giovedì 31 marzo 2011

Spari e disordini, copriuoco in Burkina

Ancora una notte di spari, e questa volta hanno sparato anche con armi pesanti. Tutti i negozi e le banche sono chiusi.
Nel primo pomeriggio di ieri 30 marzo, un gruppo di militari è comparso nelle strade di Bobo Dioulasso e, dopo un veloce tam tam telefonico, sono stati chiusi tutti i negozi. Per precauzione anche i nostri uffici di ProgettoMondo Mlal. La città è presidiata da militari.
Da ieri sera vige il copri-fuoco su tutto il territorio nazionale, dalle 21 alle 6 del mattino. Il presidente ha parlato alla nazione. E oggi dovrebbe incontrare tutte le autorità militari.
I militari sono tornati a sparare. Stanotte, è stata la volta di Banfora. Nei giorni scorsi i militari hanno invaso e saccheggiato le case del Ministro della Difesa, del generale di Stato maggiore e del sindaco della capitale.
Nel corso di queste incursioni è rimasto ferito il sindaco di Ouagadougu, ora ricoverato nell'ospedale della presidenza e dichiarato fuori pericolo. Ciò nonostante non si sa ancora cosa sia accaduto esattamente.
Qui a Bobo Dioulasso la situazione pare al momento tranquilla. Per sicurezza abbiamo chiesto alla nostra equipe nel Paese di osservare le misure di sicurezza e di sospendere le attività fino a quando la situazione non si confermerà tranquilla.
Al momento è difficile capire cosa stia accadendo e quali siano i reali motivi scatenanti. Apparentemente è la base stessa dell’esercito che sta manifestando il proprio malumore nei confronti dei propri vertici al governo per i provvedimenti presi rispetto ad alcuni militari accusati di avere usato la forza le manifestazioni studentesche di un mese fa.

Circa un mese fa, le manifestazioni di piazza erano costate la vita a 4 studenti e altre 5 persone. Poi, nel corso dell’ultima settimana, l’escalation: nel cuore della notte un gruppo di militari ha cominciato a sparare per chiedere la liberazione di 5 compagni arrestati e giudicati colpevoli di violenze contro un civile. Nella sparatoria, sono stati distrutti negozi e provocato danni alla Maison des Avocats e al Palazzo del Tribunale. La risposta del governo è stata di liberare subito i 5 militari.
Parallelamente, però, hanno cominciato a protestare anche altre categorie “vittime” dei disordini di piazza innescati dai militari: i commercianti che chiedono conto dei danni subiti e il sindacato degli avvocati e dei magistrati che annunciava la sospensione di tutte le attività giudiziarie per timore di nuove rappresaglie. Avevano spiegato di non sentirsi più sicuri nel loro lavoro e di non essere d’accordo con il principio di impunità concesso ai militari.
Quindi, gli episodi di violenza da parte di militari, si sono estesi anche alla città di Fada dove, i militari hanno ripetuto la dimostrazione realizzata a Ouaga sparando e liberando un commilitone arrestato per violenza su un minorenne.
Da Fada, poi, si sono spostati in altre due città e sempre continuando a sparare.
Avvocati e magistrati, riuniti in assemblea generale per protestare con il proprio sindacato che aveva annunciato al sospensione delle attività giudiziarie, hanno appreso che i militari stavano lanciando ordigni esplosivi contro il governatorato di Fada. Per questo hanno immediatamente condannato l’episodio violento e confermato la sospensione delle attività giudiziarie.
Nelle scorse ore, si è sparato ancora a Ouaga e a Gaoua, tra l’altro sedi anche di nostri Progetti. I nostri animatori di terreno sono comunque andati regolarmente nei villaggi per le attività quotidiane.
Per il momento è tutto, pas de panique e vediamo che succede.

equipe ProgettoMondo Mlal
Burkina Faso

La rivoluzione dei pantaloncini kaki

da Bobodioulasso - Sono da poco arrivata in Burkina Faso e, subito, mi sono imbattuta in una situazione politica molto particolare.
Sfogliando le pagine dei maggiori giornali locali, come quelle de “L'Observateur”, ci si imbatte pressoché ogni giorno nei cosiddetti ‘fatti di Koudougou’, e nella cronaca degli eventi che ne sono derivati, su quella che é stata già ribattezzata la “Revolution en culottes kaki”, per via del colore delle divise scolastiche. Si tratta della rivolta degli studenti che da più di un mese manifestano in diverse città del Burkina Faso a seguito della morte di un ragazzo, Justin Zongo, avvenuta la notte tra il 19 e il 20 febbraio 2011, a Koudougou.
Secondo gli studenti, Justin sarebbe morto a causa delle percosse ricevute dai poliziotti, i quali, diversamente, sostengono di aver convocato il ragazzo per tre volte a partire dal 17 dicembre, dopo aver ricevuto una denuncia a suo carico da parte di una compagna di classe, ma di aver appreso del suo decesso il 22 febbraio e appurato che esso sarebbe dovuto a meningite.
Sulla questione non è ancora stata fatta chiarezza, ma a partire dal 22 febbraio giovani e studenti sono scesi in strada per manifestare e chiedere giustizia e verità riguardo la morte del loro compagno. Le manifestazioni sono state violente e lo scontro con le forze dell’ordine ha portato a un bilancio finale di 6 morti - quattro studenti, un poliziotto e un meccanico coinvolto casualmente- e numerosi feriti. La rivolta si è estesa dapprima nelle altre località della provincia e successivamente nelle città dell’intero Paese, caratterizzata da scontri piuttosto violenti in cui sono stati incendiati o danneggiati numerosi edifici tra cui i commissariati di polizia, la residenza del Governatore della Regione del Nord, la sede del Consiglio Regionale, etc.
Già nelle manifestazioni del 22 febbraio si erano ascoltati slogan come ‘la Tunisia è a Koudougou’ e ‘Il Burkina avrà il suo Egitto’. Di sicuro i giovani hanno manifestato anche forti delle esperienze vissute dai loro coetanei in Tunisia, Egitto e Libia.
Per quanto riguarda la situazione a Bobo-Dioulasso, dove si trova l’ufficio di ProgettoMondo Mlal, è tutto abbastanza tranquillo, ci sono state delle manifestazioni a fine febbraio ma senza risvolti violenti. Gli interrogativi sull’intera questione sono però tanti, soprattutto ciò che manca è una reazione da parte del governo, il quale si è limitato a fare la conta dei danni provocati dai manifestanti e a condannare le derive violente.
Diversi cittadini hanno sottolineato la scarsa attenzione rivolta alle problematiche del proprio Paese in favore della questione della Costa d’Avorio –la quale attraversa da 10 anni un’impasse politica molto pesante e che attualmente è nuovamente ripiombata in una situazione di guerra civile (i dati ONU rivelano che circa 460 persone sono morte dalla fine del 2010 ad oggi), dal momento che a seguito delle elezioni tenutesi il 28 novembre 2010, il Presidente in carica Gbabo, non ha voluto riconoscere la vittoria del suo rivale Ouattara-. In un articolo dell’Observateur del 15 marzo, un insegnante accusa la mancata attenzione rivolta ai fatti di Koudougou e afferma che ‘sarà meglio riflettere sul fatto che in Tunisia è stato un venditore ambulante a determinare la dipartita di Ben Ali’.
L’UNEF - l’Union des Etudiants du Faso-, diverse sigle sindacali come ad esempio la CGT-B -Confédération Générale du Travail du Burkina-, i partiti dell’opposizione e gruppi società civile, hanno emesso delle dichiarazioni e avanzato richieste ben precise : la creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sul caso Zongo, la riforma del corpo di polizia, la presa in carico dei feriti durante le manifestazioni del 22-24 febbraio e le dimissioni dei Ministri della Sanità e della Sicurezza per non aver ancora fatto chiarezza sugli avvenimenti di Koudougou.
Le scuole sono rimaste tutte chiuse fino al 28 marzo per far calmare le acque e cercare di ridurre le possibilità di manifestazioni studentesche. Alla ripresa, non sappiamo di nuove manifestazioni anche perché, in queste ore, tutta la stampa e il Paese sono concentrati su nuovi avvenimenti violenti causati stavolta dalle forze militari.

Luisa Gelain
Casco Bianco in Burkina Faso

Honduras, il governo ci riprova e la gente scende in piazza

Sono passati quasi due anni dal golpe in Honduras che ha deposto il presidente Zelaya. Ma il governo non ha cambiato strategia per rispondere a voci discordanti e alle manifestazioni di disagio del suo popolo.
Nel luglio del 2009 il governo provvisorio aveva oscurato il segnale della Cholusat Sur, una delle due televisioni indipendenti del Paese, per impedire venisse criticata la mancata e distorta informazione che imponeva il “presidente” Micheletti.
Ieri, 30 marzo 2011, ci riprova, questa volta spegnendo direttamente la luce e disattivando le linee telefoniche e internet. Per buona parte della giornata il Paese non ha potuto né comunicare né seguire ciò che stava accadendo giù nelle strade.
Ci sono state grandi manifestazioni di insegnanti, studenti e del Frente de la Resistencia. Proprio adesso sono tornate in funzione sia luce che canali di comunicazione e un po’ alla volta si scopre che la rivolta ha portato a scontri e al solito amaro bollettino di manifestanti feriti.
Ha aggravato la situazione il fatto che a questa manifestazione civile, già in programma in molti dipartimenti del Paese, si è aggiunta quella dei docenti e quindi forse ha preso dimensioni più ampie, inaspettate.
Ci ferisce che nessuno si occupi dell'Honduras in questo momento. E l’unica cosa che possiamo fare è sperare che la situazione si tranquillizzi. Il grave è che, come spesso abbiamo visto, si calmerà solo con l'uso dell'esercito!

equipe ProgettoMondo Mlal Honduras

mercoledì 30 marzo 2011

A Lima "Il mestiere di crescere"

Il mestiere di crescere”. Questo il nuovo progetto inaugurato oggi 30 marzo a Lima e che segue all'impegno ormai decennale di ProgettoMondo Mlal con i bambini lavoratori del Perù e dell'America Latina.
Con il nuovo programma l'obiettivo diventa ora quello di sostenere direttamente le organizzazioni di bambini lavoratori di tre diversi Paesi, Bolivia, Colombia e Perù, per aiutarli nel processo di sensibilizzazione delle istituzioni dei loro rispettivi Paesi e, più un generale, per promuovere e tutelare ancora una volta i diritti umani di bambini e adolescenti lavoratori.
Quei bambini per il quale il lavoro rappresenta spesso una risorsa indispensabile per poter svolgere gli stessi studi e crescere con dignità e che chiedono quindi leggi necessarie a renderlo adeguato alla loro età e a tutelare loro diritti di bambini.

lunedì 28 marzo 2011

Gente in piazza anche tra le montagne del Marocco

Noi volontari di ProgettoMondo Mlal in Marocco abbiamo potuto avere un primo assaggio degli sconvolgimenti che stanno interessando il Nord Africa e il Medio Oriente: il 20 marzo in tutto il Paese si sono svolte manifestazioni organizzate dal movimento giovanile nato il 20 febbraio, cortei e sit-in nelle principali città marocchine che hanno visto scendere in piazza 35.000 persone circa, secondo le stime delle autorità (è ovviamente battaglia di numeri con gli organizzatori, che parlano di un centinaio di migliaia di manifestanti).
Anche a Beni Mellal, nella cittadina dove io e Arianna siamo arrivati da solo quattro giorni, è stato organizzato un corteo. La fibrillazione per l’evento era palpabile già il giorno prima, quando un signore ci ha fermati nel mercato della medina per avvisarci du grève in programma, invitandoci a rimanere a casa per sicurezza. L’indomani, consapevolmente incuranti delle raccomandazioni ricevute, usciamo lo stesso nel primo pomeriggio dalla nostra nuova casa per incontrare degli amici conosciuti qui a Beni Mellal, per bere qualcosa al caffè e osservare “da lontano” questa giornata di straordinaria mobilitazione cittadina.
Arrivando nei pressi della via principale di Beni Mellal, Rue Muhammad V, si iniziano a sentire le grida degli slogan, le voci amplificate dal megafono dell’incitatore di turno.
Non riusciamo a scorgere immediatamente il corteo, che è nascosto dietro una curva, ma la percezione è subito che ci siano tante persone per strada. Ci accorgiamo invece che il traffico è fermo lungo questa arteria principale, la polizia stradale ha bloccato le macchine e le ha deviate verso altre direzioni. Giriamo l’angolo che ci impediva di scorgere i manifestanti e proviamo immediatamente una sorta di brivido, un po’ di emozione forse, perché ci sembra di assistere a qualcosa che fino ad allora avevamo visto solo in tv, nei primi titoli dei telegiornali.
È davvero emozionante vivere così da vicino un momento come questo per il Nord Africa.
I dimostranti sono pochi, non più di 200-300 persone: scandiscono slogan, brandiscono cartelli contro il Makhzen (l’élite, i notabili marocchini al potere) e a favore della libertà di stampa e espressione. È una massa composita, di giovani, bambini, adulti, donne e uomini. Alcuni sventolano la bandiera marocchina, altri invece srotolano e innalzano la coloratissima bandiera degli Amazigh, gli uomini liberi, i berberi.
Il corteo sembra capitanato da un giovane portato a spalle che, coperto da un una bandiera raffigurante il Che, scandisce frasi riprese da tutti i manifestanti. Ci accorgiamo anche che è presente un buon numero di donne ma, la cosa che ci incuriosisce di più, è che sfilano tutte insieme nel lato destro del corteo. Non ne scorgi altre nel mezzo, sono tutte lì: alcune tengono per mano i loro bambini, altre scandiscono gli slogan.
Rimaniamo a guardare al lato della strada, insieme ad altri marocchini che osservano il corteo senza prendervi parte. I dimostranti ci passano accanto, qualcuno ci guarda, forse un po’ stupito di vederci lì, in quella situazione. Tutto finisce nel giro di venti minuti, poco più; la manifestazione prosegue verso la piazza della medina dove terminerà senza incidenti di alcun tipo.
Un mese dopo il 20 febbraio, il Marocco sembra, al momento, ancora distinguersi dal resto del Maghreb, e del mondo arabo in generale: in queste settimane le manifestazioni si sono svolte in un clima, il più delle volte, tranquillo (a parte qualche violenza un paio di settimane fa a Casablanca) e il re, Sua Maestà Muhammad VI, il 9 marzo ha lanciato un vasto programma di riforme costituzionali, con un discorso definito “storico” da esponenti politici marocchini e internazionali.
Il vento delle riforme sembra soffiare anche qui, in questo Paese ai margini dell’attualità più violenta ma comunque sotto i riflettori del mondo intero.
Resta ora da scoprire se il cambiamento manterrà un approccio tranquillo, e se il popolo si riterrà soddisfatto delle concessioni reali; le rivendicazioni sono molteplici e provenienti da diverse categorie sociali (islamisti, amazigh, intellettuali, giovani…) e accontentarle tutte potrebbe rivelarsi una sfida complicata per il potere.

Antonino Ferrara,
casco bianco ProgettoMondo Mlal Beni Mellal, Marocco

giovedì 24 marzo 2011

Giorno della memoria in Argentina. Per ricordare 30mila desaparecidos

..Senza memoria sarebbe impossibile guardare al presente e, ancor meno, costruire un futuro degno di essere vissuto. Senza verità, valori centrali come la sincerità e l’onestà smetterebbero di esistere. E senza giustizia, regnerebbe l’impunità e i crimini e tragedia si ripeterebbero senza soluzione di continuità..” (Segreteria della Cultura della Regione di Cordoba).
Mentre in Italia qualche giorno fa (il 21 marzo) si celebrava la "giornata contro tutte le mafie" ricordando i morti per mafia nel nostro Paese, in Argentina il 24 di marzo é stato battezzato il "Giorno della Memoria, della Verità e della Giustizia". In questo giorno, per una legge nazionale del 2002, si evocano le 30.000 vittime del terrorismo attuato dopo il colpo di stato del 24 marzo 1976 con cui l’esercito argentino prese il potere.
La dittatura militare, istauratasi dopo quel giorno, era parte di una strategia globale per l’America Latina, che in Argentina durò dal 1976 al 1983, portando terrore, sterminio e aumento del disagio sociale, dovuto a politiche antipopolari che disindustrializzarono il paese, concentrarono la ricchezza in poche mani e aumentarono povertà, disoccupazione e indigenza.
Durante il cosiddetto “processo di riorganizzazione nazionale” promosso dai gradi superiori dell’esercito, sono stati sequestrati, torturati e uccisi migliaia di argentini e argentine che si opponevano al regime militare e che, come ha detto una delle madri delle vittime, Emilia Villares de D’Alma, “sognavano un paese migliore”. Il terrore creato dalle forze militari aveva l’obiettivo di neutralizzare qualsiasi forma di dissenso politico: le persone sparivano in un alone di mistero, paura e omertà.
L’Argentina vive ancora con la ferita di quegli anni che hanno segnato tutto il Paese, anche se ci sono stati notevoli passi avanti nel riconoscimento dei fatti successi. Un esempio sono le molte associazioni nate negli anni della dittatura per protestare, manifestare, denunciare, e che dall’essere perseguitate sono passate a coprire ruoli importanti nella vita sociale del paese: Madres, Abuelas, Hijos, Nietos de Plaza de Mayo sono alcune tra queste. Tutte unite da un grande e unico obiettivo: quello di dare voce alla memoria, alla verità e alla giustizia.
Oggi, 24 marzo 2011, a 35 anni dal colpo di stato, queste associazioni organizzano attività sociali, culturali e politiche e sono previste marce in tutto il territorio argentino per ricordare tutto ciò.
Siamo figli di una stessa storia, di una generazione che ha lottato per un paese più giusto e per questo “desaparecieron” (scomparvero)” ....queste parole sono di Martin e Ramiro, due dei 103 ragazzi che hanno potuto scoprire le loro vere origini e di essere figli di desaparecidos. Sono i “Figli apparsi (aparecidos)” delle Abuelas di Plaza de Mayo, ovvero le mamme dei ragazzi che la dittatura ha fatto sparire, e che ancora continuano a cercare i loro nipoti. Attraverso il test del DNA e una banca dati che si incrementa di 10 persone a settimana (secondo Nicolas, un ragazzo volontario nella filiale dell’associazione Abuelas di Cordoba), si può cercare di risalire alla propria famiglia biologica e tutte le persone nate tra il 1976 e il 1981 e in dubbio sulla propria identità possono sottoporsi all’esame. Come “pezzi di un puzzle” le abuelas e la loro equipe stanno ricostruendo le identità di moltissimi ragazzi e ragazze che ancora non conoscono le loro vere origini. “Ho vissuto 32 anni come un fantasma” ha detto Francisco Madariaga Quintela, nipote numero 101 che ha trovato la propria identità grazie alle abuelas. L’associazione Abuelas de Plaza de Mayo oltre a recuperare i figli dei desaparecidos del terrorismo di stato, ha dato alla comunità nazionale e internazionale il quadro legale e culturale perché questo delitto non si ripeta più in nessun posto del mondo.
L'Argentina, a differenza di altri paesi latino-americani, ha intrapreso un cammino politico verso il riconoscimento della propria storia e di giudizio dei fatti. Leggi, risarcimenti, e inizio dei processi (molti dei quali nell'ultimo anno), sono alcuni dei provvedimenti che hanno intrapreso governi nazionale e locali sulla base dei diritti umani.
A gran voce tutte le associazioni che marciano in questa giornata chiedono: processo giusto per tutti i militari e le persone implicate nei crimini in quegli anni, con apertura di tutti gli archivi della dittatura e l’apparizione in vita di Julio Lopez, uno dei più importante testimoni in un processo e misteriosamente scomparso prima dell’udienza. Questo ultimo fatto fa capire come ci siano ancora frange della popolazione che per paura della giustizia o per indifferenza, la ostacoleranno sempre.
Oggi l’Argentina si stringe insieme alle Abuelas e alle persone che hanno sofferto nella storia argentina, ma che hanno saputo sfidarla e che stanno ancora cercando giustizia e verità, attorno ai 30.000 desaparecidos, ai nipoti “apparsi” e ai 400 che mancano all'appello.

Francesco Venturin,
casco bianco ProgettoMondo Mlal Argentina

mercoledì 23 marzo 2011

Bolivia protagonista a “Fa la cosa Giusta”

Dall'Amazzonia all’altopiano andino, a contatto con i campesinos o gli indigeni boliviani in più di venti comunità dislocate in tutto il Paese. Oppure immersi nella natura brasiliana, in visita al movimento dei Sem terra al suono dei tamburi dei giovani di Axe Lata, ospiti del centro culturale "Casa Encantada".
Proposte di turismo responsabile che ProgettoMondo Mlal presenterà nei prossimi giorni ai visitatori di “Fa la cosa giusta, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibile che si terrà alla fiera City di Milano dal 25 al 27 marzo.
Con la nostra organizzazione, presente nella piazza de turismo solidale allo stand TS3, ci sarà anche TUSOCO, la rete di associazioni boliviane, partner di ProgettoMondo Mlal nel programma di sviluppo “Bienvenidos!” avviato nel febbraio dello scorso anno proprio per offrire ulteriori possibilità di sviluppo al turismo solidale del paese andino.
Un Paese che, come ben spiega il coordinatore nazionale di Tusoco, Sandro Saravia, ha “scoperto” la realtà del turismo solidale da una decina di anni per dedicarvisi con sempre maggiore attenzione dal 2004, e che nel 2009 ha visto nascere anche Tusoco Viajes, una vera e propria agenzia di viaggi che appoggia parte di quelle realtà (22 in tutto) che già fanno parte della rete Tusoco e che si occupano appunto di turismo.
“Per contenere l'emigrazione giovanile dal nostro Paese e allo stesso tempo favorire l'economia locale, oltre che per l'agricoltura, l'allevamento e l'artigianato, da qualche anno in Bolivia si è sviluppata una certa attenzione anche per il turismo. Un turismo che rispetti però l'identità campesina indigena e valorizzi la cultura locale, che non si limiti a qualche foto veloce della realtà visitata, ma che comporti un reale interscambio, e che sia inoltre attento anche a distribuire gli introiti in maniera più democratica ed equa a chi vi lavora”.
Una strada non semplice, soprattutto per l'incapacità di batterla da parte della politica pubblica.
“Facciamo molti più sforzi noi rispetto allo Stato”, continua Saravia, “per questo è importante sensibilizzare i governi municipali sull'importanza di lavorare giorno dopo giorno in questo senso, e abbandonare l'idea che il turismo di questo tipo si esaurisca in una fiera nazionale o poco altro”.
ProgettoMondo Mlal ha tra i suoi obiettivi proprio il coinvolgimento dei municipi boliviani, perché il turismo comunitario sia inserito nelle politiche di sviluppo locale. Oltre a uno sguardo particolare alla formazione degli stessi operatori e alla promozione delle attività e mete proposte.
Proposte di turismo responsabile che vanno dalla foresta amazzonica agli altopiani andini, a contatto con strutture confortevoli e assolutamente integrate all’ambiente naturale, gestite professionalmente dagli abitanti delle comunità.
Escursioni in canoa, trekking e visite naturalistiche, sono solo alcune delle proposte in campo, insieme a lezioni per imparare a tessere, intrecciare la paglia o pescare con l’arco, ed escursioni finalizzate a conoscere tradizioni e sapori nuovi a diretto contatto con la gente.
Luoghi e realtà che sono state meta recente di una delegazione che a visto tra i partecipanti il responsabile dell'area turismo responsabile di ProgettoMondo Mlal, Gianni Cappellotto, insieme a Maurizio Davolio, presidente di Aitr (associazione italiana di turismo responsabile di cui la nostra organizzazione è tra i soci fondatori), e il fotografo Aldo Pavan, che ha documentato la visita con un breve reportage multimediale consultabile sul sito di “Io Donna”.

Oltre alla presenza nello stand, ProgettoMOndo Mlal proporrà una presentazione pubblica con video e foto alle 16 di venerdì 25 marzo.
Un'occasione imperdibile per chi, quando viaggio, è alla ricerca di un contatto diretto con la popolazione del paese di destinazione: pronto a rinunciare alle solite mete, per addentrarsi veramente nelle tradizioni e nelle comunità locali.