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venerdì 6 novembre 2015

La comunita si cura da sé

"Se hai 3 dollari a disposizione per un progetto di salute, investine 2 due nella prevenzione". Sono queste le parole che mi erano state ripetute più volte nel corso della formazione organizzata da ProgettoMondo Mlal prima della partenza, e ora mi accorgo che sono le parole che stanno scandendo le mie prime attività qui a Dano, in Burkina Faso.
Capisco così che non è affatto secondario che il progetto di salute comunitaria, “Sentieri della Salute”, a cui collaborerò in quest’anno di servizio civile, punti soprattutto sulla promozione di una relazione diretta e quotidiana fra l’operatore del servizio sanitario e la popolazione locale, ovvero con gli abitanti dei villaggi rurali. Infatti è proprio su questo primo obiettivo che si concentrano le iniziative di formazione promosse dall’equipe di ProgettoMondo Mlal nei singoli Centri di Salute (Centre de Santé et de Promotion Sociale) rivolte ai promotori di salute (agents de santé). A loro, che saranno chiamati a rapportarsi direttamente con la gente più semplice, viene insegnato prima di tutto a come creare un rapporto di fiducia e di collaborazione con i loro potenziali pazienti: le mamme, le famiglie, gli anziani, i bambini.
La necessità di una reale reciprocità di relazione, in questo caso, va ben oltre l’auspicata interazione paziente-dottore cui siamo abituati noi in Italia: non si tratta infatti di migliorare tanto la qualità del rapporto tra malato e operatore sanitario quanto il potere raccogliere direttamente in seno alla comunità notizie utili su cui poi costruire un adeguato programma di sensibilizzazione, perché la popolazione si senta coinvolta, si accosti con fiducia, partecipazione e interesse al tema della salute. Ancor prima cioè che l’eventuale malattia possa essere acclarata e curata, si riuscirà ad investire sulla prevenzione.
Nell’ambito ad esempio della lotta alla malnutrizione infantile, il progetto ha concreto bisogno del coinvolgimento preliminare della comunità, grazie anche alla creazione di gruppi di educatori nutrizionali che potranno formarsi proprio in base alle esperienze e le storie che esprimerà la popolazione.
In questo modo anche la singola persona del villaggio, prima ancora di rappresentare un potenziale malato, sarà un’indispensabile fonte di informazioni e quindi un prezioso testimonial. Una mamma racconterà per esempio agli animatori quali tabù culturali le impediscono di osservare un determinato comportamento (come quello dell’allattamento al seno). Cosicché, da quel momento, con l'aiuto dei mediatori, lei stessa conoscerà con maggiore facilità l'importanza delle buone pratiche di igiene, di lavarsi le mani e di mantenere pulito l'ambiente famigliare. Quella stessa mamma poi trasmetterà quanto ha appreso ad altre mamme, che la diffonderanno in tutta la comunità, creando una nuova consapevolezza.
Il punto focale dell’idea di cambiamento sta quindi nella capacità o meno di raccogliere, trasmettere e diffondere informazioni, fiducia, sapere, perché soltanto così queste diventeranno patrimonio comune della popolazione e dunque attivare nuovi comportamenti.
Anche nella trasmissione e diffusione delle nuove conoscenze in questo progetto si sta attenti a seguire una logica orizzontale: mai informazioni calate dall’alto o imposte alla popolazione ma, al contrario, conoscenze inserite molto concretamente nel quotidiano, veicolate nel corso di visite al villaggio o mescolate alle chiacchiere tra gli abitanti. L'infermiere  e gli animatori del progetto “Sentieri della salute” si trasformano insomma in accompagnatori, che trasmettono conoscenza su buone pratiche quotidiane, sull'importanza della valutazione degli errori comuni che possono compromettere la salute materna e di riflesso quella infantile.
In questa mia prima esperienza, rispetto all’attività di formazione, mi ha soprattutto colpito la precisione con cui innanzitutto viene trasmesso il corretto comportamento quotidiano da seguire all’interno del proprio ambiente famigliare. Mi riferisco a standard che per noi occidentali potrebbero apparire ovvi, ma che nei villaggi più isolati difficilmente conoscono.
Gli incontri a cui ho partecipato approfondivano ad esempio l'importanza della diversificazione alimentare, nonché l'essenzialità di una dieta equilibrata, sana, tarata su misura della specificità famigliare. Si è dedicata notevole attenzione anche alla reperibilità dei prodotti, e quindi all'importanza di sostituire l’eventuale alimento non disponibile con equivalenti più accessibili, magari provenienti dall'orto comunitario, ad un passo quindi dal focolare domestico.
Sono rimasta infine particolarmente colpita dal senso di coesione del personale sanitario, dalla loro fermezza nel combattere l'ignoranza che spesso colpisce le comunità di contadini e allevatori burkinabé.
Il sentiero da percorrere è ancora lungo, ma si intuisce bene come qui si stiano costruendo le basi di un nuovo processo di crescita comunitaria e di inclusione sociale in cui il fine ultimo è il benessere delle generazioni future.
 Elisa Chiara
Casco Bianco Burkina Faso
ProgettoMondo Mlal

lunedì 11 agosto 2014

Sovranità alimentare in Bolivia

Una coltivazione di quinoa
Ultimamente si parla tanto di “sovranità alimentare”, qui in Bolivia come nel resto del mondo. Questa è diventata, dopo “agroecologia” o “sviluppo sostenibile”, l'ennesimo grande concetto alla moda per dire tutto e niente. Lo usano sindacati agricoli, Ong, movimenti sociali e ormai anche numerosi governi, in Europa come in America Latina o Africa; questo senza però preoccuparsi di condividere un termine che muta spesso significato a seconda di chi ne fa uso.
Questo problema affonda le sue radici nella complessità della sua evoluzione come concetto a partire dal 1996, quando compare per la prima volta.
Il concetto di “sovranità alimentare” viene definito dal sindacato contadino internazionale, “Via Campesina”, come “il diritto di ogni nazione di preservare la sua capacità di produrre i suoi alimenti di base nel rispetto della diversità di culture e di prodotti”.
Esso si pone in contrapposizione a quello di “sicurezza alimentare”, coniato nel World Food Summit del ‘96 per definire la situazione in cui “tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti che garantiscano le loro necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e sana” ed utilizzato anche di recente dalle Nazioni Unite per denunciare le possibili derive produttiviste e mercantiliste delle politiche agrarie nazionali causate dai trattati di libero commercio approvati di recente.
Come verrebbe garantita infatti la sicurezza alimentare? Forse vendendo ai Sud del mondo gli eccedenti dell'agricoltura sovvenzionata del Nord? Imponendo un modello produttivo e nutrizionale occidentale basato sullo sviluppo tecnologico ed economico? O invece lasciando autonomia organizzativa all'agricoltura famigliare e contadina in ogni regione, in base alla propria tradizione?
Se da un lato, infatti, il concetto di sicurezza alimentare pone la questione di garantire a tutti il diritto al cibo, dall’altro rischia di cadere nel modello “sviluppista”, secondo cui l’unica via possibile per garantirlo sia ricalcare archetipi di tipo occidentale.
Queste e altre questioni sono state discusse per più di un decennio all'interno di Via Campesina, allargando notevolmente la definizione per comprendere meglio la distribuzione, il consumo e le problematiche legate al Nord del mondo (abbandono delle terre, sovvenzioni, …), e arricchendola a tal punto da renderla tanto affascinante, quanto facilmente reinterpretabile a seconda della necessità.
In Bolivia, inoltre, questo concetto non è solo stato utilizzato dalle istituzioni che si occupano di cooperazione e dalle Ong, ma è entrato a far parte dello stesso corpus legislativo dello Stato Plurinazionale.
Sorvolando le possibili intenzioni propagandistiche di questa decisione del Governo boliviano, mi preme piuttosto sottolineare due effetti di questa scelta: l'enorme semplificazione del concetto, dovuta alla sua trasposizione in legge; l’incompatibilità tra questa legge e gli effetti generati da molte politiche boliviane che sembrano muoversi in direzione opposta.
Infatti, al di là dei discorsi pubblici incentrati sull'agricoltura comunitaria contadina, sui beni comuni e sull'obiettivo della sostenibilità, a giudicare dalle leggi che la regolano sembra invece che la sovranità alimentare in Bolivia si traduca semplicemente nella ricerca di una sorta di autarchia alimentare, gestita possibilmente da imprese nazionalizzate.
La vastità della proposta della Via Campesina viene quindi trasformata in un semplice obiettivo quantitativo che soppesa importazioni ed esportazioni, ponendo lo Stato nazionale come ago della bilancia.
E in ogni caso sembra che le politiche messe in atto fin ad ora non siano in grado di raggiungere questa meta. Mentre si stimola l'esportazione di prodotti tanto “coloniali” (caffè, cacao, soia..) quanto “tradizionali” (la quinoa su tutti), non diminuisce invece la quantità di beni alimentari importati.
Ecco quindi come di fronte a queste contraddizioni la sovranità alimentare, in Bolivia come altrove, resta un concetto astratto, che suona bene su carta ma è destinato poi a consumarsi in una realtà che non è pronta ad accoglierlo.

Marco Goldin
Casco Bianco a Cochabamba
ProgettoMondo Bolivia