venerdì 30 aprile 2010

Tre giorni “carcerati” a Qalauma

Tre giorni a Qalauma nel nuovo Centro destinato ai giovani ad oggi reclusi nel carcere di San Pedro in Bolivia. In vista dell'inaugurazione vera e propria della struttura, ultimata alla fine di febbraio, l'equipe del progetto ha infatti deciso di vivere per tre giorni all'interno del Centro per, come racconta il nostro casco bianco, Ester Bianchini “conoscerci meglio, conoscere l'infrastruttura di Qalauma, vedere gli spazi, immaginarci in situazioni nuove, esserci e condividere”.
Un'iniziativa nata da Riccardo Giavarini, responsabile del programma “Qalauma, giovani trasgressori” avviato da ProgettoMondo Mlal, ma fortemente condivisa e apprezzata da tutti.
Racconta Ester:
“Tre giorni a Qalauma, con tutto l’equipe riunito per condividere giorno e notte quello che presto sarà realtà! Gli immensi spazi ci hanno accolti, Don Andres ci ha procurato luce e gas, tutto è già pronto per accogliere i primi 30 ragazzi.
Grande convivenza e conoscenza reciproca, che ci ha permesso di svolgere al meglio un laboratorio per il lavoro d’equipe come mezzo di unione e di coesione. E poi giochi di ruolo, momenti di divertimento e distrazione (come solo guardare un film insieme) e una piccola festicciola per il compleanno di Gloria, assistente sociale di Qalauma.
Simulando la presenza dei ragazzi, ci siamo ruotati per la preparazione dei pasti, la gestione di regole e degli spazi, il rispetto degli orari e l’organizzazione interna.
Di fondamentale importanza in questo senso sono risultati proprio i giochi di ruolo per simulare situazioni critiche che incontreremo nella gestione del Centro: come l’arrivo dei ragazzi, la prima accoglienza, i conflitti per il cambio di ambiente e per la rinuncia dei ragazzi alle comodità di cui attualmente godono in San Pedro. E anche la gestione dei laboratori lavorativi, della cucina, del campo di calcio e della cappella sono stati simulati.
Una preziosa opportunità, infine, anche per prepararci alla prossima inaugurazione, organizzando gli spazi in vista di tale evento: si sono sistemate le camere dei ragazzi posizionando in ognuna un letto a castello (con i corrispettivi materassi, coperte, cuscini e lenzuola), un tavolo, le sedie e un piccolo armadio. Si è fatto ordine nella cucina, si sono sistemati i mobili nella parte amministrativa e, ovviamente, è stata resa più vivibile la parte destinata agli educatori, per 3 giorni a Qalauma. Occasione quindi più che concreta per renderci realmente conto di cosa voglia dire vivere nel Centro destinato al reinserimento sociale dei giovani trasgressori boliviani, e analizzarne gli spazi evidenziando difetti e virtù.
Ognuno di noi ha sacrificato impegni, scuola, famiglia per stare insieme e vivere qualcosa in cui si crede realmente. Un sacrificio comune premiato dalla reciproca gioia, dalla grande soddisfazione della buona riuscita e dalla felicità di concretizzare e vivere ciò che fino ad ora era solo immaginato.
Calarsi nella realtà dei fatti, e farlo con gioia, allegria e unione ci ha resi più forti e motivati per l’inaugurazione che, se tutto va bene, dovrebbe tenersi il mese prossimo!”.

La storia di Jonathan, giovane detenuto di San Pedro

Jonathan ha 25 anni. È entrato nel penitenziario di San Pedro a La Paz due anni fa e probabilmente, grazie al nuovo Centro Qalauma realizzato da ProgettoMondo Mlal per offrire un percorso alternativo di recupero ai giovani detenuti, potrà uscirne al più presto.
La sua storia assomiglia a quelle di molti altri ragazzi che, con lui, condividono gioie e dolori in questa cittadella rinchiusa in quattro mura. Jonathan si è trovato al momento sbagliato e nel luogo sbagliato. Per scherzo, e in una notte di festa, i suoi amici lo hanno portato a fare un giro fino a quando, improvvisamente e armati di coltelli, hanno deciso di assaltare un taxi. Il coraggio di Jonathan è riuscito a salvare la vita dell'autista, padre di famiglia, e a far arrestare tutti i giovani assalitori, compreso lui, reclusi ora nel penale di San Pedro. Da quel momento la vita di Jonathan ha preso una piega che mai avrebbe pensato. Se prima pensava che i detenuti fossero solo assassini, ladri, trafficanti di droga e in generale le peggiori persone del paese, in un solo attimo anche lui è diventato parte di quella schiera e, con loro, si è ritrovato a condividere tutto: costretto alla sopravvivenza e toccando con mano cosa significhino le parole cattiveria, droga, disperazione. Da quel momento tutto il mondo gli è crollato addosso.
I primi 8 mesi trascorsi in carcere non aveva un posto in cui dormire. Non aveva soldi per affittare una cella e per questo viveva nel corridoio della struttura, sotto una fredda tettoia utile almeno a ripararsi dalla pioggia. Il freddo gli mangiava le ossa. Con se aveva solo i vestiti che indossava e i primi giorni non riusciva a dire ai suoi genitori cosa realmente fosse successo.
Jonathan è l’ultimo di 8 figli, si è diplomato e, al momento dell'arresto, stava frequentando un master in gastronomia, per realizzare il sogno di diventare lo chef di un grande ristorante. Per potersi pagare gli studi faceva le pulizie in casa di una signora tedesca e questo ritardava i suoi compiti scolastici, ma era un modo per mangiare bene e per portare a casa due lire e pagarsi i libri. Da 4 anni era anche fidanzato con una ragazza che aveva conosciuto al liceo, e con lei ha trascorso i momenti più belli della sua vita. Era il suo primo amore, un amore ingenuo e puro, una relazione sana e giovane. Jonathan è un ragazzo molto dolce che porta avanti la convinzione, purtroppo non condivisa dai suoi amici, che il rispetto delle persone sia fondamentale e che il dialogo sia il modo migliore per superare le difficoltà e i conflitti. Fin da bambino si dava da fare in casa nelle faccende domestiche e aiutava il padre nella falegnameria. Proteggeva la sorella maggiore dalle cattive amicizie e degli incontri indesiderati ed era un alunno modello.
Purtroppo la vita non è stata gentile con lui. Umiliazione e frustrazione hanno caratterizzato i suoi primi mesi di permanenza in carcere. Non trovava via di uscita e intorno a lui vedeva solo violenza e abusi, soprusi da parte della polizia e degli altri detenuti. A volte faceva dei bei sogni, ma risvegliarsi a San Pedro era sempre un incubo. Non voleva aprire gli occhi e le giornate erano infinite.
La solitudine e lo sconforto erano i suoi tormenti, mescolati a malinconia, timore, angoscia e pentimento. Con le lacrime agli occhi racconta di quando il padre è andato a visitarlo per la prima volta a San Pedro: un uomo grande e d’onore costretto a piangere per la condizione del figlio.
Non riusciva a chiamare la sua ragazza e ha scelto di farlo solo dopo 8 mesi, quando un amico andato a trovarlo gli aveva fatto sapere che la ragazza non si dava pace per la sua scomparsa e camminava triste per la strada senza più sorriso sulle labbra.
Durante la telefonata la ragazza ha sentito delle voci di sottofondo: “centro penitenziario di San Pedro!”. Per un attimo Jonathan avrebbe voluto riattaccare il telefono dalla vergogna ma poi si è fatto coraggio e le ha detto che si trovava in carcere. L’umiliazione l’aveva trafitto per l’ennesima volta ma…non poteva farci nulla: era la verità. Il giorno dopo lei era andata a visitarlo. Non aveva ancora una cella per accoglierla e i suoi amici detenuti erano disposti a prestargli il loro posto per un briciolo di intimità. Ma Jonathan aveva preferito portarla sulla terrazza del penale: il sole splendeva nel cielo e l’aria era nitida. Calato il tramonto sulle baracche di San Pedro, Jonathan aveva preso il coraggio per invitarla a ricostruirsi un’altra vita. Da lì a un mese lei è partita per l’Argentina in cerca di un lavoro.
Poco a poco Jonathan si è fatto coraggio. Nel penale c’erano altri ragazzi che, condividevano la sua stessa sorte. Ha iniziato a lavorare: in lavanderia, in cucina e facendo le pulizie. Con costanza guadagnava un boliviano alla volta e trovava il modo di risparmiare qualcosa per poter prendere in affitto una cella. Si trovava impegni e si teneva le giornate occupate per non farsi divorare dai ricordi e per non rischiare di cadere nell’alcol e nella droga. Iniziò a scoprire la bellezza del pallone e del gioco del calcio: fin da bambino non aveva mai creduto nelle sue capacità fisiche, la competizione gli metteva paura e non amava il gioco di squadra.
La vita a San Pedro iniziava a prendere una piega diversa da quella iniziale. Era entrato a far parte della squadra della sua sezione (Alamos) ed era diventato il migliore giocatore. Per questo motivo il delegato di Alamos gli ha offerto una cella dove a tutt'oggi non paga affitto grazie alla sua bravura.
Iniziava a farsi coraggio e a maturare, ripensava alla sua vita e alla sua storia, si faceva nuovi amici e, finalmente, poteva personalizzare uno spazio tutto suo: la sua cella.
La sua stanza è piccola e scarna ma dentro c’è l’essenziale: un letto, la televisione, un armadio, un fornello elettrico, una pentola, un piatto e un cucchiaio. Sulle pareti ci sono 2 poster: un calendario e un poster de los Kjarkas. Un disegno sul muro, una frase scritta, numeri di telefono e una mensola dove custodisce, gelosamente, una cartellina con dentro lettere, messaggi, disegni, scritti e fotografie. Con orgoglio mostra la cartellina e racconta i suoi ricordi.
La prima cosa che farà quando uscirà dal carcere è chiedere perdono a suo padre, in ginocchio. Questo pensiero lo accompagna ogni giorno e il dolore della sua famiglia è una cosa che non riesce a dimenticare.
Adesso ha trovato il modo di vivere a San Perdo: lo cercano, ha amici, è stimato dalla squadra e aiuta i nuovi giovani che entrano nel penale. Spera di uscire presto ma questo gli fa tanta paura: cosa potrebbe pensare la gente di un ragazzo che è stato in carcere? Troverà lavoro? Si innamorerà di nuovo? Ma il suo pensiero maggiore va alla famiglia: come recuperare fiducia e rimediare alla vergogna? Di una sola cosa è certo: ha voglia di vivere e di costruirsi una nuova vita. Ha imparato ad affrontare le sue paure e l’amore dei suoi genitori continuerà a dargli forza anche nei momenti di futura solitudine.

Ester Bianchini, casco bianco ProgettoMondo Mlal in Bolivia

martedì 27 aprile 2010

Tempo di cerimonie... e di solidarietà!

Battesimi, comunioni, cresime e matrimoni. Tempo di cerimonie, di confetti e bomboniere e, anche quest'anno, ProgettoMondo Mlal ha ricevuto molte richieste di chi, per festeggiare una delle tappe delle sua vita, sceglie di farlo con un occhio di riguardo alla solidarietà.
Il primo di questa maratona solidale è stato il piccolo Francesco Castillo che, grazie anche alla generosità dei parenti che hanno accolto con entusiasmo l’appello di mamma e papà per una raccolta fondi in sostituzione del classico regalo, con il suo battesimo andrà a sostenere "Scuola e sviluppo", il progetto dedicato a più di 1.000 bambini dell’entroterra montano marocchino che ogni giorno superano freddo e distanza per andare a scuola.
Con maggio, poi, un nutrito gruppo di bambini festeggerà la Prima Comunione rivolgendo un pensiero ai coetanei del Sud del Mondo: ecco quindi Francesco Bortoluzzi, Federico Masi, Thomas Morosin, Vittoria Trespidi, e Giulia Maggi pronti a regalare ai propri invitati animaletti di ceramica peruviani e cofanetti in pelle del Burkina Faso, piccoli prodotti dell’artigianato locale, grandi segnali di condivisione.
A restituire un briciolo di quotidianità ai bambini haitiani, ci pensano invece Sofia Mengalli con la sua comunione e Beatrice Verzè nel giorno della Santa Cresima: entrambe, con le loro coloratissime bomboniere, hanno posto un primo mattone per la ricostruzione delle scuole nella comunità di Lèogane. Anche chi ha scelto di convolare a giuste nozze, ha rivolto un pensiero ai Paesi meno fortunati perché la nascita di un nuovo progetto di vita possa alimentare un rete solidale più forte anche nella nostra comunità. Così Marta e Dario hanno condiviso la loro gioia con i giovani detenuti in Mozambico, mentre tra poche settimane Chiara e Marco aiuteranno le mamme burkinabè nella cura alimentare dei propri piccoli. Infine, per Chiara e Julio e il loro Matteo sarà festa grande, nozze e battesimo per ricordare il Perù, terra natia del papà e del pargolo e paese d’adozione della mamma che lì ha vissuto per più di tre anni come cooperante di ProgettoMondo Mlal.
Chiude questa bella carrellata di generosità Silvia Mazzi che a fine maggio celebrerà la Santa Cresima abbracciando tutti i bambini del Sud del Mondo, per offrire loro un’infanzia più dignitosa e un futuro migliore.
A tutti loro va il nostro ringraziamento, per aver scelto un modo originale e significativo per far sì che la propria felicità diventi anche quella degli altri!

Per maggiori informazioni e una vetrina sulle nostre idee solidali: www.progettomondomlal.org/info/attivita/idee/it

Un Tribunale Climatico a livello mondiale

La “lotta al capitalismo” dell'asse socialista sudamericano, a cui fanno riferimento sia il presidente boliviano, Evo Morales, che il venezuelano Hugo Chavez, è scesa ufficialmente in campo anche sulla causa ambientale. Entrambi presenti alla prima “Conferencia mundial de los pueblos sobre el cambio climatico”, svoltasi dal 20 al 22 aprile a Tiquipaya, cittadina nei pressi di Cochabamba, sede del nostro progetto Vita Campesina, si ergono dunque paladini di una causa che, benché sacrosanta, non assolve comunque questi due Paesi da responsabilità, dal punto di vista del danno ambientale, simili a quelle riconosciute per Stati Uniti o altri Stati industrializzati.
Intento dichiarato della manifestazione era aprire un dibattito che vedesse protagonisti, diversamente da quanto accaduto per il “disastroso” summit di Copenaghen (così è stato definito da Morales e da altri relatori nel corso della tre giorni), i “popoli", ossia civili, attivisti, accademici e tutti coloro che hanno a cuore la tematica del cambiamento climatico e dell’ambiente in generale e che fossero disposti a dibattere su questi argomenti. Diciassette tavoli tematici di lavoro (diciotto considerando quello antagonista, ufficioso), relativi a debito climatico, protocollo di Kyoto, armonia con la natura, tribunale climatico ecc.., hanno avuto il compito di elaborare riflessioni e richieste che poi, nel corso dei giorni della conferenza, sono confluite nel “Acuerdo de los pueblos”, documento finale della conferenza da sottoporre all’attenzione dell’ONU e dei partecipanti del prossimo Forum governativo sul cambio climatico in programma a Cancùn, Messico, a fine anno.
Parallelamente erano state organizzate diverse conferenze ed eventi culturali che hanno visto la partecipazione di circa trentamila visitatori non ufficialmente coinvolti nell’elaborazione dei documenti finali. Tra questi partecipanti, attivisti di ogni sorta, “alternativi”, studenti, addetti ai lavori e moltissimi curiosi.
Se da un lato la Conferenza è stata indubbiamente un successo mediatico e di pubblico e, tutto sommato, anche organizzativo, giudizi più cauti sono stati espressi sulla sostanza del dibattito e sul concreto risultato dalla “cumbre”. L’impressione di molti è che l’intento fosse essenzialmente quello di promuovere Evo Morales quale difensore della causa climatica-ambientale, e in quanto testimonial naturale di quell’idea, tutta andina, che è la “pachamama”, il rapporto con la Madre terra.
Ciò nonostante la Bolivia stessa è un esempio di contraddizione tra quanto predicato (questo il termine suggerito dai toni della conferenza) e quanto accade effettivamente nel Paese. E alcuni dubbi sono stati avanzati anche sull’effettiva democraticità dei dibattiti tematici, visto che, a grandi linee, pare che le conclusioni fossero state già tratte, e promosse più dal governo locale che risultato emerso dal confronto tra i partecipanti alla Conferenza.
A ogni modo, costituisce un risultato senz'altro positivo la partecipazione “popolare” a quest'evento positiva ed entusiasta. Così com'è degna di nota l'attenzione che in questo modo viene nuovamente posta sul delicato e pressante tema dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e degli altri effetti collaterali (i migranti climatici ad esempio).
A conclusione dell’evento sono state raccolte anche una serie di proposte, alcune delle quali interessanti, e più o meno concrete e concretizzabili, come quella dell’istituzione di un Tribunale climatico a livello mondiale o della riduzione delle immissioni di diossido di carbonio del 50% rispetto al 1990 (da parte dei Paesi “sviluppati”…).
Purtroppo il fatto che l'iniziativa abbia avuto uno smaccato “cappello bolivariano” ha finito con indebolire di fronte all'opinione pubblica internazionale la proposta popolare. Cattiva alleata, ancora una volta, una facile retorica sui diritti della madre terra, calpestata qui come altrove.

Leonardo Buffa, casco bianco ProgettoMondo Mlal Bolivia

Non dimentichiamo Haiti ... il 29 aprile a Brescia

Il 12 gennaio 2010 il terremoto distrugge Haiti ... e oggi?
Il nostro cooperante sull'isola, Nicolas Derenne, sarà in Italia nei prossimi giorni per incontrare sostenitori e finanziatori e raccontare le prime iniziative realizzate.
Giovedì 29 aprile appuntamento a Brescia alle 20.30 nel Centro parrocchiale di Santa Maria in Silva in via Sardegna, 24. All'incontro - promosso da ProgettoMondo MLAL e da una serie di realtà tra cui la Caritas e il Centro Missionario Diocesano - oltre a Nicolas parteciperà anche Beniamino Rossi, presidente dell'Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo. Introduce don Fabio Corazzina.

Altro incontro poi il 30 aprile a Verona, al caffè armosa di Porto San Pancrazio, dove Nicolas avrà modo di ringraziare la solidarietà - preziosissima - arrivata negli ultimi mesi. E lo farà prima di tutto con la sua testimonianza e il racconto vivo dei primi passi percorsi.

lunedì 26 aprile 2010

Lavoro minorile: a parlare devono essere loro, i piccoli lavoratori

Sono la povertà, i meccanismi dell'emarginazione e il conseguente degrado sociale, i fattori che determinano fenomeni di sfruttamento del lavoro minorile: se non si denunciano, se non si aggrediscono le cause profonde della povertà e se gli stessi bambini e adolescenti lavoratori non vengono riconosciuti come soggetti sociali in grado di contribuire alla propria emancipazione, si continuerà a cercare di sanare per via giuridica e con qualche azione compensatoria un problema sociale non risolto per precise responsabilità di modelli e gruppi dominanti.
Questa la posizione netta di Italianats (la rete di cui fa parte anche ProgettoMondo Mlal) che, in occasione della conferenza convocata all'Aia nei prossimi 10 e 11 maggio dall'organizzazione internazionale del lavoro, lamenta l'avvio di un processo da cui sono stati esclusi i diretti interessati.
La scelta dell'OIL, che secondo Italianats rappresenta anche una colpevole dimenticanza del preciso mandato partecipativo della “Convenzione sui Diritti del Bambino”, pecca infatti di non coinvolgere i bambini lavoratori nella conferenza che ha la pretesa di individuare le misure concrete per abolire le cosiddette “peggiori forme di lavoro infantile” entro il 2016.
Ancora una volta un annuncio ad effetto, sulla cui effettività pochi nutrono reali speranze”, scrive Italianats in un comunicato in cui fa sapere di aver sollecitato il bureau della Conferenza – insieme all'analoga rete Pronats presente in Germania - affinché invitasse i rappresentati del Movimento mondiale dei bambini e adolescenti lavoratori, ma senza esito.
Si ripropone così un vecchio errore e cioè quello di far credere che il lavoro minorile si possa eliminare dall’alto, con delle leggi forzatamente e coercitivamente abolizioniste, mentre la realtà dimostra che le campagne promosse dall’OIL non intaccano il fenomeno e che occorrono invece serie e radicali politiche di sostegno ai processi di inclusione socioeconomica”.
Esiste da vari decenni un vasto e forte movimento a livello mondiale, formato da bambini e adolescenti lavoratori, che rivendicano il diritto di essere coinvolti nelle decisioni che li riguardano e che propongono una linea alternativa che non punta all’abolizione del lavoro, perché quel lavoro non solo permette loro di aiutare le famiglie e pagarsi gli studi, ma spesso è l’unico strumento di inserzione sociale, di autostima, di identità. Certo, questo non significa assolutamente accettare le condizioni, spesse volte dure e violente, in cui i bambini sono costretti a lavorare. Contro tutto ciò la lotta dei bambini lavoratori è decisa e senza mediazioni. Ma l’obiettivo non è quello di una “erradicazione” forzata e poliziesca del lavoro infantile, ma piuttosto quello di un cambiamento delle condizioni di impiego dei bambini lavoratori, riducendo l’orario di lavoro, prevedendo scuole con orari adatti a utenti che debbono lavorare, in una parola rivendicando un lavoro degno e fonte di liberazione, di emancipazione.
Le sollecitazioni per la Conferenza all’OIL che nei mesi scorsi sono venute da diversi Movimenti di Bambini Lavoratori, non volevano essere in diretta contrapposizione, né una passiva accettazione delle loro tesi, ma il riconoscimento del diritto a essere ascoltati, della legittimità di porsi come interlocutori, anche solo in veste consultiva, in ogni occasione e di fronte a ogni istanza che pretende di prendere importanti decisioni sulla loro vita. Purtroppo secondo Italianats siamo di fronte ad un’altra occasione perduta, ancora una volta questa giusta richiesta è rimasta senza risposta e ciò mina la legittimità stessa delle decisioni che verranno prese all’Aia, in quanto non coerenti con lo spirito e i precisi dettami etici e giuridici della Convenzione sui Diritti del Bambino.

Per compensare, anche solo simbolicamente questa omissione del diritto partecipativo dell’infanzia, per far sentire la voce dei bambini e adolescenti lavoratori, Italianats ha deciso di organizzare un incontro alternativo all’Aia, negli stessi giorni in cui si svolgerà la Conferenza dell’OIL, con una rappresentanza dei bambini e adolescenti lavoratori delegati dei Movimenti di diversi continenti e delle altre organizzazioni che in Germania, Belgio, Francia e Spagna sostengono detti Movimenti. “Ci è sembrato il minimo che si dovesse fare – scrivono ancora - e lo abbiamo sentito come un imperativo etico e politico coerente con la nostra storia e il senso profondo della nostra identità. Sarà uno sforzo impegnativo, ma crediamo assolutamente necessario portare la voce dei protagonisti in quella sede dove tanti organismi internazionali sembrano non aver inteso che quello della partecipazione dell’infanzia non è un ornamento decorativo per qualche discorso di maniera, ma una obbligazione reale per tutti coloro che abbiano realmente a cuore “l’interesse superiore del bambino”.
Per milioni di bambini lavorare rappresenta non solo la possibilità di sopravvivere e di pagarsi gli studi, ma anche l’unico spiraglio di inclusione sociale, di ricostruzione dell’autostima, di organizzazione e di riconoscimento di un vero e proprio protagonismo sociale. Non ascoltarli, non riconoscerli come soggetti di promozione dei diritti dell’infanzia, significa tradire quei principi democratici ai quali tutti noi dichiariamo di riferirci.
Per sostenere l’attività delle associazioni che tutelano i diritti dei bambini nel mondo del lavoro ProgettoMondo Mlal è impeganta in Perù con il programma “Bambini Lavoratori”, basato unicamente su fondi di solidarietà.
L’obiettivo è sostenere l’attività del Manthoc, movimento nazionale di bambini e adolescenti lavoratori. È un’associazione che nasce con l’esigenza di coniugare l’occupazione lavorativa con la tutela dei diritti e l’educazione scolastica. I protagonisti sono bambini e giovani ancora adolescenti che hanno preso coscienza dei propri bisogni, obiettivi e chiedono d’essere tutelati davanti ai propri datori di lavoro e al resto della comunità adulta. L’obiettivo del progetto è garantire loro la continuità degli studi e la formazione professionale. La loro come quella di Morgan, protagonista del foto racconto “Un giorno con Morgan” ...

Brasile: dove il calcio ha la priorità su tutto

Era il 5 dicembre 2009 quando sono arrivata a Rio de Janeiro.
Sul taxi per arrivare in città mi ero messa a chiacchierare con l´autista e ricordo che la prima cosa che mi ha chiesto è stata per che squadra di calcio tifassi.
Sapevo bene che in Brasile il calcio è religione, ma quando te ne rendi conto di persona è un´altra cosa.
Con sua grande delusione gli ho dovuto dire che il calcio non mi piace molto e che non sono tifosa di nessuna squadra. Ma ho subito colto l´occasione per chiedergli se fosse contento del fatto che il Brasile avrebbe ospitato la coppa del 2014. Prevedibilmente mi ha risposto di sì, "contentissimo".
Ma come mai era così contento? Mi sono chiesta. Cosa significa per il Sig. João che il proprio paese ospiti un evento del genere?
Comincia a spiegarmi. Hanno fatto sapere al Sig. João che ospitare la coppa nel 2014 e le olimpiadi nel 2016 farà un gran bene all’economia del suo paese e che pioveranno una valanga di soldi. Inoltre è contento perché un evento calcistico mondiale in Brasile, è speciale!
In questi mesi ho parlato di calcio con molte persone.
Volevo capire cosa significasse questo sport qui, il modo di tifare per la propria squadra, a mio avviso ossessivo.
Quello che ho potuto capire è che è un amore che ha priorità quasi su tutto.
Che è una passione tramandata in famiglia. Che pur restando un monopolio del mondo degli uomini coinvolge le donne molto più che in Europa. Far parte di una tifoseria concede un senso di appartenenza, regala emozioni forti, dalla grande euforia per una partita vinta, alla settimana vissuta male se la domenica si è stati sconfitti.
Volevo venire a contatto con tutto questo e una domenica mi sono messa d’accordo con degli amici e mi sono recata al “tempio”: lo stadio Maracaná! A giocare erano il Flamengo contro il Botafogo e in ballo c’era la coppa dello Stato di Rio de Janeiro. Era il 19 aprile.
Devo dire che è stato fantastico. Già dalla mattina i veri tifosi non si tenevano... fremevano per fare tutto con una fretta che in Brasile non si vede mai, elettrizzati e determinati ad arrivare allo stadio il prima possibile per sistemarsi, prepararsi spiritualmente, scaldare le corde vocali e i muscoli pronti per il fischio d´inizio.
Tutti in piedi... guai a chi si siede se no ti senti dire: “cosa sei venuta a fare...?!”.
Ho ascoltato affascinata le variopinte rime indirizzate all’arbitro e alcuni insulti dedicati alla squadra avversaria. Ma più che altro risuonavano in curva canzoni per esaltare la torcida, la tifoseria, l’amore incondizionato per la squadra, e l’invincibilità di questa.
Le gambe hanno trovato un momento di riposo solo nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo... Pochi minuti ed è gooooooooooooool.
Metà del Maracaná si è levato in un unico grido di festa. E poi abbracci, salti.... favoloso.
Il Botafogo ne è uscito vincitore e per un anno sarà detentore dello scudetto.
I tifosi flamenghisti si sono trascinati verso l’uscita con musi lunghi, spalle inarcate e il pensiero della grande festa mancata.
All’uscita del Maracanà si sono fatti sparire tutti i segnali di passione rosso nera e ci siamo trovati davanti decine di poliziotti in tenuta anti-sommossa con dei manganelli che così lunghi non li avevo mai visti. Qualche attimo di tensione, ma tutto è scemato e si è rientrati quasi in silenzio. In metropolitana si è tentato di non incrociarsi con la tifoseria avversaria. Tutto è filato liscio.
Verso casa, a malapena un saluto. Le facce imbronciate a preannunciare l’inizio di una lunga e dolorosa settimana.

Sarah Reggianini
casco bianco ProgettoMondo Mlal in Brasile