Il tema della violenza contro le donne è tornato al centro del dibattito politico e sociale a seguito dell’uccisione di una giornalista boliviana, Hanalí Huaycho, da parte del marito, ufficiale di polizia, l’11 febbraio scorso.
I dati sono impressionanti: secondo le ultime cifre pubblicate dall'Istituto Nazionale di Statistica boliviano, 9 donne su 10 nel Paese sono vittime di qualche tipo di violenza, e 1'87% soffre di violenza intra-familiare. Secondo il CIDEM (Centro di informazione e sviluppo della donna), in Bolivia, ogni 3 giorni una donna muore vittima di femminicidio; dal 2009 a febbraio del 2013 le donne vittime di violenza sono state 621, di cui 29 nei soli mesi di gennaio e febbraio 2013.
Accelerato dal tragico evento, e come conseguenza di questi dati allarmanti, il 4 aprile si è tenuta nell’Hotel Europa di La Paz la “Cumbre Nacional de Mujeres: por una vida libre de violencia”.
L’evento segue la promulgazione della legge n.348, “Legge integrale per garantire alle donne una vita libera dalla violenza”, avvenuta il 9 marzo 2013. Si tratta di una legge che intende difendere le donne, ma anche bambine, bambini e tutte le persone che, a causa della propria vulnerabilità, siano vittime di violenza (non solo fisica).
La novità di questa legge risiede appunto nel suo carattere integrale e nella definizione di vari tipi di violenza: la violenza fisica; psicologica; sessuale; patrimoniale ed economica; femminicida; contro la dignità, l’onore e il nome; violenza nei servizi di salute; lavorativa; nel sistema educativo; nell’esercizio politico e di leadership della donna; istituzionale.
Uno degli obiettivi del summit era raccogliere proposte per l’elaborazione e l’implementazione della legge, ed erano presenti varie autorità rappresentanti della società civile di diverse parti del Paese, della cooperazione internazionale, delle ONG, associazioni di donne, della stampa, delle forze dell’ordine e delle istituzioni pubbliche.
Durante l’evento, la Ministro di Giustizia Cecilia Ayllon ha sottolineato che, affiché la legge venga realmente implementata, è necessaria la partecipazione di tutti (in particolare del Ministero di Educazione) e una riforma strutturale del sistema giuridico e dei ministeri coinvolti. Seguendo il discorso della Ministro, Juanita Ancieta, Secretaria della Confederazione Nazionale delle Donne Contadine Indigene Originarie, ha dichiarato che: “Sebbene sia stata elaborata a beneficio delle donne, si tratta in realtà di una legge altamente inclusiva. Il suo scopo principale è, infatti, quello di favorire un cambiamento sociale dove uomini e donne siano protagonisti per costruire insieme una cultura di pace”.
Il Vicepresidente, Álvaro García Linera, si è focalizzato sulla costruzione sociale e culturale che, fino al giorno d’oggi, hanno legittimato, anche a livello delle istituzioni, la violenza contro le donne e che a partire dalla promulgazione di questa nuova legge deve essere smantellata.
L’iniziativa, convocata dal presidente Evo Morales, ha contato la partecipazione di più di 600 persone e verrà replicata nei diversi Dipartimenti per assicurare la diffusione in tutti i settori, a conferma del carattere inclusivo e partecipativo della legge.
Nonostante tutti gli aspetti positivi di questa legge, che vuole rendere più sicura la vita delle donne boliviane, non mancano però nemmeno le critiche e le preoccupazioni: prime tra tutte vi è senz’altro il reperimento delle risorse finanziarie necessarie per l’implementazione della stessa. Inoltre vi è anche la concreta possibilità di non riuscire a raggiungere le zone più isolate del Paese per far sì che, anche nelle aree marginali, le donne possano godere della protezione e tutela garantitagli dalla nuova legge.
Marianna Costanzo
Bolivia
mercoledì 10 aprile 2013
lunedì 8 aprile 2013
30 immagini di libertà
Ci sono molti modi per capire, vivere ed esprimere la libertà. 15 ragazzi del Centro di reinserimento sociale Qalauma raffigurano, attraverso fotografie del loro quotidiano, ciò che signfica vivere dietro le sbarre ma ugualmente sentirsi liberi.
Dopo aver partecipato a un workshop di fotografia di 20 ore, condotto dal fotografo spagnolo Guillermo Gallego, nel Centro di Qalauma a La Paz in Bolivia, è stato lanciato il concorso Photo Libertad, con l’obiettivo di promuovere il modello socio-educativo che si applica nel quadro del progetto Liber’Arte.
Grazie alla proposta di Liber’Arte i detenuti che arrivano a Qalauma vivono un processo di totale astinenza da droga e alcool al termine del quale, accompagnati da un lavoro in ambito psicologico, hanno accesso a consulenze educative personalizzate e a seminari di formazione finalizzati al reinserimento sociale.
"L'obiettivo del workshop – spiega Gallego - è stato quello di sensibilizzare i giovani nella loro creatività ed espressione artistica attraverso la fotografia, e di coinvolgere la società civile nella realtà che si vive in questo Centro, ma da una prospettiva umana".
"Scattando le foto ritroviamo quella libertà interiore che sentiamo pur essendo rinchiusi. E ciò che vogliamo trasmettere è che non siamo ragazzi 'cattivi e criminali', ma persone che meritano un'altra opportunità", ha detto Kevin, 22 anni, vincitore del primo premio del concorso fotografico.
Durante il workshop si sono affrontati concetti teorici relativi al funzionamento di una macchina fotografica così come i diversi ambiti in cui si utilizza la fotografia come fotogiornalismo, la moda, la pubblicità e i ritratti.
I ragazzi di Qalauma hanno dunque imparato a leggere le immagini, analizzando l'opera di grandi fotografi nel mondo, a capire la composizione dell’immagine e il messaggio implicito.
"Abbiamo visto il lavoro di fotografi famosi che non avevamo mai sentito nominare - dice Cristian, 20 anni, uno dei partecipanti al workshop - ed è stato una fonte di ispirazione per eseguire la pratica con più conoscenza".
Nella parte pratica hanno poi scattato foto di paesaggi, ritratti, immagini artistiche, statiche e in movimento.
"I ragazzi di Qalauma hanno così trovato nella fotografia un modo per esprimere se stessi, e anche se la vita in prigione è sempre limitante si sono lasciati andare a mostrare come sentono e interpretano la libertà", ha spiegato l'esperto.
Sebbene la maggior parte dei partecipanti, ragazzi tra i 18 ei 23 anni, non avesse mai preso in mano una macchina fotografica, tutti hanno avuto la possibilità di acquisire esperienza con le macchinette usa e getta fornite dagli organizzatori del workshop.
Vestendo i panni di fotografi, i giovani ospiti di Qalauma hanno catturato l'atmosfera interna della prigione, le relazioni interpersonali e familiari, la convivenza con gli educatori e con il personale di sicurezza, la personalità e l'identità dei giovani e le attività educative del programma di reinserimento sociale.
"La gente all’esterno non sempre sa quello che facciamo e il modo in cui viviamo, e anche se reclusi, non siamo privati dei diritti civili. Anche qui all’interno del Centro si fanno grandi amicizie e tante attività. Insomma stiamo cambiando e cambiando per il meglio ", dice Luis Fernando, 20 anni, secondo classificato.
"Tutti i ragazzi hanno mostrato un atteggiamento entusiasta e partecipativo... La cosa più importante è che la società potrà conoscere, tramite le fotografie, l’esperienza di Qalauma, la realtà che vivono", ha concluso il fotografo spagnolo.
Le esperienze di questi giovani sono ora riassunte in 30 immagini che faranno parte di una mostra itinerante che girerà in carceri, centri culturali e spazi pubblici di La Paz e di El Alto.
Giacomo Rotigliano
volontario
Dopo aver partecipato a un workshop di fotografia di 20 ore, condotto dal fotografo spagnolo Guillermo Gallego, nel Centro di Qalauma a La Paz in Bolivia, è stato lanciato il concorso Photo Libertad, con l’obiettivo di promuovere il modello socio-educativo che si applica nel quadro del progetto Liber’Arte.
Grazie alla proposta di Liber’Arte i detenuti che arrivano a Qalauma vivono un processo di totale astinenza da droga e alcool al termine del quale, accompagnati da un lavoro in ambito psicologico, hanno accesso a consulenze educative personalizzate e a seminari di formazione finalizzati al reinserimento sociale.
"L'obiettivo del workshop – spiega Gallego - è stato quello di sensibilizzare i giovani nella loro creatività ed espressione artistica attraverso la fotografia, e di coinvolgere la società civile nella realtà che si vive in questo Centro, ma da una prospettiva umana".
"Scattando le foto ritroviamo quella libertà interiore che sentiamo pur essendo rinchiusi. E ciò che vogliamo trasmettere è che non siamo ragazzi 'cattivi e criminali', ma persone che meritano un'altra opportunità", ha detto Kevin, 22 anni, vincitore del primo premio del concorso fotografico.
Durante il workshop si sono affrontati concetti teorici relativi al funzionamento di una macchina fotografica così come i diversi ambiti in cui si utilizza la fotografia come fotogiornalismo, la moda, la pubblicità e i ritratti.
I ragazzi di Qalauma hanno dunque imparato a leggere le immagini, analizzando l'opera di grandi fotografi nel mondo, a capire la composizione dell’immagine e il messaggio implicito.
"Abbiamo visto il lavoro di fotografi famosi che non avevamo mai sentito nominare - dice Cristian, 20 anni, uno dei partecipanti al workshop - ed è stato una fonte di ispirazione per eseguire la pratica con più conoscenza".
Nella parte pratica hanno poi scattato foto di paesaggi, ritratti, immagini artistiche, statiche e in movimento.
"I ragazzi di Qalauma hanno così trovato nella fotografia un modo per esprimere se stessi, e anche se la vita in prigione è sempre limitante si sono lasciati andare a mostrare come sentono e interpretano la libertà", ha spiegato l'esperto.
Sebbene la maggior parte dei partecipanti, ragazzi tra i 18 ei 23 anni, non avesse mai preso in mano una macchina fotografica, tutti hanno avuto la possibilità di acquisire esperienza con le macchinette usa e getta fornite dagli organizzatori del workshop.
Vestendo i panni di fotografi, i giovani ospiti di Qalauma hanno catturato l'atmosfera interna della prigione, le relazioni interpersonali e familiari, la convivenza con gli educatori e con il personale di sicurezza, la personalità e l'identità dei giovani e le attività educative del programma di reinserimento sociale.
"La gente all’esterno non sempre sa quello che facciamo e il modo in cui viviamo, e anche se reclusi, non siamo privati dei diritti civili. Anche qui all’interno del Centro si fanno grandi amicizie e tante attività. Insomma stiamo cambiando e cambiando per il meglio ", dice Luis Fernando, 20 anni, secondo classificato.
"Tutti i ragazzi hanno mostrato un atteggiamento entusiasta e partecipativo... La cosa più importante è che la società potrà conoscere, tramite le fotografie, l’esperienza di Qalauma, la realtà che vivono", ha concluso il fotografo spagnolo.
Le esperienze di questi giovani sono ora riassunte in 30 immagini che faranno parte di una mostra itinerante che girerà in carceri, centri culturali e spazi pubblici di La Paz e di El Alto.
Giacomo Rotigliano
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Giovani in carcere: il nuovo modello di giustizia riparativa in Bolivia
Di fronte a un reato, lo Stato esercita il suo potere punitivo. In primo luogo attraverso l'arresto, poi, se effettivamente il soggetto si dimostra colpevole, applicando una pena che prevede la privazione della libertà. Tradizionalmente l'applicazione di questo sistema di giustizia penale, si è imposto come il modo giusto per combattere il crimine. Quindi, se lo Stato decide che un cittadino deve essere privato della propria libertà per aver commesso un crimine, si prende anche la responsabilità di mantenere questa persona, di assicurargli il diritto a una vita dignistosa, a una dieta corretta, garantendo servizi sanitari adeguati e tutelando il diritto alla vita delle persone recluse.
Il carcere è stato progettato come un luogo di prigionia e costrizione per persone che hanno commesso crimini, senza però dimenticare che questi soggetti rimangono persone da trattare quindi con umanità e nel rispetto dei diritti umani.
Nella società boliviana il rifiuto verso chi commette reati è molto forte, siano essi adolescenti o adulti, e si tende a non considerare i fattori che portano a infrangere la legge, come la mancanza di opportunità, l’assenza di uno stato capace di risolvere problemi come la sanità, l'istruzione, la povertà, la mancanza di posti di lavoro, etc.
In un contesto simile la situazione degli adolescenti e dei giovani è ancora più sensibile. Ogni volta che un giovane abbandona il nucleo familiare per entrare a far parte di un mondo del lavoro a bassi salari in cui viene sfruttato, il rischio che si metta a delinquere per ottenere beni di prima necessità, come il cibo e la salute per sé e per i propri familiari, è alto. Una volta recluso, poi, viene trattato come un adulto e sottoposto a una giustizia lenta e ritardata, mentre i minori che hanno violato la legge meritano un programma di reinserimento sociale specializzato e diverso da quello di un adulto.
Come alternativa al tradizionale sistema penale sta prendendo piede piede la nuova proposta di giustizia riparativa, che si basa sull’assunzione che la compensazione di un crimine (tramite una pena per l’aggressore) non significa sempre “giustizia”. Considerando che lo scopo della pena è quello di proteggere la società dal crimine, quando una persona commette un reato e viola la legge non fa male solo alla vittima (come individuo), ma anche alla comunità nel suo insieme. Quindi, se ci si concentra sulla pena o punizione fornita dal sistema penale classico, si nota che esso fa ben poco per riconoscere i danni fisici e immateriali subiti dalla vittima e dalla comunità, e ignora inoltre gli aspetti che hanno portato questa persona (il delinquente) a commettere il crimine.
Qalauma, nato come il primo centro per minori di 21 anni in cui viene applicato il modello socio-educativo, rappresenta un’alternativa di reinserimento sociale per molti adolescenti e giovani che meritano una seconda opportunità. Il centro, infatti, permette non solo la conclusione della formazione scolastica (con percorsi che portano i giovani a ottenere il diploma di maturità) o l’apprendimento di un nuovo mestiere; ma assicura anche la presa di repsonsabilità da parte del giovane di fronte al danno causato, secondo appunto i principi della giustizia riparatoria.
Ninoska Ayala
responsabile tema giustizia del Centro de derechos ciudadanos (CDC), nostro partner nel progetto MAE
Il carcere è stato progettato come un luogo di prigionia e costrizione per persone che hanno commesso crimini, senza però dimenticare che questi soggetti rimangono persone da trattare quindi con umanità e nel rispetto dei diritti umani.
Nella società boliviana il rifiuto verso chi commette reati è molto forte, siano essi adolescenti o adulti, e si tende a non considerare i fattori che portano a infrangere la legge, come la mancanza di opportunità, l’assenza di uno stato capace di risolvere problemi come la sanità, l'istruzione, la povertà, la mancanza di posti di lavoro, etc.
In un contesto simile la situazione degli adolescenti e dei giovani è ancora più sensibile. Ogni volta che un giovane abbandona il nucleo familiare per entrare a far parte di un mondo del lavoro a bassi salari in cui viene sfruttato, il rischio che si metta a delinquere per ottenere beni di prima necessità, come il cibo e la salute per sé e per i propri familiari, è alto. Una volta recluso, poi, viene trattato come un adulto e sottoposto a una giustizia lenta e ritardata, mentre i minori che hanno violato la legge meritano un programma di reinserimento sociale specializzato e diverso da quello di un adulto.
Come alternativa al tradizionale sistema penale sta prendendo piede piede la nuova proposta di giustizia riparativa, che si basa sull’assunzione che la compensazione di un crimine (tramite una pena per l’aggressore) non significa sempre “giustizia”. Considerando che lo scopo della pena è quello di proteggere la società dal crimine, quando una persona commette un reato e viola la legge non fa male solo alla vittima (come individuo), ma anche alla comunità nel suo insieme. Quindi, se ci si concentra sulla pena o punizione fornita dal sistema penale classico, si nota che esso fa ben poco per riconoscere i danni fisici e immateriali subiti dalla vittima e dalla comunità, e ignora inoltre gli aspetti che hanno portato questa persona (il delinquente) a commettere il crimine.
Qalauma, nato come il primo centro per minori di 21 anni in cui viene applicato il modello socio-educativo, rappresenta un’alternativa di reinserimento sociale per molti adolescenti e giovani che meritano una seconda opportunità. Il centro, infatti, permette non solo la conclusione della formazione scolastica (con percorsi che portano i giovani a ottenere il diploma di maturità) o l’apprendimento di un nuovo mestiere; ma assicura anche la presa di repsonsabilità da parte del giovane di fronte al danno causato, secondo appunto i principi della giustizia riparatoria.
Ninoska Ayala
responsabile tema giustizia del Centro de derechos ciudadanos (CDC), nostro partner nel progetto MAE
Bolivia: Una giustizia minorile specializzata
Il Ministero della giustizia in Bolivia, attraverso il Dipartimento di Giustizia e Diritti Fondamentali, è a capo del Comitato Interistituzionale della Giustizia Minorile (MIJPJ), un organismo riconosciuto dal Comitato per i Diritti del Fanciullo che dal 2000 circa lavora con le istituzioni statali e membri della società civile per gli adolescenti in conflitto con la legge.La realtà del sistema di giustizia penale boliviano, considerando il numero di detenuti in detenzione preventiva e quelli condannati, riflette una situazione allarmante per il sovraffollamento delle carceri, che si ripercuote anche sul Centro di reinserimento sociale Qalauma. Il centro, inaugurato da ProgettoMondo Mlal nel febbraio del 2011, oggi ospita 150 giovani e adolescenti detenuti preventivamente e solo 7 condannati tra i 16 e i 21 anni. Del resto, a livello nazionale, a ottobre del 2012, su 1.884 giovani carcerati per aver commesso crimini che spesso sono di minore gravità (come rubare beni materiali), solo 150 avevano ricevuto la condanna.
È per questo motivo che il Comitato Interistituzionale della Giustizia Minorile esegue programmi di supporto tecnico per lo sviluppo di politiche pubbliche, per attuare misure alternative alla privazione della libertà con un approccio di giustizia riparatoria. Questo lavoro si propone di mettere in atto meccanismi che permettano a l'adolescente in conflitto con la legge di compiere misure riabilitative fuori dal regime penitenziario, accompagnato da un team interdisciplinare che guidi il processo di reinserimento nella società, assumendo la responsabilità per i danni causati, ma soprattutto riparando i danni alla vittima, materialmente o simbolicamente.
Paralelamente, il comitato interistituzionale si è concentrato sulla stesura di un progetto di legge che strutturi un sistema specializzato di giustizia minorile con una terminologia propria e la costituzione di figure giuridiche specializzate per il processo di adolescenti tra cui, ad esempio, i meccanismi di giustizia riparatoria, la creazione di istituti legali specializzati nel reinserimento sociale, o l’attuazione di strumenti di prevenzione. Il documento è ora parte della proposta di modifica alla legge n.2026, Codice dei Bambini e Adolescenti.
Pertanto, nell'ambito del Piano operativo annuale 2013, il Comitato Interistituzionale prevede di continuare con questo processo e adattare azioni e provvedimenti di chi opera per la giustizia, per la corretta interpretazione della legge e l'applicazione di Convenzioni e Trattati internazionali sui diritti umani in modo che i principi di "interesse" e "trattamento preferenziale" siano alla base di tutte le decisioni che mettono in pericolo la libertà dell'individuo. A questo scopo, si sono effettuate riunioni con impegni istituzionali con Tribunali Dipartimentali, con Pubblici Ministeri di Dipartimento, Governi Dipartimentali Autonomi e Municipali, e con tutte le istituzioni implicate in questo settore. L'istituzione di una rete comunitaria permetterà di fornire servizi di assistenza medica, psicologica, di terapia familiare, a chi è stato interessato dal crimine, che sia la vittima, l'adolescente in conflitto con la legge, la famiglia o l’intera comunità.
Abg. Cecilia Bolívar Corrillo
Profesional en Justicia
Viceministerio de Justicia y Derechos Fundamentales
Ministerio de Justicia
venerdì 29 marzo 2013
Le ricette della solidarietà, a tavola e in libreria
Continua imperterrita la lotta contro la malnutrizione, tra fornelli e presentazioni pubbliche in libreria, insieme a raccolte fondi tramite panettieri e negozietti sensibili alla causa.
Il 2013 è iniziato all'insegna della solidarietà, grazie al costante impegno delle foodbloggers di tutta Italia che fin da subito hanno aderito alla campagna “Io non mangio da solo” lanciata da ProgettoMondo Mlal lo scorso settembre per contribuire a garantire la sicurezza alimentare in 7 Paesi di Africa e America Latina.
Protagonista indiscusso del tam tam per un'alimentazione garantita ed equilibrata per tutti, è senza dubbio il libro di ricette “Buono come il pane”, che raccoglie intingoli e piatti appetitosi elaborati dalle 12 foodbloggers vincitrici del contest lanciato dal blog “Lo Spilucchino” di Virginia Portioli a sostegno della nostra campagna.
Pietanze che, proprio per moltiplicare e diffondere la solidarietà, sono state recentemente cucinate per eventi pubblici e singolari cene che hanno attirato un tale numero di partecipanti e commensali da lasciare decisamente ben sperare che entusiasmo e partecipazione continueranno a crescere.
Così, se a Caserta “Buono come il pane” è stato presentato alla bottega dell'altro mondo tra degustazioni del Lievito Madre e grazie all'ormai “nostra” Antonietta Golino che ripeterà l'appuntamento in altre 3 location, ad Ancona Carla Manfredi ha presentato il ricettario alla libreria San Paolo con una versione finger food della sua pietanza “la zucca arrangata”. Il libro sta poi trovando nuovi canali di diffusione in panetterie della provincia di Verona, grazie alla divulgazione di Cinzia Martellini Cortella, mentre nei dintorni di Palermo, l'audace Daniela Bucalo, con le sorelle Laura e Patrizia, ha addirittura organizzato una mega cena per 90 banchettanti, scegliendo 11 dei patti del libro, tra antipasti, primi e dolci.
Scrive entusiasta nel suo blog, raccontando l'iniziativa: “È stata davvero una serata bella, all'insegna della buona cucina casareccia, del divertimento e della solidarietà. L'adesione è stata notevole,
abbiamo anche dovuto dire di no a diverse persone e io e le mie sorelle, abbiamo cucinato per 90 persone :-)!!!”.
Insomma, dopo “un tour de force culinario”, e una giornata trascorsa in campagna a spignattare “per aiutare chi ha più bisogno di noi”, i risultati non sono mancati, e i commensali se ne sono tornati a casa “con un bel sorriso, soddisfatti e con sottobraccio il libro "Buono come il pane"... e questo era quello in cui speravamo ;-)”.
Gli appuntamenti proseguono con altri incontri già in programma per che prevedono una presentazione del ricettario giovedì 2 maggio alle 18 a Verona, grazie alla libreria Feltrinelli, e il 6 maggio a Bergamo. Come detto, anche Caserta continua a divulgare il libro: il 12 aprile alle 17.30 alla Biblioteca comunale in via Vespucci a Marcianise, il 10 maggio alle 17.30 alla Bottega del mondo equo solidale, in via San Carlo, 22 a Caserta e il 2 giugno alle 13 tutti in tavola con il pranzo completo a Villa Hela in via Villanuova, 35 a Caiazzo.
Insieme ai manicaretti delle bloggers, a girare sono anche i pannelli della mostra didattica “Mangiare bene, mangiare tutti” per promuovere il Diritto al cibo specie fra i più piccini.
La mostra, infatti, continua a trovare sguardi attenti tra le scuole italiane, dove ProgettoMondo Mlal organizza anche laboratori e attività di raccolta fondi.
Subito dopo Pasqua, i pannelli saranno esposti al liceo Gobetti-Segrè di Torino, prima nella succursale di Corso Alberto Picco (dal 3 al 6 aprile), e poi nella sede di Via Maria Vittoria (dall'8 al 13 aprile). Dal 15 al 20 aprile, invece, le immagini della mostra stimoleranno la riflessione dei piccoli della scuola elementare Italo Calvino.
A fine mese, tra il 23 e il 27 aprile, i pannelli si sposteranno a Verona, all'Istituto Tecnico Marconi, dove ogni ultima settimana del mese, fino alla chiusure delle scuole, è di scena la campagna “Rinuncia a una coca e a un panino”, per sostenere appunto i 10 programmi di cooperazione allo sviluppo per la sicurezza alimentare delle comunità di Bolivia, Perù, Haiti, Guatemala, Burkina Faso e Mozambico.
Per qualsiasi richiesta, curiosità o informazione: ProgettoMondo Mlal viale Palladio 16 - 37138 Verona, tel. 045 8102105, sostegno@mlal.org.
Il 2013 è iniziato all'insegna della solidarietà, grazie al costante impegno delle foodbloggers di tutta Italia che fin da subito hanno aderito alla campagna “Io non mangio da solo” lanciata da ProgettoMondo Mlal lo scorso settembre per contribuire a garantire la sicurezza alimentare in 7 Paesi di Africa e America Latina.
Protagonista indiscusso del tam tam per un'alimentazione garantita ed equilibrata per tutti, è senza dubbio il libro di ricette “Buono come il pane”, che raccoglie intingoli e piatti appetitosi elaborati dalle 12 foodbloggers vincitrici del contest lanciato dal blog “Lo Spilucchino” di Virginia Portioli a sostegno della nostra campagna.
Così, se a Caserta “Buono come il pane” è stato presentato alla bottega dell'altro mondo tra degustazioni del Lievito Madre e grazie all'ormai “nostra” Antonietta Golino che ripeterà l'appuntamento in altre 3 location, ad Ancona Carla Manfredi ha presentato il ricettario alla libreria San Paolo con una versione finger food della sua pietanza “la zucca arrangata”. Il libro sta poi trovando nuovi canali di diffusione in panetterie della provincia di Verona, grazie alla divulgazione di Cinzia Martellini Cortella, mentre nei dintorni di Palermo, l'audace Daniela Bucalo, con le sorelle Laura e Patrizia, ha addirittura organizzato una mega cena per 90 banchettanti, scegliendo 11 dei patti del libro, tra antipasti, primi e dolci.
Scrive entusiasta nel suo blog, raccontando l'iniziativa: “È stata davvero una serata bella, all'insegna della buona cucina casareccia, del divertimento e della solidarietà. L'adesione è stata notevole,
Insomma, dopo “un tour de force culinario”, e una giornata trascorsa in campagna a spignattare “per aiutare chi ha più bisogno di noi”, i risultati non sono mancati, e i commensali se ne sono tornati a casa “con un bel sorriso, soddisfatti e con sottobraccio il libro "Buono come il pane"... e questo era quello in cui speravamo ;-)”.
Gli appuntamenti proseguono con altri incontri già in programma per che prevedono una presentazione del ricettario giovedì 2 maggio alle 18 a Verona, grazie alla libreria Feltrinelli, e il 6 maggio a Bergamo. Come detto, anche Caserta continua a divulgare il libro: il 12 aprile alle 17.30 alla Biblioteca comunale in via Vespucci a Marcianise, il 10 maggio alle 17.30 alla Bottega del mondo equo solidale, in via San Carlo, 22 a Caserta e il 2 giugno alle 13 tutti in tavola con il pranzo completo a Villa Hela in via Villanuova, 35 a Caiazzo.
Insieme ai manicaretti delle bloggers, a girare sono anche i pannelli della mostra didattica “Mangiare bene, mangiare tutti” per promuovere il Diritto al cibo specie fra i più piccini.
La mostra, infatti, continua a trovare sguardi attenti tra le scuole italiane, dove ProgettoMondo Mlal organizza anche laboratori e attività di raccolta fondi.
Subito dopo Pasqua, i pannelli saranno esposti al liceo Gobetti-Segrè di Torino, prima nella succursale di Corso Alberto Picco (dal 3 al 6 aprile), e poi nella sede di Via Maria Vittoria (dall'8 al 13 aprile). Dal 15 al 20 aprile, invece, le immagini della mostra stimoleranno la riflessione dei piccoli della scuola elementare Italo Calvino.
A fine mese, tra il 23 e il 27 aprile, i pannelli si sposteranno a Verona, all'Istituto Tecnico Marconi, dove ogni ultima settimana del mese, fino alla chiusure delle scuole, è di scena la campagna “Rinuncia a una coca e a un panino”, per sostenere appunto i 10 programmi di cooperazione allo sviluppo per la sicurezza alimentare delle comunità di Bolivia, Perù, Haiti, Guatemala, Burkina Faso e Mozambico.
Per qualsiasi richiesta, curiosità o informazione: ProgettoMondo Mlal viale Palladio 16 - 37138 Verona, tel. 045 8102105, sostegno@mlal.org.
Mozambico: "Migliorare il sistema delle carceri"
"Sistema di governo e carceri mozambicane vanno migliorate". A dichiararlo, in un'intervista al giornale Verdade On line è Francesco Margara, coordinatore per ProgettoMondo Mlal del programma Vita Dentro, nato per migliorare la condizione dei detenuti, soprattutto giovani, nella provincia di Nampula. Un'esigenza dettata non solo dalle condizioni di vita dei detenuti, ma anche dalla discriminazione che sono costretti a subire dalla società, una volta usciti di progione e ritornati nelle comunità di rifeirimento.
Che cosa è ProgettoMondo Mlal?
ProgettoMondo Mlal è un'organizzazione non governativa italiana, impegnata nella provincia di Nampula dal 2002. All'inizio, abbiamo lavorato con la Caritas in materia di diritti umani, in particolare per le persone con poca conoscenza della cultura giuridica, specie detenute.
Qual è il vostro obiettivo?
Puntiamo a migliorare le condizioni di base dei prigionieri nella provincia di Nampula, dove lavoriamo in particolare nella Penitenziaria Industriale e nel Carcere femminile, che si trova in una zona chiamata Rex, oltre alla Prigione Provinciale di Nampula. Mi preme rilevare che ci dedichiamo in particolare ai giovani detenuti, dai 16 ai 21 anni, in Mozambico.
Cosa ha motivato la scelta della provincia di Nampula per svolgere le vostre attività?
Dopo un attento studio, abbiamo scoperto che la provincia di Nampula ha il più alto numero di casi penali in Mozambico, quindi abbiamo concentrato le nostre attività per i detenuti, perché eravamo preoccupati per la loro situazione. Abbiamo ideato un progetto in grado di garantire il rispetto dei loro diritti umani, e progettato strategie che ci permettano di vivere a contatto con chi vive in carcere, che ha così potuto comprendere noi e il nostro lavoro. All'inizio si è trattato di scegliere detenuti di buona condotta, spiegando loro come comportarsi e come evitare conflitti con gli ufficiali penitenziari. Piano piano abbiamo guadagnato forza introducendo diversi pacchetti formativi, puntando molto sull’aspetto culturale con gruppi di teatro, musica, squadra di calcio, e tutte le altre attività che possono creare un momento di svago.
Puntiamo molto anche sull’istruzione, impegnandoci per il recupero dei giovani detenuti insieme al Servizio Nazionale delle Prigioni (SNAPRI), l'Università Cattolica del Mozambico (UCM), UNILÚRIO, Caritas e l’Istituto per assistenza legale (IPAJ).
Che cosa è stato fatto in concreto per il bene dei detenuti?
Abbiamo un programma basato sull’ "arte terapia", che serve per aprire le menti dei detenuti, farli divertire e creare spazi abitativi degni durante la loro permanenza negli istituti di detenzione. Ciò che spesso accade nelle carceri del Mozambico è che molti reclusi non vivono davvero la propria vita, e questa si riduce a una condizione di inutilità. Partecipando al nostro programma, invece - che prevede anche attività come agricoltura e allevamento di polli - non sono obbligati a pensare troppo alla situazione in cui si trovano.
E’ per questo che abbiamo formato "Anamawenchiwa", un gruppo musicale che ha partecipato a numerosi festival, in particolare il Tambo Tambulani Tambo a Pemba, provincia di Cabo Delgado, il Festival della cultura di Beira, il Festival dei Giochi tradizionali a Lichinga e il Festival di musica tradizionale di Ilha de Moçambique. Oltre a questo ensemble musicale, è stato formato un gruppo teatrale che ogni settimana viaggia nelle carceri distrettuali della provincia di Nampula.
Abbiamo poi aiutato nel reinserimento sociale i detenuti che hanno finito di scontare la pena, soprattutto per renderli capaci di realizzare attività generatrici di reddito e gestire il proprio auto-sostentamento, smettendo così di commettere crimini. Il risultato sono fabbri, falegnami, elettricisti, muratori, operatori turistici, idraulici e agricoltori, formati con corsi riconosciuti dall'Istituto Nazionale del Lavoro e la Formazione Professionale e finanziati da ProgettoMondo Mlal attraverso i fondi dell’Unione Europea.
Quanti detenuti sono stati formati fino ad ora?
Finora abbiamo formato più di 200 persone che sono già fuori dalle loro celle e che stanno svolgendo attività produttive nelle loro comunità d’origine. Ciò che vogliamo è che gli ex-detenuti non vengano emarginati dalla società a causa della mancanza di conoscenza di alcune attività. La loro formazione inizia in prigione e sono accompagnati fino al ritorno nella comunità. Così abbiamo promosso seminari su salute, educazione civica, comprese le leggi che li difendono e li condannano e l'istruzione. Quest'anno sono 500 le persone che sono state coinvolte nelle attività.
Chi si occupa delle formazioni ai detenuti?
La nostra equipe è formata da professionisti di livello superiore in diversi settori, quali la sanità, l'istruzione, il commercio, l'agricoltura, l'allevamento dei polli e l'imprenditorialità. Essi lavorano dentro e fuori delle carceri.
Dopo l'uscita dal carcere, gli educatori accompagnano gli ex-detenuti per presentarli alle autorità locali, in modo che non vengono respinti dalla comunità per il timore che commettano nuovi reati. Lo facciamo perché in Mozambico esiste una cultura di esclusione sociale nei confronti delle persone che escono di prigione.
In questo momento stiamo dando assistenza a 30 ex detenuti per il loro reinserimento nelle comunità, e anche se non facciamo miracoli, ci sono utenti che decidono di non ritornare a commettere reati. Coloro che seguono i nostri consigli riescono a formare famiglie, continuano a studiare e sviluppano le loro attività produttive.
Esiste l’emarginazione degli ex detenuti nella società mozambicana?
Sì, dopo che un cittadino rimane a lungo in carcere, la sua reintegrazione nella società non è facile. La comunità non ne vuole sapere di lui, afferma che è un criminale, non importa che abbia scontato la sua pena. Sostiene che non si può vivere con gli altri senza correre il rischio di trasmettere loro "un comportamento deviante". Questo è il motivo per cui seguiamo il detenuto dopo il suo rilascio, oltre a finanziare i corsi professionali.
Ha parlato giovani detenuti in Mozambico, quanti sono detenuti nelle carceri in cui promuovete le vostre attività?
In questo momento lavoriamo con 200 giovani detenuti. Con la nostra presenza nelle carceri, si crea uno spazio che noi chiamiamo "Prigione Scuola" dove hanno celle separate dagli adulti, si rinuiscono durante il tempo libero o durante l’ora d’aria. Il nostro sforzo è evitare, per quanto possibile, l'interazione tra giovani e adulti detenuti.
Nel 2006, nella Penitenziaria Industriale di Nampula esisteva solo la sesta classe (equiparabile alla nostra prima media) mentre ad oggi siamo arrivati ad avere l’undicesima, e il prossimo anno si arriverà alla dodicesima. Questo è stato uno dei più grandi successi ottenuti in tutti questi anni, perché ora tutti i giovani detenuti (200 in totale) frequentano la scuola, senza dimenticare che anche gli adulti hanno la stessa possibilità di studiare.
I certificati vengono rilasciati dal Ministero della Pubblica Istruzione. Purtroppo devo riconoscere che alcuni giovani non hanno l'età minima imputabile di 16 anni, come a norma di legge in Mozambico. Alcuni di loro, infatti, hanno 14 o 15 anni e sono detenuti perché non hanno un documento identificativo che permetta loro di dimostrare la loro età reale. Questo è un problema in un paese dove è normale trovare persone che raggiungono l'età adulta senza mai aver posseduto un documento di identità valido.
Chi finanzia la realizzazione delle vostre attività?
Abbiamo avuto due progetti fino ad oggi, il primo finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano, il secondo dall’ Unione Europea. Per la realizzazione abbiamo avuto un finanziamento di circa € 800.000, che ha consentito l'introduzione di corsi di formazione professionale per i detenuti, la promozione delle attività agricole e di allevamento di polli e l'installazione di postazioni sanitarie all’interno degli istituti penitenziari.
Cosa si produce nei centri aperti di Itocolo e Rex?
Abbiamo a disposizione circa 500 ettari di terreno, dove produciamo vari prodotti agricoli come mais, ortaggi, manioca, alberi da frutta e dove facciamo allevamento di polli. In questi campi lavorano solo detenuti che poi usufruiscono del risultato che viene destinato al miglioramento della loro dieta.
L'anno scorso abbiamo fornito alimenti per circa due mila persone nel corso di otto mesi con due pasti al giorno, cosa che non accadeva prima, quando avevano diritto a un solo pasto al giorno. Nel centro aperto nella zona Rex, abbiamo creato un nucleo di produzione di polli, gestito da quattro donne detenute. Questo ha migliorato la loro dieta. Ora mangiare pollo due volte a settimana è, di fatto, una realtà.
Con i fondi del progetto abbiamo inoltre finanziato tre cicli di produzione di poco più di 500 polli e tutti gli utili sono stati utilizzati per aumentare lo spazio a disposizione e per ripartire con altre produzioni. Da tre mesi stiamo producendo tra i 600 e i 700 polli, che sono destinati al mercato locale e all'alimentazione delle detenute.
I diritti dei detenuti sono violati nelle carceri della provincia di Nampula?
Da quando ProgettoMondo Mlal ha iniziato a lavorare in questa città, le cose sono migliorate in modo significativo. Le violazioni sono sempre esistite, non è colpa di qualcuno in particolare, ma piuttosto è il sistema di governo del paese che non è giusto. Bisogna capire che quando si parla di violazioni dei diritti umani delle persone, non ci si riferisce solo ai maltrattamenti o alla mancanza del diritto di parola, ma si deve guardare alla mancanza del rispetto delle procedure rispetto alle leggi esistenti. Ancora una volta dico che sono il sistema di governo o le prigioni a dover essere migliorati, non le persone.
Quali sono le condizioni di vita nelle celle della provincia Nampula?
Per quel che ho potuto vedere esiste il problema del sovraffollamento, ma non è una situazione preoccupante. Le condizioni più precarie sono nei carceri distrettuali dove, oltre al sovraffollamento, esistono problemi per le condizioni igieniche precarie, che richiedono un intervento immediato.
Quali sono i prossimi passi di ProgettoMondo Mlal?
Come ho detto all'inizio, dopo aver completato il progetto "Vita Dentro", nell’ambito dei diritti dei detenuti, stiamo cominciando un nuovo progetto coordinato dal Centro di Ricerca Konrad Adenauer, la cui missione sarà quella di eseguire una ricerca sulla situazione della componente sociale di megaprogetti che svolgono le loro attività in Mozambico. Vogliamo portare tutti coloro che sfruttano le risorse naturali a lasciare un'eredità che può segnare tutti i mozambicani e coloro che un giorno verranno a visitare questo paese.
Vogliamo anche fare una ricerca che promuova la questione della responsabilità sociale in Mozambico, che mira a richiamare l'attenzione delle autorità governative, al fine di dare un contributo in un ambito purtroppo molto nuovo nel paese.
mercoledì 27 marzo 2013
Intervista a Suzy Castor, la pasionaria haitiana
Suzy Castor, già da molti ribattezzata la pasionaria haitiana, nell’86 è fondatrice insieme al marito del Centre de recherché et formation economique et sociale pour le développement, principale riferimento culturale per la storia del Paese. Alle sue spalle un lungo esilio in Messico durante la dittatura Duvalier, che la rese riferimento all’estero per miglia di rifugiati centroamericani, il prestigioso Premio spagnolo Juan Mari Bandrés per l’accoglienza dei rifugiati, la partecipazione alla giuria del Tribunale dei Popoli, la nascita e affermazione del partito di opposizione Olp –Organizzazione del Popolo in Lotta- e il matrimonio di sentimento e condivisione politica con Gerard Pierre-Charles (1935-2004), noto studioso e politico di sinistra, nel 2004anche candidato al Premio Nobel della Pace.
Con Il Cresfed, e quindi con la sua guida Suzy Castor, ProgettoMondo Mlal collabora da anni in progetti di cooperazione allo sviluppo. Attualmente sono due gli impegni che legano questa storica partnership: un progetto di sicurezza alimentare nell’altipiano centrale del Paese e nel nord est, e il progetto Viva Haiti per lo sviluppo partecipativo di un territorio estremamente degradato, nel sud est al confine con la Domenicana.
Abbiamo incontrato Suzy Castor il 14 febbraio scorso nella sua bella casa di Port au Prince per tastare con lei il polso dell’anima haitiana a 3 anni esatti dal terremoto del 12 gennaio 2010.
QUAL È LA SITUAZIONE AD HAITI A 3 ANNI DAL TERREMOTO?
Se tutta la cooperazione offerta ad Haiti avesse dato, in proporzione, eguali risultati oggi non ci troveremmo a questo punto.
Studiando ciò che è stata la cooperazione dal 1975 a oggi, noteremmo infatti come sia stata enorme, e quanto sia andata aumentando nel tempo. Dunque, vista la situazione, è il caso di dire che c’è qualcosa che non funziona, sia da parte di Haiti sia da parte di chi dona.
Non si può negare che parte della cooperazione è realmente stimolante: se ne vedono i risultati e anche l’apprezzamento della gente. Così come, risulta altrettanto vero, esistono buone istituzioni che lavorano nella cooperazione e che hanno dei buoni risultati.
Ma si tratta di risultati circoscritti che si verificano in una certa zona, o in un preciso ambito ma che poi, a livello nazionale, non hanno un vero impatto. O meglio, perché avessero un impatto concreto e duraturo, sarebbe necessario che prima fosse incardinato in una visione, che tutto venisse cioè calato in una visione di politica nazionale, in un’azione di governo.
Perché, senza la partecipazione e l’orientamento da parte di un governo, o in mancanza di un Piano complessivo fatto dal governo basato su un orientamento definito e studiato sull’analisi di ciò che conviene o non conviene ad Haiti, e dunque sull’ambito in cui intervenire, su cosa e quanto serve andare a rafforzare e in quale direzione, beh diventa difficile che la cooperazione possa veramente dare dei resultati!
Lo stesso vale da parte della cooperazione interazionale: ci sono delle istituzioni – sfortunatamente non le più potenti- che comprendono ciò che è solidarietà e ciò che è cooperazione.
Molto spesso, però, quando dietro le istituzioni ci sono i Paesi, i governi, un altro tipo di scelte, la potenzialità di commettere errori si fa davvero concreta.
Perché a quel punto, ciò che si viene a fare qui ad Haiti, non sono tanto dei progetti pensati in accordo con la popolazione del Paese quanto più semplicemente progetti che vengono “realizzati”.
E che dunque non hanno l’impatto che avrebbero potuto avere se avessero coinvolto la popolazione.
Altre volte si tratta di progetti calati dall’alto, del tutto estranei al contesto, e che in definitiva non hanno niente a che vedere con la realtà di questo Paese.
Così come oggi, molti dei lavori, e dunque dei soldi a questi destinati dalla cooperazione, sono stati invece affidati da governi e istituzioni a imprese del proprio Paese o straniere, come nel caso della Domenicana che è risultata beneficiaria di moltissimi contratti per la ricostruzione, sia di infrastrutture che di ricostruzione vera e propria ad Haiti.
La prima conseguenza di questo è che in definitiva la cooperazione non favorisce né consolida le imprese haitiane, dunque le imprese haitiane non hanno nemmeno beneficiato di questa ricostruzione. Tutto ciò crea del malcontento...
Naturalmente ci sono delle leggi e delle regole specifiche, ma se la cooperazione rispecchiasse davvero il modo di rapportarsi con l’estero di un determinate Paese, non potremmo negare che, oltre alla solidarietà, e dunque alla sincera voglia di donare, ci sono in gioco anche altri interessi.
Tutto questo per dire che, se nell’ambito della cooperazione internazionale si riscontra un cattivo modo di ricevere, - e in questo senso il governo haitiano ha le principali responsabilità- non si può tacere che c’è anche un cattivo modo di dare. E credo sia quanto accade ad Haiti.
E' GIUSTO DIRE CHE HAITI È UN PAESE SENZA STATO?
La storia di Haiti si è tutta sviluppata attorno a delle grandi opportunità perdute. Dopo il 1986, per esempio, nel popolo haitiano era andata crescendo una grande speranza e la convinzione di avere davanti una grande occasione. Come haitiani dal 1987 abbiamo infatti una Costituzione e, dopo lo stato dittatoriale si voleva ovviamente costruire un nuovo stato democratico, si voleva concretizzare la nuova filosofia che avrebbe guidato il nuovo Paese… ma per avere uno Stato, è necessario prima costituire le sue principali istituzioni. Dunque non basta la visione serve anche chi la incarna.
E invece, a cosa abbiamo assistito? Non solo non sono nate le istituzioni previste dalla Costituzione ma, anzi al contrario, abbiamo assistito a una deistituzionalizzazione di ciò che avevamo costruito fino ad allora. Così oggi abbiamo uno Stato in crisi che non assolve alle sue funzioni, uno Stato estremamente debole.
Non dico che lo Stato non esista, perché, quando si tratta di repressione sa farsi sentire con la popolazione, ma se si tratta di rispondere piuttosto ai suoi bisogni o alle esigenze del Paese, allo si scopre quanto questo sia minimalista, eccessivamente debole, per non dire inesistente.
Ciò ci mostra sia la profondità della crisi -perché quando diciamo che lo Stato è debole, sappiamo che è una debolezza che ha radici molto profonde- sia quanto sia arduo, se non impossibile, re-indirizzare uno stato così debole.
LA CONTINUA PRESENZA DEI MILITARI AD HAITI, COME VIENE VISSUTA?
Un Paese che ha ottenuto l’indipendenza a certe condizioni, e che nella transizione ha conosciuto l’occupazione militare, oggi continua a vivere con i militaria casa propria.
Sebbene questa di oggi non sia l’occupazione nord-americana del 1915-1935, comunque sempre di presenza di soldati sul suolo nazionale si tratta.
Inoltre, a questa occupazione fisica si accompagna una forma di tutela, perché attualmente, che si dica o no, Haiti è un Paese sotto tutela.
E a questo proposito torniamo alle responsabilità del governo: sono i governi infatti che siglano gli accordi, che chiedono, che hanno sollecitato questo intervento, questa presenza. Sono sempre i nostri governanti che, in un totale laissez faire, spariscono sotto le influenze internazionali.
In definitiva Haiti vive oggi sotto una tutela, anche se non se ne dice il nome, che non è legale. E credo che questo sia un aspetto che pesa molto sulla situazione attuale.
E’ una condizione dura da sopportare, si fa come se tutto questo non pesasse... ma la tutela è là.
ESISTE UN IMPEGNO CIVILE ORAGNIZZATO E COME SI STA SVILUPPANDO?
Al trionfo popolare contro la dittatura del 1986 aveva contribuito un grande fermento, attraverso le sue tante forme organizzate, che è cresciuto fino al trionfo di Aristide nel 1990. Ed è insindacabile che si sia trattato di una vera vittoria, una grande vittoria popolare, perché ha davvero rappresentato il concretizzarsi di una comune lotta anti-dittatoriale che ha impedito al neoduvalierismo di affermarsi. Sul come poi siano andate dopo le cose è un’altra storia.
Ora il terremoto ha contribuito a invertire quella tendenza popolare, per premiare invece le gestioni di Aristide, Preval e ancora Aristide, e addirittura a disarticolarla, e disarticolare a la strutturazione dei partiti che sarebbe potuti nascere. Con il terremoto insomma abbiamo ricevuto un colpo molto duro e attualmente ciò che Rimane di quella forza popolare è molto debole, sia per quanto riguarda la società civile sia per ciò che sono oggi i partiti politici.
Ciò nonostante un principio di organizzazione esiste, dunque si avverte un inizio di rinnovamento, non ripartiamo da zero! Ci sono giovani che cominciano a credere nello sviluppo del loro Paese, mentre prima tutti volevano andarsene, al grido di “si salvi chi può”. Sarà forse sarà per la difficoltà che a livello internazionale si sta vivendo anche negli altri Paesi, e che smentisce quell’immagine di Eldorado come volevamo pensarlo, sta di fatto che notiamo una sfumatura -non proprio ancora una caratteristica- per cui molti giovani che prima partivano, e non volevano più tornare, ora mettono in conto di tornare.
E credo che questa sia una buona cosa.
Da un altro punto di vista, e malgrado sia lungo il cammino compiuto dalla democrazia, settori sempre più ampi prendono coscienza della situazione, di quali sono i rischi per lo sviluppo della democrazia, e che per questo sono determinati a lottare.
PERCHÉ È FATICOSO FARE COOPERAZIONE AD HAITI?
E’ infatti innegabile che nel corso dell’intero periodo di transizione ci sono stati notevoli progressi, tanto che oggi possiamo apprezzare di sapere cosa è stato il duvalierismo -il periodo dittatoriale in cui erano negate le libertà principali pubbliche, come il diritto alla cittadinanza, il diritto di parola, di associazione, addirittura il diritto di movimento, e vigeva, diciamo, un controllo molto rigido e un vero e proprio terrorismo di Stato, prima, e la repressione, poi, che soggiogava la popolazione. Oggi possiamo dire che in questo Paese, a partire del 1986, le libertà di cittadinanza esistono. Oggi la radio haitiana è parola, la radio è libera, la gente parla, la gente non ha paura ...
E molto difficilmente potrà ormai esserci sottratta questa conquista di libertà.
Pur tuttavia, l’altra faccia di questa conquista, dell’esercizio della cittadinanza; l’avete sotto gli occhi nella situazione che vive Haiti: ampi strati della popolazione non godono dei diritti sociali, dei diritti economici, dei diritti dello sviluppo della loro personalità, nella loro integralità, come dovrebbe essere... Ed è in questa dicotomia che la gente vive: da un lato la situazione viene vissuta come molto dura, difficile, mentre dall’altro, proprio per la sua durezza, accresce la volontà di salvare ciò che si può salvare, ciò he è stato conquistato fino a oggi, e di scoprire se in definitiva possiamo arrivare a una forma di organizzazione che apra il cammino ad altri orizzonti...
QUAL È L'ANIMO, IL CARATTERE DEGLI HAITIANI?
Effettivamente gli haitiani, tutti gli haitiani senza eccezioni, sono molto fieri del passato glorioso che, non solo a livello nazionale ma nella storia universale, ha rivestito Haiti per quanto riguarda i movimenti per l’abolizione della schiavitù, della proclamazione di indipendenza e per il contributo dato ai moti rivoluzionari nella storia dell’America Latina.
E’ una fierezza che, in un mondo tutto sommato ostile, rivendica di avere costruito una nazione a partire della schiavitù.
Mentre oggi si potrebbe quasi pensare che gli haitiani subiscono, o comunque accettano fatalmente ciò che accade al Paese.
Per descrivere questo atteggiamento, alcuni parlano di resilienza degli haitiani. Un termine che io rifiuto, è una parola di origine inglese poi passata al francese... Io personalmente credo che, accanto a dei momenti di esplosione, ci sia tutta una capacità di incassare, incassare i colpi, fare fronte a una vita di volta in volta più difficile, sopravvivere comunque.
Credo che in questa sopravvivenza ci sia una ricerca del vivere, ed è la vita stessa che si ricerca e ch e da un momento all’altro può esplodere. Perché, con le disuguaglianze che esistono nel Paese, due mondi così diversi, come il mondo rurale e quello della città, in questo insieme di ricchi, poveri, neri, mulatti, c’è talmente tanta gente che ancora oggi –nel 2013- non ha accesso alla salute e all’educazione, che da un momento all’altro tutto questo può davvero esplodere. Perché siamo davvero tutti seduti sopra un vulcano.
QUAL È IL SUO IMPEGNO PER HAITI OGGI?
Oggi come sapete io lavoro nel Cresfed, in un settore in cui io credo molto, che è quello dell’educazione.
A questo livello, perciò, partecipo all’impegno del Cresfed e come docente partecipo all’attività universitaria. Tutto ciò che può essere fatto a livello educativo e formativo in questo Paese, credo che sia molto costruttivo e che, al contrario, non si possa avanzare di un passo se, nella costruzione di questo stato, non consideriamo l’educazione come pietra miliare.
Oggi è soprattutto questo il mio contributo anche se, ovviamente, a livello politico, pur non essendo più attiva come prima, continuiamo a seguire comunque l’attualità e ciò che succede.
Il mio sogno è che un giorno la gente di Haiti possa vivere in un Paese sovrano e sentirsi cittadina. Questo Paese non lascia indifferenti, non so perché... Sono passati appena due secoli dalla sua nascita, che nella storia del mondo non sono nulla, per cui la gente, consapevole della propria condizione tanto terribile, è comunque convinta che questa può cambiare.
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