi parassiti, tirava fuori dall’armadio l’amante dalla camicia.
Spesso in quell’ora una pigra malinconia mi stiracchiava il cuore: una delle tante “razze” della solitudine. Qual è la peggiore? La nostalgia di un Dio? La mancanza di uno sguardo innamorato? Per me, la fitta più lacerante, era l’assenza della letteratura. Che non ci fosse un trampolino da questa realtà alla fantasia, al viaggio, alla conoscenza. Solo alcuni libri mi concedevano di sprofondare in quell’apnea.
Saccheggiavo le librerie della capitale per portarmi nello zaino i volumi più pesanti in assoluto: che mi durassero tante, tante notti. E c’era “La guerra della fine del mondo”, di Mario Vargas Llosa. Oltre cinquecento pagine di rivolte antirepubblicane nel Brasile dell’ ‘800, da leggere sotto la zanzariera, con la pila puntata nel centro.
E nel mentre, le tarantole, lentamente, scalavano la parete destra della zanzariera: così, per fare un giretto. Ma non mi trovavo lì, ero a Canudos in Brasile, succube anch’io del messianesimo di Antonio Conselheiro. Poteva succedere qualsiasi cosa attorno a me: ero invulnerabile.
Qualche zanzara si era intrufolata da qualche inevitabile foro (anche le zanzariere sono umane), e mi frullava nelle orecchie, nelle narici. Non avendo altro con cui farla fuori, gli spiattellavo sopra “La guerra della fine del mondo”, in due-tre tempi, chiaro – dilatando la molle caduta della zanzariera – come il pallone quando fa gol, e favorendo l’entrata fulminea di altri insetti: i prossimi tormenti aspettavano golosamente sul cuscino.
Ho incrociato Vargas Llosa sul lungomare di Lima e nel teatro dell’Alliançe Française: in entrambi i casi gli ho detto “grazie per avermi salvato dalla solitudine di certe notti”. Entrambe le volte mi rispose: “è questo il potere della letteratura”.

di Azzurra Carpo
ex cooperante ProgettoMondo Mlal in Amazzonia-Perù per il progetto "Indigeni Shipibo"

venerdì 8 ottobre 2010

Quando la guerra non è solo un gioco

Bambini che vivono in strade senza spazi per giocare. Senza piazze, campi da calcio o giardini in cui correre. E il cui massimo svago è quello di lanciare i sassi contro i carri armati che entrano nel campo profughi in cui vivono. Sono quasi 4 mila i piccoli palestinesi che abitano nel campo Aida di Betlemme, in un contesto che ospita circa 6 mila abitanti.
Per loro la parola pace è difficile da figurare, abituati a soldati, spari, limitazioni continue alla loro libertà e per questo pieni di tanta energia repressa che non vedono l’ora di sfogare. Una possibilità, quella di scaricare lo stress e la voglia di “evasione”, che oggi viene in parte offerta loro dall’associazione Al Rowwad, una realtà nata nel campo circa 15 anni fa e che ora, grazie a un finanziamento europeo, sta mettendo in pratica nuove modalità di gioco per coinvolgere e andare incontro alle difficoltà di bambini, e non solo. Lo fa con un’officina per realizzare giochi con materiale di recupero, spazi in cui svolgere laboratori di teatro, ginnastica o arte e soprattutto tanta voglia di entrare in contatto con la cittadinanza, spesso anche adulta.
Tre in tutto gli operatori, costretti a volte a confrontarsi con gruppi di persino 500 bambini. Ma che lo fanno con un impegno e una tenacia che, con tutte le difficoltà del caso, li portano a dare il massimo dell’entusiasmo e della convinzione, per permettere ai piccoli di oggi di crescere qualche possibilità di “normalità” in più e in una realtà il più possibile adatta alla loro età.
Due degli operatori, Ramzi, 26enne laureato in psicologia e Maher di soli 21 anni, sono a Verona in questi giorni in occasione della manifestazione “Territori in gioco” che, tra l’8 e il 10 ottobre vedrà scendere nelle piazze della Valpolicella una trentina di associazioni impegnate a confrontarsi sui temi dell’intercultura e dell’ecologia tramite appunto il gioco, in particolare con la metodologia del Ludobus. Una realtà, quella del bus attrezzato, che è stata recentemente adottata anche per i bambini del campo profughi di Aida.
“Vogliamo che i bambini costretti a vivere nel campo non debbano affrontare da soli i traumi che noi stessi abbiamo vissuto da piccoli”, dicono gli operatori. “Alcuni hanno perso una gamba, altri hanno genitori morti o in prigione. Si avvicinano alle nostre attività con timore o con una rabbia repressa che li porta a distruggere i giochi che diamo loro. Ma con il tempo stanno capendo che quei giochi sono i loro giochi e che ognuno di loro ha la possibilità di giocare a fianco dell’altro”.
Ogni giorno gli operatori si spostano in parti diverse del campo. Fissano un cartello in strada per segnalare la loro presenza e renderla quindi chiusa al traffico, e propongono una serie di attività a bambini e ragazzi. “Le scuole sono spesso in sciopero e i bambini, come del resto gli adulti, si annoiano. A volte poi, con i militari in strada, non escono nemmeno per incontrarsi tra loro e in ogni caso le case sono l’una attaccata all’altra e gli spazi davvero limitati. Noi vogliamo fare in modo che questi bambini siano più tranquilli, che non siano abbandonati a loro stessi. Li attiriamo con giochi semplici realizzati con materiale povero e di scarto e poi, mano a mano, sono loro stessi a insegnare i giochi che proponiamo ai nuovi arrivati”.
Una realtà, quella del campo, difficile da immaginare per chi non c’è nato e non ci si confronta quotidianamente. E in grado persino di svuotare il significato di parole per noi quasi scontate come la pace o la capacità di sognare un futuro che non sia solo di rivendicazione e senso di giustizia.

Le autorità del Mozambico: quello con i detenuti è un ottimo lavoro

Un buon lavoro, da allargare nel resto del Paese. L’ambasciatore italiano in Mozambico, Carlo Lo Cascio, non ha dubbi sulla qualità del progetto che la nostra organizzazione sta realizzando nel paese africano per migliorare le condizioni di vita dei reclusi della Provincia di Nampula.
Dopo aver partecipato al recente seminario organizzato tra Maputo e Nampula a conclusione del nostro progetto appena concluso, “Diritti in carcere”, Lo Cascio ha infatti espresso il desiderio di essere accompagnato dalla nostra capoprogetto sul campo, Angela Magnino, durante una successiva visita a Nampula.
Oltre alla Facoltà di architettura dell’Università Lurio, all’ospedale di Marere, a un progetto con i disabili e a una comunità famiglia della zona, l’ambasciatore ha avuto modo di incontrare il governatore della provincia di Nampula, Felismino Tocola, e con lui addentrarsi nella penitenziaria in cui si svolge il nostro attuale progetto “Vita dentro”. Un progetto che lo stesso governatore ha elogiato e ha chiesto possa arrivare a coinvolgere la polizia penitenziaria e i tribunali, e che ha impressionato Lo Cascio, specie per il clima di collaborazione percepito all’interno della struttura. Da qui la promessa di inviare una lettera al Ministro della giustizia Maria Benvinda Levi per commentare favorevolmente la sua visita e invitarla a considerare l’ipotesi di riprodurla nell’intero Paese. Promessa mantenuta, visto che due soli giorni dopo (i primi di ottobre) lo stesso ministro ha inviato un messaggio di apprezzamento alla nostra capoprogetto, descrivendo il lavoro svolto nelle carceri di Nampula, come un buon esempio di cogestione delle attività educative e di reinserimento dei detenuti.
L’ambasciatore ha promesso di tornare a Nampula, possibilmente in occasione della venuta dello stesso Ministro della Giustizia, e – fa sapere Angela Magino – “ha confermato che noi possiamo continuare ad essere la sua antenna qui nel Paese”.

giovedì 7 ottobre 2010

La ricostruzione di Haiti in una video intervista

Bambini che non dormono o hanno difficoltà di concentrazione e nelle relazioni con i coetanei, che vivono in contesti familiari completamente distrutti e che richiedono anche il coinvolgimento di tutti per tornare a sollevarsi. Genitori che non hanno più un lavoro e impossibilitati a offrire condizioni di vita “normali” ai loro figli. Insegnanti che non sanno come affrontare le nuove condizioni psicologiche dei loro studenti, e vittime loro stessi delle conseguenze post terremoto.
Una situazione - quella descritta dal nostro capoprogetto ad Haiti Nicolas Derenne in una video intervista realizzata in occasione della presentazione alla cittadinanza di Aosta del progetto “Scuole per la rinascita” avviato a Lèogane dalla nostra organizzazione all’indomani di quel tragico 12 gennaio - che rende chiara la necessità di ricostruire un Pese da zero da tutti i punti di vista, al di là delle case, delle scuole, degli edifici e delle strade che non ci sono più.
Ecco allora che, in attesa che le nuove strutture scolastiche siano di nuovo in piedi, continua il lavoro costante con gli psicologi dell’equipe, decisi a far tornare la voglia di studiare, giocare e sorridere ai più piccoli, anche “istruendo” i loro insegnanti su come percorrere insieme un cammino di superamento del trauma. Perché, come ben spiega nel video il nostro Nicolas, la ricostruzione in atto possa essere davvero di qualità.
Teatro, danza, arte… una serie di laboratori che giorno dopo giorno lavorano sui singoli bambini o in relazione al gruppo e che si avvalgono di psicologi e formatori locali: punto di forza del nostro modo di operare nei paesi del Sud del mondo.

martedì 5 ottobre 2010

98 giovani pronti a partire. Al via le selezioni

98 domande per 20 posti disponibili! Il termine della presentazione delle candidature per svolgere un anno di servizio civile all’estero si è concluso. E le richieste, a quanto pare, non mancano. Molti i giovani pronti a partire per dare il loro contributo al sud del mondo tramite uno dei nostri progetti in Africa e America Latina, e due tra tutti i paesi più ambiti: Marocco e Argentina.
Oltre la metà delle candidature, circa 50, puntano infatti a queste due mete, dove i progetti sul campo riguardano l’edilizia popolare per le famiglie di Cordoba e Santa Fe e l’istruzione dei piccoli marocchini della regione di Tadla Azilal.
E tra i futuri caschi bianchi provenienti da tutta Italia, c’è anche chi, proprio in quei paesi, ci è nato, pur avendo ormai la cittadinanza italiana.
Per gli altri ad aspettarli ci sono invece la Bolivia, il Brasile, il Guatemala e il Nicaragua. Ma anche il Burkina Faso e il Mozambico.
Ora si tratta solo di procedere con le selezioni per individuare, tra tutti, i profili più adatti a offrire il proprio servizio nella solidarietà internazionale e conoscere da vicino il mondo della cooperazione allo sviluppo. Un lavoro che durerà fino a novembre.
Per i nuovi caschi bianchi individuati la partenza avverrà poi nel prossimo febbraio, dopo un apposito corso di formazione che li prepari ad affrontare al meglio la nuova avventura che li attende dall’altra parte del mondo.