martedì 26 gennaio 2016

EL PERÚ EN MI CORAZÓN

Quest’estate, insieme al mio amico e collega Marco, ho vissuto un’indimenticabile esperienza di volontariato a Cajamarca in Perù, con il Manthoc, ovvero con un gruppo del Movimento di bambini e adolescenti lavoratori.
Il primo contatto con il Manthoc era avvenuto quasi per caso, partecipando a una serata di presentazione del progetto “Il Mestiere di crescere” promosso da ProgettoMondo Mlal. In quell’occasione, in veste di delegati nazionali Manthoc, due ragazzi peruviani, Christian e Nicole, ci hanno spiegato e raccontato la storia del Movimento e la loro esperienza quotidiana di bambini e di adolescenti lavoratori (NNATs).
Fin da subito il progetto mi aveva colpito e incuriosito e, con il passare del tempo, è cresciuta in me la volontà di saperne di più e di potere conoscere dal vivo questa realtà e il suo funzionamento. Ho condiviso la mia curiosità con Marco e, insieme, abbiamo fatto richiesta a ProgettoMondo Mlal di potere vivere un’esperienza di volontariato. Fortunatamente ci è stata data l’opportunità di partire per due mesi, destinazione Manthoc, a Cajamarca, Perù!
Arrivati a Lima siamo stati calorosamente accolti da Mario Mancini, rappresentante Paese e ora presidente di ProgettoMondo Mlal, e da Olga, una delle operatricei che affianca il Manthoc nella capitale peruviana.
Abbiamo così potuto visitare la Casa di Yerbateros, zona della periferia urbana molto povera ai piedi di un “sierro”, dove abbiamo passato una splendida giornata con i ragazzi che frequentano il Centro.
Dopo tre giorni trascorsi a Lima, e un viaggio di circa 15 ore in autobus, siamo arrivati a Cajamarca, una città andina a 2.700 mt d’altezza.
Il Manthoc di Cajamarca è particolarmente attivo sul territorio perché gestisce una scuola primaria che accoglie i bambini appartenenti alle fasce più povere della società, un ostello i cui proventi vanno ad integrare le casse del progetto e coordina gruppi di NNATs sul territorio che si incontrano settimanalmente dove, oltre a giocare e divertirsi, si confrontano sulle problematiche “della strada” a cui vanno incontro e insieme si cerca di comprenderle ed elaborare delle strategie di azione.
A Cajamarca, siamo stati accolti da Celi e Cecilia, due operatrici del progetto, che ci hanno accompagnati all’Hostaje (Ostello) gestito dal Manthoc dove ci aspettava una ricca colazione di benvenuto...
È così che ha avuto inizio la nostra indimenticabile esperienza di volontariato! In particolare abbiamo lavorato nella scuola, io con il compito di gestire un corso integrativo di matematica per i ragazzi della classe sesta e Marco con il compito di seguire un programma di monitoraggio e di prevenzione della malnutrizione. Inoltre abbiamo collaborato ad allestire una ludoteca dove i bambini possono passare momenti di svago e di gioco.
La scuola sorge in periferia della città ed è gestita con grande passione dal direttore tutto-fare Alex e dai professori che, con grande dedizione ed entusiasmo, offrono ai circa 120 allievi un’educazione non solo scolastica, ma di vita. Infatti, alle lezioni tradizionali di matematica, castigliano, storia e scienze, la scuola propone quattro laboratori ai quali i ragazzi sono tenuti a partecipare: pasticceria, falegnameria, orto biologico e allevamento di cuyes (porcellini d’India).
Inoltre offre un grande sostegno alle famiglie dei ragazzi, in quanto non prevede il pagamento di una retta annuale, ma l’unica richiesta è una partecipazione attiva e costante delle mamme nell’occuparsi della preparazione dei pasti (colazione e pranzo) e della pulizia settimanale della scuola.
Questa presenza quotidiana delle famiglie è stata per noi un’ulteriore occasione di conoscenza e scambio con la popolazione peruviana adulta.
Nella scuola del Manthoc tutti si occupano di tutto senza distinzioni di ruoli, quindi non ci ha stupiti vedere il direttore insieme ai ragazzi pulire la scuola al ritorno dalle vacanze, in occasione della Fiesta Patria (Festa dell’Indipendenza), o vedere i professori occuparsi dell’orto o dell’allevamento dei cuyes.
Nella mia esperienza con il Manthoc sono rimasta particolarmente colpita dalla dedizione degli operatori adulti che, ricoprendo ruoli differenti, lavorano a stretto contatto con i ragazzi al fine di sostenerne il protagonismo e la partecipazione diretta alla società in cui vivono.
Ricordo con il calore nel cuore la gita fatta con i ragazzi in occasione del 29esimo anniversario del MANTHOC di Cajamarca.
Il viaggio in autobus tra canti, risate e tanta allegria, l’arroz chaufa (piatto a base di riso) che Celi aveva cucinato alle 6 del mattino per 150 persone e che poi abbiamo condiviso a pranzo, il torneo di calcio e pallavolo che ha visto coinvolti grandi e piccoli, i visi stanchi ma felici a fine giornata …
Nel raccontare il Perù provo sempre una certa difficoltà, in quanto riaffiorano mille pensieri, ricordi ed emozioni non sempre facili da tradurre e da far arrivare al cuore delle persone che non hanno avuto occasione di vivere questa splendida esperienza.
Del Perù mi porto a casa il calore materno che solo i paesi dell’America Latina sanno offrire, i sorrisi dei ragazzini, la loro curiosità, le loro domande, la luce nei loro occhi e il loro senso di responsabilità nei confronti della vita.
E come dimenticare i gesti semplici e familiari che ho potuto vivere, come la preparazione della pizza con i professori della scuola in occasione della mia festa d’addio, il tour per Cajamarca con gli allievi delle classi quinta e sesta che mi spiegavano la storia della città e dei monumenti principali, il tiramisù cucinato con i ragazzi e condiviso nell’intervallo con tutti i bambini della scuola, i profumi del mercato sotto casa, il cielo e i suoi colori e gli splendidi paesaggi che solo la Cordigliera delle Ande sa offrire.

Cristina Porello 
volontaria di Alba

martedì 12 gennaio 2016

Con Inez alla Fiera contadina

Inez è una giovane ragazza originaria della comunità di Agua Blanca, località a circa 250 km a nord di La Paz, sull’altipiano dell’Área Natural de Manejo Integral de Apolobamba e dove, insieme alla Organizzazione economica contadina AIQ, l’appoggio della nostra Ong ProgettoMondo Mlal e della Ong inglese Soluciones Practicas, si sta realizzando il progetto Qutapiquiña.
In occasione della Fiera Nazionale delle Organizzazioni economiche contadine, svoltasi a La Paz dal 19 al 22 novembre scorso, mi ritrovo appunto con Inez ad allestire lo stand del progetto Qutapiquiña per sponsorizzare, e far così conoscere al pubblico boliviano, quello che da ormai oltre 3 anni ProgettoMondo Mlal sta realizzando ad Apolobamba.
Con cura montiamo i banner del progetto e poi disponiamo i nostri prodotti: scialli e sciarpe finissime, maglioni da uomo e copri spalle per signore, tantissimi gomitoli di lana filati al fuso, tutto ovviamente in alpaca.  Ma il pezzo forte dello stand, la guest star mi verrebbe da dire, è sicuramente lo scialle di lana di vigogna, gelosamente custodito in una teca di vetro da esposizione per il suo valore inestimabile, l’oro del progetto. Insomma signori miei si guarda… ma non si compra!
Anch'io ho scoperto le vigogne, piccoli camelidi selvatici che sull’altipiano di Apolobamba si possono osservare dispersi per lo più in piccoli gruppi familiari o di giovani maschi e dalla cui addomesticazione sono derivati gli alpaca, con il progetto Qutapiquiña. Fa sorridere vederli correre con quell’incedere a scatti, quasi come al ritmo di “walking like an egyptian”.
Annualmente le vigogne vengono radunate in recinzioni caratteristiche a forma di manica, chiamate appunto “mangas”, e poi una volta radunate vengono tosate una ad una. La loro lana è per le sue caratteristiche la più costosa e pregiata del mondo e rappresenta un introito assolutamente non trascurabile per gli abitanti della riserva dell’ANMI-Apolobamba.
Negli anni precedenti purtroppo il valore di questa lana ha rappresentato una minaccia per questi buffi camelidi che hanno quasi rischiato di estinguersi poiché vittime di bracconaggio indiscriminato.
Per questa ragione, il governo boliviano è stato il primo, insieme a quello peruviano, a siglare con il “Tratado de La Paz” del 1969 le basi per un piano di conservazione di questo animale.
Le vigogne erano nell’appendice 1 del CITES (Convention on International Trade of Endangered Species) che ne interdice qualsiasi utilizzo finché, nel 1997, sono state spostate nell’appendice 2 che ne permette invece un utilizzo, purché sostenibile.
Il progetto Qutapiquiña intende favorire uno sfruttamento sostenibile della fibra di vigogna, nel rispetto del benessere di questi animali e dell’ambiente in cui vivono, sostenere le associazioni locali con supporto economico, logistico e nella formazione di operatori specializzati nella cattura, tosatura e commercializzazione della fibra, al fine di offrire un’alternativa economica all’attività mineraria, altamente inquinante, legata soprattutto all’estrazione dell’oro, che in questa regione, così povera a ridosso della frontiera col Perù, ha rappresentato per decenni la prima fonte di guadagno per molte famiglie.
Se c’è una cosa che apprezzo del mio ruolo di volontario Casco Bianco è sicuramente l’opportunità di poter esplorare e toccare con mano argomenti tanto lontani dalla nostra quotidianità, come ad esempio proprio questo, che altrimenti, suppongo, non avrei mai avuto il piacere di conoscere. E visto che parliamo di Bolivia il verbo esplorare è più che azzeccato a mio parere!
È una giornata soleggiata e tutta la piazza del Parque Urbano è costellata di tendoni verdi sotto i quali, come formichine operose, contadini e contadine allestiscono i loro stand di prodotti locali.
Non riesco a trattenermi dalla curiosità e così, mentre Inez sistema gli ultimi dettagli, posso dare una sbirciata “alla concorrenza”. Sembra davvero la fiera dell’Est, c’è di tutto: frutta e verdura di ogni varietà, carni e formaggi, il charqui, ossia carne disidratata di lama, alimento in passato distintivo delle tavole dei poveri ma che adesso sta tornando ad essere rivalutato; poi ancora prodotti dell’artigianato, dal tessile al legno intagliato e, infine, quinoa, miele, marmellate, frutta secca, vino e l’immancabile Singani, un’acquavite molto apprezzata nel Paese e che ricorda vagamente la nostra grappa.
Ci sono anche alcuni produttori che hanno già beneficiato in passato di progetti di ProgettoMondo Mlal come quelli dell’Oeca Cotagaita, e ne approfitto per conoscerli.
Resto sorpreso alla vista di alcuni frutti e verdure che da noi troveremmo solo in estate; sebbene ormai sia qui da due mesi, mi viene ancora da sorridere al pensiero come quaggiù tutto sia invertito. Finalmente lo stand è pronto, e io e Inez, possiamo rilassarci un momento. Anzi no. Proprio in quel momento sfila davanti al nostro stand quello che poi avremmo scoperto essere il rappresentante della Comunità Europea in Bolivia, Emmanuel Hondrat. Si ferma proprio da noi, scambia alcune parole di cortesia con i coordinatori del Progetto, e poi, incuriosito dal liquore di Muña (liquore di erbe andine tipo Genepy con il quale prepariamo assaggini per adescare i potenziali acquirenti) ne compra una bottiglia contribuendo gentilmente alla causa.
Hondrat è ovviamente ospite della cerimonia d’inaugurazione della Fiera. Il palco è già pronto in testa allo spazio espositivo e grossi altoparlanti diffondono musica popolare latinoamericana, da queste parti apprezzata almeno quanto il Singani.
Oltre ad Emmanuel Hondrat salgono sul palco le varie rappresentanze delle OECAs, del CIOEC (Coordinadora de Integración de Organizaciones Económicas Campesinas Indígenas Originarias), del CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia) e della camera del Senato boliviano. Ma, in virtù dell’appoggio economico offerto alla realizzazione di questa Fiera, anche ProgettoMondo Mlal è presente sul palco con il suo rappresentante Paese Aurelio Danna.
Fra tutti gli interventi, forse, il più interessante per un pubblico occidentale, è il discorso del rappresentante europeo che fornisce i dati sull’agricoltura familiare: in America Latina nel 2013 circa 60 milioni di individui sono impiegati nel settore agricolo e tra questi il 94% è costituito da piccoli agricoltori che da soli assicurano la maggior parte dei prodotti destinati al consumo alimentare umano nel continente.
Esalta quindi l’importanza dell’agricoltura familiare nella lotta alla fame e alla povertà e afferma che l’Unione Europea in Bolivia sostiene da vari anni i piccoli imprenditori agricoli, artigiani e del settore del turismo sostenibile, specialmente nelle aree a nord di Potosì e di La Paz.
Nel 2016 è infatti previsto un nuovo finanziamento europeo intorno ai 20 milioni di euro per il rafforzamento dell’agricoltura familiare nelle zone di produzione di coca, affinché questo non sia più il principale ingresso dei piccoli produttori come merce d’esportazione legata evidentemente al narcotraffico internazionale.
Le donne hanno un ruolo sempre più importante nella produzione e nella commercializzazione dei prodotti della piccola agricoltura e per questo -conclude Hondrat- i programmi di aiuti dell’Unione europea saranno rivolti specialmente a loro”.
È infatti sufficiente fare un giro fra gli stand ed accorgersi che dietro i banchi ci sono quasi solo donne e di tutte le età. E anche le mie vicine di stand sono guarda caso donne: alla mia destra una vende carne di lama essiccata, mentre proprio di fronte un’altra espone confezioni prodotte dalle donne di un laboratorio tessile di un’associazione di El Alto che si occupa di uguaglianza di genere, il Centro de Promoción de la Mujer Gregoria Apaza.
Sono poche le donne che mi rivolgono la parola: la diffidenza è il carattere distintivo sull’altipiano; però qualcuna incuriosita dal gringo (lo straniero) c’è e si riescono ad intavolare belle chiacchierate da retrobottega.
Con un po’ di risentimento neppure troppo velato le mie vicine di banco mi raccontano di quando hanno dovuto “sposare” loro malgrado anche la famiglia del marito fin dal momento del fatidico sì sull’altare.
La famiglia allargata è infatti ancora molto diffusa fra le classi medio-basse e le donne vi entrano attraverso il matrimonio; suocere e cognate, oltre che al padre di famiglia, hanno ovviamente pieno potere decisionale e intervengono anche nelle questioni più intime della coppia di sposi. Assolutamente disdicevole viene conosiderato il tradimento femminile, mentre quello maschile è tollerato, anzi, guai a lamentarsi delle cosiddette “corna”, come di tutto il resto ovviamente! La figura femminile che emerge da questi racconti sembra completamente asservita a quella maschile e, benché rispetto al passato siano in aumento i divorzi, le violenze domestiche non sembrerebbero in diminuzione.
Quello che più fa tenerezza è vedere in prima battuta difendere i buoni vecchi costumi da “angelo del focolare” per infine confessare come in effetti una maggiore uguaglianza, sopraggiunta sull’onda del nuovo ordine economico e politico che la Bolivia sta vivendo in quest’ultimo decennio, stia in realtà alleggerendo la vita delle donne, in primis quella delle mie nuove amiche.
 
Stefano Russo
Servizio civile La Paz
ProgettoMondo Mlal Bolivia

OECAS
Le Organizzazioni Economiche Contadine (Organizaciones Económicas Campesinas Indigenas y Originarias - OECAs), sono formate da più gruppi di produttori uniti sotto lo stendardo delle lotte indigene e originarie (quest’ultimo termine molto caro al governo Morales parrebbe). Il loro obiettivo è costituire un’alternativa al modello neoliberale che esclude le famiglie contadine dal mercato e nega la diversificazione della produzione agricola generando, come scriveva già Eduardo Galeano nel 1970, fame, disuguaglianza e impoverimento del suolo.
I due obbiettivi fondamentali di queste organizzazioni sono infatti quello economico e sociale: il primo è rivolto a generare del valore aggiunto dalle piccole produzioni, mentre il secondo prevede la creazione di servizi come corsi di aggiornamento, assistenza tecnica ed attività associative per i membri delle famiglie contadine; entrambi gli obbiettivi sono volti a migliorare la produzione e il benessere sociale degli associati.
Attualmente, solo per dare qualche cifra, esistono 778 organizzazioni produttive che rappresentano più di un milione di famiglie indigene e originarie con rappresentanze nazionali, dipartimentali e settoriali.
Il 59% degli associati, contrariamente ad ogni previsione, è rappresentato da donne, mentre il 41% da uomini. Fra i settori produttivi, seppur maggioritaria, non vi è solo l’agricoltura (61%), ma anche allevamento (24%), artigianato (12%) turismo (2%) ed altri settori minoritari (1%).

mercoledì 16 dicembre 2015

Burkina, imparare a nutrirsi per insegnarlo alla comunità

A fine novembre mi sono spostata a Ouessa, un piccolo villaggio del Burkina Faso al confine con il Ghana, per seguire la formazione nell’ambito del progetto di salute comunitaria Sui sentieri della Salute, che mi impegna in quest’anno di servizio civile.
Il progetto, in una prima fase, ha visto la formazione di infermieri incaricati nella divulgazione e promozione di buone pratiche inerenti al campo igienico-sanitario e alimentare.
Contemporaneamente a questa prima fase, si è svolta l’attivazione delle Cellule di Educazione Nutrizionale (CEN), che fungono da collegamento diretto tra il personale medico e gli abitanti del villaggio. Indirettamente ho seguito la difficoltà di questa attività: parte dell’equipe di progetto ha organizzato incontri nei villaggi, inizialmente spiegando il progetto e le sue attività e chiedendo poi disponibilità e volontà di partecipare al progetto. Sono state quindi identificate delle figure che formano “il direttivo” della CEN: presidente e vice-presidente, segretario, tesoriere, responsabile all’organizzazione, responsabile all’informazione e animatori, quest’ultimi chiamati a svolgere un ruolo di “agenti di salute comunitaria”. Sono tante le difficoltà riscontrate a causa dei tabù presenti nei villaggi, ma è tanta anche la forza di volontà della gente locale per migliorare le proprie condizioni di vita.
A Ouessa si è svolta la seconda fase della formazione, quella degli agenti di salute comunitaria (animatori). In queste cinque giornate hanno partecipato i primi trenta animatori dei seicento totali, 4 per ogni villaggio e per un totale di 150 villaggi scelti. Ouessa rappresenta uno dei primi poli formativi per i primi sei villaggi.
Mi immagino lo sforzo di questa gente a spostarsi: ci sono persone che per raggiungere il loro polo formativo devono percorrere anche 10-20 chilometri. Molti preferiscono trovare ospitalità da parenti nel villaggio di Ouessa.
L’appuntamento era alle 8 del mattino. I partecipanti erano tutti lì ad aspettarci. In questi posti la donna non sempre riesce ad affidare il figlio più piccolo ai parenti così, la formazione era accompagnata anche dal pianto di qualche bambino.
Degli animatori presenti alla formazione non tutti sapevano parlare francese, la lingua ufficiale del Paese. Nonostante questo, i partecipanti sono riusciti a creare quella giusta atmosfera di aiuto reciproco alla comprensione: sembrava partecipare a piccoli spettacoli dove gesti e disegni sostituivano le parole e aprivano al sorriso.
Era chiara la forza di volontà di apprendere ciò che veniva mostrato.
“Capiamo la fortuna di poter di partecipare a delle formazioni che possano aiutare noi e gli abitanti dei nostri villaggi a risolvere uno dei tanti problemi che colpisce i nostri figli”, ha detto una delle animatrici presenti alla formazione. Ma è non sempre così. Nei villaggi il consenso a introdurre o rimuovere certe pratiche o abitudini deve superare, attraverso la sensibilizzazione, l’ostacolo dei tabù e delle autorità imposte dai mariti alle donne interpellate.
Per quest’ultimo motivo, nella scelta degli animatori, si è cercato di privilegiare la donna.
“Le animatrici delle CEN sono integrate nei Comitati di Nutrizione del Villaggio e nei Comitati di Sviluppo del Villaggio” spiega Rosalie Midjour, infermiera incaricata di seguire le formazioni del comune di Dano.
Nei primi giorni della formazione si è parlato molto di igiene, della giusta alimentazione e della prevenzione della donna incinta. Non è semplice in questi posti trovare gente che conosca i veri motivi della trasmissione di malattie e dell’importanza dell’igiene del corpo, alimentare e dei luoghi domestici. Non bisogna dare per scontato che siano note le proprietà dei vari cibi: quale alimento contenga le proteine, quale le vitamine quale i grassi. Non bisogna dare per scontato che si conosca il divieto di fumo, di bere alcol e di fare lavori pesanti durante il periodo di maternità.
Ciò che per noi è ovvio, per altri non lo è.
La formazione, negli ultimi due giorni, si è conclusa con delle dimostrazioni pratiche. Si poteva parlare di veri e propri corsi di cucina, dove donne e uomini erano chiamati a mettere in pratica ciò che avevano appreso nei giorni precedenti: pappette fatte da tre farine che costituiscono la base per l’alimentazione infantile, l’aggiunta di proteine, di grassi e di zuccheri nella nutrizione del bambino.
In quest’ottica, oltre al materiale didattico, è stato affidato a ogni Cellula di Educazione Nutrizionale un kit culinario, così da incaricare direttamente gli animatori/abitanti del villaggio nella pratica di promozione e sensibilizzazione, non solo concettuale ma anche pratica.
Questa formazione è stata uno strumento che ha permesso alla gente di ascoltare, scoprire, confrontarsi e infine diventare un mezzo di sviluppo.  

Veronica Brugaletta
Casco Bianco Cvcs-ProgettoMondo Mlal in Burkina Faso

lunedì 14 dicembre 2015

Burkina, mamme coraggio contro la fame

“Non avrei mai creduto che una pappina potesse salvare mio figlio. E soprattutto che avrei potuto farlo io stessa cucinando per lui i prodotti del mio villaggio!”
La storia di mamma Salimata è la prova vivente di un lento ma inesorabile cambiamento culturale e generazionale che ha già come protagoniste centinaia di mamme del Burkina Faso. Così come Salimata, in due anni, altre 200 mila donne hanno infatti imparato a riconoscere la malnutrizione, a prevenirla e a curarla e, quindi, a insegnare ad altrettante donne a fare lo stesso. Non c’è infatti miglior aiuto dell’esempio e non c’è migliore risorsa del coraggio di una mamma.
Il programma di lotta alla fame “Mamma!” che sta portando avanti ProgettoMondo Mlal in Burkina Faso ha creato in 3 anni un piccolo miracolo. Praticamente, scommettendo sull’educazione delle madri e il protagonismo della donna, ha visto crescere un esercito pacifico di mamme che si sono appropriate di informazioni e ricette e hanno ingaggiato una battaglia lunga e silenziosa per fare ciò che non è riuscito al 1° Obiettivo del Millennio: sconfiggere la fame.
Le donne come Salimata non chiedono cibo, denaro o commiserazione. Hanno fame di informazioni, formazione, consigli, ricette perché possano loro stesse farsi carico del problema.
“Quando al nostro villaggio sono arrivate un gruppo di donne a chiederci di visitare i nostri bambini –confessa con naturalezza Salimata- io mi vergognavo di quanto fosse magro e poco vivace mio figlio rispetto agli altri. Poi gli hanno misurato il braccino e mi hanno spiegato che il motivo era che non mangiava bene, e che dovevo integrare, alla mia pappa di farina di miglio, anche dei fagiolini e dello zucchero. E mi hanno fatto vedere come avrei dovuto prepararla. Così mio figlio ha ricominciato a mangiare con gusto e finalmente ha iniziato a camminare…”.
Nelle aree rurali del Burkina Faso si contano ancora 35 mila morti all’anno per malnutrizione, i tassi di malnutrizione infantile cronica sono tra i più alti nel mondo. Eppure negli stessi villaggi si produce cibo a sufficienza, e anche l’accesso a quanto viene prodotto non sarebbe di per sé assolutamente proibitivo.
Le concause sono diverse, ignoranza, carenza di informazioni e di pratiche ormai per noi assodate.
Così, il non sapere quanto sia importante per esempio l’allattamento al seno fino ai 6 mesi, diventa decisivo. La donna, perché lavora o perché ha più figli piccoli, sostituisce troppo presto il latte con una inconsistente tisana di erbe. Non conosce le regole base dello svezzamento o i valori nutrizionali dei vari alimenti; non sa che la dieta giornaliera deve contare anche sulle proteine (che non sono per forza carne ma anche legumi, latte, uova), non conosce altre ricette se non quella a base di cereali che si tramanda da 100 anni di famiglia in famiglia. Senza contare che la donna, priva di un ruolo al di fuori della famiglia, non ha concretamente l’opportunità e l’appoggio dell’uomo e della comunità per cambiare le regole del gioco.
Il coraggio e l’orgoglio femminile possono muovere le montagne. Così, anche nel piccolo villaggio di Mapara, escluso dal programma di formazione dell’Ong italiana, le donne sono andate di persona ad assistere alle dimostrazioni negli altri villaggi. Hanno fatto tesoro di quanto visto e sentito e, da sole, hanno fedelmente replicato nel loro villaggio: “Non sapevamo di quale malattia si trattasse ma – ci dice una di queste donne, Lidiane- non passava mese che non seppellissimo un bambino di meno di 5 anni”. Quando abbiamo capito cos’era (malnutrizione, ndr.), e come evitarla abbiamo fatto in modo che gli agricoltori del villaggio mettessero a disposizione alcuni prodotti della zona e che 3 donne di noi imparassero a preparare delle pappe ipernutrienti.
Da quando si svolgono queste attività, la malnutrizione è praticamente sparita dal villaggio.

Lucia Filippi, ProgettoMondo Mlal

DONAZIONI
Iban IT 07 J 05018 12101 000000511320
Causale “progetto Mamma!”
Intestato a ProgettoMondo Mlal onlus

Bolivia, sicurezza alimentare per i campesinos

Emila Quispe avrà circa 65 anni, sorride a tre denti perché ormai ha solamente quelli. È seduta a fianco delle sue quattro amiche coltivatrici. Masticano foglie di coca per sopportare il sole, la fame, la sete e la fatica di quella giornata.
Emilia ha la pelle bruciata dal sole e le mani consumate dal lavoro. Ha avuto 9 figli che se ne sono andati tutti in città perché in campagna, nella comunità di Totorani del municipio di Calamarca, a 6km a piedi dalla strada principale e distante 40 km da El Alto, non hanno visto un futuro per loro. Non hanno tutti i torti.
Emilia però è rimasta sola, suo marito è morto. Fatica molto a camminare e dovrebbe essere operata alle ginocchia, ma ovviamente i soldi non li ha. Non parla molto bene il castigliano perché è una chola Aymara e con solo 3 denti è difficile articolare frasi comprensibili. Riesce comunque a farsi capire e ci racconta che ha un piccolo campo che lavora da sola: zappa la terra, semina e raccoglie i frutti della Pachamama (la Madre Terra) a cui è molto grata.
Quest'anno però, per la sua invalidità, ha seminato solo una piccola parte del suo campo e quindi vedrà crescere soltanto qualche patata e niente di più. Si sa, con qualche patata non si sopravvive, non si compra da mangiare a sufficienza per ogni giorno, né ci sono i soldi per andar in città, togliersi qualche sfizio, comprare un vestito nuovo e operarsi alle ginocchia.
La storia di Emilia è una fra tante, e lei come molti rientra in quel gruppo di persone che non hanno garantita una sicurezza alimentare.
La sicurezza alimentare è definita dalla FAO come la possibilità di "assicurare a tutte le persone e in ogni momento una quantità di cibo sufficiente, sicuro e nutriente per soddisfare le loro esigenze dietetiche e le preferenze alimentari per una vita attiva e sana", e questo in Europa è un diritto acquisito, certo ed inviolabile.
In un Paese in via di sviluppo come la Bolivia, invece, in cui si assiste all'abbandono delle campagne, in cui le città non posseggono le strutture adeguate ad accogliere la migrazione dalle zone rurali, in cui un pranzo costa 2 euro e fare la spesa per preparalo ne costa 3, non è possibile parlare di sicurezza alimentare.
Interessante è andare al supermercato che ha prezzi europei e trovare prodotti con etichette incomplete, con additivi e coloranti vietati in Europa. La mancanza di regolamentazioni in merito è evidente e un gap legislativo di questa portata costituisce un danno per la salute della gente.
È in questo quadro che si inserisce il lavoro di molte ONG che operano in Bolivia. Fundaciòn Sartawi Sayaryi, con il sostegno e la collaborazione di CVCS dal 2005 ad oggi, opera in particolar modo per fortificare il potenziale dei campesinos, i contadini boliviani, supportandoli nel creare sistemi di irrigazione, migliorare la qualità e la quantità del bestiame e delle sue produzioni, indirizzando i produttori a una agricoltura sostenibile e biologica nel totale rispetto dell'ambiente, per migliorare la commercializzazione e la trasparenza per il consumatore, grazie alla partecipazione a fiere sparse per tutto il dipartimento di La Paz e mettendo a disposizione nella propria sede uno spazio di vendita per i campesinos.
Biologico non significa migliore ma indica che considera tutto l'ecosistema, favorendo la biodiversità e la naturale fertilità del suolo e che esclude dal processo prodotti chimici e organismi geneticamente modificati.
Cosa c'è di più bello dell'ottenere sicurezza alimentare tramite una agricoltura sostenibile in cui i beneficiari siano sia il produttore che il consumatore?
Emilia anche se non ha niente è felice, ride e divide con le sue amiche il suo pranzo (patate, pomodori e un pezzetto di pollo) e brindano insieme con una bevanda dolce che conservano per le occasioni speciali.
Nicolò Villa

DONAZIONI
- c/c banca Credito Cooperativo Cassa Rurale di Lucinico, Farra e Capriva
- IBAN IT23 M086 2212 4010 0400 0060 012
- Intestato a CVCS – Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo
- Causale “Progetto Quinoa bio Bolivia”
- www.cvcs.it

Haiti, il riso fa...buon sangue

«Coltivo la terra da quando ero bambino, un mestiere che ho ereditato da mio padre e dal padre di mio padre… Lavoravamo duramente, riuscendo a malapena a mangiare una volta al giorno. Siamo andati avanti così per anni, senza immaginare che si potesse vivere in un altro modo, e che la povertà potesse venir sconfitta», racconta Sonson, 49 anni, abitante di Bocozelle nella valle dell’Artibonite, 120 km a nord di Port-au-Prince, la capitale di Haiti.
Il Paese è divenuto tristemente “famoso” da quando, nel 2010, il terremoto ha mietuto 220.000 vittime e provocato danni per 14 miliardi di dollari. Oltre a questo, due uragani scoppiati nel 2012 hanno contribuito a distruggere l’intera produzione agricola, in particolare quella di riso, il piatto base dell’alimentazione locale. «A peggiorare la situazione, la concorrenza del riso statunitense favorito da una politica doganale che ha costretto l’ex presidente Aristide ad abbassare i dazi su questo cereale dal 22 al 3%», spiega Andrea Fabiani, che per tre anni ha lavorato ad Haiti per conto dell’associazione torinese CISV.
«Oggi il riso locale costa 900 gourde haitiani (circa 15 euro) al quintale, contro gli appena 400 gourde di quello importato dagli Stati Uniti. E per le famiglie povere - che vivono con 40 centesimi di euro al giorno a persona, e che costituiscono il 50% della popolazione - è più conveniente acquistare il riso straniero a scapito della produzione locale».
L’altro paradosso è che, senza importazioni, la produzione interna non basta a soddisfare i bisogni locali. «Per liberarsi dall’import e dagli aiuti esterni occorre perciò rilanciare e raddoppiare la produzione» dice Andrea. Un’utopia?
«Qui a Bocozelle, dove siamo attualmente 48.000 abitanti, siamo riusciti a raddoppiare la produzione di riso da 2,5 a 5 tonnellate per ettaro, nel giro di pochi mesi», racconta Sonson, membro della federazione Ojl 5 (“Occhi aperti” in creolo) con cui CISV collabora e che riunisce oltre 50 organizzazioni contadine.
«All’inizio non è stato tutto rose e fiori», spiega Andrea, «perché i risicoltori erano restii a modificare i metodi di lavoro tradizionali».
Adesso veniva loro richiesto di unire le proprie (piccole) parcelle di terra in un unico appezzamento, più facile e redditizio da lavorare; di seguire specifici corsi per migliorare le tecniche di coltivazione e gestione; e di utilizzare un nuovo sistema di credito in natura per ricevere concime e sementi in prestito dalla RACPABA (rete di associazioni e cooperative agricole dell’Artibonite), dando parte del riso prodotto come “restituzione” al termine del raccolto.
«Tutte queste novità all’inizio andavano ‘digerite’, perciò siamo partiti con una piccola sperimentazione su 4 ettari di terreno», racconta Andrea.
«Ma fin dal primo raccolto si sono ottenute rese di 5-6 tonnellate per ettaro, e questo ha convinto i contadini a proseguire, arrivando in poco tempo a 30 ettari di risaie coltivate». Un successo, conferma Antò, anche lui risicoltore di Bocozelle: «Avevo preso in affitto un lotto di terreno per coltivarlo, ma quando il proprietario ha visto che il suo vecchio appezzamento poteva produrre fino a 6 tonnellate di riso di buona qualità, ha subito voluto indietro la terra per coltivarsela da sé!».
Adesso CISV e i contadini dell’Artibonite sono arrivati a mettere a coltura 100 ettari di risaie, a beneficio di 1.600 famiglie. «Abbiamo iniziato a lavorare e a vivere meglio», dice Sonson. «E’ più facile procurarsi i mezzi che ci servono per il nostro lavoro (concime, sementi…), riusciamo a dare da mangiare regolarmente ai nostri bambini, e molti nei villaggi hanno iniziato a mandare i figli a scuola».
Molto però resta da fare: «Spesso manca l’acqua per irrigare, costruire canali è costoso e per bere si usa spesso l’acqua del fiume, ma fa male alla salute». «Occorre sviluppare ancora di più l’agricoltura» dice Andrea, «che è la base dell’alimentazione e dell’economia. Ed è l’unica via per aiutare gli haitiani a camminare di nuovo sulle proprie gambe, liberandosi dalla dipendenza dall’estero».
Stefania Garini, Cisv

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venerdì 11 dicembre 2015

Congo, un orto per la scuola

«Da tre anni qui a Nyangezi sta cambiando tutto. Molti ragazzi, che altrimenti avrebbero abbandonato la scuola, continuano a studiare. E anche io ho più speranza riguardo al mio e al nostro futuro». Frère Charles è il direttore dell'Istituto Weza di Nyangezi, nella provincia del Sud Kivu della Repubblica Democratica del Congo. Da anni segue l'istituto, insieme agli altri confratelli Maristi. Ed è lui che dice che da quando Amici dei Popoli è intervenuto con il suo progetto “Per un'istruzione di qualità” c’è stato un lento ma consistente miglioramento della situazione.
Il Sud Kivu è una delle province in cui la popolazione risulta tra le meno istruite della RDC. Tanti bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni non riescono a frequentare la scuola dell'obbligo. Molti abbandonano la scuola, il tasso di bocciature è alto e molti sono gli ingressi tardivi. Coloro che non entrano a scuola o che non completano i loro studi primari sono figli soprattutto di famiglie povere, e bambini che provengono dalle campagne. La zona di Nyangezi ha convissuto, e convive da molto tempo, con una situazione di grave insicurezza e qui le famiglie sono state spesso attaccate dai ribelli. Molti sono stati uccisi e tantissimi bambini sono oggi orfani, traumatizzati dagli effetti della guerra.
«C'è una grande carenza di insegnanti formati», continua Frère Charles. «Quelli che lavorano si sentono isolati e demoralizzati, e l’esiguità dei salari pagati dallo Stato – nonché la loro irregolarità – li demotiva. In più, da ormai due decenni non esiste un sistema di formazione permanente per i docenti e la maggior parte non ha alcun accesso a risorse pedagogiche».
Per questo Amici dei Popoli, in collaborazione con la congregazione dei Fratelli Maristi, ha avviato nel 2010 il progetto “Per un'istruzione di qualità” con l’obiettivo di rafforzare i servizi di Scuola Primaria e di reinserimento scolastico per i bambini vulnerabili.
Le attività sono molteplici: innanzitutto un corso di formazione per insegnanti che ha coinvolto oltre 180 docenti provenienti da 24 scuole del territorio. I temi riguardavano la pedagogia evolutiva, l'educazione nutrizionale, la sessualità, i diritti umani e dell’infanzia, il lavoro d'equipe, il rispetto dell’ambiente. Gli insegnanti hanno poi costituito una rete chiamata “Gruppo di risparmio e di credito” con il quale stanziano parte del loro stipendio per costituire un fondo con cui finanziare piccole attività generatrici di reddito.
E poi c’è l’orto: un orto-giardino creato all'interno della scuola. Uno spazio molto grande in cui vengono coltivate cipolle rosse, porri, cavoli, amaranto, melanzane, mais, fagioli, patate dolci, manioca, fagiolini e spinaci che vengono utilizzati per l’alimentazione dei ragazzi dell’internato, vengono distribuiti ai bambini vulnerabili della scuola primaria e in parte vengono venduti sul mercato locale per aiutare l’autofinanziamento della scuola e delle altre attività. Due agronomi seguono i lavori e mettono a disposizione le loro competenze per la riuscita delle coltivazioni, ma offrono anche importanti consigli ai genitori, che così sono in grado di migliorare anche la coltivazione dei propri orti domestici. La carica innovativa e creativa di questo progetto è che i genitori che non hanno possibilità di pagare le tasse scolastiche per i propri figli possono offrire ore di lavoro nell’orto-giardino. In cambio la scuola si prende in carico le spese di frequenza scolastica. I risultati sono evidenti: «I genitori si sentono valorizzati e sono contenti di mettere a disposizione il loro lavoro ricevendo in cambio la possibilità per i propri figli di accedere al percorso scolastico».
Tutte queste iniziative hanno fatto sì che la riuscita scolastica del distretto sia notevolmente aumentata e i risultati dell'esame nazionale delle scuole coinvolte sono stati quasi tutti positivi.
Quella dell’Istituto Weza è l'esempio di come mettersi insieme, sostenersi reciprocamente e provare nuovi espedienti creativi che uniscono ambiti differenti – come ad esempio l'orticultura e l'istruzione – possano permettere il miglioramento delle condizioni di vita anche in contesti di disgregazione dello stato sociale e di crisi profonda come quello di questa sofferente provincia della Repubblica Democratica del Congo.
Enrico Campagni e Morena Lorenzi


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