giovedì 16 ottobre 2014

Giornata mondiale dell'alimentazione

Grazie al programma “Mamma!”, in appena 3 anni, ProgettoMondo è riuscito a dimezzare il tasso di malnutrizione del Burkina Faso (38%). Un risultato rilevante che, con particolare orgoglio, possiamo dire di avere condiviso, prima ancora che con medici e multinazionali dell’Aiuto, direttamente con le mamme, villaggio per villaggio, casa per casa.
ProgettoMondo Mlal dedica perciò questa giornata alle mamme, nutrici per eccellenza. Contrariamente a quanto si dice, infatti, prima ancora che essere “ciò che mangiamo”, noi siamo in realtà “ciò che mangiavano le nostre mamme” quando ancora ci avevano in grembo e poi, ancora, siamo “ciò che le nostre mamme hanno potuto darci” da mangiare fino all’età di 5 anni.
Perché essenzialmente la nostra alimentazione si gioca tutta in questi primi anni di vita. Dei 18 mila bambini che, sotto i 5 anni, muoiono ogni giorno nel mondo, quasi la metà perde la vita per cause legate alla malnutrizione, e 30 milioni dei bambini che nascono ogni anno hanno una crescita già compromessa a causa della malnutrizione delle loro mamme.
Il primissimo bisogno umano è infatti alimentarsi. Prima ancora di venire alla luce, aprire gli occhi, respirare, e toccare, il bambino cresce con e grazie al nutrimento materno. L’alimentazione è il vero e proprio primo scambio mamma-bambino e, come sanno bene tutte le mamme, proprio su questo scambio si costruiranno gran parte di intimità e condivisione di un lungo futuro legame.
Ecco, la campagna “Io non mangio da solo” 2014 vuole coinvolgerci tutte e tutti nella lotta alla malnutrizione materno-infantile, a cominciare da lì dove possiamo davvero incidere e mettere in moto un concreto cambiamento.

Partecipando tutti al progetto “Mamma!” possiamo garantire subito una pappa ipernutriente a 60 mila bambini e seguire e curare 600 mila casi di malnutrizione di mamme e bambini.
Seguici sul gruppo di Facebook "Io non mangio da solo", sul blog della campagna e condividi con i tuoi amici. Puoi aiutarci anche con una piccola donazione.

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lunedì 13 ottobre 2014

Bolivia, arte tessile in mostra

Gli artigiani sono venuti da tutta la Bolivia, non solo con i loro prodotti tessili tipici, ma anche con i loro vestiti, cappelli e sandali, diversi per ciascuna comunità. C’erano telai orizzontali e verticali, telai alla cintura e a pedali, nonché donne e uomini che filavano la lana. Una fantasia di colori incredibile.
A fine settembre, come ProgettoMondo Mlal, in collaborazione con l’Asociación Villa San Antonio de Qutapiqiña (AIQ), già nostro partner locale nel Progetto “Qutapiqiña”, abbiamo partecipato con il nuovo Progetto “Tessendo Culture” al 5° Incontro di Arte Tessile Indigena Originaria – “Tessendo l’anima dei popoli” – promosso dal Ministerio de Culturas y Turismo e organizzato dalla Fiera a La Inversa.
Personalmente, come Casco Bianco ProgettoMondo Mlal, nei primi due giorni ho aiutato l’Aiq nella vendita dei prodotti artigianali (sciarpe, guanti e cappelli di alpaca, nonché lana grezza e lana filata) e cercavo di dare risposte alle tante domande che la gente ci poneva sull’Associazione.
Accanto al nostro stand c’era un gruppo del Beni (Amazzonia) che realizzava prodotti con fibre vegetali: archi, frecce, cappelli, porta oggetti, ciotole, prodotti di ogni tipo.
E se l’artigiana dell’Aiq spiegava loro come i fili di alpaca potessero avere diverse dimensioni, loro spiegavano a noi come anche i fili delle piante potessero essere gli uni diversi dagli altri. Sempre la stessa artigiana ogni tanto prendeva una sciarpa e la sbatteva energicamente sugli altri capi. Io, stupita, gli ho chiesto il motivo: “è per scacciare la sfortuna”, mi risponde, in altre parole, per vendere molto.
Sull’altro lato, invece, c’era un altro stand di Apolobamba, le Bartolina Sisa di Pelechuco. Qui, oltre ai prodotti tessili, avevano collane, braccialetti e penne decorate.
Mi aiutavano traducendo dall’aymara e si mettevano in posa per farsi fotografare, contentissime di mostrare ai passanti le loro creazioni. I bambini seguono dovunque i loro genitori perché qui non esistono i nonni a cui lasciarli (lavorano anche loro!) o gli asili. Eppure si comportano bene, eccezion fatta quando le matasse di lana di alpaca finivano… nella minestra.
Per non lasciare lo stand incustodito, al momento del pranzo le “hermanitas” facevano a turno, e per la prima volta le ho osservate nella preghiera mentre, sedute in terra (sopra il suo awayo), prima di mangiare, fanno un ringraziamento alla Pachamama (la Madre Terra).
Nel frattempo l’artigiano del Beni finiva di costruire un flauto e provava a suonarlo, così durante il pranzo potevamo ascoltare una musica migliore di quella proposta dal Comune.

Eleonora Falchetti
Casco Bianco in Bolivia
Progetto Qutapiqiña

venerdì 10 ottobre 2014

Elezioni in Mozambico: il ritorno di Dhlakama

Mozambico è alla vigilia del voto: il 15 ottobre gli elettori sceglieranno Presidente e membri del nuovo Parlamento.
La vera novità di questo appuntamento elettorale è rappresentata dalla ridiscesa in campo di Afonso Dhlakama, leader della Resistenza Nazionale Mozambicana (Renamo), da due anni esiliatosi nella Provincia di Sofala da dove comunque ha continuato a impartire ordini ai suoi per tenere sotto pressione il governo, colpevole, a suo dire, di non rispettare l’Accordo di Pace firmato nel 1992.
Uscito allo scoperto circa due mesi fa, Afonso Dhlakama è riapparso a Maputo per siglare la tregua tra gli ex guerriglieri della Renamo e forze governative del Fronte di Liberazione Nazionale del Mozambico (Frelimo). L’intesa, che dovrebbe simboleggiare la fine della crisi politica e militare del Paese, ha in calce la data del 5 settembre e appunto le firme del leader della Renamo, Afonso Dhlakama, e del Presidente del Mozambico, Armando Guebuza.
Sostenitori di questo accordo sono stati gli ambasciatori d’Italia, USA, Portogallo, Botswana e l’Alto Commissariato dell'Inghilterra. Le cessate ostilità militari tra le due forze hanno portato a un inizio del processo di smilitarizzazione e reinserimento delle forze residue della Renamo, alcuni nella vita civile in attività economiche e sociali e altri nelle forze armate del Mozambico e nella polizia mozambicana.
La legge che sancisce l’accordo è stata promulgata e approvata dalll'Assemblea della Repubblica, ma si tratta di una provocazione perché, sia nell’accordo di Roma (1994) che nell’accordo di Maputo (2014), si sostiene che le rispettive leggi furono firmate in un "principio di buona fede". Inoltre, è prevista una Missione di Osservatori Militari Internazionali (Emochim) composta da 9 Paesi (Africa del Sud, Botswana, Italia, Zimbabwe, Kenia, Cabo Verde, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti) che dovrebbe garantire l’applicazione dell'accordo. Il periodo di monitoraggio, che durerà 135 giorni, è però stato avviato da pochi giorni, il 30 settembre.
Ad ogni modo, proprio grazie a questa intesa, è stata sancita la libera partecipazione di Afonso Dhlakama alla campagna per le elezioni presidenziali alla quale concorrono dunque tre partiti politici: Mdm (Movimento Democratico del Mozambico) con Daviz Simango, Frelimo (Frente di Liberazione del Mozambico) con Filipe Nyusi, e Renamo (Resistenza Nazionale del Mozambico) con Afonso Dhlakhama.
A pochi giorni dal voto, la maggior parte dei mass media si limita a descrivere l’agenda politica di ogni candidato, a citare alcune parti dei comizi, evitando commenti, interpretazioni e analisi. Soltanto due giornali si sono spinti a offrire anche qualche elemento critico.
Sul giornale “Savana”, Jorge Rebelo – una delle ultime figure morali del Movimento di Liberazione tra i fondatori del – confessa in un’intervista la sua delusione per l’attuale dibattito politico in cui – dice – vede poche prospettive visto che la Frelimo “non accetta critiche” e “men che meno sa fare auto-critica”, mentre il Mdm è ancora nella fase embrionale e la Renamo non costituisce un’alternativa di stabilità e di sviluppo per il Paese.
Il mensile della chiesa cattolica “Nova Vida”, bolla questa campagna elettorale come un “bombardamento” di promesse e di immagini di “candidati sorridenti” disposti ad “immolarsi per il bene del popolo”. Inoltre, la stessa testata, ironizza sulla parola “paura” facendo notare che in Mozambico esistono partiti che temono che il popolo possa smettere di avere paura così come i politici hanno paura del cambiamento e dunque di perdere gli attuali “favori”. Su questo assunto, “Nova Vida” raccomanda ai propri lettori di non “vendere” il proprio voto in cambio di capulane (tessuti tipici africani, ndr), fazzoletti, magliette, cappelli e altri articoli, distribuiti nel corso di questa campagna, di non lasciarsi influenzare dalle immagini falsate che trasmettono TV e radio ma di scegliere con calma e cognizione il proprio candidato.
In queste settimane gli elettori mozambicani sono subissati dai discorsi dei diversi candidati basati essenzialmente su due soli punti: l’auto-definizione e la ripetizione fino alla noia della storia nazionale (i protagonisti dell’ indipendenza nazionale, la storia di un paese democratico, ecc.) e la lunga lista di ciò che costruiranno: scuole e ospedali, strade e pozzi, ecc.
E d’altra parte è sempre stato cosi... Dalle prime elezioni multipartitiche (1994, 1999, 2004, 2009) temi e discorsi girano sempre attorno a questi due assi, eppure da allora poco è cambiato.
Il cittadino, “attivo” per definizione, non si limita all’atto di votare, ma partecipa alla vita sociale e politica del Paese. Guardando alla storia del popolo mozambicano, emergono quattro esempi recenti di cittadinanza attiva: 1. La denuncia delle terribili condizioni di vita della popolazione rilocalizzata dalle imprese minerali e petrolifere in Moma (provincia di Nampula), Moatize (provincia di Tete) e Palma (provincia di Cabo Delgado). 2. Le manifestazioni a Beria e Maputo contro i saccheggi e il ritorno alla violenza armata. 3. Le proteste contro l’aumento delle “regalie” ai deputati. 4. La denuncia per lo scandalo degli 850 milioni di dollari americani prestati al Governo per l’acquisto di una nave da pesca per il tonno.
Questi quattro episodi vengono unanimemente considerati esempi di “cittadinanza attiva” nella misura che, ogni volta che gli interessi e i diritti della popolazione vengono messi in dubbio o vengono meno, prevalgono gli ideali dell’interesse comune, della solidarietà e della partecipazione per cause sociali, politiche ed economiche.
Consapevoli delle poche alternative politiche oggi sul tappeto, si aspetta comunque fiduciosi la scadenza del 15 ottobre, nella speranza che gli elettori non si lasciano troppo manipolare dagli slogan, ma riescano a fare buon uso del loro diritto a scegliere.

Cristina Danna
Casco Bianco Nampula
ProgettoMondo Mlal Mozambico

mercoledì 8 ottobre 2014

Il mondo a scuola, a scuola del mondo

In moltissime classi delle scuole della provincia di Cuneo vi sono studenti marocchini provenienti da Beni Mellal e dalla vicina Khouribga, spesso accanto ad altri stranieri; la loro vita a scuola è simile a quella dei compagni ma tra essi il ritardo scolastico raggiunge livelli molto alti soprattutto per i maschi. Le ragazze, più determinate, studiano tantissimo ma in modo mnemonico. Apparentemente sono ormai integrati ma le loro famiglie vivono spesso isolate; le madri non vogliono neppure imparare le lingua nell’attesa che i figli si accasino, magari tornando alla casa in Marocco.
Nelle ultime settimane, 30 insegnanti delle 73 scuole della provincia di Cuneo aderenti al progetto “Il mondo a scuola, a scuola del mondo” della Fondazione Crc, hanno partecipato a un viaggio studio in Marocco, realizzato in collaborazione con l'Ong ProgettoMondo Mlal, per conoscere da vicino la regione di Tadla Azilal, l'area da cui proviene la maggior parte della popolazione marocchina presente in provincia di Cuneo.
La Fondazione Crc, che da tre anni promuove il progetto “Il mondo a scuola, a scuola del mondo” sui temi dell’educazione interculturale, e la Giunta di Dirigenti che coordinano le attività, hanno accolto la proposta dell’Ong ProgettoMondo Mlal, che interviene attraverso programmi di sviluppo in America latina e in Africa, prioritariamente orientati ai temi dello sviluppo psicofisico, culturale e sociale di bambini, adolescenti e giovani, appartenenti a fasce sociali vulnerabili. Un viaggio pensato per acquisire elementi di conoscenza dell'antropologia culturale marocchina, al fine di rendere più efficaci i percorsi di inserimento scolastico degli alunni di origine marocchina (e straniera in generale) che frequentano le scuole della provincia di Cuneo, contribuendo alla gestione pedagogica e didattica dei cambiamenti in atto nella scuola e nella società, attraverso lo strumento dello scambio interculturale.
Gli insegnanti hanno conosciuto un mondo pieno di contraddizioni, dove la crescita economica convive con livelli di povertà significativi; lo sviluppo punta sulla scuola e sull’educazione, per non lasciare spazio a estremismi politici, lo Stato fornisce i libri per contrastare l’abbandono, le comunità locali istituiscono le mediateche per accrescere lo spazio scolastico su base volontaria, le politiche educative si interessano a sistemi diversi mettendosi serenamente in discussione. La ragazza col velo
che discute alla pari con i suoi insegnanti, i docenti che lavorano gratuitamente al pomeriggio con studenti motivati ad apprendere sono aspetti significativi di questo Paese d’emigrazione, divenuto recentemente anche di accoglienza. Qui ci si preoccupa seriamente dell’emigrato che torna disorientato e privo di voce, non conosce l’arabo classico, ha dimenticato il marocchino e parla un francese stentato, come razionalmente si esaminano le tendenze all’intolleranza nei confronti della recente immigrazione subsahariana, cercando rimedi efficaci.
Nell’affrontare queste problematiche in sé già note, quello che ha sorpreso e determinato l’entusiasmo degli insegnanti cuneesi è stata la percezione di una fiducia sincera nella scuola, intesa come elemento che fa la differenza, come base anche tradizionale del sistema sociale, nonché la consapevolezza condivisa che il nostro Paese ha avuto un ruolo fondamentale e positivo nell'accoglienza dei bambini e dei ragazzi immigrati, predisponendo attività di vario genere per il loro inserimento, estese, peraltro, anche agli adulti.
Un’insegnante partecipante, a nome dei colleghi di entrambi i gruppi, ha dichiarato con entusiasmo che «Vivere il Marocco, a contatto con la gente e con chi vive la cooperazione, è stata un’esperienza estremamente arricchente sia culturalmente sia umanamente, e ci ha aiutato a non fare ciò che dice un proverbio africano, ossia “l’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce”».

Cuneo, 6 ottobre 2014

martedì 7 ottobre 2014

I diritti negati del Popolo guatemalteco

Il 20 settembre si diffonde la notizia di un massacro avvenuto la notte precedente a Los Pajoques, una comunità di San Juan Sacatepequez, Guatemala. La maggior parte dei quotidiani riporta il fatto come uno scontro interno tra i membri della comunità, in conflitto tra loro per divergenze sulla realizzazione del progetto della multinazionale Cementos Progreso (la costruzione di una cementificio e di un’enorme strada in territorio indigeno). Il giornale on-line Prensa Comunitaria riporta invece l’informazione, pubblicata poi in Italia dal Manifesto il 26 settembre, secondo cui un gruppo armato (i cui componenti sono stati successivamente identificati come dipendenti della società Cementos Progreso) è penetrato nel territorio di Los Pajoques e ha aperto il fuoco, dando il via a un circuito di violenza culminato con 11 morti e diversi feriti. Vi si legge che gli abitanti della comunità raccontano di aver chiamato la polizia più e più volte, chiedendone l’intervento. Che non c’è mai stato. In compenso il presidente ed ex generale Otto Perez Molina ha dichiarato lo “stato emergenza” con conseguente sospensione di alcuni diritti: a detta del Governo, per evitare vendette e rappresaglie; a detta della comunità, perché si potesse agire indisturbati con arresti e perquisizioni a loro danno.
Le informazioni sono quindi discordanti, a seconda del giornale che si legge. Ciò che appare chiaro ed univoco è invece la condanna da parte dell’Onu lo scorso 30 settembre e la conseguente richiesta alle autorità di chiarire i fatti e di punire i responsabili. L’Onu ha anche condannato la proclamazione dello “stato d’emergenza” non ritenendolo l’approccio adeguato alla soluzione del conflitto.
Facendo qualche ricerca appare subito chiaro che l’episodio di violenza non è un fatto isolato e a se stante: i conflitti nella zona di San Juan Sacatepequez risalgono al 2005, anno in cui il Ministero di Energia e Miniere (Mem) aveva rilasciato tre licenze minerarie alla ditta Cemento Progreso (i cui fondatori – la famiglia Novella – hanno peraltro origini italiane). Intenzione dell’impresa è costruire una fabbrica di cemento, i cui lavori inizieranno poi nel 2006. Eppure la convenzione 169 dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) riconosce chiaramente i diritti di proprietà della terra ai popoli indigeni (la cui percentuale è, in San Juan Sacatepequez, l’82%) e stabilisce che essi debbano essere consultati ogniqualvolta vengano varati leggi o progetti di sviluppo che possono avere un impatto sulle loro vite. A questo proposito gli abitanti del dipartimento denunciano di non essere mai stati minimamente interpellati e ribadiscono la loro contrarietà al progetto, che però prosegue. Con la prosecuzione del progetto, e la conseguente negazione dei diritti della popolazione indigena, iniziano i conflitti. L’epilogo avviene, come sappiamo, il 19 settembre 2014.
I fatti ci raccontano, insomma, 8 anni di ingiustizia. I fatti purtroppo ci raccontano anche che di ingiustizie simili il Guatemala ne è pieno. Molteplici sono i casi di violazione della convenzione 169 sopracitata, diverse le multinazionali che si stanno arricchendo sulle spalle dei popoli indigeni, con la complicità di un governo che, sulla carta, ha firmato vari strumenti internazionali di difesa del diritto, ma nella realtà dei fatti si comporta da oppressore.
L’episodio di San Juan Sacatepequez è dunque solo uno degli ultimi che potremmo citare: San Miguel Ixtahuacán, Sipacapa, San Juan Cotzal y Cunén, Totonicapán, Livingston, La Puya, El Estor, San Rafael Las Flores, Mataquescuintla, Monte Olivo e Lanquin,e molti altri… sono tutti casi in cui l’opposizione all’apertura di miniere, centrali idroelettriche cementifici, agrocombustibili e megaprogetti è stata affrontata con la repressione. Secondo la legge del terrore e dell’intimidazione, che purtroppo pare essere ancora molto diffusa in Guatemala.
La negazione dei diritti avviene in particolar modo nell’ambito dell’attività estrattiva: di fatto, da
quando nel 2003 la multinazionale canadese GoldCorp installò la prima miniera Marlin nel dipartimento di San Marcos, ovunque siano poi arrivate imprese (straniere o nazionali) con l’intenzione di avviare attività estrattive, lì ci sono stati conflitti e diritti negati.
Proprio di questi giorni (30 settembre) è il rapporto di Amnesty International intitolato “La mineria en Guatemala: derechos en peligro”. Il report svolge un’analisi generale della situazione attuale del Paese, seguita da un’analisi specifica sulla situazione delle miniere, descrivendo una serie di casi concreti di violazione di diritti umani da parte delle ditte minerarie.
Gli avvenimenti riportati ricordano molto ciò che è successo negli ultimi 8 anni a San Juan Sacatepequez. Il report di Amnesty si conclude con raccomandazioni ai governi degli stati di origine delle imprese che realizzano attività in Guatemala, pretendendone la garanzia del rispetto dei diritti umani, sulla base delle normative internazionali. La speranza è che queste raccomandazioni vengano finalmente accolte.
La speranza è che il massacro del 19 settembre non si aggiunga semplicemente al lungo elenco di soprusi, vissuti a San Juan Sacatepequez come altrove. La speranza è che, prima o poi, la Dichiarazione dell’ONU sui Diritti dei Popoli indigeni, la convenzione 169 e tutte le altre norme internazionali non vengano soltanto pronunciate, firmate o ascoltate, ma vengano - finalmente – applicate.

Elisabetta Caglioni
Casco Bianco in Guatemala
ProgettoMondo Mlal

(foto di Ermina Martini e Stefano Pirovano)

VeronaMarathon, di corsa contro la malnutrizione



Verona - Una bellissima giornata di sole all’insegna della solidarietà. Domenica 5 ottobre quasi 400 persone hanno corso la Verona Marathon per fermare la malnutrizione in Burkina Faso. Tra loro, il gruppo più cospicuo era rappresentato da 95 studenti del Liceo classico Maffei capitanati da 3 insegnanti di educazione fisica, ma hanno aderito all’appello di ProgettoMondo anche alcuni maratoneti di eccezione, come la parlamentare veronese Alessia Rotta e la calciatrice Brescia Acf Josefina Karlsson che, con altri 6 runner, hanno accettato la sfida di raccogliere essi stessi, tra amici e sostenitori, donazioni per la causa di ProgettoMondo. Infine hanno arricchito la corsa di ProgettoMondo Mlal gruppi di soci arrivati da Veneto, Lombardia e Sardegna, più mamme, giornaliste e commercianti di Verona che hanno costituito dei team sportivi per l’occasione.
La nuova edizione della VeronaMarathon (partenza e arrivo in piazza Bra) dava infatti la possibilità ad atleti, maratoneti, runner della domenica e semplici cittadini, desiderosi di farsi una passeggiata attraverso il centro storico, di dedicare la propria impresa a un’associazione di volontariato che avrebbe poi devoluto parte dell’incasso della vendita dei pettorali ai propri progetti o attività.
E così è stato. Scegliendo di acquistare il pettorale di ProgettoMondo si è infatti sostenuto il progetto “Mamma” in Burkina Faso che in tre anni ha già dato risultati più che significativi. In una regione dove maggiore era la malnutrizione materno infantile, il lavoro dell’Ong veronese, in stretta collaborazione con le donne dei villaggi e gli ambulatori pubblici, ha dimezzato il tasso di un fenomeno che è a tutt’oggi concausa di 6,6 milioni di morti all’anno tra i bambini sotto i 5 anni, e ha esteso l’intervento ad altre due regioni. La ricetta di ProgettoMondo pare semplice ma quanto mai efficace.
Invece di fermarsi alla distribuzione di preparati alimentari o di medicinali, l’equipe di operatori e medici del Burkina Faso fa leva sull’autosviluppo della popolazione locale. Ha infatti creato e formato dei gruppi di mamme che sono poi diventati essi stessi agenti e moltiplicatori della “cura” e dell’attività di prevenzione grazie alla preparazione di pappe ipernutrienti con ingredienti prodotti nei propri villaggi e dunque facilmente reperibili.

La manifestazione di Verona è stata anche la migliore delle cornici per il lancio della campagna “Io non mangio da solo 2014” che quest’anno è appunto dedicata al tema della malnutrizione materno-infantile e alle mamme burkinabè che con concretezza e ottimi risultati stanno davvero contribuendo a vincere la malnutrizione dei loro piccoli.

venerdì 3 ottobre 2014

Sprecare è sinonimo di rubare

“Sprecare è sinonimo di rubare. Se sprechiamo, rubiamo risorse e possibilità al futuro del nostro pianeta”, così Mario Lonardi, presidente della Ong veronese Progettomondo Mlal, ha aperto ieri, nel corso di un seminario alla Loggia Fra Giocondo incentrato sui temi di sostenibilità ambientale e sviluppo sostenibile delle moderne città globali, informali ed emergenti, la prima delle tre giornate di “Settimo non sprecare”. La manifestazione è promossa insieme alla Provincia di Verona, Architetti senza Frontiere e Iuav, World Biodiversity Association, Jardin de los Ninos, grazie al contributo della Regione Veneto. Per governare coerentemente con questi principi, sostiene Mario Lonardi, è necessaria la partecipazione diretta e attiva dei cittadini, garantita solo se il territorio è pensato e progettato “a misura dell’uomo”. D'altra parte, però, c'è il rischio di cadere in quello che lui chiama “decorativismo mimetico”: una pratica fintamente partecipativa, svolta più per obbligo che per scelta, dove la forma prende il sopravvento sulla sostanza; nella quale non avviene, dunque, una reale mediazione e discussione delle esigenze e delle prospettive sentite dalla comunità.
Per questo l’approccio di ProgettoMondo Mlal nei processi di sviluppo in America Latina e in Africa prevede che si lavori principalmente nelle periferie promuovendo cittadinanza attiva e dando voce alle famiglie, alle comunità di contadini e alle istituzioni locali, affinché siano queste protagoniste dei propri precorsi di sviluppo e di rivendicazione dei diritti. Allo stesso modo, in Italia e in Europa l’organizzazione, grazie a percorsi di educazione alla cittadinanza e alla responsabilità, lavora a diretto contatto con la società civile. Perché per creare la comunità è necessario condividere le analisi e rendere trasparenti e accessibili gli obiettivi di sviluppo che si vogliono raggiungere. Perché bisogna riconoscere la centralità della domanda sociale, che non può essere data per scontata. Perché per ridurre il conflitto sociale bisogna anticiparlo ascoltando le esigenze che lo generano.
Per questo “lo sforzo che facciamo”, continua il presidente di ProgettoMondo Mlal, “è quello di evitare i processi decorativi e mimetici”, poiché “nei nuovi scenari che si scorgono per la cooperazione internazionale, siamo motivati a continuare il nostro lavoro con un’attenzione sempre maggiore alla nostra società e alle importanti ricadute esperienziali e culturali che la relazione con le altre comunità, culture e religioni potranno assicurarci.”
Il programma della manifestazione "Settimo non sprecare" è continuato stamattina a Villa Buri con attività, workshop e conferenze sui temi del risparmio di risorse, riciclo e riuso, sotto la guida di professionisti e docenti universitari, e si concluderà domani con altrettante attività dedicate alla Giornata della Biodiversità che, con l’accompagnamento di Giovanni Onore della Fundacion Otonga impegnata nella salvaguardia dell’omonima foresta in Ecuador, coinvolgeranno 50 studenti degli istituti superiori Copernico, Messedaglia, Montanari, Cangrande e Bolisani di Villafranca a cui verrà richiesto di esporre le proprie idee per un mondo più sostenibile e di attivarsi per questo a cominciare dal nostro territorio.

Comunicazione ProgettoMondo