mercoledì 16 marzo 2016

E' tempo di servizio

Il servizio è dedicazione, nascondimento e umiltà… l’amore è mettersi al servizio degli altri valorizzando il prossimo e non se stessi. Queste sono state le parole di Papa Francesco che con grande intensità ha trasmesso a migliaia di ragazzi sotto i 30 anni che, come me, sabato 12 marzo -il giorno di San Massimiliano di Tebessa, primo obiettore di coscienza che la storia ricordi- affollavano già alle 7 di mattina piazza San Pietro.
L’occasione è stata il “Nono Incontro Nazionale del Servizio Civile” al quale, grazie all’iniziativa della Focsiv, la Federazione nazionale che riunisce le Ong di ispirazione cristiana, ho partecipato anche io, operatore in servizio civile nell’Ong ProgettoMondo Mlal.
Lo spazio è conquistabile attraverso il tempo e, da Verona, ci sono volute 6 ore circa per arrivare a Roma con l’intercity notturno.
Papa Francesco, da principio leggendo, per poi continuare a braccio con grande empatia ed energia, ha parlato guardando direttamente in camera, aprendo parentesi nel suo discorso e creando un’emozione unica perché -lo si percepiva benissimo- non erano parole dette a caso. Lui ci crede e chiede anche a chi lo ascolta di crederci, se non in Dio almeno nell’esempio dato da Gesù nella lettura del vangelo di Giovanni che, inchinandosi fece la lavanda dei piedi a tutti i suoi appostoli, mettendosi al servizio loro pur essendo lui il Maestro e Messia.
Nel primo pomeriggio la nostra giornata dedicata al servizio civile, dopo l’attraversamento della Porta Santa nell’anno del Giubileo della Misericordia, si è spostata nella chiesa di San Gregorio VII dove sono state messe a nudo le esperienze di giovani in servizio civile sia in Italia che all’estero attraverso Skype. Interventi che riaccendevano lo spirito con cui si è scelto di fare il servizio, persone che hanno dedicato la loro vita nel mondo del sociale come Padre Giulio Albanese (Missionario Comboniano), Suor Michela Marchetti (Suore della Divina Volontà), e i saluti e i discorsi di rappresentanti di spicco come: il Presidente della Caritas Italia Cardinale Francesco Montenegro, Capo Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale Calogero Mauceri e del Rappresentante Volontari della Consulta Nazionale per il Servizio Civile Francesco Violi: tutto ripreso dal canale TV2000 con la conduzione di Nicola Ferrante.
Molte vite esemplari: da Papa Francesco agli ultimi citati che, conquistando consensi di molte persone, hanno speso tempo per gli altri conquistando spazio nei cuori di altrettante persone. E soltanto il tempo ci dirà attraverso questo pellegrinaggio di servizio e misericordia quanto ci manca per un mondo più umano e più giusto.

Sandro Castaldelli
Casco Bianco ProgettoMondo Mlal
Italia

martedì 8 marzo 2016

Alder: volontario piemontese in Perù, in mezzo ai migranti

Alder Berghino è partito lo scorso dicembre dal suo paesino piemontese, Palazzo Canavese, per vivere un'esperienza di volontariato e solidarietà internazionale tramite ProgettoMondo Mlal. Arrivato in Perù, si è spostato da Lima a Tacna, al confine con il Cile, dove è stata da poco aperta una casa di accoglienza per migranti voluta dalla diocesi di Tacna e Moquegua, SIMN (rete internazionale migratoria degli Scalabriniani), OIM (organizzazione internazio­nale delle migrazioni) e CEI (conferenza episcopale italiana). ProgettoMondo Mlal ha contribuito con un suo operatore a sostegno delle attività della casa.
Tacna è un importante snodo migratorio. Dagli anni ’60 risulta essere un centro di attrazione per i migranti peruviani grazie alla presenza di attività mi­nerarie e commerciali e alla vicinanza con la frontie­ra.
Oggi Tacna rappresenta un luogo sia di destina­zione sia di transito per la migrazione interna e in­ternazionale. Queste caratteristiche la rendono una zona soggetta a una forte presenza di organizzazioni criminali implicate nella tratta di persone e nel traf­fico illecito di migranti. Sono infatti centinaia i mi­granti catturati e sfruttati dalle bande organizzate, ad esempio nel contrabbando, molti dei quali sono profughi e sfollati colombiani, ecuadoriani, domini­cani e haitiani.
Proprio qui, lo scorso novembre, è stata inau­gurata la Casa d’accoglienza del Migrante “Santa Rosa di Lima” per ospitare almeno una ventina di persone, offrire assistenza alimentare, medica e psi­cologica e una formazione per il reinserimento so­ciale.
Alder è tornato in Italia appena in tempo per festeggiare il suo sessantottesimo compleanno.
Silvia Tizzi, casco bianco di ProgettoMondo Mlal in Perù, gli ha fatto qualche domanda. Le foto sono di Michele Sordo, volontario trentino in Perù per qualche settimana con Mlal Trentino Onlus.

Quale percorso ti ha portato a partire?
Nella vita ho viaggiato molto: nel sud-est asiatico per mio conto, in Mozambico per avviare un'esperienza di lavorazione della terra, in Kenya e in Tanzania per costruire piccoli pozzi, in Brasile, in Marcocco... Tutti gli anni fuggo da casa mia perchè d'inverno sono solo, siccome ho conosciuto qualcosa del mondo, prendo il coraggio di andare da qualche parte. Questa partenza è stata fulminea e fortuita, l'idea è venuta sfogliando un libro sulle Ong. Ho contattato ProgettoMondo Mlal, che mi ha presentato la proposta dei Padri Scalabriniani.
Com'è stata l'accoglienza nella casa di Tacna?
Padre Camillo mi ha riservato una buonissima accoglienza, come in una famiglia. È una bella casa, grande, moderna, appena ultimata. Ci sono diverse aree: la chiesa, il cortile, due ampie stanze per i migranti con diversi letti a castello, una cucina ben attrezzata, i bagni e le docce, l'ufficio. Al secondo piano altre stanze per i volontari e i Padri, lavanderia, sala e cucina.
Com'è organizzata la struttura e che funzioni svolgevi?
Aiutavo nelle attività della casa, principalmente con lavori manuali. Ho pulito completamente il tetto, ma senza affaticarmi, con ritmi di lavoro non pressanti. Quando sono arrivato c'erano ancora i muratori per le rifiniture, poi hanno iniziato ad arrivare i migranti. Li accoglievo con lenzuola e coperte nuove, mentre Idè e Padre Camillo se ne prendevano cura, ad esempio aiutandoli a recuperare i documenti. Attualmente le persone ospitate sono una quindicina, vengono mandate dalle parrocchie o dalla polizia, si fermano in media per una settimana, durante il soggiorno sono liberi di uscire ma devono rientrare per la notte, il clima è accogliente e flessibile. Sono andato anche ad Arica, dall'altra parte del confine cileno, per seguire i lavori di costruzione di un'altra casa per migranti.
Chi hai conosciuto?
Ho incontrato migranti peruviani, dominicani, ecuatoriani, venezuelani e boliviani. Mi ha colpito la storia di una donna vittima di tratta. Arrivava da Loreto, nella selva, dov'è stata catturata, trasportata a Tacna e costretta alla prostituzione. È riuscita a scappare e a rivolgersi alla polizia. Quando è arrivata era ancora spaventata, poi ha recuperato un po’ di serenità: nella casa le è stato offerto affetto e comprensione e incontrava regolarmente anche con una psicologa e un'assistente sociale.
Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
L’incontro con nuovi Paesi meraviglia sempre tantissimo, e automaticamente concentrato in quello che fai e vedi che non fai rapide riflessioni, analizzi a posteriori. Questa esperienza mi ha permesso di fare qualcosa e di non sprecare il mio tempo, nonostante le difficoltà come la lingua e il furto della carta di credito. E' una possibilità per sviluppare una crescita interiore, per rimettersi in gioco, per sentirti più sicuri di se stessi, attivi e utili.

venerdì 4 marzo 2016

Al Festival delle maschere

Il Festival internazionale di maschere del Burkina Faso (FESTIMA), che ogni due anni si tiene nella cittadina di Dedougou, quest'anno festeggiava la sua ventesima edizione e anche per me rappresentava senz’altro un’occasione da non perdere! Anche se è stata una grande sfacchinata, culminata in 1.200 kilometri di viaggio in pullman. Sì, perché pur trovandosi a soli 300 chilometri da Dano, in Burkina non sono molti gli itinerari coperti dal pullman. Così devi  arrivare fino in capitale, a Ouaga, e poi da lì farti altri 300 km fino a Dedougou. Risultato: 48 ore di viaggio di cui solo una dozzina utilizzate per godermi il festival. Ma ne è valsa la pena!
Festima è una biennale nata da un'idea dell'Associazione per la Salvaguardia della tradizione delle Maschere Africane (ASAMA) e in poco meno di una settimana attira migliaia di spettatori e figuranti provenienti da Senegal, Togo, Benin, Mali e Burkina Faso.
Ho avuto occasione di partecipare alla cerimonia di apertura, con tanto di parata degli ensemble, e mi sono ritrovata letteralmente immersa in un ambiente molto pittoresco in cui l'idea stessa che avevo di maschera (influenzata in particolare dalla tradizione veneziana) è stata smentita.
Qui le maschere sono completamente diverse rispetto a quelle a cui ero abituata. Niente porcellana, cere o merletti, ma personaggi in carne e ossa che, aiutandosi con due bastoni, ruotano su sè stessi o volteggiano come dervisci, mettendo in moto tutta la massa di frange di paglia di cui sono ricoperti.
Uno degli aspetti più curiosi delle sfilate nelle strade è la continua sfida tra una sorta di servizio d’ordine, costituito da ragazzi con la maglietta dello sponsor Airtel (la compagnia telefonica numero uno in Burkina) che agitavano bastoni di legno contro il pubblico che tentava di avvicinarsi alle maschere. Io stessa ho rischiato di prenderle seriamente almeno un paio di volte!
La kermesse si è poi spostata nello stadio comunale per una parte più istituzionale in cui intervengono le autorità locali e i giornalisti. Quindi, nel tardo pomeriggio, hanno fatto capolino le maschere in tessuto, dei curiosi ominidi di bianco vestiti che, secondo la tradizione africana, escono solo di notte. Le maschere hanno poi continuato a vagare per la cittadina fino a tarda ora, guidate soltanto dalla luce dei falò accessi dai cabaret.
L’idea di spettacolo che sottende l’intero Festival è molto diversa da ciò che ci aspetteremmo in Europa, dove le diverse compagnie di artisti si sarebbero alternate su un palco proponendo le proprie coreografie, cantate e ballate. In Africa lo show è invece considerato un momento di convivivialità in seno allo stesso gruppo di artisti. L'esibizione è cioè fine a se stessa e djembé, tamburi e balafon si fondono in una danza piuttosto improvvisata.
Le coreografie sembrano quasi prive di un filo logico–temporale, eppure non si può che rimanere incantati dalla sinuosità con cui i fisici inconfondibili africani si muovono a ritmo tribale. Tutto sembra essere regolato da entità intangibili.
È stata un'esperienza affascinante e mistica allo stesso tempo, un momento in cui mi sono sentita ancora una volta preda della calamita africana, fatta di tanta e autentica semplicità.
Certe sensazioni che puoi provare solo qui in Burkina ti coinvolgono al punto da privarti di qualsiasi sistema di difesa.

Elisa Chiara
Casco bianco ProgettoMondo Mlal

giovedì 11 febbraio 2016

Juanito e la mela: la creazione del marchio Vicuña Bolivia

William Stukeley racconta nel suo Memoirs of Sir Isaac Newton's Life, opera datata 1752, di aver ascoltato dallo stesso Newton la storia della celebre intuizione che lo scienziato ebbe in seguito all’osservazione delle mele che cadevano dagli alberi nel giardino della sua casa di Woolsthorpe Manor. Forse i più resteranno delusi dal fatto che molto probabilmente la celebre mela non sia realmente caduta sul capoccione dello scienziato come ci raccontavano a scuola, se non semplicemente al suolo. Certamente resta il fatto che da questa semplice osservazione, apparentemente del tutto scollegata dalle complesse elucubrazioni che ne seguirono, nacque l’idea che doveva esistere una connessione tra il modo con il quale cadono le mele mature e il movimento della Luna attorno la Terra, cosa che da li a poco avrebbe permesso di elaborare la teoria della gravitazione universale.
La storia è piena zeppa di episodi come questo. È certo che questi buffi e affascinanti meccanismi associativi avvengono molto spesso anche nella testa di persone molto più comuni, le quali magari non verranno mai menzionate nei libri di storia.
È il caso di Juan Quispe Tito, che qui tutti chiamano El Juanito, il coordinatore dell’associazione boliviana campesina AIQ che ho conosciuto in quest’ultima fase del progetto Qutapiquiña.
Juanito è un ometto simpatico, faccia rotonda e andatura claudicante. Perennemente collegato su Whatsup e altri social network, scherza sempre e mi prende affettuosamente in giro di continuo tanto che non riesco mai a capire quando stia parlando seriamente oppure quando mi stia prendendo per i fondelli.
Forse proprio per questo la vera storia di Qutapiquiña non la conoscerò mai visto che ogni volta che chiedo a Juan come è andata veramente cambia la versione in continuazione solo per il gusto di prendermi in giro.
Fra le tante storielle più o meno verosimili, quella che mi piace di più è sicuramente quella in cui il Juanito, guardando una vetrina di moda italiana, decide di chiedere aiuto proprio agli italiani per il suo progetto di trasformazione della fibra grezza di vigogna visto che quasi tutta questa preziosa fibra viene trasformata nel nostro paese; “in Italia si producono le cose più raffinate, per questo volevo lavorare con gli Italiani!”
Di vero posso raccontare solo quello che ho letto nelle e-mail che il Juanito mi ha lasciato leggere dalla sua mailbox. La prima e-mail, datata 23/03/2011, è di una semplicità sconcertante! Juan scrive a ProgettoMondo Mlal: “Sono un partecipante della scuola di leader finanziata dal Mlal e vorrei avere l’opportunità di parlare con la rappresentante dell'Ong perché vorrei mettere in piedi un progetto sulla gestione della vigogna”. Dopo il punto Juan non aggiunge niente, nemmeno i saluti.
Di li a poco Juanito avrebbe ricevuto una risposta da quegli Italiani che secondo lui ne sapevano così tanto di lavorazione della lana di vigogna, e a partire da questa piccola idea, dopo quasi quattro anni, si sarebbe giunti tutti insieme a trasformare la fibra grezza boliviana per la prima volta in capi d’abbigliamento di pregio.
Eccoci qui, questo il 14 gennaio 2016, ad assistere all’evento di presentazione del marchio Vicuña Bolivia Tesoro Andino, che più che la realizzazione di un sogno potremmo definirlo la realizzazione di un’intuizione formidabile, una mela di Newton caduta questa volta sull’altipiano boliviano.
L’evento si è svolto nel Patio Cultural del Ministerio de Culturas y Turismo, appositamente arricchito con installazioni di artisti visuali ed artigiani boliviani ed accompagnato da un ricco buffet fra le cui tante bevande e pietanze gourmet locali spiccava il vino Chaskañawi di Cotagaita, uno dei prodotti di un precedente progetto di Progettomondo Mlal.
Il progetto è stato il frutto dell’azione congiunta di tre associazioni, ProgettoMondo Mlal, la britannica Soluciones Practicas ed evidentemente AIQ.
I principali obbiettivi del progetto sono stati il potenziamento della gestione sostenibile delle risorse, la diffusione di buone pratiche di sfruttamento della fibra delle popolazioni selvatiche di vigogna, lo sviluppo di una filiera di trasformazione della fibra e il potenziamento degli attori e organizzazioni locali.
L’area di intervento è stata quella dell’ANMI-Apolobamba, un’area protetta in cui da anni si è molto lavorato sulla conservazione di questo piccolo camelide, in passato a rischio d’estinzione e che oggi per legge è iscritto nella seconda appendice della lista CITES.
Nel 2013 dalla Bolivia sono stati inviati 50Kg in Italia dove la ditta F.lli Piacenza di Pollone (Biella) ha accettato la sfida di trasformare e lavorare questo piccolo lotto. Dopo le fasi di lavaggio, degiarratura (fase che permette l’eliminazione della parte grezza del vello, le cosiddette “giarre”) e finissaggio, sono rimasti 36kg (resa pari al 72%); con la successiva fase di filatura si è riusciti ad ottenere 32Kg di filo di titolo 1/50 e 1/30. Alla fine della lavorazione si sono ottenuti 63 capi di pregio fra scialli, sciarpe, capispalla e maglioni da uomo e 19 kg di filo di titolo 2/30. Secondo la ditta piemontese che vanta 250 anni di attività in questo settore si ha avuto un alto rendimento pari al 64% del totale.
Il marchio Vicuña Bolivia intende infatti commercializzare due linee: la prima, più costosa, realizzata con l’esperienza tessile industriale italiana e destinata a un pubblico più esigente in quanto a qualità ed uniformità della lavorazione, e una linea prodotta artigianalmente in Bolivia per una clientela più attratta dalla tradizione tessile andina che dalle caratteristiche nobili della fibra di vigogna.
In entrambi i casi il marchio assicura non solo che i tessuti siano vigogna 100%, ma anche e soprattutto l’origine, la gestione sostenibile delle risorse, la lotta al bracconaggio delle vigogne e il coinvolgimento in una parte della produzione delle comunità locali.
Hanno scommesso su questo progetto l’Unione Europea e il CAF- Banco di sviluppo dell’America Latina, che sono stati i principali cofinanziatori.
Fra gli invitati hanno speso parole di congratulazione per il successo del progetto personalità illustri quali il Sign. Timoty Torlot, ambasciatore dell’UE in Bolivia, , il presidente del CAF Emilio Uquillas e il Sign. Placido Vigo, Ambasciatore d’Italia; le varie autorità locali hanno sottolineato il valore dei risultati conseguiti dal progetto in questi anni; fra esse c’erano sul palco d’onore i rappresentanti del DGB-AP, di ACOFIV-BOL ed infine, a concludere la serata, il giovane ministro di Cultura Marko Machicao, nostro anfitrione,  il quale invece ha insistito nel lodare la “essenza comunitaria” del progetto visto che ha coinvolto 1.180 famiglie delle comunità dell’area protetta di Apolobamba e si auspica che il progetto sia esteso anche ad altre aree del paese. A seguire una modella ha sfilato mostrando a tutti lo scialle prodotto in Italia.
Fra tutte queste autorità ovviamente non poteva mancare l’immancabile Juanito che con un PowerPoint ha spiegato il progetto a ben 200 persone fra invitati ed autorità. Io stesso l’ho aiutato a mettere su la presentazione che termina con un bel “la historia continua…” e conoscendo quella vecchia volpe del Juan, siamo tutti certi che la storia continuerà.

Stefano Russo
Servizio Civile La Paz 
ProgettoMondo Mlal Bolivia

Il Progetto Qutapiquiña: tre anni di sfide in poco più di tre giorni.



“Le case dei minatori, annerite anch'esse, davano direttamente sul
marciapiede e conservavano ancora l'intimità e le dimensioni delle case di
cento anni prima.(…) e macchia dopo macchia, di mattoni rossastri e crudi, si giungeva alle nuove colonie minerarie. Queste
stavano talvolta nelle cavità e talvolta si ergevano orribilmente brutte a
seguire la linea dei pendii. Nel mezzo stavano i resti laceri della vecchia
Inghilterra, dell'Inghilterra delle diligenze e delle graziose casette,
l'Inghilterra di Robin Hood, dove i minatori erravano con la tristezza di chi
sente soppresso in sé l'istinto alla caccia. Inghilterra, mia Inghilterra! Ma
qual è la mia Inghilterra?”

Mentre le nostre jeep arrancano lungo le strade sterrate dentro le comunità dell’Altopiano di Apolobamba, non posso fare a meno di riportare alla memoria le impressioni della Lady Chatterley di D. H. Lawrence mentre questa assiste sgomenta alla desolazione ambientale e umana che caratterizzano le campagne delle Midlands, devastate dalla attività mineraria e dalla sete di profitti della classe dirigente inglese durante gli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale.
Le similitudini con l’Inghilterra degli anni ’20  descritta da Lawrence sono notevoli: attraversando le comunità dell’ Area Naturale d’Apolobamba osservo le medesime squallide e spoglie pareti di mattoni rossi a vista delle nuove case dei minatori, le medesime strade grigie piene di gente immobile e spettrale, come in attesa di un treno che non passa sotto i medesimi cartelloni pubblicitari scoloriti e sgualciti di articoli occidentali simbolo di progresso e benessere distribuiti un po’ ovunque nei poveri caseggiati; uscendo da alcuni villaggi di minatori sembra di approdare in un paesaggio lunare, caratterizzato da crateri scavati nella terra e da montagne di detriti ammassati al lato della strada, opera dell’attività delle cooperative minerarie nascoste chissà dove fra i monti circostanti. Di queste ultime gru, ruspe ed altri macchinari abbandonati qua e là rappresentano per il visitatore l’unico segno vestigiale del loro passaggio.
Allontanandosi dagli abitati lungo le strade ciottolose che tagliano dritte come ferite l’altopiano, si riesce finalmente a dare un poco di sollievo alla vista: i segni di questa umanità da fine del mondo scompaiono, si attenuano e lasciano spazio al vuoto calmo della radura, all’armonia dell’orizzonte disegnato dalle montagne della Cordigliera di Apolobamba: ampi spazi pianeggianti popolati unicamente da greggi di lama e d’alpaca fra i quali se si aguzza bene la vista, si possono distinguere alcuni animali un poco più leggeri ed eleganti, più sottili: le vigogne.
La vigogna è la più piccola specie fra i camelidi sudamericani. Pesa fra i 35 e i 50 kg e misura fino ad 1 m al garrese. Il collo lunghissimo le permette di individuare i nemici a distanza mentre grazie al mantello color cannella sul dorso e bianco sul ventre riesce a mimetizzarsi fra le sterpaglie dell’altipiano. È un animale selvatico da cui attraverso i secoli è derivato per addomesticamento l’alpaca il quale riesce, grazie al suo fine vello e all’alta concentrazione di eritrociti nel suo sangue, a sopportare le condizioni di freddo e bassa pressione tipiche delle regioni della Puna altoandina.
È presente oltre i 3000m s.l.m., fra  la latitudini 9°30′S, in Perù fino alla latitudine 29°S fra Cile e Argentina, aree che coincidono con le regioni popolate da Aymara e Quechua .
Negli anni precedenti purtroppo il prezzo della loro lana ha rappresentato un pericolo per questi buffi camelidi che hanno quasi rischiato di estinguersi poiché vittima di bracconaggio indiscriminato. Dopo molti sforzi volti alla loro conservazione oggi è un animale fuori pericolo di estinzione e dal 1997 fanno parte dell’appendice 2 del CITES (Convention on International Trade of Endangered Species), e possono essere catturate a tosate per la loro fibra purché in maniera sostenibile e rispettosa del loro benessere.
Tutto il progetto Qutapiquiña è incentrato maggiormente proprio su questo buffo camelide e su tutto ciò che gli gira attorno come la tutela del suo habitat, lo sfruttamento sostenibile della sua preziosa fibra e il potenziamento delle capacità di gestione da parte delle popolazioni locali.
Quando ho iniziato la mia attività di volontario per ProgettoMondoMlal non avevo la minima idea oltre che sulla vigogna, di quanti e quali fattori un progetto di cooperazione arrivasse a considerare, di quali realtà e di quante variabili ci fossero da conoscere e quanti attori da coinvolgere ed armonizzare.
Per fortuna nella prima calda settimana di dicembre ho avuto per la prima volta l’opportunità di addentrarmi di persona dentro tutto questo universo che è la cooperazione allo sviluppo e di poter conoscere davvero il progetto nel suo insieme e nella sua complessità.
Sono salito sull’altipiano con Aurelio e Anna, i cooperanti della nostra ONG, che questa volta si vedono impegnati nel difficile compito di esporre ai referenti europei di cooperazione, Meritxell Gimenez Calvo, recentemente nominata Jefe de Cooperación Adjunta, e Emmanuel Hondrat, obbiettivi e risultati del progetto proprio nei luoghi dove si era intervenuti.
Con noi c’erano anche alcuni dei rappresentanti dei nostri partner di progetto, l’associazione boliviana locale AIQ, (Asociación Integral Villa San Antonio de Quitapiquiña) e la ONG britannica Soluciones Prácticas.
Il progetto Qutapiquiña è appoggiato in larga misura dall’Unione Europea che da anni finanzia progetti di cooperazione in Bolivia e nel resto del mondo; infatti gli obbiettivi di Qutapiquiña sono ampiamente complementari e ricalcano la filosofia d’intervento del progetto bilaterale Ue-Bolivia PACSBIO, Programa de Apoyo a la Conservación Sostenible de la Biodiversidad (Programma di Appoggio alla Conservazione Sostenibile della Biodiversità). Quest’ultimo si trova nella cornice del Programa de Apoyo al Sistema Nacional de Áreas Protegidas (Programma di Appoggio al Sistema Nazionale di Aree Protette) impegnato in 22 aree protette nazionali, inclusa l’ANMIN-Apolobamba, che ha lo scopo di preservare la biodiversità e migliorare le condizioni generali di vita delle popolazioni locali.
Qutapiquiña che col suo obbiettivo generale dichiara per l’appunto di voler aumentare il tenore di vita degli abitanti dell’area protetta attraverso un uso responsabile delle popolazioni di vigogne e di tutte le altre risorse naturali.
È interessante ricordare che l’UE ha stanziato solo per PACSBIO 18 milioni di euro, un notevole finanziamento che viene assegnato al Tesoro General de la Nación (TGN) dello stato boliviano in più aliquote anziché in un’unica tranche, le quali vengono elargite, man mano che i vari obbiettivi vengono raggiunti dal governo locale, nei vari settori di progetto secondo il metodo del APS, Apoyo Presupuestario Sectorial (Appoggio al Bilancio di Previsione Settoriale). L’APS per lo meno in Bolivia, è stato usato fino ad adesso in maniera molto fruttuosa dall’UE in vari ambiti, come nella lotta contro la povertà  attraverso generazione di opportunità economiche per micro e medie imprese, nell’appoggio alla strategia boliviana nella lotta al narcotraffico e nello sfruttamento sostenibile delle risorse; solo nel periodo 2007-2013 infatti la cooperazione bilaterale europea in Bolivia ha previsto 249 milioni di euro.
Tornando al progetto gli obbiettivi previsti sono quattro e sono distribuiti fra i vari attori che partecipano alla loro realizzazione.
Il risultato numero uno è affidato a Soluciones Prácticas con la collaborazione di AIQ ( Asociación Integral Villa San Antonio de Qutap`iqiña) e prevede il potenziamento della gestione sostenibile delle risorse naturali (suolo ed acqua) a favore delle popolazioni di vigogne e altri camelidi da parte delle comunità locali che le gestiscono.
L’habitat più importante per la vigogna è infatti costituito dai bofedales o vegas, praterie umide che rappresentano da sole la prima fonte foraggera di questo camelide e degli altri camelidi domestici, sebbene rappresentino solo il 5,4% di tutta l’Area Protetta.
Julieta Vargas di  Soluciones Prácticas ci porta davanti ad uno degli invasi artificiali che qui chiamano qutañas costruito, nell’ambito del progetto, nella parte alta del comune di Pelechuco per trattenere le acque superficiali; esordisce parlandoci  proprio dei bofedales che senza accorgercene stiamo calpestando: questi appaiono come una distesa di morbidi cuscinetti verdi che Julieta ci racconta essere derivati dall’affioramenti di falde freatiche e da depressioni più o meno pianeggianti del terreno dove le acque confluiscono. Queste praterie umide sono inoltre caratterizzate da un sistema di drenaggio sia superficiale sia profondo dell’acqua che così non ristagna, ma anzi, secondo le ricerche considerate da Soluciones Prácticas, addirittura verrebbe purificata.
Il suolo di natura torbosa fa da base ad una massa fibrosa di radici, talli e foglie di piante semi-acquatiche, vive o in distinto stato di decomposizione, frammiste a fango e sabbia. Un ecosistema assai complesso e prezioso quindi che avrebbe un ruolo importante anche nel trattenere molta della CO2 atmosferica.
Per proteggere questo ambiente sono stati identificati otto bofedales da tutelare sui quali sono stati effettuate ricerche biochimiche e geologiche sullo stato delle acque e delle falde profonde e superficiali con l’appoggio della ONG americana WCS; sono stati previsti dei cercos, ossia recinzioni atte a proteggere fazzoletti di bofedales dagli alpaca eccessivamente numerosi per i pascoli dell’altipiano. Oltre alle qutañas, sono stati costruiti dei canali per permettere l’infiltrazione delle acque nel terreno detti zanjas, che appunto permettono all’acqua di trattenersi e nutrire i bofedales invece di scorrere via a valle rapidamente.
L’obbiettivo più importante di questo primo risultato è forse però quello di aver  contribuito all’utilizzo di un sistema satellitare, il SIG-ANMINA-M capace di distinguere le varie tipologie di ambienti biotici ed abiotici, acque dolci, ghiacciai, bofedales etc. o persino la presenza di miniere illegali tramite la rivelazione dello spostamento di terreno; se da un lato il SIG è stato consegnato nelle mani del SERNAP (Servizio Nacionale Aree Protette) al fine di controllare lo stato del territorio dell’area protetta di Apolobamba, dall’altro si è riusciti a formare molto a fatica quattro guardaparco attraverso laboratori specifici volti all’apprendimento dell’utilizzo del software ArcGIS che raccoglie tutti i dati GPS, generando di conseguenza un database sempre aggiornato sullo stato del territorio.
Julieta ci spiega come in questi ultimi anni i bofedales stiano in molti casi espandendosi a causa del maggior apporto di acqua dovuto allo scioglimento dei ghiacciai causato dal cambiamento climatico che qui, a oltre 4000 m s.l.m. , è forse più evidente che altrove.
Altro problema legato invece alla biodiversità e allo stato di salute delle praterie umide sono i prodotti chimici derivati dall’estrazione dell’oro che qui viene compiuta dalle cooperative minerarie o da piccoli privati, spesso senza norme di smaltimento delle acque reflue che inevitabilmente finiscono per contaminare le falde acquifere e di conseguenza i bofedales che da esse dipendono. Infatti l’attività estrattiva dell’oro prevede, tra le altre cose, l’utilizzo di mercurio, il quale accumulandosi nel terreno sta letteralmente provocando la distruzione del delicato habitat dei bofedales.
Sembra inverosimile, una stonatura clamorosa, il fatto che in una riserva naturale sia lecita l’estrazione mineraria e soprattutto in una maniera così incontrollata. Ancor di più se si pensa al fatto che quest’area protetta nasce nel1972, mediante il Decreto Supremo (D.S.) N° 10070, proprio con l’obbiettivo di proteggere la vigogna e di conseguenza preservare l’ambiente delle terre alto andine che rappresentano l‘habitat naturale di questo camelide.
L’inghippo c’è e non è certo velato visto che si trova nel nome stesso dell’area protetta, ANMIN-A (Área Natural de Manejo Integrado Nacional Apolobamba), e soprattutto nell’espressione “Manejo Integrado” (gestione integrata).
Infatti lo stesso decreto di creazione dell’ANMIN-A  prevede la possibilità di sfruttamento delle risorse naturali in accordo con l’articolo 64 de la Ley de Medio Ambiente Nº 1333 e gli articoli 28, 31, 32 e 38 del Reglamento General de Áreas Protegidas. Come se non bastasse l’articolo 89 del Código de Minería ammette, pur con  alcune restrizioni per lo meno formali in materia di sostenibilità ambientale, la possibilità di estrarre minerali dal sottosuolo delle aree protette nazionali boliviane.
Per tutti coloro che invece conoscono meglio le vicende ultime di questo paese andino tutto questo assunto non deve suonare poi così strano viste le ultime dichiarazioni del governo boliviano, ossia di voler  consentire, nonostante l’obbiezione di varie associazioni ambientaliste e ONG, l’esplorazione e lo sfruttamento di nuovi pozzi petroliferi e di gas naturale che rappresentano l’asse portante del paese, la cui economia continua a basarsi sull’estrazione e sull’esportazione di materie prime.
Ma torniamo alle impressioni della nostra Connie Chatterley: come nel caso della sua Inghilterra anche qui ad Apolobamba l’estrazione mineraria ha connotato da sempre il paesaggio e le attività umane anche se oggigiorno non è più solo quella del mulo, piccone e setaccio ma della ruspa e dell’escavatrice.
Ce lo conferma il naturalista francese Alcide Dessalines d'Orbigny (1826-1878) nel suo saggio Descripción geográfica, histórica y estadística de Bolivia, dove riferendosi al territorio di Pelechuco, uno dei centri più importanti dell’altipiano, racconta: “Ella es una de esas numerosas colonias cuya fundación, tanto entre los Incas como entre los conquistadores, solo pudo ser determinada por la sed insaciable del oro” (È una di quelle numerose colonie la cui fondazione, tra gli Inca come tra i conquistadores, solo poté essere dovuta alla sete incontentabile di oro).
Ancora oggi la ricerca dell’ora è la principale fonte di reddito di molti fra gli abitanti di questa regione, ed ancora oggi è motivo di miseria per le popolazioni locali, benché il suo noto valore lasci pensare il contrario.
Nel rifugio costruito dal progetto si preparano i proiettori per spiegare con video e PowerPoint ai due referenti europei gli altri risultati del progetto.
Juan Quispe Tito di AIQ spiega i risultati raggiunti nell’obbiettivo 2 del progetto, ossia conseguire un migliore sfruttamento della fibra di vigogna. Ci spiega che il primo passo per raggiungere questo obbiettivo fu quello di approvare nel marzo 2013 un manuale di buone pratiche per gestire le vigogne durante la cattura, immobilizzazione, tosatura e liberazione, attività che altrimenti possono causare un forte stress all’animale con conseguente possibile immunosoppressione che col tempo aumenterebbe l’esposizione ad alcune patologie (v. appunti tesi). Successivamente dopo aver abilitato alcuni guardaparco e vigilantes comunales si è organizzato nel 2013 con il metodo del transetto lineare un censo con lo scopo di aggiornare quello effettuato dallo stato nel 2009, da cui è derivato che nell’ANMI-Apolobamba ci sono circa 12.000 vigogne con un’oscillazione dell’andamento della popolazione di circa 1.500 individui durante l’anno.
Anche se con molto fatica, a causa delle resistenze dei locali verso questo metodo, è stata poi introdotta la tosatura meccanica che permette di ridurre drasticamente il tempo in cui si maneggiano gli animali e quindi lo stress. Per abilitare i comunarios alla tosatura meccanica,  che all’iniziano temevano per una strana credenza essere causa di alopecia nelle vigogne, sono stati chiamati dei formatori dal vicino Perù dove l’industria della lana è molto sviluppata, e per esercitarsi sono state utilizzati alpaca domestici.
Sono stati realizzati dei monitoraggi ematologici e parassitologici su vigogne ed alpaca per accertarsi della situazione delle greggi mentre, per agevolare la cattura, sono state comprate reti per costruire le così dette Mangas, ossia recinzioni a forma d’imbuto dove le vigogne vengono radunate prima di essere immobilizzate e tosate; così si è arrivati nel novembre 2015 a tosare il 45% dell’attuale popolazione. La lana di vigogna ha un prezzo altissimo, fino a 430$ al kg. Il grande successo del progetto è stato anche quello di appoggiare AIQ nel compiere i requisiti del CITES di rispetto del benessere dell’animale durante la cattura/tosatura necessario per ottenere un codice di tracciabilità presso il SENASAG (Servicio Nacional de Sanidad Agropecuaria e Inocuidad Alimentaria), l’autorità sanitaria nazionale, necessario per l’esportazione verso l’Europa, ed in particolare verso l’Italia che è la maggiore trasformatrice di fibre di vigogna.
Si è inoltre conseguito l’obbiettivo di creare e registrare il marchio Vicuña Bolivia, che resterà nelle mani dell’associazione AIQ. Verso la metà del gennaio 2015, proprio in vista del lancio dei nuovi capi prodotti in Italia per la prima volta in fibra di vigogna boliviana, si è tenuta a La Paz, in presenza dei ministeri boliviani interessati e di altre autorità nazionali e internazionali, la presentazione del marchio Vicuña Bolivia e del progetto in generale, per spiegare il lungo percorso che ha portato in questi anni a raggiungere questi obbiettivi.
La vigogna non è ovviamente l’unico destinatario del progetto e il risultato 4 ce lo ricorda; a beneficiare del progetto ci sono ovviamente le famiglie indigene originarie che vivono anche degli introiti derivanti dalla fibra raccolta e che gestiscono il territorio dei 3 Municipios dove la vigogna vive e si riproduce.
Verso questi soggetti sono stati organizzati laboratori per confrontarsi sulla gestione dei rifiuti domestici (visto che manca un sistema di smaltimento), delle acque fognarie, su come preservare le praterie native per i propri animali domestici; A Pelechuco è stata scritta una Charta Organica del municipio e uno statuto volto a proteggere bambini ed adolescenti dal maltrattamento; ottimi risultati sono stati raggiunti a Curva, uno dei luoghi simbolo dell’antica cultura Kallawaya, dove si è avanzati insieme alla municipalità lungo il difficile cammino verso lo stato di autonomia indigena del municipio, che conferirebbe il riconoscimento ufficiale da parte del governo della specificità culturale e territoriale.
I referenti dell’unione sembrano soddisfatti degli obiettivi raggiunti, è questo rende orgogliosi tutti gli attori di questo progetto durato più di tre anni che per buona parte hanno ricevuto i finanziamenti comunitari.
Per me è stato davvero un privilegio assistere all’audit del progetto perché mi ha permesso di avere un riassunto di tutti i successi e le difficoltà che tante persone hanno affrontato in questi anni; mi ha permesso di avere un quadro più definito non solo di come si svolge ed evolve un progetto di cooperazione ma anche della situazione Bolivia e di capire qualcosa in più della sua gente.
Stefano Russo
Servizio Civile La Paz
ProgettoMondo Mlal Bolivia


mercoledì 3 febbraio 2016

Gli occhiali delle tessitrici

Il centro storico di La Paz è ripidissimo e necessariamente lo si percorre lentamente, lasciandosi alle spalle la strada più larga e lunga della città, “El Prado”.
A sud-est, molto più in alto rispetto al resto della città, sorge il quartiere di San Isidro. Ed è proprio in questo quartiere, per la precisione in Calle Juan Domingo Perón, che ha sede il gruppo produttivo Yanapasipxañani che, in lingua Aymara, significa “Andremo avanti, unite”.
Da trent’anni a questa parte le tessitrici, 13 donne che attualmente compongono questo gruppo, si riuniscono una volta alla settimana per realizzare prodotti al telaio con la fibra di Alpaca.
A dicembre si è concluso un anno di sforzi, che ha assicurato una visita oculistica gratuita a tutte le artigiane.
Il processo di realizzazione dei capi in fibra di Alpaca consiste in una serie di fasi delicatissime e di straordinaria bellezza, dalla districatura della fibra del camelide in un apposito strumento di legno a manovella, la cardadora, passando per la tintura della fibra e la creazione dell’ordito, fino alla lavorazione vera e propria al telaio a quattro pedali, durante la quale la sciarpa lentamente prende forma tra le mani consumate e piene di esperienza delle artigiane.
Una volta terminato il processo di lavorazione, dopo essere stati attentamente revisionati in un controllo di qualità che spetta a rotazione a ciascuna delle donne del gruppo, i capi verranno catalogati e registrati.
L’auto-sufficienza implica auto-organizzazione, e questo le tessitrici di Yanapasipxañani lo sanno bene come dimostra un cartellone affisso al muro che riporta i nomi delle donne che, per quella settimana, si occuperanno di gestire il controllo qualità, i canti di gruppo e la pulizia del laboratorio (taller).
Terminato il lavoro, i capi verranno portati, da questa piccola sala luminosa dal panorama mozzafiato, al negozio dell’associazione ComArt Tukuypaj, costituita 18 anni fa con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle artigiane e degli artigiani attraverso la commercializzazione dei loro prodotti garantendo, contemporaneamente, al consumatore la trasparenza del processo produttivo e la qualità delle materie prime.
ComArt riunisce, infatti, altri 33 gruppi di produttori provenienti da differenti zone della Bolivia che, come Yanapasipxañani, realizzano i loro prodotti con tecniche tradizionali e materiali naturali.  Proprio questo minimo comune denominatore unisce all’interno dell’associazione gruppi talvolta appartenenti a culture differenti della Bolivia (tra cui Aymara, Quechua, Mollo, Guaranies e altre) rendendo questo contorto meccanismo, chiamato mercato, quanto più sostenibile e sano possibile per tutti.
Quando in Europa si entra in peno inverno,  in Bolivia comincia l’estate, e con essa si interrompono - soltanto per un po’ - gran parte delle attività.
Proprio come per gli studenti boliviani quelli di dicembre sono stati gli ultimi giorni di scuola prima delle loro graduaciones, anche per i gruppi produttivi di ComArt si è concluso un anno di dedizione e di sforzi.
Nel pomeriggio del 7 dicembre, in Calle Juan Domingo Perón, c’ero anche io a festeggiare con le donne di Yanapasipxañani la fine delle attività del 2015 e dunque la conclusione del micro-progetto “Desarrollo de nuevos productos y mejoramento de la calidad”, un’iniziativa sostenuta dal più ampio programma di cooperazione “Hilando Culturas” avviato nel 2013 da ProgettoMondo Mlal e l’organizzazione non governativa inglese Soluciones Practicas, al fianco delle realtà locali quali la Red OEPAIC (Organizaciones Economicas de Productores Artesanos con Identidad Cultural) e l’Associazione Ecologica Tecnologia y Cultura en los Andes, e grazie al cofinanziamento dell’Unione Europea.
Rispetto agli obiettivi su cui era stato scritto il Progetto “Hilando Culturas”, e dunque il miglioramento e aumento delle capacità di produzione e commercializzazione degli artigiani e la parallela valorizzazione dell’identità culturale quale elemento fondamentale per un processo di sviluppo sostenibile delle comunità, la strategia adottata dal gruppo Yanapasipxañani è risultata più che vincente! Grazie ai fondi destinati a realizzare questo micro-progetto, è stato possibile assicurare una visita oculistica gratuita a tutte le artigiane  Yanapasipxañani e quindi acquistare per ciascuna due paia di occhiali da vista (uno per la presbiopia e uno per la miopia). Un’iniziativa che rientra nell’ambito della sicurezza sul lavoro e che, se si considerano i rischi che corrono queste donne non più giovanissime che usano quotidianamente strumenti dalle dimensioni anche piccolissime, risulta preziosissima.
A rendere questo momento davvero speciale, ma soprattutto a dimostrare ancora una volta l’energia e la grinta delle tessitrici di Yanapasipxañani, è stata la consegna dei diplomi di post-alfabetizzazione.
Ciascuna delle tessitrici ha infatti anche portato a termine, con una diligenza e una forza di volontà che farebbero invidia a chiunque, un corso di sei mesi grazie al quale ha ottenuto il diploma del sesto anno di scuola primaria (la nostra quinta elementare), pur lavorando contemporaneamente al taller produttivo e crescendo i figli in una società fin troppo machista.
Nel panorama boliviano e, più in generale andino, in cui l’arte tessile è ormai pesantemente condizionata da una graduale perdita dei saperi tradizionali e spesso anche dalla mancata collaborazione tra le piccole realtà produttive e i canali di commercializzazione, le tessitrici di Yanapasipxañani rappresentano dunque l’esempio più bello di chi con energia, grinta e semplicità lotta quotidianamente per un’alternativa alla crisi economica, e senza per questo rinunciare alla forte identità culturale che caratterizza questo Paese situato a metà della spina dorsale del Sud America, all’altezza degli organi vitali.

Alessandra Guadagno
Servizio Civile a La Paz, Bolivia

martedì 26 gennaio 2016

EL PERÚ EN MI CORAZÓN

Quest’estate, insieme al mio amico e collega Marco, ho vissuto un’indimenticabile esperienza di volontariato a Cajamarca in Perù, con il Manthoc, ovvero con un gruppo del Movimento di bambini e adolescenti lavoratori.
Il primo contatto con il Manthoc era avvenuto quasi per caso, partecipando a una serata di presentazione del progetto “Il Mestiere di crescere” promosso da ProgettoMondo Mlal. In quell’occasione, in veste di delegati nazionali Manthoc, due ragazzi peruviani, Christian e Nicole, ci hanno spiegato e raccontato la storia del Movimento e la loro esperienza quotidiana di bambini e di adolescenti lavoratori (NNATs).
Fin da subito il progetto mi aveva colpito e incuriosito e, con il passare del tempo, è cresciuta in me la volontà di saperne di più e di potere conoscere dal vivo questa realtà e il suo funzionamento. Ho condiviso la mia curiosità con Marco e, insieme, abbiamo fatto richiesta a ProgettoMondo Mlal di potere vivere un’esperienza di volontariato. Fortunatamente ci è stata data l’opportunità di partire per due mesi, destinazione Manthoc, a Cajamarca, Perù!
Arrivati a Lima siamo stati calorosamente accolti da Mario Mancini, rappresentante Paese e ora presidente di ProgettoMondo Mlal, e da Olga, una delle operatricei che affianca il Manthoc nella capitale peruviana.
Abbiamo così potuto visitare la Casa di Yerbateros, zona della periferia urbana molto povera ai piedi di un “sierro”, dove abbiamo passato una splendida giornata con i ragazzi che frequentano il Centro.
Dopo tre giorni trascorsi a Lima, e un viaggio di circa 15 ore in autobus, siamo arrivati a Cajamarca, una città andina a 2.700 mt d’altezza.
Il Manthoc di Cajamarca è particolarmente attivo sul territorio perché gestisce una scuola primaria che accoglie i bambini appartenenti alle fasce più povere della società, un ostello i cui proventi vanno ad integrare le casse del progetto e coordina gruppi di NNATs sul territorio che si incontrano settimanalmente dove, oltre a giocare e divertirsi, si confrontano sulle problematiche “della strada” a cui vanno incontro e insieme si cerca di comprenderle ed elaborare delle strategie di azione.
A Cajamarca, siamo stati accolti da Celi e Cecilia, due operatrici del progetto, che ci hanno accompagnati all’Hostaje (Ostello) gestito dal Manthoc dove ci aspettava una ricca colazione di benvenuto...
È così che ha avuto inizio la nostra indimenticabile esperienza di volontariato! In particolare abbiamo lavorato nella scuola, io con il compito di gestire un corso integrativo di matematica per i ragazzi della classe sesta e Marco con il compito di seguire un programma di monitoraggio e di prevenzione della malnutrizione. Inoltre abbiamo collaborato ad allestire una ludoteca dove i bambini possono passare momenti di svago e di gioco.
La scuola sorge in periferia della città ed è gestita con grande passione dal direttore tutto-fare Alex e dai professori che, con grande dedizione ed entusiasmo, offrono ai circa 120 allievi un’educazione non solo scolastica, ma di vita. Infatti, alle lezioni tradizionali di matematica, castigliano, storia e scienze, la scuola propone quattro laboratori ai quali i ragazzi sono tenuti a partecipare: pasticceria, falegnameria, orto biologico e allevamento di cuyes (porcellini d’India).
Inoltre offre un grande sostegno alle famiglie dei ragazzi, in quanto non prevede il pagamento di una retta annuale, ma l’unica richiesta è una partecipazione attiva e costante delle mamme nell’occuparsi della preparazione dei pasti (colazione e pranzo) e della pulizia settimanale della scuola.
Questa presenza quotidiana delle famiglie è stata per noi un’ulteriore occasione di conoscenza e scambio con la popolazione peruviana adulta.
Nella scuola del Manthoc tutti si occupano di tutto senza distinzioni di ruoli, quindi non ci ha stupiti vedere il direttore insieme ai ragazzi pulire la scuola al ritorno dalle vacanze, in occasione della Fiesta Patria (Festa dell’Indipendenza), o vedere i professori occuparsi dell’orto o dell’allevamento dei cuyes.
Nella mia esperienza con il Manthoc sono rimasta particolarmente colpita dalla dedizione degli operatori adulti che, ricoprendo ruoli differenti, lavorano a stretto contatto con i ragazzi al fine di sostenerne il protagonismo e la partecipazione diretta alla società in cui vivono.
Ricordo con il calore nel cuore la gita fatta con i ragazzi in occasione del 29esimo anniversario del MANTHOC di Cajamarca.
Il viaggio in autobus tra canti, risate e tanta allegria, l’arroz chaufa (piatto a base di riso) che Celi aveva cucinato alle 6 del mattino per 150 persone e che poi abbiamo condiviso a pranzo, il torneo di calcio e pallavolo che ha visto coinvolti grandi e piccoli, i visi stanchi ma felici a fine giornata …
Nel raccontare il Perù provo sempre una certa difficoltà, in quanto riaffiorano mille pensieri, ricordi ed emozioni non sempre facili da tradurre e da far arrivare al cuore delle persone che non hanno avuto occasione di vivere questa splendida esperienza.
Del Perù mi porto a casa il calore materno che solo i paesi dell’America Latina sanno offrire, i sorrisi dei ragazzini, la loro curiosità, le loro domande, la luce nei loro occhi e il loro senso di responsabilità nei confronti della vita.
E come dimenticare i gesti semplici e familiari che ho potuto vivere, come la preparazione della pizza con i professori della scuola in occasione della mia festa d’addio, il tour per Cajamarca con gli allievi delle classi quinta e sesta che mi spiegavano la storia della città e dei monumenti principali, il tiramisù cucinato con i ragazzi e condiviso nell’intervallo con tutti i bambini della scuola, i profumi del mercato sotto casa, il cielo e i suoi colori e gli splendidi paesaggi che solo la Cordigliera delle Ande sa offrire.

Cristina Porello 
volontaria di Alba