mercoledì 13 gennaio 2010

HAITI DA SOLA NON CE LA FARÀ

“Mesi fa ad Haiti era crollata una scuola e i bambini sono morti a centinaia, semplicemente perché i soccorsi non sono stati capaci di intervenire nei tempi e nei modi necessari. Immaginate cosa succederà ora? Parliamo di un Paese che vive da decenni in uno stato di emergenza cronica!
La grande debolezza degli haitiani, nel non poter rispondere a una crisi come questa, rende necessario davvero uno sforzo fuori dal comune a livello internazionale, per i soccorsi prima, per la ricostruzione poi, anche per le Organizzazione come le nostre che devono poter ripensare a un proprio ruolo. Perché lì manca tutto. Tutto”.

Martino Vinci, 42 anni, originario di Martina Franca (Taranto), responsabile per ProgettoMondo dell’area CentroAmerica, ha alle spalle una notte trascorsa al telefono. Per ora soltanto lui è riuscito a sentire, e per pochi minuti, il nostro cooperante a Port au Prince, e ad assicurarsi che è sano e salvo. Ma ora, dice, “dove alloggeranno centinaia di migliaia di sfollati? Ad Haiti – ricorda infatti - non ci sono strutture, e anche gli edifici che non sono crollati saranno certamente inagibili o potrebbero crollare nelle prossime ore con le scosse di assestamento.
Mancheranno allora tutti i servizi. Non ci sarà combustibile, né luce, gas e acqua. Come sarà possibile vivere in questo modo? Sarà il caos”.
Marino Vinci, cooperante con molta esperienza, si confessa molto scosso. “Forse per la prima volta – dice - sento particolarmente vicina questa tragedia. Forse per l'estrema vulnerabilità che continuo a cogliere in quel Paese”.
Il nostro rappresentante in Centroamerica nutre molti timori anche rispetto alla risposta che a questo punto potrà dare la comunità internazionale: “Ad Haiti non c'è davvero nessuno”, dice. “E sarà estremamente difficile capire anche in futuro a chi appoggiarsi nel post terremoto”.
Secondo Vinci, pur se la presenza della Missione Nazione Uniti costituisce un oggettivo vantaggio oggi per il Paese - non fosse altro perché sono i più attrezzati per intervenire- le immagini del crollo del loro Quartier generale e le notizie dei tanti Caschi blu morti o dispersi, fanno comprendere come la situazione fosse, e resti, assolutamente fragile.
“Era stato già difficile recuperare un pò di normalità in quest’ultimo anno, dopo la recrudescenza degli allarmi sicurezza, l’ondata di nuovi sequestri, l’invivibilità dei quartieri”. Si ritiene che dopo la cacciata di Aristide, alcune frange abbiano infatti ricominciato a riorganizzarsi in associazioni a delinquere legate al narcotraffico e alle estorsioni. Figuriamoci ora – riflette quasi a voce alta Martino Vinci - in queste circostanze aumentano esponenzialmente gli sbandati e quelli senza scrupoli, per non parlare dei problemi di ordine pubblico e di sciacallaggio”.

“Chissà – conclude il rappresentante di ProgettoMondo Mlal ad Haiti - che quest’ennesima catastrofe non sia almeno l’occasione per smuovere l’opinione pubblica riguardo alla questione Haiti, e per dare un nuovo ruolo alla cooperazione internazionale. Perché – spiega Vinci - a differenza di quando passano gli uragani e fanno piazza pulita nelle grandi aree rurali, questa volta a essere colpita è stata la capitale. Dove tutti hanno interessi, conoscenze, rapporti. Se questa volta non sono stati colpiti i centri di produzione, e quindi le capacità di risposta alimentare, è stato però colpito il centro del sistema nervoso del Paese. Un terremoto di queste dimensioni nella capitale porta infatti necessariamente disordine ed incertezza per il futuro, per la situazione economica generale del Paese. Chissà che tutto ciò non richiami magari la diaspora, oggi sono infatti 4 milioni gli haitiani che vivono all’estero…” .

E cosa fare allora? In queste prime ore, devono lavorare solo i soccorsi. Noi come Aiuto allo sviluppo abbiamo innanzitutto il dovere di informare – dice Vinci-. Di osservare attentamente l'evoluzione per capire come sarà più utile intervenire in fase di ricostruzione”.
Mentre non si hanno purtroppo ancora notizie dalle altre zone del Paese colpite dal sisma. Ad ora non sappiamo cosa ne sia di tutti gli insediamenti informali costruiti sulle pendici della catena montuosa che segue la costa, proprio verso la zona dell'epicentro, né se sia ancora in piedi il nuovo Centro di produzione agricola costruito con il Progetto “Piatto di Sicurezza” a Leogane, 50 chilometri ad est dall’epicentro. Sperando che almeno possa essere stato allestito come primo rifugio per le famiglie della zona che hanno perso la loro casa, si continua a lavorare per promuovere un primo intervento di emergenza a sostegno di quanto ci indicheranno i nostri partner ad Haiti.

Per chi fosse interessato ad aderire da subito alla sottoscrizione straordinaria, versamenti su:
Banca Popolare Etica IBAN IT 07 J 05018 12101 000000511320

LO SPIRITUALISMO HAITIANO PER LA RICOSTRUZIONE

“Quando alla tv hanno detto che nella capitale mancava la luce, ho quasi sorriso. A Port au Prince, da sempre, la luce va e viene a ore alterne, e solo in alcune zone della città”. Questa la prima reazione a caldo di Enrico Vagnoni, rientrato in Italia da poco più di sei mesi dopo aver lavorato con ProgettoMondo Mlal sul confine tra Haiti e Repubblica Dominicana al progetto Terra di Mezzo.
La luce, l’acqua, i servizi base non sono mai stati alla portata di tutti, nemmeno nella capitale”. Enrico, 35 anni di Oristano, conosce bene questo Paese che l’ha ospitato e ci descrive una capitale già da decenni fatiscente, tutta arroccata sul pendio di una collina bucata, dove gli edifici, molti costruiti con materiali scadenti, si accavallano e sono privi di qualsiasi caratteristica antisismica. “Considerata l’entità del sisma – dice con un filo di voce - non oso immaginare come possa essere ridotta oggi. Immagino inoltre la difficoltà nei soccorsi, data la fragilità logistica e la debolezza delle strutture”.
Il Paese manca da sempre di un coordinamento forte – dice - tra le strutture e il suo territorio. E questo sarà forse uno degli aspetti che renderanno più difficili il soccorso e il riordino della città. Senza considerare i rischi dello sciacallaggio”.
Saputo della catastrofe, il primo pensiero di Vagnoni sono stati ovviamente i colleghi come Nicolas (cooperante ProgettoMondo Mlal ad Haiti) e i tanti altri amici che con il suo rientro in Italia ha lasciato laggiù. E poi – dice – “penso agli haitiani in generale, che sono un popolo molto spirituale e caratterizzato da una rassegnazione fatalistica, quasi si sentissero destinati a subire una calamità naturale dietro l’altra. Un popolo che ha però sempre saputo alzarsi dopo le numerose catastrofi e che, proprio su questa sua forza dovrà fare leva per la ricostruzione del Paese”.
Ora certo non è facile pensare al dopo terremoto, ma chiediamo a Enrico quali potrebbero essere i primi passi da compiere per ristabilire un giorno anche un quotidiano normale: “Credo – dice lui- che sia importante innanzitutto sostenere l’emergenza di queste ore con l’attivazione di raccolte fondi, e nel frattempo studiare una collaborazione con le Ong già presenti ad Haiti per migliorare il coordinamento generale del territorio, affinché gli aiuti seguano una precisa progettualità e la rinascita della città avvenga principalmente dal protagonismo dei propri cittadini”.

Per chi volesse partecipare alla ricostruzione di Haiti, versamenti su
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CATASTROFE HAITI

Nicolas Derenne, 30 anni, belga di nascita ma per anni residente a Venezia, dove prima della partenza come cooperante ad Haiti lavorava nell’amministrazione comunale, è salvo ed è da alcune ore al sicuro presso l’Ambasciata di Francia. Ma nel corso della notte, e dopo tantissimi tentativi andati a vuoto, nel brevissimo collegamento telefonico con il nostro responsabile area che lo chiamava dal Nicaragua, ha avuto poche parole: “E’ un disastro, non sapete. E’ un disastro», è riuscito a dire prima che cadesse nuovamente la linea.

E in queste ore, proprio a causa dell’interruzione della linea (del resto instabile anche nei giorni normali), è impossibile conoscere nemmeno lontanamente il bilancio dell’ennesima catastrofe abbattutasi su Haiti, da sempre il Paese più povero dell’America Latina e superato nel resto mondo da appena altri 33 Paesi. Ma se, come testimoniano le prime immagini, persino degli edifici più importanti (palazzo presidenziale, quartiere generale dell’Onu, ospedale, aeroporto, cattedrale, università, e principali ministeri) è rimasto poco o nulla, è facile immaginare cosa sia nel resto dell’area intorno alla capitale.

A 37 chilometri a est di Port au Price, e dunque a 50 dall’epicentro del sisma, c’è poi la sede del nostro primo Progetto, ormai quasi in chiusura, “Piatto di Sicurezza”, un intervento triennale cofinanziato dall’Unione europea per la sicurezza alimentare. Da Leogane però non arrivano notizie ed è drammatico soltanto immaginare quale possa essere la situazione. Più distante, invece, a sud ovest, ma comunque nel cuore geografico dell’area tradizionalmente spazzata dal passaggio degli uragani (quattro soltanto nel 2008), la sede del secondo Progetto (“Viva Haiti!”) in avvio proprio in queste settimane. Un intervento, sempre approvato dall’Unione Europea, per la ricostruzione del territorio di Fond Verettes, la prevenzione delle catastrofi e la formazione professionale dei giovani. Il progetto sarà realizzato in collaborazione con il nostro partner locale, il Centre de Recherche et de Dévoloppement (Cresfed) e, più concretamente dalla nostra equipe locale coordinata da Nicolas Derenne.

Questa mattina la nostra Organizzazione ha avviato una raccolta fondi straordinaria per la fase di ricostruzione, sapendo di potere già contare su un importante progetto di cooperazione, approvato a livello di Commissione europea, e con un partner particolarmente in gamba in loco. Questo perché non si perda nemmeno un centesimo della grande commozione di queste prime ore. E perché – per quanto sarà in nostro potere- anche gli aiuti che verranno non servano solo a tamponare ferite, troppo profonde per guarire in fretta, ma contribuiscano allo sviluppo del Paese, perché catastrofi annunciate di questo tipo non abbiano sempre bilanci di vittime umane così spaventosamente inaccettabili.

Per chi volesse partecipare alla ricostruzione di Haiti, versamenti su Banca Popolare Etica IBAN IT 07 J 05018 12101 000000511320


Qui sotto, un video intervento di Nicolas Derenne realizzato lo scorso dicembre per presentare i due progetti in Haiti: quello in chiusura, Piatto di Sicurezza, e il nuovo "Viva Haiti", in avvio nei prossimi mesi.

martedì 12 gennaio 2010

Argentina: l'altra faccia del boom immobiliare

In Argentina si parla spesso di accesso alla terra e delle nuove leggi necessarie a regolamentarne il possesso all’interno delle città. Si tratta di preoccupazioni sempre più al centro della discussione pubblica. Un ampio settore della popolazione non può comprare un terreno al prezzo che impone il mercato, motivo per cui, senza nessun’altra alternativa, molte famiglie ricorrono a diverse modalità di insediamenti urbani, precari e informali (in una parola abusivi), la cui conseguenza è un aumento della “lista dei poveri” oltre che dei proprietari di terreni irregolari.
Negli ultimi anni, la questione si è aggravata ulteriormente, a causa della forte crescita economica del paese che, anche se di recente è andata rallentandosi, ha portato a un aumento esponenziale dei prezzi dei terreni urbani. Tuttavia, la nascita degli insediamenti informali è il prodotto di molti fattori e variabili locali, comprese la demografia e la macroeconomia che colpiscono la povertà urbana.
Ogni comune presenta delle caratteristiche socio-economiche diverse, che influenzano il livello e il tipo di povertà a cui sono soggette alcune fasce della popolazione. Molto può quindi essere fatto proprio partendo direttamente da loro, più ancora che reclamando politiche pubbliche a livello nazionale che rimangono comunque importanti. Non promuovendo precise politiche di edilizia pubblica, i municipi finiscono col fomentare lo sviluppo del fenomeno di insediamenti abusivi. Ad esempio privilegiando l’assegnazione dell’investimento pubblico esclusivamente a zone residenziali di classe media e alta o applicando politiche fiscali inadeguate di tipo locale. Il che non può che portare a un inevitabile peggioramento delle zone povere.
Purtroppo non esiste una chiara coscienza sociale sulle conseguenze generate dall’indifferenza verso gli insediamenti informali. Conseguenze che rappresentano un vero o proprio pericolo per gli abitanti che risiedono in zone a rischio ambientale, lungo i bacini dei fiumi o in zone inquinate delle città, nocive soprattutto per la salute dei bambini.

L’occupazione di un terreno, regolare o meno che sia, dopo molto tempo genera inoltre diritti, di cui sarà lo stato a doversi fare garante in un futuro più o meno lontano. E ciò che è grave è che non si conoscono nemmeno gli altissimi costi delle politiche di regolazione demaniale e urbana che, se attuate per tempo, offrirebbero a molte persone povere, la possibilità di accedere subito a case vere e dignitose.
I costi si valutano soprattutto in termini di aumento della povertà considerando che, molto spesso, in passato le zone povere non venivano sanate ma si procedeva piuttosto a spostarne gli abitanti in zone lontane. Queste concetto di esclusione, del “portare lontano dalla vista”, ha generato condizioni di spostamento violente, prive di qualsiasi politica sociale, che spesso hanno significato la perdita del lavoro per molte persone, oltre che a un generale disorientamento sociale e a enormi tensioni generate dalla convivenza nello stesso quartiere di famiglie che non avevano mai convissuto prima. Come accade nel film “Ciudad de Dios”, dove lo spostamento di un quartiere povero nella zona di Rio de Janeiro, in Brasile, ha come conseguenza la nascita, negli anni seguenti, di una favela con condizioni di vita per i suoi abitanti ben peggiori delle precedenti.

È necessario quindi creare proposte per affrontare i due lati del problema: la creazione di misure “curative” per portare avanti il processo di regolazione demaniale e urbana degli insediamenti informali, e la pianificazione della città a lungo e breve termine, una città che dia a tutti il diritto di vivere dignitosamente.
I nuovi disegni di politiche pubbliche su scala locale, segnalano la necessità di incidere sul mercato della terra: ciò implica la necessità di conoscere e capire il funzionamento di questo mercato in Argentina, per poi formulare le corrispondenti politiche e i rispettivi strumenti.

Esempi arrivano da altri paesi dell'America Latina, come il Brasile e la Colombia, che hanno lavorato molto sul tema, creando un quadro normativo generale a livello nazionale, a cui si rifanno le indicazioni locali. È il caso dell' “Estatuto de la ciudad” (Statuto delle città del 2001 in Brasile) che contiene strumenti innovativi per la gestione delle politiche locali: tasse su terre e immobili passivi per combattere la speculazione, separazione tra diritto di costruire, diritto di proprietà e la correlativa possibilità di trasferimento del diritto di costruzione, edificazione e parcellazione obbligatoria, ecc. Così come altri strumenti che, senza la pretesa di incidere direttamente sul mercato, propendono allo sviluppo urbano di scala sostenibile, come le zone speciali di interesse sociale.
Proprio in Brasile, a Recife, ProgettoMondo Mlal ha appena concluso il progetto “Favelas più vivibili”. In tre anni si è instaurato un processo di cambiamento reale, che tutto lascia sperare continuerà negli anni per restituire una vita vera a sempre più famiglie della zona.
In Argentina, uno dei ruoli che il progetto Habitando vuole ricoprire con il suo intervento, è proprio quello di accompagnare un processo di sensibilizzazione e appoggiare uno sviluppo abitativo sostenibile. Uno sviluppo che tenga conto delle famiglie disagiate e delle loro necessità di partecipazione e inclusione nel cammino verso il miglioramento della propria qualità di vita e che metta in atto la creazione di lavoro per microimprese del settore edilizio, dando l’opportunità ai settori più poveri di lavorare e promuovere il cambio socio-economico. Un processo infine che permetta ai municipi di ricevere un'adeguata formazione, dando loro la capacità di attuare politiche di edilizia popolare che favoriscano, con il proprio intervento, quella fascia della popolazione che vive sotto la soglia di povertà.

Florencia Pasquale di Ave e Nicola Bellin, capoprogetto Habitando per ProgettoMondo Mlal

lunedì 11 gennaio 2010

Una casa anche per Gladis

Il 6 gennaio 1992, alle 7 del mattino, la popolazione del paesino di San Carlos Minas, nel nord della provincia di Cordoba, era stata svegliata dai frenetici rintocchi di campana di padre Raul!
Il fiume che circondava il pueblo stava avanzando inesorabile sul centro abitato, e in pochi minuti si era materializzata quella che oggi è ricordata come una delle peggiori inondazioni della storia argentina.
Il bilancio fu all’epoca di 30 morti, case spazzate via dalla furia dell’acqua, popolazione abbarbicata sui tetti, un metro e mezzo di fango nelle abitazioni rimaste in piedi. Il paese era completamente isolato, senza luce né possibilità di comunicare con l’esterno.
E ancora oggi colpisce ascoltare questi racconti, frammenti di vita di persone trasformate per sempre da tragiche esperienze. Sono passati 18 anni dall’inondazione di San Carlos Minas, e la ricostruzione del paesino rappresenta un esempio vivente di come, la partecipazione di un’intera comunità, possa restituire dignità alle persone, aiutandole anche ad uscire rafforzate da quella che altrimenti rimarrebbe solo un’esperienza devastante.
Il nostro partner nel progetto Habitando, Ave, ci ha portato a vedere l’intervento fatto in questo paesino dove, partendo da zero, ha ricostruito 18 case aiutando altrettante famiglie a recuperare una nuova vita. Oggi queste famiglie, che avevano partecipato attivamente al processo di ricostruzione, si sono allargate; hanno migliorato le rispettive abitazioni ampliandole e costruendo nuove stanze. Ne è nato un bel quartiere che rappresenta un esempio di impegno importante.
Durante la visita abbiamo visto ripassare momenti intensi negli occhi di queste persone. Così come quelli raccontati più tardi da Gladis, madre di dodici figli - il più grande di 26 anni e la più piccola di 3 - che vive con il marito nel paese di Unquillo, pochi chilometri fuori dalla città di Cordoba.
Gladis è un’altra beneficiaria di un intervento di Ave che, tre anni fa, ha costruito, in collaborazione con questa amministrazione comunale, 15 nuove case per altrettante famiglie che vivevano in gravi condizioni di indigenza in zone estremamente povere.
La nuova casa ha dato a Gladis la possibilità di uscire da una situazione di grande povertà, di offrire ai suoi figli la possibilità di dormire in un luogo pulito e non più in condizioni igieniche proibitive.
Parlando con lei, di fianco alla nuova abitazione in cui adesso vive, ci si riempie di energia, ci si rende conto di come sia possibile capovolgere la propria esistenza e diventare protagonisti di un cambiamento importante.
Questo dà nuova forza a tutti. Ci fa sentire tutt’un tratto protagonisti a nostra volta, ci aiuta a identificare l’importanza del compito che siamo chiamati a svolgere per favorire un reale cambiamento della realtà di questo Paese, per aiutare molte altre persone come Gladis, grazie a queste nuove politiche di edilizia centrate sulla formazione e l’autocostruzione, a rivendicare una reale opportunità a vivere in maniera dignitosa.
Così, inevitabile, il pensiero corre per un attimo alla nostra Italia, agli attimi terribili della catastrofe dell’Aquila, e delle frane di Messina, che tanto hanno colpito il nostro Paese in quest’ultimo anno, alle necessità abitative di molte famiglie nei quartieri periferici di città come Napoli, Palermo, Milano, Roma e tante altre.
Costruire con protagonismo della popolazione, a partire dal coinvolgimento attivo di ogni singolo abitante. Queste le linee guida del Progetto Habitando che potrebbe adottare anche l’Italia nelle sue politiche di edilizia popolare, nei suoi interventi di emergenza, di ricostruzione.
E probabilmente da queste esperienze argentine, di un popolo che molta storia condivide con noi, potremmo trarre un esempio, una possibilità di risposta diversa e nuova, che possa garantire risultati di pari qualità ma con più risultati anche a livello di integrazione sociale. Perché c’è sempre da imparare …

Nicola Bellin, Capoprogetto Habitando

venerdì 8 gennaio 2010

Dal Guatemala: I fantasmi della memoria

Un video che vuole essere un piccolo contributo al riconoscimento e alla difesa della Memoria di un popolo, delle culture e delle tradizioni di intere generazioni che, regimi militari, interessi politici ed economici, avrebbero voluto cancellare dalla storia.
Grazie a un cofinanziamento di Regione Lombardia, Regione Veneto, Provincia di Rovigo, Provincia Autonoma di Trento, ProgettoMondo Mlal ha potuto realizzare “I fantasmi della Memoria, 1975-1993 testimonianze maya Ixil”, video testimonianza con le voci di alcune delle vittime del genocidio perpetuato in Guatemala tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90, quando la repressione dell’esercito contro la resistenza della popolazione indigena trasformò le aree rurali del Paese in un inferno.
Con l’impegno dell’equipe locale, guidata dal capoprogetto Simone Dalmasso, e il lavoro della regista Annamaria Gallone e della Kenzi Production, la nostra associazione ha dunque raccolto nell’area del cosiddetto “triangolo ixil” alcune straordinarie interviste tra donne e uomini che in quegli anni hanno partecipato alla guerriglia in prima persona o che hanno visto morire i propri figli e mariti, tra i giovani d’oggi che ancora vivono tutte le conseguenze psicologiche e sociali di quegli anni. La serietà e l’apparente leggerezza con cui questi testimoni ci hanno raccontato storie altamente drammatiche, rendono questo video uno strumento estremamente prezioso per capire meglio l’animo pacifico e inerme di questo popolo indigeno millenario e l’abnorme ingiustizia di quanto subito.







Di stragi di donne e bambini, indigeni assassinati, case, allevamenti e coltivazioni distrutte parlano anche i documenti militari pubblicati recentemente dall’istituto di ricerca indipendente National Security Archive, della George Washington University. In essi è racchiusa la cosiddetta “Operazione Sofia”, avvenuta nel 1982 a Quichè per opera del generale Rios Montt. Documenti finora tenuti nascosti dal governo guatemalteco, ma che il 2 dicembre scorso sono stati presentati pubblicamente dalla direttrice del Proyecto Guatemala del National Securty Archive, Kate Doyle, all’Audiencia nacional, il tribunale spagnolo che ha messo sotto processo Montt e altri ex funzionari governativi con l’accusa di genocidio.
359 pagine di uccisioni brutali anche di persone non armate, distruzioni e bombardamenti indiscriminati di rifugiati, oltre che di piani operativi, mappe e ordini di servizio. In soli due anni, tra il 1982 e il 1983, i militari sterminarono circa 440 comunità maya.
Secondo Doyle, dai documenti “emerge chiaramente la volontà di causare danno e sofferenza alle comunità indigene. L’esercito considerava le comunità indigene come nemici da annientare nell’ambito della lotta al comunismo”.
Una lotta durata più di trent'anni, e che tra il 1960 e il 1996 è costata la vita a più di 200mila persone.

martedì 5 gennaio 2010

Berberi e arabi: le contraddizioni del popolo marocchino

Una cosa che mi incuriosisce tanto del Marocco sono gli intricati e controversi rapporti tra popolazione di origine berbera e quella araba. Studiando il fenomeno nei libri di storia appariva chiaro il percorso seguito: invasione araba, resistenza berbera a cui seguì quasi ovunque una sconfitta con successiva islamizzazione, integrazione delle comunità berbere rimaste abbastanza autonome nel sistema politico importato dagli arabi.
Ma come sempre la realtà è ben più intricata: la regione di Tadla Azilal è a fortissima presenza berbera, in particolare nelle aree montane, sul Medio Atlante. Sono aree molto disagiate, con collegamenti scarsi e spesso impervi, alti tassi di povertà e analfabetismo, ed è qui che ProgettoMondo Mlal porta avanti programmi finalizzati ad arginare l'analfabetismo e sostenere lo sviluppo.
Di recente ho conosciuto un ragazzo dell’associazione che lavora presso un’altra sede, a Kourigbha. Sapendomi da poco arrivata, mi dice “dovrai imparare il berbero!!”, ponendolo in scherzosa, ma polemica, contrapposizione con l’arabo. La cosa mi ha divertito e incuriosito molto: si è subito sviluppata al tavolo una piccola discussione sul rapporto arabi-berberi, sulla storia delle loro relazioni. Dalle parole di questo ragazzo il popolo Amazhigh (nome autoctono dei berberi), nelle epoche precedenti all’invasione e conquista araba era felice e libero. Un passato “mitico” un po’ idealizzato probabilmente, al cui posto è subentrata una realtà che vede oggi lo stesso popolo vittima di soprusi più o meno consapevoli da parte della maggioranza al potere araba. Grazie a questa breve discussione (svoltasi sottovoce, visto che eravamo al bar), ho avuto modo di avere un primo fugace contatto con una delle contraddizioni, forse una delle principali, che vive il popolo marocchino.

Maria Grazia Depalmas, casco bianco ProgettoMondo Mlal in Marocco